domenica 28 febbraio 2016

Siria: la frammentazione di una crisi

Medio Oriente
I mille fronti del conflitto siriano
Roberto Iannuzzi
22/02/2016
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Dopo alcuni mesi di apparente stallo, l’intervento russo in Siria sembra aver cambiato le sorti del conflitto. Con la copertura dell’aviazione di Mosca, le forze filo-governative hanno tagliato il cosiddetto “corridoio di Azaz” che permetteva ai ribelli di Aleppo di ottenere armi e rifornimenti dal confine turco. La porzione di città controllata dagli insorti è ormai quasi circondata.

Fonte: http://syria.liveuamap.com (le zone in giallo sono i curdi, in verde i ribelli, in rosa il regime, e in grigio l'Isis).

La successiva avanzata di forze curde dall’énclave di Afrin verso est ha ulteriormente compresso la sacca settentrionale di territorio ribelle, ormai irrimediabilmente separata dalla provincia di Idlib. Quest’ultima, ancora in mano alle forze anti-regime che controllano il confine con la provincia turca di Hatay, subisce la pressione delle forze lealiste che avanzano da Latakia.

Le truppe di Damasco hanno fatto progressi anche sul fronte sud, dove si sono impadronite della strategica città di Sheikh Maskin, mentre a est stanno lentamente avanzando verso Raqqa, capitale di Daesh, il sedicente califfato.

La reazione di Ankara e Riyadh
Questo improvviso rovesciamento di fronte ha suscitato l’allarme di Arabia Saudita e Turchia, principali sostenitori dei ribelli. I due paesi stanno rafforzando il coordinamento militare e hanno affermato di essere pronti a mandare truppe in Siria. Riyadh ha anche annunciato l’invio di propri bombardieri alla base turca di Incirlik.

I sauditi sono però già impantanati nel sanguinoso conflitto yemenita. Ben presto i responsabili militari del regno hanno chiarito che Riyadh potrebbe semplicemente inviare forze speciali nell’ambito di una coalizione internazionale a guida americana.

Diversi analisti hanno interpretato la proposta come un tentativo di forzare la mano a Washington, allo scopo di assemblare una forza multinazionale di terra. Quest’ultima, sbaragliando Daesh, potrebbe impadronirsi della Siria orientale e successivamente imporre una soluzione negoziale al presidente siriano Assad.

Sebbene al momento poco realistica, l’iniziativa saudita ha avuto l’effetto di inasprire le tensioni con Iran, milizie sciite irachene e regime di Damasco, che a vario titolo si sono detti pronti a contrastare militarmente qualsiasi presenza saudita sul suolo siriano.

Russia e Turchia, tensioni alle stelle
Allarme ben più immediato ha suscitato la prospettiva di un intervento turco, che si porrebbe in rotta di collisione con Mosca.

I russi stanno smantellando la rete di gruppi ribelli che Ankara ha coltivato per anni. Inoltre, l’avanzata curda verso est, favorita anch’essa dall’aviazione russa, pone il governo Erdogan di fronte alla possibile unificazione dell’énclave di Afrin con i territori curdi che vanno da Kobane ad Hasakah.

Una regione curda unificata sul proprio confine meridionale è vista da Ankara come una minaccia alla sicurezza nazionale turca. Per scongiurarla, il governo Erdogan ha ventilato la creazione di una “safe zone” in territorio siriano.

L’intervento militare turco a sostegno della “safe zone”implicherebbe però la possibilità di uno scontro armato fra la Russia e un paese membro della Nato.

Diversi esponenti dell’Alleanza Atlantica hanno fatto capire ad Ankara che non potrebbe contare sul principio della “difesa collettiva” previsto dall’articolo 5 nel caso in cui un’escalation con Mosca fosse il risultato di un’azione militare turca in territorio siriano.

La linea solitaria di Washington 
Ankara sembra perciò aver scartato un proprio intervento di terra che non rientri nel quadro di una più ampia azione a guida americana (attualmente non prevista), ma i risentimenti turchi nei confronti delle politiche della Casa Bianca sono sempre più aspri.

Obama considera prioritaria la lotta contro Daesh, principalmente tramite l’impiego di forze locali. Pur continuando ad affermare che Assad non rientra nel futuro della Siria, al momento egli ha posto in secondo piano l’obiettivo di rimuoverlo, che invece rimane essenziale per turchi e sauditi.

Inoltre, per contrastare il sedicente califfato Washington ha sostenuto militarmente l’Ypg, braccio armato dei curdi siriani appoggiato anche da Mosca, ma considerato da Ankara un’organizzazione terroristica legata al Pkk turco.

Il governo Erdogan ha attribuito proprio ai curdi siriani l’attentato che ha colpito la capitale lo scorso 17 febbraio, sebbene l’attacco sia stato successivamente rivendicato da una costola turca del Pkk. E l’artiglieria turca schierata sul confine ha ripetutamente bersagliato le forze curde in Siria.

Le Alleanze paradossali degli Stati Uniti 
Ci si trova perciò di fronte alla paradossale situazione in cui un membro della Nato bombarda un alleato americano in Siria. Il paradosso si spinge ancora oltre se si pensa che tra Azaz e Aleppo i curdi sostenuti dal Pentagono sono attualmente in conflitto anche con gruppi ribelli precedentemente armati dalla Cia.

Tali gruppi hanno spesso combattuto in stretto coordinamento con Al-Nusra, formazione affiliata ad Al-Qaeda. Per scongiurare una possibile “guerra civile” fra i ribelli, Washington ha suggerito di includere Al-Nusra nella recente proposta di tregua negoziata a Ginevra, incontrando le prevedibile opposizione di Mosca.

Nel sempre più intricato conflitto siriano, la linea della presidenza Obama sembra dunque scontentare sia alleati che avversari. D’altro canto l’intervento di Mosca ha certamente consolidato il regime, ma non è sufficiente a porre fine alle ostilità in assenza di una soluzione negoziale che rimane sfuggente.

In attesa di una tregua, il rischio che errori di valutazione e decisioni avventate provochino un’ulteriore espansione del conflitto rimane elevato.

Roberto Iannuzzi è ricercatore presso l’Unimed (Unione delle Università del Mediterraneo). È autore del libro “Geopolitica del collasso. Iran, Siria e Medio Oriente nel contesto della crisi globale (Twitter: @riannuzziGPC).
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venerdì 26 febbraio 2016

Siria: tempi lunghi per una soluzione generale

Divampa la crisi siriana
Alessandro Ugo Imbriglia* 
L’eventuale interruzione dei bombardamenti condotti dalla Russia in Siria è prevista il 1 marzo. La data stabilita concederà a Mosca il tempo necessario per intensificare i raid nel nord del Paese, abbattere definitivamente l’opposizione degli insorti nazionalisti, scongiurare un compromesso diplomatico fra il regime e l’opposizione, garantendo un maggiore potere negoziale dopo la riconquista di Aleppo e del nord siriano. Considerando che nessuno vuole entrare in guerra con la Russia, le diplomazie arabe e occidentali hanno preso atto dell’intransigenza di Mosca senza opporre particolare resistenza. Dunque la Russia avrà il tempo per piegare le forze rivali. Probabilmente tra qualche settimana al tavolo dei negoziati si troveranno un regime rafforzato dalle vittorie, seppur parziali, sul fronte nord-occidentale e un’opposizione dilaniata, scacciata dagli avamposti nella città di Aleppo e Idlib. Decine di migliaia di persone hanno raggiunto Bab al Salama, zona di confine con la Turchia, il 9 febbraio 2016.  Parte della popolazione siriana  fugge dall’offensiva del governo e della Russia su Aleppo e ora è ammassata vicino alla frontiera ufficiale. La Turchia, che accoglie già due milioni e mezzo di profughi siriani, non ha ancora concesso il transito degli sfollati siriani sul suo territorio. Le forze governative, supportate dalle milizie iraniane e dai raid russi, stanno tentando di riacquisire il controllo sulla via che conduce verso nord e porta al confine turco. Si tratta di un punto di snodo fondamentale, l’unica tratta che è possibile percorrere per chi ancora si trova ad Aleppo. Se il regime dovesse ottenere il pieno controllo su questa via di transito, si verificherebbe un esodo di enormi proporzioni: centinaia di migliaia di persone si riverserebbero lungo la linea di confine. Gli Stati Uniti si tengono defilati dall’attuale contesto siriano. Washington non vuole essere coinvolta in Medio Oriente, poiché i punti nevralgici della politica estera statunitense non sono più in gioco nella regione che fino a qualche anno fa ricopriva un ruolo di precipua importanza. Oggi il patto sul nucleare concordato con gli iraniani, consente a Washington di dialogare non solo con Riyad, ma con la stessa Theran. Una situazione di equilibrio tra le forze sciite e quelle sunnite consentirebbe agli Stati Uniti di concentrare il proprio soft power sulla zona del Pacifico; la svolta asiatica degli americani è attestata dal più grande accordo di libero scambio raggiunto nella storia recente, il trans-pacific partnership. Nel contempo i curdi siriani  approfittano dei bombardamenti russi contro i ribelli e conducono un intenso attacco contro gli oppositori al regime, poiché sono questi ultimi a controllare i punti di snodo fondamentali verso la regione anatolica turca. L’obiettivo dei curdi è estendere il loro controllo lungo la frontiera settentrionale del paese e occupare la fascia territoriale al confine con la Turchia. Le forze lealiste  hanno trovato nelle milizie curde un elemento di supporto fondamentale, poiché condividono un obiettivo: liberare la Siria occidentale dall’influenza turca e interrompere qualsiasi forma di ingerenza di Ankara sul suolo siriano. In risposta all’azione curda nella zona di confine, la Turchia  bombarda sistematicamente dal 13 febbraio le postazioni, perché non intende concedere al Kurdistan siriano la piena autonomia a pochi chilometri dalle terre dove vivono i curdi turchi, con i quali la tensione continua a crescere da diversi mesi. Nello stesso giorno l’artiglieria turca ha cominciato a colpire le milizie curde in Siria, e il giorno dopo Assad ha riferito alle Nazioni Unite che un centinaio di “soldati e mercenari turchi” hanno varcato il confine siriano. A quel punto le potenze occidentali hanno intimato alla Turchia di evitare lo sconfinamento entro il territorio siriano; quest’ultima ha immediatamente smentito qualsiasi genere di invasione in Siria. Il primo ministro turco Ahmet Davutoğlu ha dichiarato che non lascerà ai curdi la possibilità di assumere il controllo di Azaz, nel nord della Siria, al confine con la Turchia. I turchi chiedono anche ai curdi di ritirarsi dall’aeroporto di Minnigh, a  pochissimi chilometri dal confine e, in seguito all’intensificarsi dei bombardamenti russi,  hanno accusato Mosca di agire al pari di un gruppo terroristico. In un comunicato ufficiale Medici senza frontiere ha affermato che l’ospedale di Marrat è stato centrato da quattro missili nell’arco di pochi minuti. Si presume che l’attacco sia stato sferrato dall’aviazione di Mosca o dai velivoli delle forze lealiste, poiché la zona colpita è quella in cui operano da mesi i russi e i caccia governativi. Nelle stesse ore i bombardamenti hanno centrato due scuole adibite a strutture d’accoglienza per gli sfollati e un raid aereo ha colpito due cliniche, una pediatrica e l’altra ginecologica nella città di Azaz.

*sociologo del Mutamento e dei Sistemi Complessi. Analista dei Processi Organizzativi e dell’Industria Culturale. Laureato in Scienze Sociali Applicate: Lavoro, Formazione e Risorse Umane

E-mail ugo1990@hotmail.it

Siria: un passo avanti con il "cessate il fuoco"

(Dis)Accordo di Monaco

 Alessio Pecce*

L'accordo raggiunto a Monaco, capeggiato dai rappresentanti di Usa e Russia in collaborazione con il Syria Support Group, riguardo la cessazione delle ostilità in Siria nell'arco di una settimana, ha mostrato sin da subito alcuni limiti. Innanzitutto Assad ha dichiarato esplicitamente, durante un'intervista, di non volere fermare la propria offensiva e continuare di fatto l'azione militare nel nord del paese: le sorti di Assad sono fondamentali per la soluzione della crisi siriana e  le ideologie dei paesi coinvolti restano diametralmente opposte, ragion per cui il presidente siriano non viene menzionato nell'intesa. Gli accordi iniziali, inoltre prevedevano la stretta collaborazione/cooperazione militare fra gli Stati Uniti e la Russia, ma questi ultimi, dopo alcuni giorni hanno indebolito la “stretta di mano”, a partire dal ministro degli Esteri Sergej Lavrov, il quale ribadisce l'impossibilità delle interruzioni relative agli attacchi aerei. Tutto ciò comporterebbe un notevole passo indietro nella lotta allo Stato Islamico e all'organizzazione al-Nusra, anche se una telefonata tra Putin e Obama ha in parte rasserenato gli animi, ma risolto parzialmente la situazione. L'impasse è in parte dovuto alla strategia spregiudicata degli attori sauditi, i quali si dicono pronti nell'inviare truppe di terra in Siria, così come i turchi che persistono negli attacchi alle basi curde. La cosa più evidente dell'accordo, degna di essere menzionata, è l'inizio di una cooperazione strategico-militare tra Usa e Russia, attraverso cui si tenta di porre fine ai combattimenti per poter finalmente aprire i canali relativi agli aiuti umanitari  destinati alle città assediate e in altre zone critiche del paese. D'altra parte però le due potenze mondiali hanno visioni differenti in merito al conflitto siriano, poiché i russi stanno recuperando terreno su Assad e sono gli unici interlocutori in grado di far cambiare idea al presidente siriano, facendogli rispettare di conseguenza l'accordo. Per quanto riguarda la coalizione americana e quindi le forze anti-Assad, rimane eterogenea ma con forti elementi di criticità, così come l'intero e attuale scenario siriano. Indi per cui qualora gli aiuti umanitari dovessero raggiungere le zone più colpite, si tratterebbe di un successo, seppur iniziale. In ogni caso l'accordo di Monaco non è la soluzione al conflitto in Siria, ma può essere considerato un punto di partenza: vi è comunque il rischio che in un futuro non troppo lontano, i paesi coinvolti cercheranno in qualche modo di approfittare della situazione, fermo restando che la Turchia cerca di eliminare i curdi, considerati una minaccia  per il paese, ma non per gli Stati Uniti che li incorporano  nel piano di coalizione anti ISIS. L'accordo di Monaco vuole evitare che la crisi siriana si tramuti definitivamente in una vera e propria catastrofe umanitaria, accelerata dalle violenze quotidiane che spingono una vasto bacino di profughi ad allontanarsi dal paese. In tale contesto la Comunità Internazionale non può non reagire attraverso misure eccezionali: invio di forze armate, tavoli diplomatici, accordi internazionali.

Dottore magistrale in Scienze dello Sviluppo e della Cooperazione Internazionale. Specialista nella progettazione, gestione, valutazione e ricerca per conto di istituzioni politiche e sociali, organizzazioni economiche, imprese ed enti internazi

venerdì 19 febbraio 2016

La Nato ovunque

Immigrazione
Anche la Nato contro i trafficanti nell’Egeo 
Paola Sartori, Paola Tessari
16/02/2016
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I Ministri della Difesa dei Paesi Nato, riunitisi a Bruxelles l'11 febbraio, hanno approvato l'avvio di una missione alleata nel Mar Egeo con l'obiettivo di gestire il fenomeno migratorio, combattendo i trafficanti di uomini.

La decisione è stata presa a seguito di una richiesta di sostegno congiunta da parte di Germania, Turchia e Grecia per far fronte a quella che è stata definita dal Segretario Generale della Nato Jens Stoltenberg come “la più grande crisi migratoria dalla fine della Seconda Guerra Mondiale”.

Collaborazione Nato-Frontex
Secondo quanto affermato da Stoltenberg, la conduzione dell’operazione sarà affidata al Nato Standing Maritime Group 2, già presente nella regione e guidato da un comando tedesco. La flottiglia, al momento composta da tre navi, dovrebbe essere presto rafforzata grazie al contributo di altri Paesi dell’Alleanza.

Il Segretario Generale ha tenuto a sottolineare che non si tratterà di un’azione di respingimento dei migranti, ma di raccolta di informazioni essenziali allo smantellamento delle reti criminali coinvolte nel traffico di essere umani. Nel dettaglio, la missione avrà compiti di monitoraggio, sorveglianza e intelligence in cooperazione con le guardie costiere nazionali e Frontex. Un punto centrale dell’accordo prevede inoltre l’intensificazione della collaborazione nella zona di confine fra Turchia e Siria.

L'efficacia della missione nel frenare il traffico di esseri umani si vedrà solo con l’avvio delle operazioni, ma certamente essa rappresenta un passo importante per rafforzare la cooperazione nell'area. Nello specifico, infatti, il coinvolgimento della Nato e non dell’Ue ha consentito di raggiungere un accordo tra Grecia e Turchia che si sono impegnate a non violare le rispettive acque territoriali e spazi aerei.

Questa soluzione, rispetto ad una missione europea, ha il vantaggio di non urtare la sensibilità di Ankara con l'eventuale presenza di navi greche nelle acque turche. Dall’altro lato, la prevista cooperazione Nato-Frontex apre la strada a un maggiore coordinamento tra l’Alleanza e l’Ue.

Inoltre, il punto centrale dell’accordo prevede l’intensificazione della collaborazione per quanto riguarda attività di intelligence e sorveglianza nella zona di confine fra Turchia e Siria, una delle aree chiave per la rotta migratoria.

Cambio di rotta all’orizzonte?
Dopo che, negli ultimi anni, la linea d'azione Nato è stata guidata principalmente dalla crisi ucraina e dal conseguente deteriorarsi delle relazioni con la Russia, il lancio di questa operazione potrebbe far presagire un cambio di rotta.

L'adozione comune di un intervento mirato rappresenta un passo significativo, reso possibile dal raggiungimento di un rinnovato consenso basato su una percezione della minaccia condivisa. Questa missione rappresenta il riconoscimento del fatto che l'instabilità sul fianco sud ha ripercussioni per tutti gli Stati membri, e non solo sui Paesi del Mediterraneo e che per questo l'Alleanza è chiamata ad offrire maggiore supporto.

La missione assume quindi un alto valore simbolico. Certo, l'ambito di intervento è quanto meno inusuale per l'Alleanza, che per la prima volta agisce direttamente per far fronte alla crisi migratoria europea, ma risulta in linea col principio di un'azione alleata a 360 gradi e in grado di assolvere tutti e tre i core task definiti nel Concetto Strategico del 2010: difesa collettiva, gestione delle crisi e sicurezza cooperativa.

Berlino locomotiva anche della sicurezza europea?
La possibilità di un intervento Nato per pattugliare l'Egeo è stata invocata per la prima volta dalla Cancelliera tedesca Angela Merkel durante un incontro con il Primo Ministro turco Ahmet Davutoglu per discutere dell'emergenza migratoria, tenutosi l’8 febbraio ad Ankara.

Berlino ha così dimostrato di saper sostenere le proprie istanze di fronte agli alleati orientali che hanno finora mostrato un maggiore attivismo politico in grado di influenzare l'agenda dell'Alleanza verso il fronte sud. Da un lato, infatti, la Germania rappresenta la destinazione principale dei rifugiati che arrivano in Europa, dall'altra la Turchia si trova ad affrontare un massiccio afflusso di migranti al confine con la Siria.

In un momento in cui la leadership degli Stati Uniti all'interno della Nato risulta notevolmente ridotta, ed è crescente la richiesta da parte di Washington di maggiore impegno da parte dei Paesi europei per provvedere alla propria difesa e sicurezza, l’iniziativa tedesca risulta significativa.

Considerando inoltre l'incremento di risorse destinate alla Difesa, corrispondente a circa il 6% tra il 2015-2019, nonché il recente attivismo in materia di cooperazione militare, Berlino sta gradualmente assumendo un ruolo sempre più centrale nella sicurezza europea.

Promuovere il fianco sud a Varsavia
L’Italia che, come la Grecia e la Turchia, si trova ad affrontare in prima linea l'emergenza migratoria e le minacce provenienti dal Mediterraneo, ha accolto positivamente l’iniziativa della Nato nel Mar Egeo. Non solo, il Ministro della Difesa Roberta Pinotti, dopo aver espresso approvazione per il nuovo impegno dell’Alleanza, ha auspicato che lo stesso in futuro possa essere esteso anche alle acque vicine alla Libia. A tal fine proprio il vertice di Varsavia in programma a luglio potrebbe rappresentare l’occasione per promuovere un più opportuno bilanciamento tra fianco est e fianco sud.

Il Summit in programma offre l'opportunità agli Alleati meridionali di definire una chiara strategia Nato rispetto all’instabilità e alle minacce alla sicurezza provenienti dalla regione del Mediterraneo. Questa, oltre alla rimodulazione degli Standing Maritime Groups, dovrebbe prevedere l'aggiornamento dell'ormai datata Alliance Maritime Security Strategy nonché la definizione di forme di cooperazione più strutturate con l'Ue.

Al riguardo, è importante che attraverso una chiara formulazione dei mandati vengano evitate inutili sovrapposizioni tra le diverse missioni dell'area - Active Endeavour, Triton, Eunavformed e Mare Sicuro - e venga promossa invece una crescente sinergia.

Dopo che il vertice del Galles del2014 era stato praticamente monopolizzato dalle questioni orientali, grazie anche all'attivismo dei Paesi dell’Est europeo, i membri del fianco sud dovranno superare le divergenze nazionali e agire come un fronte compatto per riuscire a promuovere le loro istanze in seno alla Nato.

Paola Sartori è assistente alla ricerca del Programma Sicurezza e Difesa dello IAI, twitter @SartoriPal.
Paola Tessari è ricercatrice del Programma Sicurezza e Difesa dello IAI, twitter @paola_tessari
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Siria: qualche possibilità di soluzione

Medio Oriente
Siria, miraggio di tregua
Francesco Bascone
16/02/2016
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L’accordo raggiunto al vertice di Monaco che prevede una tregua in Siria a partire dal 19 febbraio mostra sin dal nascere la sua fragilità.

Sul campo le operazioni militari non accennano a rallentare su vari fronti, provocando anche pesanti danni collaterali come quelli agli ospedali di medici senza Frontiere colpiti domenica.

L'avanzata dell'esercito siriano verso Aleppo, grazie all'aiuto russo, farà finalmente comprendere a Washington e ai suoi alleati che la fine della guerra civile non passerà attraverso l'estromissione di Bashar al-Assad?

Una richiesta certo moralmente legittima, ma miope sul piano della Realpolitik che nei giorni scorsi a Monaco è apparsa sfumata nelle prese di posizione del Segretario di Stato John Kerry, ma è stata ribadita dal Ministro degli Esteri saudita e da molti altri intervenuti.

Se questa pre-condizione non avesse paralizzato per anni la politica di noi occidentali (non solo gli Usa), si sarebbero potute salvare almeno centomila vite umane ed evitare l'esodo di milioni di rifugiati verso i paesi vicini e verso l'Europa.

È vero che i successi militari dei ribelli potevano far apparire plausibile l'ipotesi - caldeggiata da Ankara e dalle monarchie del Golfo - di una sconfitta del regime di Damasco, e che quest'ultimo ha potuto evitarla solo ricorrendo a brutali bombardamenti senza riguardo per la popolazione civile, a costo di gonfiare le file degli insorti e quelle dei profughi.

Questa spietata reazione non era però imprevedibile. Il regime controllato dalla minoranza alawita degli Assad sa, dopo decenni di repressione contro i Fratelli Musulmani, che una sconfitta significherebbe l'annientamento. Massacri e pulizia etnica, in caso di vittoria dei jihadisti, colpirebbero inoltre i cristiani (circa il 10% della popolazione).

L’intervento russo in Siria
L'intervento russo ha cambiato le carte in tavola? Anche questo era prevedibile, per almeno due ragioni. Primo: a Tartus la Russia ha l'unico punto di appoggio navale in tutto il Mediterraneo, e non intende perderlo. Secondo: l'instaurazione di un regime jihadista consolidato su gran parte del territorio siriano destabilizzerebbe tutto il Medio Oriente, con ricadute sul Caucaso russo.

Per questo secondo aspetto, la pericolosità dell’autoproclamatosi “Stato Islamico”, l'interesse strategico di Mosca coincide con quello dell'Occidente. Influenzati dall’alleato turco e dagli sceicchi, molti governi occidentali stentano però a riconoscere questa comunanza e preferiscono puntare il dito contro il Cremlino per il pesante collateral damage dei suoi bombardamenti contro i ribelli.

In questa polemica, alla pietà per i civili siriani si mescola il risentimento per il colpo di mano in Crimea e per l'azione militare russa in Ucraina orientale. Che i russi ci accusino di tornare a una sindrome da “guerra fredda”, come ha fatto il Primo Ministro Medvedev a Monaco, non può sorprendere chi ha ascoltato gli interventi del Senatore McCain e altri.

Se entrambe le parti si ricordassero che la priorità delle priorità è abbattere lo “stato islamico” dovrebbe apparire naturale convergere su questo comune denominatore facendo simmetrici passi indietro sui punti di disaccordo: gli uni sulla pregiudiziale dell'uscita di scena di Assad, gli altri sulle azioni belliche contro quei gruppi ribelli che hanno, a ragione o a torto, l'appoggio dei paesi Nato.

Tregua, non nella lotta al Califfato
Qui il discorso si complica. Statunitensi e russi sono d'accordo che la tregua non si applichi allo “stato islamico” e neanche al fronte Al-Nusra, che fa capo a al-Qaida. Difficilmente Mosca e Damasco accetteranno di frenare l'avanzata su Aleppo astenendosi dal colpire altre milizie islamiste foraggiate da Riad, o i ribelli turkmeni sostenuti da Ankara, o gli insorti “moderati” approvvigionati dagli Usa di armi che spesso finiscono poi nelle mani dei jihadisti.

Ai russi si rimprovera di colpire tutte queste formazioni invece di concentrare gli attacchi aerei sullo “stato islamico”, ma al tempo stesso un paese Nato bombarda i curdi, principali alleati sul terreno nella lotta contro il “Califfato”.

Difficile quindi immaginare un'intesa sugli obiettivi legittimi delle azioni militari, come pure una adesione simultanea e completa di tutte le parti ad un cessate il fuoco, a meno di un dettagliato accordo russo-statunitense che richiederebbe grande fermezza da parte di Washington verso la Turchia e le monarchie del Golfo. Comprensibilmente, Mosca chiede un coordinamento fra i propri comandi militari e il Pentagono. Quest’ultimo è però riluttante.

D'altra parte una linea attendista, accompagnata da condanne verbali per le operazioni militari russe in Siria, non solo prolungherebbe il conflitto, ma rischierebbe di produrne l'allargamento: nuovi successi militari dei governativi, o addirittura una (di per sé auspicabile) marcia su Raqqa con l'aiuto di russi e iraniani, prefigurerebbero un rafforzamento duraturo dell'influenza di questi attori sulla regione e spingerebbero i sauditi ad intervenire in modo più diretto e più massiccio. È ciò che la Turchia fa sin d'ora apertamente, intensificando gli attacchi contro le milizie curde in Siria ed estendendoli alle forze di Assad.

Rischio nuovo guerra fredda
Il rovesciamento di Saddam Hussein e di Ghaddafi hanno avuto conseguenze che non erano state calcolate ma non erano imprevedibili. Così pure la destabilizzazione del regime siriano praticata da alcuni stati sunniti, nell'indifferenza degli Stati Uniti, già prima del 2011 e intensificata in seguito. Dagli errori si può, si deve imparare. Altrimenti un domani ci si dirà che l'allargamento del conflitto e la deriva verso una nuova guerra fredda nel 2016 non si potevano prevedere.

Nessuno ha la ricetta per mettere rapidamente fine alla guerra civile in Siria. Un’intesa Russia-Usa, sacrificando le note pregiudiziali e le velleità degli alleati regionali, sarebbe però un passo nella giusta direzione. La consapevolezza del convergente interesse ad affrontare in modo decisivo lo “stato islamico" dovrebbe fungere da catalizzatore.

Francesco Bascone è Ambasciatore d’Italia.
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venerdì 5 febbraio 2016

Siria: negoziati infiniti

Siria
Ginevra III, i negoziati saltati in fretta
Laura Mirachian
05/02/2016
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Arriviamo così a Ginevra III. Precedute dall’ingente massacro rivendicato dall’Isis nei pressi della Moschea sciita di Saida Zeinab a Damasco, una vera meraviglia dell’arte e della religiosità islamica, sono infine giunte a Ginevra le fazioni belligeranti per l’avvio degli attesi ‘negoziati’ sotto l’egida dell’Onu.

Negoziati, o quantomeno ‘proximity talks’, il metodo ricorrente di colloqui separati con un mediatore terzo allorché le parti in causa non siano predisposte a sedersi allo stesso tavolo. Quasi subito, l’Inviato Speciale dell’Onu Staffan De Mistura ha dovuto deciderne la sospensione, indicando il 25 febbraio per la ripresa.

Delegazioni difficili da formare 
Ricorrente, nelle grandi crisi, è altresì la tattica dei protagonisti locali-e-non di porre delle pregiudiziali (pur fondate, se trattasi di urgenti aiuti umanitari da convogliare a villaggi affamati come Madaya) ai colloqui stessi.

Il primo giorno De Mistura non ha potuto che qualificare come ‘visita di cortesia’ il suo primo incontro con la delegazione dell’Alto Comitato Negoziale dell’opposizione. E non ha potuto che constatare che, scartati Al-Qaida e Isis riconosciuti da tutti come terroristi, permane il nodo se accettare o meno formazioni come Ahrar al-Sham e Jaish al-Islam, che per Assad, Russia e Iran sono terroristi ma non lo sono affatto per Arabia Saudita e Turchia/Qatar.

Ciò che non ha impedito a Mohamed Zahran Alloush, esponente di primo piano di Ahrar al-Sham, di manifestarsi a Ginevra reclamando la guida dell’intera delegazione dell’opposizione. La diatriba su chi abbia diritto all’invito dell’Onu non stupisce, considerando che in dicembre a Riad, cui l’occidente ha affidato il compito di compilare una lista unitaria dell’opposizione, sono confluiti oltre 100 esponenti di fazioni in armi o all’estero, e anche Damasco ha compilato una propria lista.

Così come i curdi, riunitisi a Rmilian, nel nord-est siriano, convenendo su una piattaforma laica e un progetto dichiarato di autonomia.

Ma la delegazione curdo-siriana, l’Unione Democratica PYDed il suo braccio armato Ypg, giunta in anticipo su tutti sperando in un invito al tavolo, è ripartita con il viatico di un vago ‘si vedrà’ per il veto della Turchia che li considera terroristi al pari del Pkk.

Un vero paradosso, visto che da anni i curdo-siriani stanno combattendo sul terreno l’Isis sorretti dai raid della Coalizione a guida americana. Si vedrà. Nell’imbarazzo, Washington ha considerato opportuno inviare un suo rappresentante a Kobane.

Un terzo fattore ricorrente è l’attivismo militare delle parti in concomitanza con l’avvio delle trattative. Bombardamenti e assedi servono ad acquisire territori da mettere sul tavolo quando si tratterà di organizzare la “nuova Siria”. Di cui, peraltro, testi e dichiarazioni ufficiali continuano a prefigurare l’integrità territoriale.

Rafforzato attivismo delle forze di Assad
Oltre alla citata eclatante azione terroristica dell’Isis contro Saida Zeinab, si registra il rafforzato attivismo delle forze di Assad e filo-Assad inteso a sgomberare il campo da combattenti Isis e non-Isis nelle aree di Latakia, Homs, Hama, Aleppo, ma anche nel sud a ridosso di Israele, e a est intorno a Der-er-Zoor, verosimilmente calcolandone il più prezioso valore strategico ed economico rispetto alle zone desertiche protese verso l’Iraq.

Poiché tutte queste azioni sono sorrette da raid russi, e Mosca sta intensificando la sua presenza e potenza di fuoco ivi incluso a ridosso delle frontiere turche, il pensiero va automaticamente al posizionamento della Russia, già ora dominante sul terreno e forse, nelle mire, destinato ad esserlo in futuro.

Mosca dovrà tuttavia calcolare per quanto tempo reggere un ingente impegno militare che rischia di prospettarsi lungo, e soprattutto misurare il perseguimento dei suoi obiettivi strategici con le strategie altrui.

Il Pentagono ha chiesto di aumentare il bilancio anti-Isis di +35% per il 2017. Taluni europei sono ormai presenti in Siria con raid aerei e forze speciali. Ma il lavorìo Kerry-Lavrov per evitare fragorose frizioni continua. Un tema certamente all’ordine del giorno della ministeriale dei 23 paesi della coalizione anti-Isis ospitata a Roma.

Le prospettive
In simili circostanze, e considerato il fossato maturato nei cinque anni di guerra tra i protagonisti interni e i contrasti da ultimo aggravatisi tra i protagonisti esterni, Iran e Arabia Saudita (l’assalto all’Ambasciata saudita a Teheran) e tra Russia e Turchia (l’abbattimento del jet russo ai confini), nessuno si attende che da Ginevra emergano risultati a breve.

Il programma contenuto nel documento di base sancito il 14 novembre a Vienna, e codificato nella Ris. 2254 del CdS, indica 18 mesi entro i quali organizzare “a credible, inclusive, non-sectarian governance”, riformare la Costituzione siriana e convocare elezioni, garantendo unità, indipendenza, integrità territoriale, e carattere non settario del paese. Ma l’equilibrio da reperire tra le forze in campo, militari e politiche, è estremamente difficile. Basteranno i pochi mesi prospettati?

L’auspicio è che lo scenario negoziale non finisca per trascinarsi per anni nell’ambiguità e assertività dei protagonisti interni ed esterni senza reperire una via di sbocco: esiste purtroppo nella regione un tragico precedente, che da decenni registra rigurgiti di violenza. Nonostante una miriade di Risoluzioni onusiane.

Con l’aggravante che, nel caso della Siria, altri 4 milioni di profughi, nelle previsioni, si affolleranno sui barconi e percorreranno, a costo della propria vita, ogni traiettoria agibile verso l’Europa, intercettati da trafficanti di ogni tipo che verseranno i proventi all’Isis, e che l’Isis stesso si riorganizzerà più vicino alle nostre coste.

Laura Mirachian, Ambasciatore, già Rappresentante Permanente presso l’Onu, Ginevra.
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martedì 2 febbraio 2016

Yemen: si allontana la soluzione del conflitto

Medio Oriente
Yemen, la guerra che cambia le alleanze sudanesi
Eleonora Ardemagni
27/01/2016
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La guerra fra sauditi e iraniani è già nel Golfo: l'inasprirsi dello scontro geopolitico tra Arabia Saudita e Iran allontana la soluzione politica del conflitto yemenita. Dopo il nulla di fatto del secondo round negoziale di dicembre, l'Onu avrebbe voluto riconvocare i colloqui tra la delegazione governativa (sostenuta dalle monarchie del Golfo) e gli insorti (gli huthi di Ansarullah più i fedeli dell'ex presidente Ali Abdullah Saleh, appoggiati dall'Iran) il 14 gennaio. Però, il giorno dell'esecuzione del religioso sciita saudita Nimr Al-Nimr, Riyadh ha annunciato la fine della tregua in Yemen: un cessate il fuoco che le parti non avevano mai davvero rispettato, ma che virtualmente era ancora in vigore. La data dei colloqui è stata così posticipata sine die.

Stallo e spese militari
Lo stallo militare aveva spinto le fazioni a riprendere il dialogo. Per la coalizione sunnita a guida saudita, bombardare lo Yemen è sempre più inefficace e costoso (secondo il ministro dell'economia, il conflitto ha pesato del 13% sull'incremento delle spese militari 2015): non è una buona notizia per il ministro delle difesa Mohamed bin Salman e il suo Transformation Plan 2020, che prevede tagli e tasse causa limitata rendita energetica. Per gli Emirati Arabi Uniti, che dirigono le operazioni terrestri, la campagna yemenita è già costata la vita ad almeno ottanta soldati. Non si conosce l'esatto numero di nationals, data la presenza di sudanesi, somali, eritrei e contractors sudamericani, ma sono comunque troppi: questo è il primo intervento militare estero per le monarchie del Golfo (escluse le operazioni multilaterali), impreparate al counter-insurgency e prive di un organizzato appoggio di terra.

L'esercito e le milizie tribali sunnite hanno strappato Aden e alcune province meridionali, ma i miliziani sciiti zaiditi controllano ancora la capitale Sana'a, insieme alle tradizionali regioni del nord. I fronti aperti sono tanti: Taiz, snodo d'accesso alla costa orientale, è una città contesa, mentre gli huthi e i miliziani di Saleh colpiscono fra il Jizan e il Najran saudita, anche con missili Scud. I filo-governativi avanzano verso Sana'a, intensificando i raid: la battaglia per la capitale potrebbe essere dietro l'angolo.

Aden ed espansione jihadista
Nel sud, il vuoto di potere si allarga. Perché le province riprese agli huthi, come Aden, non tornano sotto il controllo di Abd Rabu Mansour Hadi e Khaled Bahah, presidente ad interim e premier: essi, già debolissimi, non si fidano delle tribù meridionali e delle loro aspirazioni autonomiste. In Aden, la sicurezza viene ora affidata a truppe straniere, marginalizzando gli attori indigeni: sono gli emiratini ad addestrare i soldati yemeniti e ad arruolare i miliziani locali nelle forze di sicurezza regolari, by-passando così lo stesso governo riconosciuto. Pertanto, Al-Qaeda nella Penisola arabica (AQAP) e le nascenti cellule che si richiamano al sedicente Stato Islamico guadagnano facili spazi nel limbo yemenita, moltiplicando gli attacchi contro sciiti, politici, militari e poliziotti. AQAP ha ancora il “monopolio jihadista” nel paese e, oltre a controllare la città strategica di Mukalla, sta puntando ai territori interni dell'Hadramout e alle rotte desertiche del contrabbando. In Yemen, la narrativa settaria propagandata da sauditi e iraniani ha non solo deformato un conflitto di potere che ha profonde radici interne, ma ha pure incentivato la radicalizzazione violenta.

Sudan, dall'Iran ai petrodollari
Cresce il coinvolgimento militare del Sudan: più di un migliaio di soldati sudanesi sono dispiegati nel sud, spesso per liberare unità emiratine destinate alla stabilizzazione di Aden. Il regime di Omar Al-Bashir, ricercato dalla Corte Penale Internazionale per crimini di guerra, si è così allineato alla politica estera dell'Arabia Saudita (come già avvenuto con l'Egitto di Al-Sisi). La svolta di Khartoum, in grave crisi economico-sociale a seguito dell'indipendenza del Sud Sudan, interrompe la pluridecennale alleanza con l'Iran, mentre Riyadh rimpingua le casse sudanesi (ma quanto potrà durare la foreign aid policy con questi prezzi del petrolio?). Teheran perde così un alleato importante nel rapporto con gli attori non-statuali del continente africano: le questioni di budget security determinano gli allineamenti internazionali più delle convergenze ideologiche.

Il ruolo di Russia e Cina
I miliziani sciiti dello Yemen cercano la sponda della Russia, forse intenzionati a rinfoltire le scorte missilistiche. Una delegazione del partito di Saleh (GPC) è volata a Mosca per colloqui, mentre l'ex presidente si è recato in visita all'ambasciata russa di Sana'a. Dati i forti interessi economico-energetici nel Golfo, la Cina opta per l'equilibrismo diplomatico fra Riyadh e Teheran, come testimoniato dal viaggio del presidente Xi Jingping nelle due capitali; sullo Yemen, Pechino sostiene il governo legittimo, ma non rinuncia al pragmatismo, cercando canali di dialogo con gli huthi che controllano Sana'a.
Eleonora Ardemagni, analista di relazioni internazionali del Medio Oriente, collaboratrice di Aspenia, ISPI, Limes, Storia Urbana. Gulf analyst per la Nato Defense College Foundation. Autrice di “United Arab Emirates' Armed Forces in the Federation-Building Process: Seeking for Ambitious Engagement”, International Studies Journal 47, vol.12, no.3, Winter 2016, pp.43-62.
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Scontro tra Sciti e Sunniti, Iran Contro Arabia Saudita

Medio Oriente
Oltre il settarismo della frattura irano-saudita
Lorenzo Kamel
21/01/2016
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Arabia Saudita e Iran rappresentano lo specchio di quella che a molti appare come una annosa e inconciliabile frattura religiosa (sunniti/sciiti), etnica (arabi/persiani) e geopolitica.

La guerra in corso nello Yemen e la recente esecuzione della condanna a morte dell’imam sciita Nimr Bāqr al-Nimr hanno ulteriormente acuito questa percezione, confermando ancora una volta la progressiva erosione di ciò che era rimasto di un già fragile ordine regionale.

Prima della Rivoluzione islamica del 1979, tuttavia, gli interessi di Riyadh e Teheran mostravano numerosi punti di contatto, a cominciare da una marcata convergenza in chiave anti-sovietica.

A ciò si aggiunga che entrambi i paesi, al tempo due monarchie, godevano di un consistente sostegno garantito da Washington e attribuivano alle loro divergenze religiose un valore secondario. Ciò suggerisce l’opportunità di fare luce sui principali fattori che hanno maggiormente influenzato l’attuale polarizzazione.

Una prospettiva intra-regionale
I siti più sacri dell’Islam sono in Arabia Saudita, che è anche il luogo di nascita del profeta Maometto, nonché la culla dell’arabo, la lingua del Corano.

D’altro canto, l’Iran, che può contare su un’indiscutibile superiorità demografica e su una più ricca storia nazionale, si è posta da decenni agli occhi di centinaia di milioni di musulmani come un bastione che si oppone, in primis su un piano ideologico, alle politiche di Israele e dell’Occidente.

Per queste ed altre ragioni, entrambi i paesi si autopercepiscono come naturali guide e guardiani di un mondo islamico pensato nella sua interezza.

Eppure fino alla Rivoluzione islamica del 1979, quando venne rovesciato il regime filostatunitense dello scià Reza Pahlavi, la rivalità irano-saudita aveva poco a che vedere con questioni legate alla religione o alle fratture confessionali.

Fu Riyadh a darle una connotazione settaria per rispondere a quella che era da essa percepita come una minaccia ai suoi interessi nazionali. L’ayatollah Khomeini si era infatti presentato nella veste di guida di tutti i musulmani, dunque non solo degli sciiti, sfidando in questo modo la legittimità dei Saud e il loro ruolo di “custodi dell’Islam” e dei suoi luoghi più sacri (i Saud raggiunsero una posizione di quasi completa egemonia dal 1921, quando, grazie al sostegno di Londra, si imposero sulla dinastia degli Āl-Rashid, il clan rivale che era basato ad Hā’il).

Durante il convegno New-Med organizzato dallo IAI ad Ankara lo scorso 14 dicembre, Toby Matthiesen ha notato che la volontà da parte di paesi come Arabia Saudita e Iran di fomentare all’esterno dei propri confini divisioni di natura settaria va intesa tanto come una strategia volta a imporre il proprio peso politico nella regione, quanto come un modo per mantenere un ferreo controllo sulle rispettive dinamiche interne.

Ciò è quanto è avvenuto anche in relazione all’inizio del “processo di settarizzazione” della rivalità irano-saudita. Riyadh decise di svuotare di significato il messaggio di Khomeini - che reagì tra l’altro favorendo l’ascesa di Hezbollah - stigmatizzando la Rivoluzione come “eretica” e “puramente sciita”.

Dietro ad apparenti diatribe religiose vi erano dunque considerazioni pratiche di natura politica volte a rivendicare un preciso ruolo regionale e a neutralizzare potenziali destabilizzazioni interne: una “path-dependency” che ha avuto evidenti ripercussioni fino ai giorni nostri.

Una prospettiva extra-regionale
Stando a dati forniti di recente dal Dipartimento di Stato degli Stati Uniti, il numero degli incidenti di terrorismo è aumentato del seimilacinquecento percento (6,500%) dall’avvio della “guerra al terrorismo” (199 attacchi nel 2002 a fronte di 13,500 nel 2014).

È significativo rilevare che metà di questi “incidents of terrorism” è stata registrata in Iraq e Afghanistan. In molti hanno fatto notare che la “War on terrorism” abbia causato un numero esponenzialmente maggiore di vittime civili rispetto al terrorismo: un dato particolarmente significativo se valutato da un’ottica intra-regionale.

Le politiche di Washington, dall’operazione della CIA che nel 1953 abbatté il governo democratico e moderato guidato da Mossadeq, passando per i provvedimenti presi a seguito del rovesciamento del regime di Saddām Ḥussein e fino ad arrivare al recente accordo sul nucleare iraniano (che a dispetto dei suoi evidenti e numerosi meriti ha spinto Riyādh ad adottare una politica estera più spregiudicata), hanno contribuito in maniera determinante a polarizzare i rapporti irano-sauditi, nonché il presente e il passato recente della regione.

Ciononostante, un numero crescente di osservatori tende a ridimensionare questi e altri aspetti e a ricondurre la rivalità irano-saudita e la relativa destabilizzazione del Mediterraneo orientale a questioni quasi esclusivamente interne alla regione.

In questo contesto è significativo menzionare i giornali pubblicati in Inghilterra e in Francia all’inizio degli anni Sessanta dell’Ottocento a commento dei massacri tra cristiani e musulmani avvenuti durante la guerra civile in Libano, culminata con le persecuzioni di Damasco nel 1860.

La tesi secondo cui il mondo “civilizzato” stava osservando l’ennesimo scontro di un Oriente Islamico per sua natura fanatico e settario era già ben presente allora.

Ciò è ancora più degno di attenzione considerando che allora, proprio come oggi, gli scontri intra-islamici e tra musulmani e cristiani avevano poco a che vedere con l’Islam e la cristianità, bensì erano radicati e riconducibili a precisi, pratici e simultanei fattori storici (inclusa l’ascesa del nazionalismo etnico-religioso, l’“imperialismo umanitario” e le conseguenze “omogeneizzanti” delle Tanzimāt) senza i quali è ancora oggi difficile comprendere fino in fondo la genesi di tale percezione.

Lorenzo Kamel è responsabile di ricerca allo IAI e research fellow al CMES di Harvard.
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Arabia Saudita: anche i ricchi piangono

Arabia Saudita
Tempi di austerity, anche per una petromonarchia
Roberto Iannuzzi
19/01/2016
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Fra i paesi da seguire da vicino nel 2016 vi è certamente l’Arabia Saudita, per ragioni economiche, di politica internazionale, e addirittura di stabilità interna.

Nei primi giorni dell’anno Riyadh ha monopolizzato l’attenzione mondiale giustiziando 47 persone, fra cui il leader sciita Nimr al-Nimr. Ne è seguita una crisi diplomatica con l’Iran che ha ulteriormente aggravato la già tesa situazione mediorientale.

Questa esecuzione di massa, la più cospicua dal 1980, è stata motivata da esigenze interne oltre che da fattori regionali, e secondo alcuni denota il senso di insicurezza che attanaglia la famiglia reale.

La guerra in Yemen dissangua le casse saudite
A partire dal 2011 il regno saudita si è trovato a fronteggiare sfide crescenti: le sollevazioni arabe e il conseguente rischio del “contagio” rivoluzionario, la prospettiva di veder riammesso il rivale iraniano nell’economia mondiale grazie all’intesa nucleare fra Teheran e Washington, l’ascesa del sedicente califfato (ideologicamente affine al wahhabismo su cui si fonda la monarchia saudita, ma determinato a delegittimarla) e il crollo dei prezzi petroliferi.

La famiglia reale ha reagito con politiche spregiudicate, talvolta perfino avventate. Essa si è impegnata in uno scontro per procura con l’Iran in tutta la regione, spesso con risultati controproducenti.

Per fermare la ribellione sciita degli Houthi, considerati alleati di Teheran, Riyadh si è impantanata militarmente nello Yemen. Oltre ad aver provocato una catastrofe umanitaria, l’intervento saudita sta contribuendo a dissanguare le casse del regno.

La monarchia ha anche l’onere di sostenere finanziariamente i propri alleati regionali. Recentemente avrebbe promesso 22 miliardi di dollari al Marocco per sviluppare la propria industria bellica, e altri 8 miliardi di investimenti all’Egitto.

Nel 2015 Riyadh ha registrato un deficit di quasi 100 miliardi di dollari, a causa delle accresciute spese militari e di un prezzo del barile sceso ormai sotto i 35 dollari.

Ridurre la dipendenza statale dal petrolio
La famiglia reale non sembra intenzionata a modificare le proprie politiche regionali. Sebbene la legge di bilancio per il 2016 preveda un nuovo deficit di almeno 87 miliardi, essa ne destina quasi 57 a spese militari e di sicurezza.

Per tamponare l’emorragia di denaro, il re saudita ha incaricato il figlio e vice erede al trono Mohammed bin Salman di mettere a punto un piano di austerità che riduca la dipendenza statale dagli introiti petroliferi.

Il piano, perfezionato con l’aiuto di società di consulenza occidentali, prevede il taglio dei sussidi su energia, benzina ed acqua, soprattutto per le classi più ricche, l’introduzione di un’imposta sul valore aggiunto e altre forme di tassazione.

A ciò bisogna aggiungere la privatizzazione di numerosi asset statali, compresa la quotazione in borsa di alcuni spezzoni dell’Aramco, il gigante petrolifero di proprietà della famiglia reale.

Il piano di Mohammed bin Salman intende anche privatizzare, almeno parzialmente, una serie di servizi essenziali, dall’istruzione alla sanità.

Un grande problema dell’economia saudita è la sua eccessiva dipendenza dall’inefficiente settore statale e dalla manodopera straniera, che ammonta a circa un terzo della popolazione. Mirando a una saudizzazione del lavoro, il nuovo piano vuole porre fine a questa duplice dipendenza.

Il taglio dei sussidi e di alcuni servizi essenziali va tuttavia a toccare il patto sociale su cui si è fondato finora il regno saudita. Tale patto compensava l’assenza di rappresentanza politica con una generosa rete assistenziale garantita dai petrodollari di cui la monarchia mantiene il monopolio.

Delicati equilibri nella famiglia reale
A fronte di una rivoluzione economica di enorme portata (e di difficile realizzazione), la casa saudita non è al momento disposta a favorire riforme politiche improntate ad una maggiore democrazia.

Le ultime elezioni municipali sono state un episodio meramente simbolico. E la recente esecuzione di massa di qaedisti e oppositori sciiti è un chiaro segnale che nessuna forma di dissenso verrà tollerata.

Secondo diversi analisti, l’uccisione dello sciita Nimr al-Nimr è servita semmai alla casa regnante per mobilitare la propria base wahhabita rinfocolando lo scontro settario con l’Iran. Ciò ha avuto anche il pregio di distogliere l’attenzione dei propri sudditi da un piano di riforme economiche potenzialmente controverso.

Alla luce della frammentazione ideologica, settaria e regionale dell’opposizione interna saudita, la stabilità della monarchia sembra però dipendere essenzialmente dalle dinamiche familiari della casa regnante.

Le ricorrenti voci sulle precarie condizioni psicofisiche di re Salman sono rafforzate dall’enorme potere concentratosi nelle mani del giovane e ambizioso figlio Mohammed. Oltre ad avere in carico la gestione dell’economia e dell’Aramco, egli è anche responsabile della sanguinosa e inconcludente campagna militare nello Yemen in qualità di ministro della difesa.

Secondo alcuni, bin Salman punterebbe a succedere al padre, scavalcando l’attuale erede al trono e ministro dell’interno Mohammed bin Nayef. Un numero crescente di principi si opporrebbe però alla sua ascesa, anche a causa del suo avventurismo in politica estera.

Sebbene l’orizzonte regionale sia fosco per Riyadh, e la congiuntura economica sfavorevole, i pericoli maggiori per la monarchia sembrano dunque giungere proprio dalle decisioni avventate dei suoi principi e dai loro dissidi familiari. Forse ancor più delle scelte economiche, sono le decisioni di politica estera a suscitare preoccupazione.

Roberto Iannuzzi è ricercatore presso l’Unimed (Unione delle Università del Mediterraneo). È autore del libro “Geopolitica del collasso. Iran, Siria e Medio Oriente nel contesto della crisi globale (Twitter: @riannuzziGPC).
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