mercoledì 28 giugno 2017

Turchia: dal sogno neottomano alla mancanza di identità

Dopo il referendum
Ue-Turchia: non sospendere processo d’adesione
Nathalie Tocci
26/06/2017
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Il referendum costituzionale turco svoltosi nell’aprile 2017 ha innescato il dibattito sull’eventuale sospensione dei negoziati per l’adesione della Turchia all’Unione europea. Gli emendamenti costituzionali previsti dal referendum prevedono una concentrazione di potere senza precedenti - almeno in un paese democratico - nelle mani del presidente: quando entreranno in vigore, nel 2019, difficilmente si potrà definire quello turco un sistema democratico, non solo nella pratica ma anche su carta.

La questione è rimasta in sospeso dopo la riunione informale Gymnich dei ministri degli Esteri europei a fine aprile, presente il ministro turco Mevlut Cavusoğlu, e dopo l’incontro tra il presidente turco Recep Tayyip Erdogan e i presidenti delle Commissione europea Jean-Claude Juncker e del Consiglio europeo Donald Tusk. Questa la domanda: è arrivata l’ora di mettere fine al moribondo processo di adesione della Turchia all’Ue?

L’interrogativo e la risposta
Da anni sono una convinta sostenitrice del futuro della Turchia nell’Ue. Nel periodo che ha preceduto il referendum, specialmente dopo che la Commissione di Venezia del Consiglio d’Europa si era pronunciata in modo molto negativo sul pacchetto costituzionale, mi sono chiesta se il Rubicone fosse stato varcato e se non fosse arrivato il momento di sospendere i negoziati. Tenuto conto del costante indebolimento della democrazia in Turchia negli ultimi anni, ulteriormente dimostrato dall’esito del referendum di aprile, chi può ancora dire seriamente che la Turchia soddisfa i criteri politici di Copenaghen?

La domanda è retorica. Del resto, per questo motivo, cominciai a avere dubbi sul processo di adesione della Turchia all’Ue per la prima volta dal 1999. Ma sono ora convinta che, malgrado il prezzo (elevato) che pagherà l’Unione mantenendo l’attuale situazione, non è giunto il momento di sospendere il processo.

Proverò a spiegare il perché. Esistono tre buone ragioni per cui l’Ue dovrebbe mantenere vivo, per ora, il discorso di un’eventuale adesione, anche se il processo è sempre più problematico, imperfetto e vuoto.

Mantenere un legame con la società civile turca
In primis, bisogna mantenere un legame organico con la società civile turca. Sono stata molto colpita dal risultato del referendum d’aprile. La campagna per il referendum era lontana anni luce dall’essere giusta e libera, caratterizzata com’è stata da intimidazioni, attacchi, lo stato d’emergenza e l’arresto di migliaia di giornalisti, attivisti e leader politici.

Malgrado tutto ciò, il 49% della popolazione ha avuto il coraggio - sì, il coraggio - di dire di no e il tasso di affluenza è stato superiore al 70%, il che sottolinea l’importanza attribuita dai cittadini al voto. Ancora una volta, i cittadini turchi hanno dimostrato - come nel 2002 quando l’Akp ottenne la sua prima vittoria schiacciante, o nel 2015 quando la proporzione del voto pro Akp fu notevolmente ridotta e il partito pro-curdo Hdp superò per la prima volta la soglia del 10% - la resilienza della loro democrazia.

Sarebbe giusto abbandonare questa società? La mia risposta è inequivocabilmente no. Il rapporto tra l’Ue e la società turca, cominciando dalla società civile, dovrebbe al contrario rafforzarsi. Una sospensione del processo di adesione causerebbe una riduzione dei fondi, considerevoli, versati dall’Ue alla Turchia e, quindi, anche del sostegno europeo alla società civile turca.

Sospensione o fine del processo di adesione? 
Bisogna essere chiari: una sospensione, anche se legalmente èdiversa da un’interruzione definitiva, equivale ad essa da un punto di vista politico. Ogni questione legata all’allargamento dell’Unione necessita l’unanimitàdegli Stati membri. Diversi Paesi sono oramai contrari all’entrata della Turchia nell’Ue, non solo per le condizioni pietose del suo sistema democratico, ma perché la vedono come troppo grande, troppo povera e troppo musulmana.

Se l’Ue dovesse sospendere il processo d’adesione,è difficile immaginare che gli oppositori accetterebbero poi di rimettere in moto il processo, anche se la Turchia dovesse diventare una Svizzera. E se in futuro la Turchia si rimettesse in rotta verso una società più democratica, con maggioreattenzione ai diritti umani e allo stato di diritto? Se questo dovesse succedere dopo che l’Unione ha sospeso il processo di adesione, la Turchia si troverebbe davanti un’Ue che le ha voltato le spalle, il che sarebbe un grave errore strategico.

Quale alternativa al processo di adesione?
L’essenziale ènon gettare via il bambino con l’acqua sporca. Il processo di adesione, per quanto moribondo, fornisce un corpo di leggi e di norme che reggono la relazione Ue-Turchia: un vincolo esterno che permette all’Unione di incoraggiare lo sviluppo della democrazia e dei diritti umani in Turchia.

Nessun’altra potenza globale o regionale, dagli Stati Uniti alla Russia, dalla Cina all’Arabia Saudita, svolge questo ruolo.Perciò, prima di considerare una sospensione dei negoziati, è fondamentale mettere in atto un quadro istituzionale alternativo, che include cooperazioni strutturatesulle questioni di maggiore interesse per l’Unione e per la Turchia, dagli scambi commerciali agli investimenti, dalla migrazione alla mobilità, dall’energia alle questioni climatiche, dalla politica estera alla lotta al terrorismo.

Verso un’Unione doganale moderna
L’Ue e la Turchia collaborano già su questi temi. In particolar modo, l’Ue e la Turchia stanno valutando la possibilità di negoziare un’unione doganale moderna, che aggiungerebbe allo scambio di beni anche i servizi, il procurement e i prodotti agricoli. E la nuova unione doganale potrebbe rappresentare il perno di un nuovo quadro istituzionale tra Ue e Turchia comunque ancorato a un sistema di regole e norme.

Nella questione turca, l’Ue verrà criticata se sospende il processo di adesione, ma anche se non lo fa. Continuare il processo di adesione come se nulla fosse danneggerebbe senza dubbio la credibilitàdell’Unione. Ma sospendere il processo ora vorrebbe dire abbandonare la società turca, mettere in mano agli scettici la relazione Ue-Turchia e tagliare quel vincolo esterno democratico garantito dal processo di adesione senza avere messo in moto un quadro istituzionale alternativo.

Oggi mantenere lo status quo è il minore dei mali. L’ora della sospensione non è (ancora) arrivata. Ma quella di accelerare la spinta verso un’unione doganale moderna sì.

Nathalie Tocci è direttore dello IAI.

Iran: un momento delicato

Attacco a Teheran
Iran: terrore, insorti, Isis, interferenze saudite
Eleonora Ardemagni
27/06/2017
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Il 7 giugno, il sedicente Stato islamico, l’Isis, o Daesh, ha rivendicato il suo primo attacco in Iran: gli attentatori erano tutti di nazionalità iraniana. Le autorità della Repubblica islamica non hanno divulgato l’etnia dei terroristi, ma almeno quattro sarebbero curdi iraniani.

In Iran, solo il 51% della popolazione è persiana: storicamente, il pluralismo identitario non ha però indebolito la costruzione della nazione. Tuttavia, le minoranze etniche (curdi, arabi, baluci), anche sunnite, rimangono ai margini della vita politica, tra diseguaglianze socio-economiche e spinte irredentiste, nelle quali anche i Paesi arabi del Golfo provano a infilarsi.

Identità transnazionali e minoranze
La competizione egemonica fra Arabia Saudita e Iran e la ‘variabile Daesh’ hanno alimentato il settarismo: tali dinamiche non possono che impattare sulla dialettica fra uno Stato ibrido perché duale come Teheran (semipresidenziale e teocratico), le periferie e i movimenti armati.

Non è una coincidenza che gruppi dell’insorgenza armata iraniana, come i baluci di Jaysh al-Adl (già Jundullah) e i curdi del Pjak, abbiano intensificato gli attacchi contro le forze di sicurezza. In Medio Oriente, le identità transnazionali pesano ormai più dei confini statuali, mettendo sotto pressione i tradizionali meccanismi di cooptazione e/o coercizione.

In Iran, le linee di faglia sono tre: confessionale (70% sciiti, 5-10% sunniti), linguistica e soprattutto etnica. La minoranza araba (3%) si concentra nell’ovest (Khuzestan, dove c’è il 90% delle risorse petrolifere) e nella fascia costiera meridionale. I curdi (7%) abitano le terre montuose del nord-ovest. I baluci (2%) popolano la regione orientale del Sistan Baluchistan, terra frontaliera e di contrabbando con l’Af-Pak.

Il presidente HassanRohani, pur proseguendo le politiche repressive e di persianizzazione (specie nei confronti degli arabi), ha aperto ai sunniti d’Iran, nominandone uno vice-ministro del petrolio. Alle elezioni presidenziali del 19 maggio, le minoranze hanno massicciamente partecipato e votato per Rohani.

I gruppi armati e le influenze saudite
Ansar al-Furqan, movimento armato balucio, si rivolge agli sciiti con il termine dispregiativo di rafidah, lo stesso usato dai jihadisti. I nazionalisti curdi del Pjak, attivi sul confine irano-iracheno, sono un’emanazione del Pkk. Il Movimento arabo di lotta per la liberazione di Ahvaz (Asmla), capoluogo del Khuzestan, ha spesso sabotato le infrastrutture energetiche e ha contatti con la Fratellanza Musulmana siriana. Nel 2013, Asmla ha annunciato un coordinamento politico con Jaysh al-Adl e Pjak.

Il salafismo è in crescita tra i sunniti d’Iran, propagato anche da canali satellitari (come Global Kalameh Network che trasmette da Medina e Dubai) e internet. L’Iran denuncia il sostegno dei Paesi arabi del Golfo ai gruppi dell’insorgenza sunnita interna. Tuttavia, Teheran ha spesso tollerato la propagazione del salafismo tra i curdi in chiave anti-sinistra e anti-nazionalista: i salafiti curdi si oppongo a uno Stato curdo indipendente.

Le verosimili ˊinterferenze competitiveˋ di Riad, Doha e Abu Dhabi in Iran non hanno finora raggiunto il livello di operatività, nonché di visibilità, della rete transnazionale delle milizie sciite. Sauditi ed emiratini sosterrebbero i baluci di Jaysh al-Adl: il confinantePakistan è un alleato storico dell’Arabia Saudita, che lì finanzia molte scuole coraniche. Gli arabi di Asmla riceverebbero finanziamenti da segmenti della diaspora iraniana di Abu Dhabi.

Daesh s’incunea dal confine iracheno
L’Iran combatte sul campo il sedicente califfato, anche con il lancio di missili. Finora, la strategia di Teheran contro Daesh si è focalizzata sulla difesa dei confini: tra l’altro, le minoranze iraniane si concentrano lungo il perimetro geografico dell’Iran (arabi con Iraq, curdi con Turchia e Iraq, baluci con Pakistan).

Adesso, alcuni jihadisti sono però penetrati e si muovono nel Paese, a dispetto della profonda securizzazione dello stato iraniano: i salafiti curdi e il confine iracheno (epicentro Kermanshah) sono gli attori e i luoghi più esposti alle sirene dell’autoproclamato Califfato, che dopo la ritirata da Mosul si sta riorganizzando proprio tra Al-Anbar e Diyala, quest’ultima al confine con l’Iran.

Teheran è oggi un obiettivo primario: ecco perché il recente video di Daesh in persiano e la traduzione della rivista Rumiyah, nonché la creazione di una ‘Brigata farsi’ a Diyala, con curdi, baluci e arabi iraniani.

Largo ai falchi
La polarizzazione mediorientale incentiva settarismo e radicalizzazione. L’offerta di dialogo intra-Golfo, avanzata da Rohani, con il viaggio di gennaio tra Kuwait e Oman, è stata duramente respinta da Mohammed bin Salman, neo-erede al trono saudita.

In Iran, conservatori e pasdaran proveranno a capitalizzare, a spese dei riformatori, l’attacco di Daesh, i toni aggressivi dei sauditi e la postura anti-iraniana dell’Amministrazione Trump. Questo contesto può ridimensionare, da subito, le promesse riformiste del rieletto presidente, che dovrà innanzitutto confrontarsi con l’ala dura del regime: proprio quei pasdaran che, inasprendo la repressione delle minoranze sunnite, offrirebbero un formidabile assist ai reclutatori jihadisti. Lungo le due rive del Golfo, l’ascesa dei ‘falchi’ è un cattivo presagio in più.

Eleonora Ardemagni, Gulf and Eastern Mediterranean Analyst, Nato Defense College Foundation, analista per ISPI e Aspenia, commentatrice di politica mediorientale per Avvenire.