martedì 17 giugno 2014

Turkey's Energy Strategy and its Role in the EU's Southern Gas Corridor

IAI Working Papers
ISSN 2280-4331 (online)
Turkey's Energy Strategy and its Role in the EU's Southern Gas Corridor


by Erkan Erdogdu



IAI Working Papers 14|01
17 February 2014
Pages 15
ISBN 978-88-98650-06-4
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Paper produced within the framework of the IAI-Edison project "The changing regional role of Turkey and cooperation with the EU in the neighbourhood", February 2014.

Abstract
The Southern Gas Corridor (SGC) is a European Commission initiative aimed at facilitating the diversification of the routes and sources of gas imported into Europe. This paper is devoted to the analysis of Turkey’s role in this initiative. Following a summary of the current economic and energy situation in Turkey, the paper presents recent developments in the SGC and an analysis of Turkey's role in the EU's SGC vision. It concludes that although the newly-built infrastructure within the SGC framework will probably serve Azerbaijani and Turkish interests first in their future relations with the EU, rather than the other way round, as had been initially hoped by the EU, it still addresses the EU's basic strategic interests, namely, the diversification of gas supply routes and suppliers.

Keywords
Turkey | European Union | Energy security | Natural gas | Pipelines

Author(s)
Erkan Erdogdu holds a PhD from Judge Business School, University of Cambridge, and works as energy market specialist in the Energy Market Regulatory Authority of the Republic of Turkey (EMRA).

Contents

Introduction
1. Current economic and energy situation in Turkey
2. Southern Gas Corridor, TANAP & TAP decisions
3. An analysis of Turkish international gas policy
Conclusion
Annex
References


martedì 27 maggio 2014

Yemen: attacchi nel sud dello Yemen

Nelle ultime settimane, il sud dello Yemen è stato teatro di frequenti attentati da parte dei miliziani di Al-Qaeda nella Penisola Arabica (AQAP), i quali hanno colpito numerosi funzionari governativi, membri delle forze di sicurezza nazionali e civili sia yemeniti che stranieri. Lo scorso 16 maggio, nel corso di un attacco agli avamposti militari di Azzan e Gol al-Rayda nella provincia meridionale di Shabwa, sono morti oltre 30 militanti qaedisti e circa 8 soldati dell’Esercito yemenita. La rappresaglia armata dei jihadisti rappresenta la risposta alla decisione del governo di Adb Rabbuh Mansur Hadi di lanciare, a partire dalla fine di aprile, una violenta offensiva contro le roccaforti di AQAP nelle province meridionali dello Yemen, dove i qaedisti sono profondamente radicati. Un ulteriore fattore di destabilizzazione del sud del Paese è dato dalla presenza del movimento separatista Hirak, a sua volta accusato di aver compiuto attentati co! ntro le forze di sicurezza nazionali. Lo strumento militare, dunque, è servito sia per colpire l’organizzazione jihadista sia le violente istanze secessioniste, nonché per mandare un segnale sulla ripresa delle deboli istituzioni statali. Le operazioni finora condotte hanno ottenuto importanti risultati riuscendo a indebolire il movimento qaedista e, in taluni casi, a eliminare i vertici locali di AQAP. Ciononostante, la struttura dell’organizzazione appare ancora molto attiva e a tal proposito, un video reso pubblico di recente, mostra una riunione di una folta schiera di leader tribali yemeniti presieduta dal leader di AQAP Nasir al-Wuhayshi. In questa prospettiva, appare evidente come il rafforzamento delle istituzioni e del potere centrale potrebbe giovare al dialogo nazionale e permetterebbe, di conseguenza, di contrastare la contiguità tra jihadismo e realtà tribali.

Fonte CESI Roma

venerdì 23 maggio 2014

Egitto: l'opposizione al vincitore

Elezioni egiziane
La lunga marcia dell’anti-Sisi. Parla Hamdeen Sabahi 
Azzurra Meringolo
22/05/2014
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“L’Egitto dovrebbe tornare sulla scacchiera internazionale per giocare un ruolo attivo nelle dinamiche regionali. Finché è un satellite di altre potenze che hanno a cuore i loro interessi nazionali, tutto ciò non accadrà”.

Ne è convinto Hamdeen Sabahi, storico leader dell’opposizione di sinistra, candidato alle prossime elezioni presidenziali in Egitto, che propugna una politica estera più autonoma, non asservita a interessi stranieri. Poco importa se nella stanza dove ci riceve ha appena incontrato alcuni funzionari diplomatici occidentali.

Storico nasseriano che ha iniziato a fare politica nei corridori dell’università egiziane degli anni ’70, Hamdeen - come lo chiamano i suoi - è conosciuto per le sue posizioni coraggiose. Nel ’77 denunciò in diretta televisiva la corruzione del governo del presidente Anwar Sadat e la sua politica della porta aperta agli Usa e a Israele.

L’uomo che lunedì e martedì sfiderà alla presidenza Abdel Fattahel Sisi - l’ex capo delle Forze Armate - è stato il più giovane prigioniero politico caduto nella morsa repressiva di Sadat.

Il 95% degli egiziani all’estero ha già votato per Sisi. Perché ha deciso di sfidarlo, pur sapendo che l’ex generale otterrà una vittoria plebiscitaria? 
La mia performance elettorale non è già scritta dal destino. Dipende dalla reazione della società egiziana. Io rappresento i settori più poveri e i più giovani. Sulla carta, la maggioranza del paese. Tutta la mia carriera politica è stata dedicata a loro e il mio futuro, come quello del paese, dipende soprattutto dai giovani. È su di loro che sto puntando le mie energie, per creare una classe politica in grado di sfidare i nostri avversari. Le presidenziali sono la prima sfida di questa nuova epoca, ma non sono né l’unica, né l’ultima.

Alcuni di questi suoi giovani elettori boicotteranno le urne. Come risponde a chi l’accusa di legittimare, con la sua candidatura, il ritorno al potere dei militari?
Il boicottaggio è uno strumento politico che appartiene al passato, quando non vi erano i requisiti per una vera competizione politica. Ora il clima politico permette sfide reali. Partecipare alle elezioni è parte di una strategia politica che mette al centro l’inclusione della popolazione nelle dinamiche decisionali da cui è stata esclusa per troppo tempo. Nel corso della campagna elettorale, molte persone che avevano inizialmente dichiarato di aderire al boicottaggio sono tornate sui loro passi: hanno capito che mi sto assumendo le responsabilità di partecipare alle complesse dinamiche politiche. Sono pronto, nel caso, a fare un’opposizione responsabile.
Non sto legittimando il ritorno dei militari al potere. Sto legittimando il diritto degli egiziani di partecipare alla vita politica del loro paese e di farlo in maniera democratica per realizzare gli obiettivi della rivoluzione del 25 gennaio 2011.

Durante le parlamentari del 2011, il suo partito decise di entrare a far parte del blocco guidato dalla Fratellanza. Che ruolo avranno i Fratelli Musulmani - ora nuovamente clandestini - nel nuovo Egitto che ha in mente? 
Mi relaziono con i Fratelli Musulmani come con tutti gli altri egiziani. Quando loro sono stati repressi e incarcerati ingiustamente, li ho difesi. Quando, all’indomani del 25 gennaio, anche loro hanno deciso di partecipare alla rivoluzione li abbiamo accolti a braccia aperte. Quando hanno deciso di prendere parte al gioco politico egiziano, non solo noi, ma tutti gli altri partiti hanno accettato questa novità.
È quindi iniziata la normale competizione politica. Io ho sfidato Mohammed Mursi (il presidente islamista deposto il 3 luglio scorso, ndr) alle presidenziali del 2012. Quando mi ha offerto la carica di vicepresidente ho rifiutato, preferendo stare all’opposizione per dare suggerimenti. Mursi però non li ha mai ascoltati.
Impossessandosi del potere è diventato sempre più autoritario. Per questo abbiamo creato il Fronte di salvezza nazionale (un’alleanza di partiti di varia estrazione unita dalla comune opposizione al potere islamista di Mursi e del suo governo, ndr) per sfidarlo. Io sono stato tra coloro che hanno chiesto agli egiziani di scendere in strada il 30 giugno 2013 per iniziare una nuova rivoluzione indispensabile per realizzare gli obiettivi della rivolta del 2011.

Quanto è sostenibile la stabilità di un Egitto nei cui giochi politici non sono inclusi i Fratelli Musulmani?
I Fratelli Musulmani hanno perso legittimità politica. Non solo non hanno sostegno popolare, ma è la loro idea di democrazia ad aver perso credibilità. Hanno mostrato di voler realizzare una democrazia in grado di garantire i loro interessi, non di proteggere quelli dell’intera società. Quando il popolo egiziano è sceso in strada per chiedere l’uscita di scena di Mursi, la Fratellanza ha incitato i suoi alla resistenza violenta. Per questo penso che la decisione di bandirla nuovamente sia stata giusta. Non possiamo accettare partiti che fanno della violenza un’arma della battaglia politica.
In futuro però, qualora la Fratellanza si impegnasse a rispettare le regole della competizione democratica, accettando dinamiche pacifiche, io sarei pronto a darle gli stessi diritti garantiti agli altri egiziani. La Costituzione del 2014 vieta la formazione di partiti su base religiosa, ma qualora diventassi presidente, gli orientamenti islamisti pacifici non sarebbero ritenuti problematici.

La vittoria di Sisi mostrerà il trionfo dell’esercito, la più forte e stabile istituzione egiziana. Quale è l’ingrediente che manca al paese per trasformarsi in un regime civile?
Per completare il percorso, la rivoluzione deve andare al potere con i suoi valori e i suoi obbiettivi. Fino a quando questo non accadrà, in Egitto non ci saranno le condizioni per la creazione di uno stato civile, trasparente e democratico che accetta il ruolo di una società civile attiva.

Azzurra Meringolo è ricercatrice presso l’Istituto Affari Internazionali (IAI), e caporedattrice di Affarinternazionali. Coordinatrice scientifica di Arab Media Report. È autrice di "I Ragazzi di piazza Tahrir" e vincitrice del premio giornalistico Indro Montanelli 2013. Potete seguirla sul suo blog e su twitter a @ragazzitahrir.
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martedì 13 maggio 2014

Egitto: offensiva contro la Fratellanza Mussulmana

Medio Oriente
Guerra al terrorismo in terra egiziana
Ludovico Carlino
08/05/2014
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Mentre la magistratura egiziana prosegue nel suo giro di vite ai danni di centinaia di sostenitori della Fratellanza Musulmana, il processo di normalizzazione nei rapporti tra l’Occidente e il Cairo sembra aver preso definitivamente il via in nome della lotta al terrorismo.

Apache Usa al Cairo
A fine aprile, gli Stati Uniti hanno annunciato l’imminente consegna all’Egitto di 10 elicotteri d’attacco Apache, sofisticati equipaggiamenti militari che, secondo il Pentagono, mirano ad aiutare il governo egiziano a “contrastare gli estremisti che minacciano la sicurezza statunitense, israeliana ed egiziana” e supportare le operazioni di anti-terrorismo nella Penisola del Sinai.

La decisione di Washington, che aveva ridimensionato lo scorso anno il sostegno militare all’Egitto in seguito al golpe che ha deposto il Presidente Mohammed Mursi, rappresenta dunque un chiaro segnale di supporto per quella che il Governo egiziano sta presentando come la sua ‘guerra al terrorismo’, una vasta operazione militare che da più di otto mesi sta continuando senza sosta nel Nord del Sinai.

L’offensiva mira a sradicare le sacche di militanza jihadista che dallo scorso luglio hanno intensificato la loro campagna militante contro le forze di sicurezza, ma la guerra al terrorismo egiziana ha nei fatti un obiettivo ben preciso: Ansar Bait al-Madqis.

Ansar Bait al-Madqis 
Per le autorità egiziane, Ansar Bait è al momento la principale minaccia alla sicurezza del Paese, il gruppo responsabile di gran parte degli attacchi più cruenti lanciati negli ultimi mesi nelle città egiziane e nell’instabile Sinai oltre ad essere l’organizzazione ombrello che starebbe manovrando una miriade di fazioni jihadiste sorte di recente nel Paese, tra le quali Ajnad Misr e la Brigate Ansar al-Shari’a, impegnate in una incessante campagna di omicidi mirati ai danni di soldati e poliziotti.

L’intelligence egiziana ha anche suggerito di avere informazioni sui presunti legami, mai provati fino ad ora, tra il gruppo e la Fratellanza, ipotesi non pienamente condivisa dagli Stati Uniti che concordano ad ogni modo con il Cairo sulla portata regionale della minaccia posta da Ansar.

Ad inizio mese il Dipartimento di Stato statunitense ha sancito questa posizione inserendo il gruppo nella propria lista delle organizzazioni terroriste straniere, motivando la decisione sulla base di una serie di attacchi lanciati da Ansar ai danni di Israele nel corso del 2012 e dell’attentato di febbraio contro un bus turistico nel Sinai meridionale nel quale tre turisti sudcoreani hanno perso la vita.

Il comunicato del Dipartimento, che definisce Ansar come ‘gruppo che condivide alcuni aspetti dell’ideologia di al-Qaeda nonostante non ne sia un affiliato formale’, sottolinea ad ogni modo che l’organizzazione ha ‘obiettivi locali’, un’aggiunta che sembra quasi tendere a ridimensionare la portata regionale del gruppo.

Questo dettaglio racchiude nei fatti la posizione discordante degli analisti sulla natura di Ansar Bait, che in sintesi contrappone quanti considerano il gruppo un sotto-prodotto della repressione del Governo nei confronti delle forze islamiste egiziane e quanti leggono la rinascita jihadista nel Paese come il tentativo di veterani combattenti legati ad al-Qaeda di ricreare una roccaforte militante in Egitto, dal quale poi lanciare attacchi a livello regionale. La realtà, come spesso accade, sta probabilmente nel mezzo.

Dal Sinai o da Al-Qaeda 
Se da una parte il gruppo è sorto nel 2011, quindi prima della deposizione di Morsi, è anche vero che la presa del potere da parte dell’esercito e la successiva repressione ai danni della base islamista ha radicalizzato la posizione del gruppo.

Ansar è gradualmente passata da isolati attacchi contro gasdotti e soldati israeliani nel Sinai ad una persistente campagna diretta contro le forze di sicurezza nelle città egiziane e nella penisola, puntellata da una propaganda quasi esclusivamente volta ad accusare l’esercito di maltrattamenti e torture ai danni dei Musulmani egiziani.

D’altro canto è più che plausibile che ex militanti della Jihad islamica egiziana legati all’egiziano Ayman al-Zawahiri, leader di al-Qaeda, ricoprono posizioni all’interno del gruppo, ma parte di questi combattenti era già attiva nel Sinai ancor prima della stessa elezione di Morsi, mentre contatti diretti con la leadership di al-Qaeda sono rimasti al momento pure congetture.

Rischio crescita reclute
A prescindere dalla natura autoctona o esterna di Ansar al-Bayt, è evidente che il gruppo tende a presentare la propria azione militante come diretta ad evitare vittime civili ed esclusivamente finalizzata a colpire l’apparato di sicurezza egiziano. Ansar posta regolarmente sul proprio account Twitter appelli alla popolazione a rimanere lontana dagli edifici o caserme militari, una propaganda ben costruita che mira a presentare Ansar come il vero protettore degli Islamisti egiziani.

Il rischio più immediato è dunque che il giro di vite del Governo egiziano, con il tacito assenso occidentale, finisca per fare il gioco di questa propaganda, allargando potenzialmente la base di reclutamento per un gruppo che sta gradualmente spostando il suo baricentro dal Sinai alle aree urbane del Paese.

Ludovico Carlino è PhD Candidate in International Politics presso la University of Reading, Regno Unito. Ricercatore del Cisip (Centro Italiano di Studi sull’Islam Politico) ed analista per la Jamestown Foundation.
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domenica 4 maggio 2014

Turchia: la strumentalizzazione dell'Italia

Allargamento
Italia, possibile cavallo di Troia turco in Europa
Emanuela Pergolizzi
22/04/2014
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Nel dejà-vu dei decennali avanzamenti alternati da brusche battute d'arresto, il 2014 sembra aprirsi in una fitta nebulosa di interrogativi per i negoziati in atto tra Turchia ed Europa.

A poco più di dieci giorni dalle elezioni amministrative più contestate nella storia politica di Ankara, tra il 10 e l'11 aprile la commissione parlamentare mista turco-europea si è riunita in un clima vibrante di tensioni e speranze. Se Bruxelles tende la mano, sempre più incerta, oltre il fossato dell'antica “fortezza Europa”, non è più sicura di trovare l'alleato turco, oltre la sponda, pronto ad afferrarla.

Erdoğan tra corruzione e censura
Dopo le proteste di Gezi Park e un'estate gelida tra i due alleati, l'autunno scorso aveva preannunciato forti segnali di speranza, con l'apertura - favorita dall'elezione dei socialisti francesi - di un nuovo capitolo dei negoziati, dopo ben tre anni di stallo.

Il dialogo turco-europeo sembrava prendere nuovo respiro anche con la firma di una nuova road map per la liberalizzazione dei visti per i cittadini turchi verso i confini europei, in dicembre.

Il tutto, infine, era stato suggellato dalla preparazione di una visita del primo ministro Recep Tayyip Erdoğan per gennaio, dopo un'assenza di circa cinque anni dai corridoi istituzionali dell'Unione.

Come in un'antica profezia dai risvolti oscuri e incerti, alla ripresa delle relazioni turco-europee è sembrato seguire l'ennesimo sgambetto, l'ennesima brusca deviazione dal seminato.

Il 17 dicembre, lo scoppio del tentacolare scandalo di corruzione che ha colpito al cuore i vertici governativi turchi ha scosso i già fragili equilibri politici di Ankara, riversandosi con effetto-domino sull'inflazione e sulle preoccupazioni di Bruxelles.

L'Europa ha di nuovo aggrottato le ciglia di fronte all'introduzione della legislazione restrittiva su internet che da febbraio ha facilitato il blocco di siti web e social network da parte dell'autorità turca per le telecomunicazioni. L'oscuramento combinato di Twitter e YouTube e le ripetute denunce di brogli elettorali nel corso delle municipali di fine marzo hanno messo ulteriormente in allarme gli osservatori europei.

Timori europei per l’autoritarismo turco
Diffidenze reciproche e comuni sospetti si presentano come minacciosa spada di Damocle dei rapporti bilaterali, con singole dichiarazioni in grado di suscitare piccole e continue scosse nei fragili equilibri tra Turchia ed Unione europea.

Timore e sorpresa sono stati sollevati dalle recenti dichiarazioni del consigliere all'economia del primo ministro turco, secondo cui Ankara avrà sempre meno bisogno, in futuro, del vecchio continente in crisi. In tutta risposta, dall'altro lato, il commissario europeo per l'allargamento, Štefan Füle, ha reiteratamente espresso preoccupazione per gli sviluppi degli ultimi mesi e per un autoritarismo sempre più sordo ai richiami democratici e ai valori-guida di Bruxelles.

L'abolizione, con votazione all'unanimità dei giudici costituzionali, del divieto su Twitter, insieme alla determinata propensione all'apertura di nuovi capitoli da parte ministro per le politiche europee turco Çavuşoğlu sembrano mettere a tacere, temporaneamente, comuni timori, verso una nuova primavera di riforme.

Semestre italiano di presidenza Ue
A partire dalla seconda metà del 2014, la presidenza dell'Italia presso l'Unione - storico sostenitore e alleato turco - lascia presagire un positivo rilancio dei negoziati.

Le elezioni presidenziali d'agosto e i fragili equilibri della diplomazia danzante tra i due alleati lasciano tuttavia oscuri i destini della profezia europea di Ankara. Appare sempre più incerta, tra veloci avanzamenti e lenti passi indietro, la stretta di mano tra le due sponde del Bosforo.

Emanuela Pergolizzi è laureanda presso l'Università di Torino e Sciences Po Grenoble. Svolge un tirocinio presso l'IAI nel quadro del progetto “Global Turkey in Europe” (twitter: @empergolizzi).
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Iraq: difficli equilibri in un paese sconvolto

Medio Oriente
La quadratura del cerchio dell'Iraq 
Maurizio Melani
29/04/2014
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Secondo le regole non scritte del sistema politico iracheno, dalle elezioni parlamentari del 30 aprile dovrà scaturire una coalizione di governo centrata su una compagine a guida sciita che dovrà accordarsi con una credibile rappresentanza della variegata comunità sunnita e con il blocco curdo.

L’equilibrio di Maliki
Dopo le elezioni del 2005 e del 2010 e le complesse trattative nelle quali furono rilevanti le paradossalmente convergenti influenze statunitensi e iraniane, l'espressione di questi equilibri fu affidata a Nuri Al-Maliki, rappresentante di un partito sciita minore che alla fine del primo mandato divenne il primo ministro di un'ampia forza politica (Stato di Diritto) con pretese di composizione intersettaria.

Grazie a un abile uso del potere e ai successi sui piani della sicurezza e della ripresa economica, nelle elezioni del 2010 questa forza quasi uguagliò il blocco laico guidato da Ayad Allawi (Iraqiya) nel quale confluivano la larga maggioranza dei sunniti e fasce della popolazione sciita stanche dei conflitti interconfessionali.

Dopo le elezioni, Maliki recuperò con la facilitazione iraniana altre forze sciite ed in particolare i sadristi per ricomporre un fronte maggioritario in Parlamento e ottenere nuovamente l'incarico di formare un governo comprensivo delle altre forze politiche.

Power sharing fallito 
Nel secondo mandato, ancora più che nel primo, non si realizzò tuttavia il "power sharing" posto a base della grande coalizione faticosamente formata. Il potere fu sempre più accentrato attorno al Primo Ministro.

Autorevoli esponenti sunniti nelle istituzioni furono accusati di favorire il terrorismo rialimentato dal conflitto siriano, e il solco tra Maliki e il mondo sunnita fu allargato dalla violenta repressione di proteste, incoraggiate dalle primavere arabe, per le promesse non mantenute a forze politiche e milizie tribali che negli anni precedenti avevano sconfitto Al-Qaeda.

Anche i rapporti con i curdi si sono deteriorati, parallelamente a quelli con la Turchia diventata principale sponsor esterno degli stessi curdi e, in competizione con l'Arabia Saudita, di gruppi sunniti. Difficoltà sono infine emerse con gli altri grandi partiti sciiti ugualmente insofferenti dei metodi accentratori del Primo ministro.

Rispetto al 2010, una modifica alla legge elettorale, proporzionale con liste circoscrizionali e preferenze, ha abolito un premio ai grandi partiti nell'attribuzione dei resti a livello nazionale, contribuendo cosi ad una proliferazione delle liste.

Iraqiya si è frantumata in vari spezzoni tra i quali i due maggiori di chiara connotazione sunnita guidati rispettivamente dal Presidente del Parlamento, Al-Nujafi, forte soprattutto nella provincia di Mosul e a Baghdad, e dal vice Primo ministro Saleh Mutlak, nazionalista, con venature post baathiste, che nella sua provincia di Anbar dovrà fronteggiare la violenza jihadista e settori tribali recuperati da Maliki.

Dallo Stato di Diritto di Maliki sono uscite componenti più o meno rilevanti a livello locale. Alcune hanno deciso di correre da sole, mentre altre sono passate all'Isci (gia' Sciri), storico partito sciita di opposizione a Saddam Hussein, ancora guidato dalla dinastia religiosa degli Al-Hakim.

Nella prima fase del nuovo Iraq questa era la forza più consistente. Sensibilmente ridimensionata nelle elezioni locali del 2009 e nelle legislative del 2010 essa è di nuovo in ascesa, come ha dimostrato nelle provinciali del 2013.

Uscita di scena di Al-Sadr
Ugualmente in ascesa sono i sadristi. Il loro leader, Moktada Al-Sadr - noto per essere stato alla guida di una delle più temute milizie sciite (l'Esercito del Mahdi) durante l'occupazione americana e spina nel fianco di al-Maliki - ha annunciato l'uscita dalla politica per dedicarsi di nuovo al consolidamento della sua caratura religiosa e ad attività sociali sostenute da ingenti risorse.

I sadristi hanno comunque presentato proprie liste rinnovandole. Tradizionalmente rivali, con una storia anche di lotta cruenta tra le rispettive milizie e costante oggetto di attenzioni e sostegni degli apparati di sicurezza iraniani spesso in contrasto tra loro, Isci e sadristi si sono riavvicinati stabilendo in opposizione a Maliki una collaborazione con i sunniti di Al-Nujafi, assieme ai quali hanno conquistato l'Amministrazione provinciale di Baghdad nelle elezioni locali dello scorso anno.

Curdi al voto
I partiti curdi dovrebbero come al solito fare il pieno del loro elettorato etnico, anche se con nuovi equilibri che vedono un forte ridimensionamento del Puk, l’unione patriottica del Kurdistan del Presidente della Repubblica Talabani - ormai da tempo assente per motivi di salute - l’ascesa del movimento Goran, scissosi dal Puk e diventato secondo partito in Kurdistan, e il consolidamento del partito Democratico del Kurdistan, Kdp, di Massud Barzani.

La tradizionale ostilità reciproca con gli arabi sunniti delle regioni confinanti, in particolare con Al-Nujafi, si è notevolmente attenuata, grazie anche alla mediazione turca, ma il persistente problema delle aree contese, tra le quali la zona petrolifera di Kirkuk, potrebbe riattivare i contrasti.

In questo contesto, le probabilità di un terzo mandato a Maliki possono sembrare alquanto ridotte. Ma egli punterà verosimilmente sul compattamento religioso, mentre allo stato attuale non sembrano emergere personalità alternative in grado di coagulare i consensi necessari tra le forze sciite e al di fuori di esse.

Prima della formazione del governo occorrerà una convergenza per l'elezione di una personalità curda o sunnita a Presidente della Repubblica il cui ruolo non sarà irrilevante nelle trattative per i difficili equilibri da realizzare. Vi è quindi il rischio di un’instabilità istituzionale dopo le elezioni e di tempi lunghi, con i pericoli di un accentuarsi delle tensioni nelle quali potranno inserirsi ulteriori azioni stragiste per scatenare la guerra religiosa e imprevedibili rovesciamenti di alleanze.

Molto dipenderà dai comportamenti dei paesi vicini, non tutti convinti che un Iraq stabile, pienamente in grado di valorizzare al massimo il proprio potenziale di idrocarburi e di riassumere il suo ruolo negli equilibri mediorientali, sia nel loro interesse.

Questo sarà ancora più evidente se anche tra i grandi attori esterni alla regione mancherà, a causa degli sviluppi in Ucraina, quella convergenza che ha consentito l'avvio del negoziato con l’Iran e una prospettiva, oggi più difficile, di positiva gestione della crisi siriana.

Maurizio Melani è Ambasciatore d'Italia.
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Libano: ancora difficoltà.

Medio Oriente
Fumata nera per il nuovo presidente libanese 
Rocco Polin
26/04/2014
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Nulla da fare per il Parlamento libanese. Nelle prime votazioni del 23 aprile non è riuscito a eleggere un nuovo presidente. Il mandato dell’attuale capo di stato, Michel Sleiman, termina il 25 maggio, ma probabilmente per eleggere il nuovo raìs servirà più tempo.

Nulla di nuovo. Lo stesso Sleiman venne eletto nel maggio 2008, nonostante il mandato del suo predecessore, Emile Lahoud, fosse scaduto nel novembre 2007.

Competizione tra cristiani
Le elezioni presidenziali si svolgono in un clima di estrema difficoltà. La guerra civile in Siria rischia infatti di esacerbare le ostilità politiche e confessionali tra l’alleanza a guida sunnita 14 Marzo e quella a guida sciita 8 Marzo.

La dichiarazione di Baabda, nella quale i partiti politici libanesi si erano impegnati a preservare la naturalità del Libano rispetto alle crisi regionali, è stata ampiamente disattesa.

Hezbollah è infatti impegnato militarmente a fianco del regime di Damasco ed è riuscito a evitare che tale dichiarazione entrasse a far parte della piattaforma politica del nuovo governo di unità nazionale di Tammam Salam.

In tale situazione di conflitto tra sunniti e sciiti, un ruolo centrale è affidato ai partiti cristiani, presenti in entrambe le coalizioni. Gli accordi di power sharing che governano il Libano dal 1943 prevedono infatti che la Presidenza della Repubblica venga affidata a un cristiano maronita. I due candidati più accreditati sono stati fino ad ora Samir Geagea e Michel Aoun, divisi tra loro da aperta ostilità ed appartenenti ad opposti blocchi politici.

Geagea e Aoun, uomini di rottura
Geaga è il leader delle Forze libanesi, un partito facente parte della coalizione del Marzo 14. A causa del suo ruolo nella guerra civile, nel 1994 fu condannato a morte e, in seguito alla commutazione della pena in ergastolo, trascorse 11 anni di isolamento in carcere.

Nel 2005, nell’ambito di un tentativo di riconciliazione nazionale, Geagea venne perdonato e tornò ad essere un leader politico di primo piano. La sua è stata l’unica candidatura ufficiale nelle prime votazioni per l’elezione del nuovo presidente, ma ha ottenuto soltanto 48 voti.

Aoun è invece leder del Movimento patriottico libero, attualmente primo partito cristiano in parlamento. Egli è stato capo delle forze armate nell’ultima fase della guerra civile, impegnandosi tanto contro le milizie cristiane di Geagea quanto contro l’esercito siriano e infine auto-proclamandosi Presidente della Repubblica per due anni. Al termine della guerra civile, Aoun ha trascorso quindici anni di esilio in Francia, al ritorno dai quali è rientrato in politica schierandosi con l’alleanza 8 Marzo.

Se risultasse eletto, Aoun sarebbe il quarto Presidente ad aver precedentemente ricoperto la carica di capo delle forze armate, il terzo di seguito dopo Lahoud e Sleiman. Diversamente da questi due - che durante i loro mandati avevano tentato di fare dell’esercito un’istituzione neutrale al servizio dello Stato al disopra delle dispute confessionali - Aoun schierò apertamente l’esercito durante le ultime fasi della guerra civile. Arriverebbe quindi alla Presidenza non come figura di garanzia, ma dopo una lunga e controversa carriera politica.

Obeid, Kahwagi e Salameh, uomini del possibile compromesso
Per evitare l’elezione di figure così ingombranti e controverse, il Parlamento potrebbe orientarsi su candidati di compromesso, come Jean Obeid, già Ministro degli esteri e figura in grado di avere buoni rapporti tanto con la Siria che con l’Arabia Saudita.

Un’altra possibilità è l’elezione dell’attuale o capo delle forze armate, Jean Kahwagi, o del presidente della Banca centrale, Riad Salameh.

L’elezione di entrambi sarebbe però vietata dalla Costituzione. Questa prevede infatti che gli alti funzionari dello Stato per essere eleggibili debbano dimettersi dalla loro carica due anni prima delle votazioni. Tale norma è però stata emendata tanto nel caso di Lahoud che in quello di Sleiman, anche se questa volta l’aperta ostilità di Aoun a questa opzione potrebbe renderla più difficile.

Eco crisi siriana
Come di consueto, l’elezione del Presidente sarà determinata, oltre che dalle manovre politiche interne, dagli interessi e dalle pressioni degli attori esterni: Siria, Arabia Saudita, Francia, Stati Uniti, Iran e Vaticano tra gli altri. La decisione sarà dettata dalla necessità di evitare che il conflitto siriano e le tensioni regionali mettano a rischio la precaria stabilità del Libano.

Il prossimo Presidente dovrà avere l’autorevolezza e l’imparzialità necessaria per guidare il paese durante la difficile prova delle elezioni politiche previste per il prossimo novembre.

Negli ultimi anni, nonostante ricorrenti crisi politiche e preoccupanti episodi di violenza confessionale, sopratutto nel nord del paese, i politici libanesi, con l’incoraggiamento della comunità internazionale, sono riusciti a garantire al paese un minimo di stabilità istituzionale.

Vi sono fondate speranze che essi supereranno anche le difficili prove elettorali che li attendono, ma fino a quando non verrà trovata una soluzione alla crisi siriana, il Libano resterà sull’orlo del baratro.

Rocco Polin è dottorando in Relazioni Internazionali presso l’Istituto Italiano di Scienze Umane, Scuola Normale Superiore.
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mercoledì 16 aprile 2014

Crisi dell'Europa Orientale e ripercussioni in M.O.

Crisi ucraina 
La scossa di Kiev arriva in Medio Oriente
Maurizio Melani
07/04/2014
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La situazione mediorientale, con l'intreccio delle crisi per le quali si erano aperti diversi percorsi negoziali nei mesi scorsi, rischia di risentire sensibilmente della vicenda ucraina e della contrapposizione che questa ha determinato tra Stati Uniti ed Europa da un lato e Russia dall'altro. Su queste prospettive incideranno naturalmente gli esiti dei tentativi di componimento in corso tra statunitensi e russi.

Siria e Iran 
La gestione della crisi siriana, con lo smantellamento dell'arsenale chimico che è ora in affanno, e il negoziato con l'Iran sulla sua capacità nucleare sono basati sull'intesa tra i grandi attori esterni e sulla loro capacità di influire sugli attori regionali e locali riconoscendone e componendone gli interessi laddove ciò sia possibile e tali interessi siano politicamente e moralmente considerabili.

La rischiosa minaccia di intervento militare occidentale in Siria e l'adesione da parte di Bashar Assad alla provvidenziale, ma strumentale, pressione russa e iraniana affinché le sue armi chimiche siano distrutte hanno contribuito al suo rafforzamento e al sostanziale venir meno della possibilità di basare una soluzione negoziata sulla precondizione del suo previo allontanamento, posta quando gli equilibri nel paese erano alquanto diversi.

Al tempo stesso le forze jihadiste hanno consolidato la loro forza sul terreno mentre si sono accentuate le divisioni tra Turchia e Qatar da un lato e Arabia Saudita dall'altro all'interno del campo dei sostenitori dell'opposizione.

Resta il fatto che una riconduzione della Conferenza di Ginevra richiede una forte intesa tra Stati Uniti e Russia (e Iran), oggi più difficile. Soltanto una convergenza sulla priorità di combattere il jihadismo potrebbe modificare questa situazione.

Anche per il negoziato con l'Iran la convergenza e l'unità di intenti tra statunitensi, europei e russi, oltre ai cinesi, è essenziale. Il primo rischio è ovviamente che l'Iran approfitti di queste divisioni per svincolarsi dagli impegni che gli sono richiesti.

Ma in questo caso pagherebbe il prezzo di rafforzate sanzioni occidentali e l'intensificazione della instabilità nella regione il cui superamento sembra essere diventato un obiettivo prioritario per la dirigenza iraniana, sia pure in presenza di contrasti e di resistenze al suo interno, al fine di uscire dall'isolamento e spostare in suo favore gli equilibri nell'area.

È significativo che Teheran non abbia risposto in modo entusiastico alla richiesta russa di solidarietà sull'Ucraina ed abbia contestualmente offerto al pari degli Stati Uniti, con un certo irrealismo per il breve periodo considerati i tempi tecnici necessari, di diventare grande fornitore alternativo di gas all'Europa.

Le risorse del Medio Oriente
I due fattori della lotta al nemico comune jihadista per Occidente e Russia e di una volontà iraniana di diventare attore positivo e stabilizzante nella regione per valorizzare al massimo le proprie potenzialità economiche, non soltanto nel settore energetico, e rafforzarvi la propria influenza, potrebbero quindi ridare alimento alle volontà di grande intesa nella regione e forse anche favorire il mantenimento di un dialogo e di una collaborazione tra occidentali e russi utile ad alleviare le tensioni sul fronte europeo, ridiventato inaspettatamente il principale in questa fase.

Non è chiaro se una piena stabilizzazione del Medio Oriente e la piena agibilità delle sue risorse siano viste come una priorità dalla Russia quale grande esportatore di prodotti energetici, al di la di quanto crisi e processi negoziali possano offrigli per riaffermare presenza e ruolo nella regione. Certamente sembra esserlo per la Cina quale grande importatore di idrocarburi e sostenitore di un nuovo grande corridoio logistico tra Asia ed Europa attraverso il Medio Oriente.

Israele e Arabia Saudita
Restano però da convincere con soddisfacenti e credibili garanzie i due attori regionali più preoccupati da questa prospettiva, e cioè Israele e Arabia Saudita. Riguardo a quest'ultima, che non a caso ha recentemente attivato un canale di comunicazione con la Russia, non è ancora dato di sapere quanta diffidenza si sia potuta effettivamente dissipare nella visita del Presidente Barack Obama a Riad per ridare vigore ad una alleanza che ha profondamente marcato per molti decenni lo scenario energetico mondiale e le vicende mediorientali.

L'alternativa a questa grande intesa sarebbe prevedibilmente la continuazione e l'esasperazione delle crisi in corso con l'estensione del conflitto siriano al Libano, la continuazione di una pericolosa involuzione repressiva in Egitto e rischiosi sviluppi riguardo a una prosecuzione senza controlli del programma nucleare iraniano.

Le forti tensioni che ne seguirebbero avrebbero conseguenze anche sulla situazione afghana e sull'ulteriore peggioramento delle condizioni di sicurezza, di governance e quindi di effettiva ripresa economica in Iraq ove dopo le imminenti elezioni gli accordi inclusivi che si renderanno necessari, siano essi costituiti o meno attorno a Maliki, potranno essere sostenibili e riportare una pace definitiva nel paese soltanto se saranno favorite da tutti gli attori della regione.

Maurizio Melani è Ambasciatore d'Italia
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martedì 8 aprile 2014

Siria: è possibile ancora salvare una Siria multietnica?

Diritto internazionale
Lezione siriana per la sicurezza collettiva
Antonio Bultrini
03/04/2014
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È ancora possibile salvare la Siria multietnica? Sarebbe già molto se si riuscissero ad alleviare le tremende sofferenze di una larga parte della popolazione civile. La spietata guerra civile in Siria assomiglia ormai ad un “tutti contro tutti”, visti gli scontri tra le stesse fazioni ribelli e il ruolo crescente di quelle radicali.

A tre anni di distanza dall’inizio di questa tragedia, rischiamo di dimenticare che la rivolta contro il regime di Bashar Assad fu inizialmente pacifica e che la brutale risposta del regime (a cominciare dal ricorso sistematico alla tortura) contribuì in modo decisivo allo scoppio della guerra civile.

Responsabilità di proteggere
Se la Russia, storico alleato di Damasco, avesse indotto il regime a più miti consigli (letteralmente), anziché rifornirlo costantemente di armi, e se avesse immediatamente appoggiato iniziative forti di pressione sul regime, quest’ultimo, molto probabilmente, sarebbe stato costretto ad avviare un confronto con l’opposizione.

A sprecare tempo prezioso ha contribuito anche l’errore, da parte di alcuni paesi occidentali, di annunciare che l’uso di armi chimiche sarebbe stata la “linea rossa” da non superare (peraltro, l’uso indiscriminato di armi convenzionali da parte del regime contro la popolazione civile ha mietuto molte più vittime).

La Russia fa valere un principio tradizionale del diritto internazionale, secondo il quale stati terzi possono aiutare un governo, ma non gli insorti (salvo poi fomentare la secessione della Crimea !).

Nel 2005, tuttavia, l’Assemblea generale delle Nazioni Unite proclamava la responsabilità di ciascun governo di proteggere da crimini internazionali la popolazione civile sottoposta alla sua autorità. Che il diritto internazionale vieti ormai alle autorità di uno stato di massacrare la popolazione civile che vi si trova è indubbio. Meno sicuro è se la comunità internazionale sia obbligata a reagire attraverso il sistema di sicurezza collettiva.

Il Consiglio di Sicurezza, Cds, può nondimeno decidere di intervenire anche in virtù del suddetto principio della responsabilità di proteggere, che figurò del resto fra le motivazioni dell’autorizzazione ad intervenire in Libia tre anni fa.

Interferenze esterne in Siria
È sconcertante che la Russia (spalleggiata dalla Cina) appoggi un regime sanguinario come quello siriano. Occorre tuttavia riflettere anche sul modo in cui altri importanti attori hanno affrontato sia l’intervento in Libia che l’inizio della tragedia siriana: se la finalità fondamentale dei princìpi del diritto internazionale è oggi quella di tutelare pace e sicurezza e di proteggere le popolazioni civili, gli obiettivi degli interventi debbono essere guidati da queste preoccupazioni e non da quella di rovesciare un regime.

Né la soluzione può essere armare gli insorti: l’andamento sul campo ha dimostrato come le interferenze esterne (in particolare da parte di vari membri della Lega araba) abbiano finito con l’accentuare la dimensione interetnica del conflitto (sunniti contro sciiti).

La comunità internazionale dovrebbe spegnere un conflitto sul nascere (e mostrare la massima determinazione con chi si azzardi a commettere crimini contro la popolazione civile), non gettare benzina sul fuoco.

Il problema è anche istituzionale. Com’è noto, il potere di veto permette ai membri permanenti del Cds di fare il bello e il cattivo tempo anche a fronte di sofferenze atroci come quelle a cui si assiste in Siria.

È sempre meno tollerabile che questioni cruciali - a volte per la vita di milioni di persone - siano in balìa degli interessi di questo o quello fra i cinque membri permanenti. Nel caso della Siria, persino l’Assemblea generale delle Nazioni Unite ha rimproverato il Cds della sua inerzia.

E quand’anche quest’ultimo riesca ad autorizzare un intervento, è difficile imporre agli stati di restare entro i limiti (legali) di ciò che è stato autorizzato. In Libia, dall’obiettivo dichiarato di proteggere la popolazione civile di Bengasi si arrivò (su impulso soprattutto di Francia e Gran Bretagna) ad un appoggio a tutto campo agli insorti e al rovesciamento del regime, ovvero un esito non esplicitamente contemplato dalle risoluzioni approvate dal Cds.

La rigidità di Russia e Cina nel caso della Siria non è affatto giustificabile, ma è in parte favorita da quel che è accaduto in Libia e dalle reticenze che questo ha suscitato anche presso altri, importanti paesi.

Riforma del Consiglio di sicurezza
Occorre dunque riformare il Cds e ridimensionare il potere di veto dei membri permanenti; passare dalla mera discrezionalità all’obbligo di adottare tempestivamente misure adeguate per affrontare non solo le minacce alla pace e alla sicurezza, ma anche le violazioni massicce dei diritti umani; sottoporre ad un controllo internazionale le operazioni condotte dai singoli stati in modo che restino entro i binari di quanto è stato deciso a livello collettivo.

Peraltro, quanto più tempestivamente si interviene con misure incisive, tanto più alte saranno le chance di evitare un intervento militare. E se le circostanze dovessero far apparire la via militare come l’unica efficace, quanto più tempestivo e deciso è l’intervento, tanto maggiori saranno le possibilità di prevenire massacri (come insegnano - in male - la Bosnia o il Ruanda).

Si tratta notoriamente di una sfida difficilissima, anche perché per modificare lo statuto delle Nazioni Unite occorre l’approvazione dei cinque membri permanenti! Una riforma del genere presupporrebbe inoltre una maggiore disposizione della comunità internazionale ad assumersi pienamente le proprie responsabilità in materia di pace e diritti umani.

Non sappiamo quanto si riuscirà ancora a salvare di ciò che resta della Siria multietnica. Per evitare che tragedie simili si ripetano occorrerà nondimeno ripensare senza ipocrisie tanto l’attuale sistema di sicurezza collettiva quanto il modo “disinvolto” in cui sono state affrontate alcune delle maggiori crisi degli ultimi anni.

Antonio Bultrini è professore di Diritto Internazionale e Diritti Umani, Università di Firenze.
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giovedì 27 marzo 2014

Turchia, l'Europa ed il Mondo

Globale Turchia in Europa
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Ricerca documenti prodotti nell'ambito del progetto " Turchia, l'Europa e il Mondo ", coordinato dal Istituto Affari Internazionali , il Centro di politica Istanbul e la Fondazione Mercator.   

Crisi ed elezioni: Quali sono le conseguenze per l'ingresso della Turchia nell'UE Bid , da E.Soler i Lecha La crisi economica in Europa e le recenti tensioni politiche in Turchia sono cattive notizie per le relazioni UE-Turchia. Più recentemente, la Turchia è entrato in una zona di turbolenza politica che ha creato gravi preoccupazioni nella UE. Con queste crisi in background, la Turchia e l'UE terranno sia le elezioni cruciali nei prossimi mesi. Gli maggio 2014 elezioni europee offriranno una certa immagine degli effetti della crisi economica sulle opinioni dei cittadini europei per quanto riguarda il progetto europeo, che avrà una notevole influenza su molte politiche dell'UE, tra cui l'allargamento. Tuttavia, molto dipenderà anche sulle azioni della Turchia. Politici europei e le istituzioni comunitarie penseranno due volte prima di fare qualsiasi gesto che potrebbe essere interpretato come sostegno o premiare il governo turco, a meno che non vi sia un impegno coerente per ridurre la polarizzazione politica interna e di portare il processo di riforma di nuovo in pista.  



Può Mediterraneo orientale scoperte a gas hanno un impatto positivo sulle relazioni Turchia-UE? , da A.Gürel e F.Mullen Qualsiasi significativo miglioramento delle relazioni Turchia-UE dipenderà da una soluzione del problema di Cipro. Una soluzione Cipro permetterebbe il trasferimento di gas Mediterraneo orientale all'Unione europea attraverso la Turchia, aumentando così la rilevanza strategica della Turchia per l'UE nel suo paese di transito fondamentale per le forniture di gas in Europa. Più critico, sarebbe spianare la strada per il progresso significativo nel processo di adesione all'UE della Turchia, che si è arrestata in gran parte per motivi legati al problema di Cipro. Ad oggi, il gas ha trovato al largo di Cipro ha fatto una tale soluzione più difficile approfondendo le divisioni delle parti sovranità. Eppure, c'è un modo in cui il gas scoperti nel Mediterraneo orientale - in acque israeliane e cipriote - concettualmente, potrebbe help relazioni Turchia-UE: vale a dire, uno scenario di gas collaborazione che coinvolge Israele, Cipro e la Turchia potrebbe offrire forti incentivi tutte le parti a risolvere il problema di Cipro.  



relazioni UE-Turchia:? Un Breakthrough Visa , da G.Knaus Nel giugno 2012 il Consiglio europeo ha autorizzato la Commissione europea ad avviare colloqui con la Turchia sulla liberalizzazione dei visti. Il Consiglio ha inoltre presentato la Turchia un elenco di requisiti ufficiali per viaggi senza visto, conosciuta come la 'liberalizzazione dei visti roadmap', che la Turchia ha accettato il 16 dicembre 2013. Il processo di attuazione richiederà riforme vitali come migliorare la gestione delle frontiere della Turchia, che istituisce un sistema di asilo e di migliorare la situazione dei diritti umani. Progress V ERSO liberalizzazione dei visti per i cittadini turchi avrebbero creare uno scenario win-win, sarebbe un bene per gli studenti turchi e uomini d'affari, e il turismo dalla Turchia potrebbe fornire un impulso alle economie europee. Entro il 2015, i cittadini turchi potrebbero essere in grado di viaggiare a 30 Stati membri dell'UE e dei paesi Schengen senza visto, rappresenta la svolta più importante nelle relazioni UE-Turchia dal lancio dei negoziati di adesione all'UE nel 2005.  


europeizzazione, Framing Concorrenza e società civile nella UE e la Turchia , da A.Kaya e R.Marchetti Questo documento esamina le relazioni tra l'Unione europea e la Turchia, con una particolare attenzione alla europeizzazione della società civile turca. Comprendere i processi più ampi di europeizzazione in termini politici e sociali in Turchia è di fondamentale importanza al fine di cogliere le reali unità del processo di integrazione europea. A questo proposito, la carta presterà particolare attenzione ai fattori ideativi plasmare il corso dis politici in Turchia per quanto riguarda l'atteggiamento nei confronti dell'UE. Successivamente, il documento si concentra in particolare su tre diverse inquadrature sviluppate da organizzazioni della società civile in Turchia per quanto riguarda il processo di europeizzazione dopo il vertice di Helsinki 1999 dell'Unione europea. Questi sono euro-entusiasti, europeisti euroscettici e critiche atteggiamenti.  

  

Precedenti lavori sono stati pubblicati in Senem Aydın-Düzgit et al. (a cura di), Globale Turchia in Europa. Politico, economico, e la politica estera dimensione della Turchia evoluzione Rapporti con l'Unione europea , Roma, Nuova Cultura, maggio 2013 (IAI Research Paper 9)

mercoledì 26 marzo 2014

Arabia Saudita: offensiva verso il Qatar

Consiglio della cooperazione del Golfo
Strappo diplomatico nel Golfo Persico 
Eleonora Ardemagni
21/03/2014
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L’inarrestabile rivalità geopolitica fra sauditi e qatarini è sfociata in uno scontro diplomatico senza precedenti dentro il Consiglio di Cooperazione del Golfo (Ccg). La frattura è destinata a indebolire la proiezione esterna dell’intera Penisola; tuttavia, se la tensione dovesse trasformarsi in un elemento stabile nel sistema-Golfo arabico, Riyadh potrebbe subire danni politici superiori a quelli di Doha.

Perché se il Qatar, primo al mondo per Pil pro capite, dimostra di essere un ottimo battitore libero nella regione, l’Arabia Saudita vuole invece un Ccg integrato per contenere le pulsioni di cambiamento che le rivolte arabe hanno destato fin nella Penisola.

Ambasciatori rinviati a Doha 
Il 5 marzo Arabia Saudita, Bahrein ed Emirati Arabi Uniti (Eau) hanno ritirato i propri ambasciatori dal Qatar: Doha è accusata di non applicare l’accordo di sicurezza approvato nel 2012 dal Ccg e firmato dai ministri degli interni lo scorso novembre. Il governo qatarino ha reagito con fermezza, dichiarando che non modificherà la sua politica estera, “qualsiasi sia il prezzo da pagare”.

L’accordo rafforza la cooperazione in tema di sicurezza fra gli stati membri, mediante normative comuni per il contrasto del crimine organizzato, l’estradizione degli oppositori interni e la condivisione di informazioni sensibili.

Il testo sancisce soprattutto il principio di non ingerenza negli affari interni dei paesi firmatari, vietando il sostegno a gruppi o individui che minaccino la stabilità dell’area Ccg, sia per via diretta che indiretta.

Riyadh rimprovera quindi a Doha il finanziamento della Fratellanza musulmana in Egitto, Siria e all’interno della stessa Penisola arabica. I molti arresti politici effettuati recentemente dalle autorità saudite ed emiratine nei confronti di presunti affiliati agli ikhwan (Fratelli Musulmani) lasciavano presagire questa escalation diplomatica.

Il 7 marzo l’Arabia Saudita ha poi raddoppiato la pressione politica su Doha, inserendo i Fratelli musulmani nella lista delle organizzazioni considerate terroristiche (come avvenuto in Egitto già a fine dicembre), insieme a Jabhat Al-Nusra, Stato Islamico nell’Iraq e nel Levante, la branca saudita di Hezbollah e il movimento degli huthi (i dissidenti sciiti zaiditi dello Yemen settentrionale).

Saud contro Al-Jazeera
Se l’Egitto è il fulcro della contesa geopolitica fra Arabia e Qatar, il canale televisivo qatarino Al-Jazeera è stato il terreno di scontro preliminare fra Riyadh e Doha: l’accordo di sicurezza contiene un riferimento ai “media ostili”.

Il nuovo-vecchio Egitto del generale Abedl Fattah al-Sisi condivide le ultime mosse saudite in chiave anti-Qatar, ufficializzate mentre unità militari egiziane si trovavano negli Emirati per esercitazioni congiunte; alcuni giornalisti dell’emittente Al-Jazeera sono sotto processo al Cairo, con l’accusa di terrorismo.

Dopo il ritiro degli ambasciatori, Arabia ed Emirati stanno intimando ai loro reporter assunti in testate giornalistiche del Qatar di abbandonare il posto di lavoro; nata come risposta panaraba alla Cnn, la televisione di Doha sta diventando un ulteriore fattore di divisione dentro la comunità sunnita.

Il Ccg verso l’unione?
Le prossime settimane saranno decisive per scoprire se davvero il Ccg opterà per misure sanzionatorie nei confronti del Qatar. È probabile che il processo di integrazione della Penisola subisca rallentamenti, specie nei capitoli ancora aperti (comando unificato di difesa, sviluppo di un’area di libero scambio, rete ferroviaria); il dialogo Unione europea-Ccg sulla creazione di una free trade zone, già sospeso, potrebbe inabissarsi, rallentando il percorso verso la creazione di un’unione.

Stati Uniti e Turchia hanno molto da perdere in uno scenario di questo tipo: Washington spera in un Golfo stabile per investire risorse politiche sull’Asia-Pacifico, Ankara gioca di sponda con il Qatar per tornare nei giochi mediorientali.

Golfo diviso sull’Iran
La cronaca recente rivela che il Ccg necessita di un collante interno, oltre che di un fornitore esterno di sicurezza (gli Stati Uniti): lo scolorimento della “minaccia Iran”, in seguito al riavvicinamento fra Teheran e la comunità internazionale sta infatti dividendo il fronte arabico.

In pochi mesi, l’Oman ha respinto l’ipotesi di unione politica del Ccg in chiave anti Iran, gli Eau hanno scelto di privilegiare un approccio umanitario ancor prima che ideologico-politico alla crisi siriana, il Qatar ha proseguito la competizione all’estero con il regno wahhabita.

Anche se già nel ‘92 e nel 2002 le relazioni tra Qatar e Arabia Saudita avevano passato momenti difficili, per la prima volta dal 1981, data di nascita del Consiglio di Cooperazione, le monarchie sembrano così mettere in discussione il “patriarcato” saudita sull’organizzazione.

A fine febbraio, mentre le diplomazie lavoravano sottotraccia per evitare il litigio pubblico fra Riyadh e Doha, il ministro degli esteri del Qatar è volato in Iran. Al di là degli interessi gasiferi fra l’emirato e Teheran. (il giacimento North Dome-South Pars), questa mossa è sembrata un colpo all’egemonia saudita nella regione che si confronta proprio sull’Iran.

Magari il preludio a una ricalibrazione di strategia in Siria, dove l’opposizione anti-Assad è ormai egemonizzata da Riyadh.

Eleonora Ardemagni, analista in relazioni internazionali, collaboratrice di Aspenia, ISPI, Limes. Autrice di “Frantumazione della sovranità e nuove sfide di sicurezza: Yemen e penisola del Sinai dopo il 2011”, ISPI Analysis, 2014.
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lunedì 17 marzo 2014

IRAN: Ripresi i colloqui sul nucleare


Iran
Il 9 febbraio l’Iran ha ripreso i colloqui sul suo programma nucleare con l’Agenzia internazionale dell'energia atomica (AIEA): risultato della conferenza è stata l’accettazione da parte iraniana di intraprendere 7 “passi concreti” nell’ambito della sua cooperazione con l’AIEA. In base al’accordo raggiunto, Teheran permetterà agli ispettori ONU l’accesso alla miniera di uranio di Saghand e al complesso di Ardakan, situati nella provincia centrale di Yazd. Il governo iraniano ha inoltre accettato di fornire maggiori informazioni sul reattore ad acqua pensate di Arak e sul centro laser di Lashkarabad. In ogni caso, il governo iraniano ha continuato a negare l’accesso al centro di ricerca di Parchin, dove si sospetta siano avvenuti test e simulazioni riguardanti lo sviluppo di armi nucleari. Teheran ha sempre respinto le accuse sull’impiego militare della ricerca nucleare e ha affermato che collaborerà con l’AIEA per chia! rire eventuali ambiguità. Il percorso che porta ad una soluzione definitiva della questione nucleare iraniana appare ancora lontano, nonostante le recenti aperture del neo-eletto Presidente Rouhani. I negoziati bilaterali tra Teheran e l’AIEA, sono seguiti all’accordo tra Iran e il gruppo 5+1 (Stati Uniti, Russia, Cina, Francia, Gran Bretagna e Germania), dello scorso gennaio, nel quale il governo di Rouhani si è impegnato, tra i tanti punti, a ridurre il proprio stock di uranio arricchito e interrompere la ricerca e lo sviluppo sui processi di arricchimento, in cambio di una prima riduzione delle sanzioni economiche da parte di Stati Uniti e UE.
Fonte CESI

sabato 15 marzo 2014

Israele. attacco dalla striscia di Gaza


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Nella giornata di mercoledì 12 marzo circa 60 razzi provenienti dalla Striscia di Gaza hanno colpito il territorio israeliano. L’attacco, rivendicato dalla Brigata al-Quds, gruppo facente parte del Jihad Islamico in Palestina (JIP), è stata la risposta al raid israeliano di martedì nel quale sono rimasti uccisi tre militanti. Israele ha risposto colpendo 29 postazioni dei combattenti palestinesi dalle quali sono partiti gli attacchi. Per cercare di frenare l’escalation, l’Egitto ha mediato un accordo sul cessate il fuoco tra Israele ed il gruppo jihadista, ma la tregua è durata meno di 24 ore. Infatti, nella tarda serata di giovedì 13 sono stati sparati altri 18 razzi e in risposta, l’Aviazione israeliana ha bombardato un campo di addestramento delle Brigate al-Qassam, braccio armato dell’organizzazione politica palestinese Hamas.
Quanto accaduto mette in rilievo la tensione nell’area, nonostante il disimpegno unilaterale ! di Israele dalla Striscia di Gaza da ormai due anni e i colloqui di pace in corso. Appare evidente che i fatti di questa settimana potrebbero non giovare al processo di pace e resta il timore che Israele possa attuare nuove azioni di forza per garantire la propria sicurezza.

 Fonte CESI

Arabia Saudita: I Fratelli Mussulmani come terroristi


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Venerdì 7 marzo, il Ministero degli Interni, guidato dal Principe Mohammed bin Nayef, ha designato i Fratelli Musulmani alla stregua di un gruppo terroristico. Già considerata illegale all’interno del Paese, la Fratellanza si aggiunge ora al “libro nero” del governo accanto ai gruppi di ispirazione qaedista come al-Nusra e ISIS (Stato Islamico d’Iraq e del Levante), implicati nella guerra civile siriana. La decisione è l’ultima misura adottata da Ryadh sia per scongiurare la diffusione di un’interpretazione dell’Islam diversa da quella statale, sia per impedire l’ascesa di una influente formazione sociale e politica nel Paese. Inoltre, la politica di contrasto a fenomeni giudicati come terroristici ha trovato ulteriore conferma nell’approvazione del decreto reale dello scorso 3 febbraio che sancisce la reclusione fino a 20 anni per tutti i cittadini colpevoli di aver combattuto con formazioni jihadiste all’estero. In quest! o modo, il governo ha cercato di porre un limite al numero di giovani sauditi che lasciano il Paese per unirsi ai tanti movimenti estremisti mondiali, in particolare quelli coinvolti nel conflitto siriano.
L’inasprimento della posizione saudita contro i Fratelli Musulmani si inserisce nel più ampio contesto della contrapposizione con il Qatar per la leadership nella regione del Golfo. Infatti, i finanziamenti qatarini alla Fratellanza sono stati tradizionalmente causa di forte tensione con l’Arabia Saudita che, al contrario, ha cercato di impedire il consolidarsi del movimento nella regione. Quest’azione decisa ha permesso all’Arabia Saudita di raccogliere i consensi delle altre monarchie del Consiglio di Cooperazione del Golfo (CCG) che considerano la politica estera del Qatar non in linea con i principi del CCG. A testimonianza di ciò, il 5 marzo, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti e Bahrain hanno deciso di richiamare i loro ambasciatori di stanza a Doha.

Fonte CESI

giovedì 13 marzo 2014

Iraq: acquisto di 24 Apache AH-64E dagli Stati Uniti


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La Commissione Esteri del Senato USA ha finalmente approvato la vendita all'Iraq di 24 elicotteri Apache AH-64E, per un valore complessivo di 6,2 miliardi di dollari. L’accordo è suddiviso in due parti: la prima riguarda la fornitura degli elicotteri, per un valore di 4,8 miliardi di dollari, mentre la seconda riguarda l’erogazione delle attività di addestramento, per un valore di 1,37 miliardi di dollari. L'addestramento sarà possibile grazie al leasing di sei elicotteri, disponibili entro l’estate 2014, mentre gli altri dovrebbero essere consegnati non prima di tre anni.
Gli AH-64E permetteranno all'Iraq, in particolare, di rafforzare la protezione delle proprie infrastrutture petrolifere, oltre a fornire capacità superiori nel supporto ravvicinato, nella ricognizione armata e nella guerra anti-carro.
L'acquisto degli Apache, però, porterà a tre le linee di elicotteri d’attacco in dotazione all'Esercito iracheno, con costi d’esercizio presumibilmente notevoli. L’anno scorso, infatti, l'Iraq ha ordinato 40 elicotteri Mi-35 Hind-E e 40 Mi-28 Havoc di fabbricazione russa, le cui consegne sono già iniziate.
Il governo di Nouri al-Maliki è alle prese con una recrudescenza dell’insurrezione sunnita, in particolare nella provincia di Anbar, dove ampie porzioni di territorio sono finite sotto il controllo del gruppo "Stato IsIamico dell’Iraq e del Levante" (ISIS), peraltro attivo anche in Siria. Gli Apache erano quindi attesi da tempo, ma la Commissione Esteri del Senato americano si era sempre opposta alla vendita per l’elevato livello di sofisticazione di tali elicotteri d’attacco.
Nonostante Washington non veda di buon grado gli attualmente buoni rapporti tra Baghdad e Teheran, il valore delle vendite di armamenti tra Stati Uniti e Iraq ha superato, negli ultimi anni, i 10 miliardi di dollari, complice la necessità di fronteggiare la minaccia qaedista e di garantire un minimo di stabilità politico-istituzionale in uno dei Paesi più importanti del Medio Oriente.

Arabia Saudita: un contratto miliardario. Acquisto di veicoli blindati


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La divisione canadese della General Dynamics Land Systems si è aggiudicata un contratto del valore di 10 miliardi di dollari (elevabili a 13 con le opzioni) e della durata di 14 anni per la fornitura di veicoli blindati leggeri alle Forze Armate dell'Arabia Saudita.
Non sono stati forniti dettagli circa la tipologia e la quantità dei veicoli oggetto della commessa, ma poichè essi verranno prodotti nello stabilimento di London, in Ontario, è presumibile che si tratti dei LAV 8x8, già in dotazione all'Esercito canadese, e/o degli Ocelot 4x4, già in dotazione alle forze armate inglesi, entrambi prodotti, per l'appunto, nella fabbrica in questione.
I primi veicoli verranno prodotti a partire dal 2016 e saranno, probabilmente, varianti di modelli già esistenti. L'accordo include la manutenzione dei veicoli e l'addestramento del personale, che avverrà sia in Canada che in territorio saudita.
Uno dei principali requisiti sauditi riguarda il controllo dei propri confini con l'Iraq e lo Yemen. Un veicolo blindato, ma ruotato, quindi agile e veloce, si rivelerebbe decisamente adatto al pattugliamento di ampi tratti di terreno sterrato, per di più in un ambiente ostico come quello desertico.
L'accordo è stato raggiunto in una fase di raffreddamento dei rapporti tra USA e Arabia Saudita. Riyad, infatti, non vede di buon occhio il progressivo allontanamento americano dal Medio Oriente, a maggior ragione nel momento in cui esso si traduce, da parte di Washington, in un tentativo di ravvicinamento all'Iran e in una serie di tentennamenti sullo scenario siriano.
Nonostante questo, l'Arabia Saudita si è segnalata negli ultimi tempi come uno dei principali acquirenti di armamenti nordamericani. La commessa saudita costituisce il più grande contratto nel settore dell'export militare della storia canadese e rappresenta un'occasione preziosa per General Dynamics, a maggior ragione alla luce dei tagli al budget militare statunitense.

mercoledì 12 marzo 2014

Israele: fermato un carico di armi per Gaza

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Mercoledì 5 marzo, l’Israeli Defense Forces (IDF) ha intercettato, nei pressi di Port Sudan, sul Mar Rosso, una nave civile battente bandiera di Panama, la KLOS-C, che trasportava un carico di armi provenienti dall’Iran e presumibilmente diretto verso il territori della Striscia di Gaza. Secondo la ricostruzione di Tel Aviv, il carico, composto da armenti di fabbricazione siriana, sarebbe partito dal porto iraniano di Bandar Abbas, sul Golfo Persico, e avrebbe fatto scalo ad Umm Qasr, in Iraq, per poi riprendere il viaggio verso il Mar Rosso. Sempre secondo la ricostruzione delle autorità israeliane, le armi, tra cui alcuni razzi terra-terra M-302, sarebbero state destinate ai gruppi militanti palestinesi della Striscia di Gaza. In passato, Teheran è stato uno dei principali finanziatori di Hamas, l’organizzazione islamica palestinese che governa la Striscia dal 2007. Nonostante i rapporti si fossero raffreddati in seguito alle divergen! ze tra Hamas e Teheran sulla crisi siriana, negli ultimi mesi la visita in Iran di Jibril Rajoub, membro del Comitato Centrale di Fatah e inviato ufficiale del Presidente dell’Autorità Palestinese Mahmoud Abbas, potrebbe dar seguito ad un rafforzamento della relazione. Inoltre, lo scorso 5 febbraio, il governo iraniano ha incontrato una delegazione di alti rappresentanti del Jihad Islamico Palestinese, gruppo militante attivo nei territori della Cisgiordania. Benché sia Teheran sia Hamas abbiano smentito il proprio coinvolgimento nella vicenda, il sequestro di armi rischia di complicare il tentativo iraniano di normalizzare i rapporti con il resto della Comunità Internazionale, sui quali pesa l’ostracismo riguardo il dossier nucleare.
به روز شده:  17:19 گرينويچ - دوشنبه 10 مارس 2014 - 19 اسفند 1392
در بهمن ماه گذشته، پنجمین فرش خاکی هرمز،در دروازه هفتاد رنگ خلیج فارس، "جزیره هرمز"، به همت هنرمندان هرمزگانی با خاک‌های رنگین جزیره که بیش از هشتاد طیف را در برمی‌گیرد، در کناره خلیج فارس، با پیام "صلح برای جهانیان" پهن شد.
این فرش ۱۶۰۰ متر مربع مساحت دارد و به کوشش گروه "هنر نو هرمز"، و با همیاری تیم اجرایی متشکل از فعالان و علاقمندان عرصه هنر، از نقاط مختلف کشور، در سه مرحله اجرا و رنگ آمیزی شده است. "داماهی" را با الهام از افسانه‌های محلی مردم هرمزگان نام نهاده‌اند. نامی برگرفته از اسطوره‌ای نیک در هیبت ماهی‌ای عظیم‌الجثه که روزگاری در آب‌های خلیج فارس می‌زیسته و به وقت گرفتاری به یاری مردمان آن خطه می‌شتافته.
به گفته احمد کارگران، طراح و بنیانگذار فرش خاکی "در طراحی این فرش و برای توصیف این موجود اساطیری، از چهار روایت مبتنی بر عناصر چهارگانه ( آب،باد،خاک و آتش) بهره برده شده است. این روایت ها هر کدام در چهار گوشه طرح تصویر سازی شده اند تا داستانی بر پایه پیوستگی آنها با عنوان داماهی شکل گرفته شود."
اینک فرشِ خاکی هرمز، سوار بر پیکر "داماهی"، پهنه اقیانوس‌ها و دریاها را شکافته، قاره به قاره می‌رود تا پیام و سرود صلح مردمان ایران زمین را به تمامی انسان‌ها، فارغ از هرگونه نژاد و مذهب برساند.
عکاس‌های این مجموعه را تعدادی از عکاسان آزاد هرمزگان گرفته اند. متن از فروزان جمشید نژاد، روزنامه نگار در نروژ