lunedì 9 febbraio 2015

PETROLIO E SANGUE: IL CASO AZERBAIJANO E CECENO A CONFRONTO

di
 Federico Salvati

Il Caucaso è una realtà estremamente multiculturale e tristemente questa multiculturalità coincide con fenomeni di multiconflittualità. Da un punto di vista accademico, però, un dato come questo (la cui tragicità è indescrivibile) può essere convertito in un vantaggio per comprendere meglio la realtà regionale. Il parallelismo degli accadimenti e le loro lampanti comunanze ci permettono, infatti, di scrutare gli eventi in maniera comparatistica.
Guardano il Caso ceceno e il caso azerbaijano in quest'ottica la domanda che sorge spontanea è: Perché  l'Azerbaijan non ha seguito le più triste sorti toccate alla Cecenia e quali sono i fattori che hanno delineato un esito diverso nell'articolazione del conflitto?
La risposta a questa domanda non può e non deve essere univoca ma c'è un fattore salta subito all'occhio analizzando i due conflitti: il diverso ruolo delle risorse petrolifere.
Entrambi i paese hanno una lunga storia di sfruttamento delle risorse fossili. Le prime testimonianze a riguardo, risalgono all'era premoderna ma l'estrazione industriale cominciò solo alla fine del XIX sec. È largamente accettato tra i commentatori che in Azerbaijan le risorse petrolifere in senso stretto non abbiamo giocato un ruolo di punta all'interno dello scenario della guerra civile. Ci fa notare Jill Shakelman che i ricavi più sostanziali per lo stato azerbaijano sono arrivati dopo la fine della guerra e non prima. Baku mancava sostanzialmente delle risorse tecnologiche per lo sfruttamento intensivo dei depositi e proprio questa necessità ha portato alla firma del “contratto del secolo”. Il teatro del Nagoron Karabakh inoltre si è svolo geograficamente lontano dai pozzi dell'Azerbaija rendendo meno  facile l'accesso della risorsa da parte dei combattenti.   Dopo il 91, inoltre, si sono totalmente tagliate le forniture di energetiche all'Armenia, escludendo in senso tattico il fattore dal conflitto.
Negli anni a seguire la politica azerbaijana a riguardo è stata molto più scaltra rispetto a quella Cecena. I proventi provenienti dal commercio petrolifero sono stati usati per comprare consenso e legittimità politica tra popolazione. Lo stesso Ilhan ha guadagnato il rispetto politico solo quando sono cominciati ad arrivare le prime entrate derivanti dalla vendita delle risorse della BTC. Al contrario la popolazione cecena non ha mai goduto in maniera diretta delle rendite derivanti dalle vendite petrolifere che invece hanno favorito l'ascesa di pochi eletti.
Dudayev al momento della proclamazione d'indipendenza del paese era conscio che il petrolio avrebbe potuto fornire larghi orizzonti economici al paese. Yaiha Sayd, però, mette in luce come il leader Ceceno vedeva con troppa automaticità il rapporto tra indipendenza e benessere economico. La presenza di una risorsa economica in uno scenario di guerra quasi mai rappresenta una speranza di sviluppo futuro. Al contrario a seconda della sua accessibilità può dare vita a complicazioni strategiche che aumentano l'intensità e la durata del conflitto aggiungendo un fattore di “avidità” (come viene chiamato dagli esperti del settore) dove invece non era presente. A differenza del caso azero in Cecenia le risorse petrolifere erano alla portata di tutti. Chiunque poteva fare in modo di appropriarsene in maniera veloce e senza troppe ripercussioni. Ribelli e criminali comuni non si sono limitati a succhiare il petrolio che scorreva nei tubi dalle pipeline in territorio ceceno. In breve tempo tempo si passò da queste semplici operazioni, a carattere rischioso e poco lucrativo, alla raffinazione su base domestica.  Contrariamente all'Azerbaijan infatti la Cecenia era dotata di un capitale industriale nel campo energetico più consistente e che meglio si adattava all'attività commerciale del greggio. Il livello spaventoso della violenze e la durata prolungata del suo esercizio all'interno dello scenario, hanno creato uno sfaldamento sociale maggiore rispetto al Karabakh che è sfociato un una spiccata propensione da parte della popolazione all'auito-aiuto ( o come la chiama Murab Al-Shishani alla “self-criminalization”). La Cecenia, inoltre, non ha mai avuto problemi estrattivi. La natura delle risorse di questo paese è sempre stata estremamente superficiale ( molte famiglie potevano accedervi senza uscire neanche dalla propria proprietà). Una volta impadronitisi, attraverso i saccheggi, dei macchinari necessari per la raffinazione, singole famiglie o gruppi di famiglie hanno cominciato a pompare petrolio facendo del suo commercio un business domestico. Tale circostanza va inquadrata in un contesto sociale più ampio. La Cecenia infatti negli anni è diventata un entità economica a se stante rispetto alla madrepatria. Molti esponenti dell'esercito russo e delle fazioni ribelli hanno conseguito fortuna e ricchezza avvantaggiandosi delle dinamiche di guerra. Questi eventi hanno raggiunto il parossismo nella seconda guerra cecena quando pur di continuare i propri affari elementi deviati dell'esercito, ribelli e semplici gangster hanno instaurato delle lucrative e durature collaborazioni tra i vari fronti, tese a conservare lo scenario di disordine e anarchia che permetteva agli interessati di condurre i loro traffici illegali.

Vediamo come fattori geografici, economici e sociali hanno giocato in maniera convergente nel plasmare gli accadimenti di questi due scenari che si guardano allo specchio ritrovando nell'altro possibilità mancate e rischi evitati.

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