giovedì 21 gennaio 2016

Una lotta fratricida

Medio Oriente
Sciiti contro sunniti, forse meglio non scegliere
Giuseppe Cucchi
15/01/2016
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Sciiti e sunniti, due campi contrapposti ormai da quasi millequattrocento anni. Due rivali troppo spesso trascinati in una lotta fratricida in cui il mondo sciita, fortemente minoritario, ha finito pressoché costantemente col soccombere.

Si è trattato di una lotta che ha interessato nei secoli l'intero mondo arabo, finendo col coinvolgere anche Turchia ed Iran senza però arrivare mai ad estendersi, se non marginalmente, all'intero ecumene islamico.

Parimenti marginale allo scontro è altresì sempre rimasto l'Occidente, restio -anche nel periodo della sua massima espansione coloniale in Medio Oriente e Nord Africa - a lasciarsi coinvolgere in diatribe che rivestissero insieme carattere secolare e religioso.

Al massimo, allorché posto nell'alternativa di dover scegliere, l'Occidente si è limitato ad allinearsi con chi appariva meno pericoloso o fastidioso in quel momento. Salvo cambiare opinione e partito, con una alternanza opportunistica.

Così, per limitarci agli ultimi cinquanta anni, abbiamo dapprima condannato l'Iran sciita di Khomeini e degli ayatollah in quanto minaccia per l'ordine costituito e potenziale sostenitore del terrorismo. Nel contempo, con consequenzialità, appoggiavamo il campo sunnita impegnato nel teatro del conflitto afghano contro i russi, nonché l’Iraq di Saddam Hussein nella sua guerra contro l’Iran.

L’accordo sul nucleare e l’equilibrio instabile 
Gli attentati di Al-Qaida e la decisione americana di liberarsi di Saddam ci hanno però schierati contro una parte almeno del mondo sunnita. Abbiamo così cambiato fronte, riaprendo con Teheran dialoghi e collaborazioni da tempo interrotti.

Lo sviluppo del programma nucleare iraniano ha però rapidamente riportato il pendolo ad oscillare in direzione opposta, e mentre i sunniti profittavano di questa contingenza, agli sciiti veniva attribuita ogni possibile sorta di cattivi propositi.

Un equilibrio instabile che la successiva firma dell'accordo nucleare fra l'Occidente e Teheran, nonché l'atroce progressiva affermazione dell'autoproclamatosi “stato islamico” hanno rapidamente rimesso in discussione.

Questa volta però la situazione è persino più complessa di quanto non fosse nei casi precedenti. Viviamo un periodo di radicali cambiamenti che investe la Penisola Arabica, il Golfo Persico e l'intero Nord Africa ivi compreso il Sahel. Esso pone brutalmente in discussione il tracciato di frontiere divenute obsolete, preludendo alla nascita di nuovi stati, nonché alla sparizione o al ridimensionamento di altri.

È messo in forse lo stesso concetto di stato, richiamando i fedeli, attraverso l'idea del Califfato, alla iniziale unitarietà del mondo islamico sunnita. Innesta infine sul tradizionale quadro dello scontro tra due rivali, di per sé già molto difficile da gestire, una lotta senza esclusione di colpi tra contendenti troppo numerosi, ciascuno dei quali appare ferocemente intenzionato ad imporre il proprio predominio in ambito sunnita.

La difficoltà della scelta
La prima scelta da compiere è quella tra due dei principi fondamentali di ogni strategia. Dobbiamo decidere se allinearci all'idea, tipica del mondo occidentale, che sia indispensabile adottare quanto prima possibile le proprie decisioni, o seguire invece quella prevalente in ambito orientale secondo cui nulla è più importante del saper attendere con pazienza che maturino le condizioni migliori per il successo della linea di azione che si vuole adottare.

La difficoltà deriva dal fatto che, nel nostro caso, probabilmente la strategia ottimale richiederebbe l'applicazione contemporanea di entrambi questi principi, sia pure in ambiti ed in situazioni differenziate.

In Europa infatti l'azione dell'estremismo sunnita va contrastata subito con adeguata durezza e con ogni mezzo disponibile. È importante che le forze di sicurezza recuperino una iniziativa che, come dimostrano i recenti fatti di Colonia, è stata sino ad ora lasciata all'avversario.

Per colpire il male alle sue origini dovremmo infine schierarci con decisione contro lo “stato islamico” ovunque sia chiaro ed incontrovertibile, come lo è in Iraq ed in Libia, che il nostro intervento risulterebbe diretto contro una galassia terroristica e non contro il mondo sunnita.

Completamente diversi i casi della Siria, dello Yemen e di ogni altro eventuale teatro futuro ove la linea di separazione fra le parti appaia con chiarezza dettata dal diverso orientamento confessionale. In simili circostanze sembrerebbe infatti meglio rinviare ogni iniziativa a quando si delineeranno tempi maggiormente propizi.

Conflitto sciita-sunnita sempre più pericoloso
Opportuno , in tale quadro , applicare la medesima regola anche ad Arabia Saudita ed Iran che la catena di avvenimenti degli ultimi dieci giorni sembra aver irrigidito su posizioni di dura intransigenza reciproca. Altrimenti il rischio che il conflitto sciita-sunnita da potenziale e per proxi si faccia attuale ed aperto diventerebbe sempre più forte.

Fra Riad e Teheran l'escalation ha infatti già raggiunto livelli pericolosi. Ai sauditi, che hanno battuto il tamburo chiamando a raccolta tutti i potenziali alleati della movenza Wahabita dell'Islam, l'Iran ha infatti contrapposto la decisione di proibire il pellegrinaggio minore ai luoghi santi a tutti i suoi cittadini, un atto di cui l'Occidente non ha probabilmente afferrato la piena importanza.

Vietare l'adempimento di uno dei maggiori obblighi religiosi islamici motivando la decisione col fatto che l'Arabia Saudita non sarebbe in grado di garantire la sicurezza dei pellegrini equivale infatti a segnalare a tutti i credenti l'insufficienza del capo della casa regnante degli Al Saud che, non dimentichiamolo, porta il titolo di "custode delle sacre moschee della Mecca e di Medina". Un custode inadeguato e quindi da rimuovere al più presto. Se necessario anche con la forza, come la dottrina stessa impone di fare con tutti i governanti che si pongano contro la religione o la ostacolino.

Meglio dunque, in questo ambito e con queste prospettive, evitare di schierarsi, almeno per il momento. Se non altro anche per preservare quella equidistanza che potrebbe eventualmente consentire, in un futuro auspicabile e possibile ma tutt'altro che certo, di esercitare un ruolo di mediazione gradito da entrambe le parti.

Giuseppe Cucchi, Generale, è stato Rappresentante militare permanente presso la Nato e l’Ue e Consigliere militare del Presidente del Consiglio dei Ministri.
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mercoledì 13 gennaio 2016

L’Arabia Saudita cade nell’impasse iraniano

Alessandro Ugo Imbriglia*

Nelle ultime settimane il governo saudita si è visto costretto a varare una Finanziaria caratterizzata da un forte contenimento del deficit pubblico, dopo aver registrato un  disavanzo di bilancio che ha raggiunto i 98 miliardi di dollari (368 miliardi di Riyal), pari a circa il 16 % del Pil. La politica di ribasso del prezzo del petrolio – adottata dall’Arabia Saudita per sottrarre quote di mercato ai concorrenti con costi di estrazione e raffinazione più elevati – ha comportato il crollo degli introiti petroliferi (-23 %) e un conseguente incremento della spesa pubblica. Per il 2016 è previsto un calo del deficit di ben 10 miliardi di dollari. La riduzione del disavanzo sarà effettuata attraverso un piano di privatizzazioni e riforme del tutto estranee alla politica economica che l’Arabia Saudita ha adottato negli ultimi 10 anni. Saranno  effettuati un taglio dei sussidi energetici, un rincaro delle bollette elettriche per i cittadini con reddito elevato, nonché un incremento delle tariffe dell’acqua. Inoltre sarà introdotto un aumento del costo della benzina pari a  8 centesimi di dollaro a litro. Il ministero delle Finanze ha preso in seria considerazione l’ipotesi di un ricorso al mercato obbligazionario  per coprire il fabbisogno dello Stato, mentre il Governo sta verificando la fattibilità di un’introduzione dell’Iva in concomitanza con gli altri membri del Consiglio di cooperazione del Golfo (Bahrein, Emirati, Kuwait, Qatar e Oman) , oltre a un aumento delle tasse sul consumo di bevande e tabacco. La spesa pubblica saudita così scenderà nel 2016 da 975 a 840 miliardi di riyal. La fetta principale del deficit di bilancio resta la spesa militare con 200 miliardi, una voce che è aumentata enormemente quest’anno per via della campagna militare condotta in Yemen contro i ribelli Houthi. Il piano di austerità sta provocando un certo malumore tra le fila della classe imprenditoriale saudita, messa già alla prova dal ritardo nei pagamenti da parte della pubblica amministrazione.  Nonostante l’attuale calo dei prezzi a 35 dollari al barile e la sua dipendenza dalle esportazioni di petrolio, l'Arabia Saudita mantiene da tempo inalterati i livelli di produzione. Il Paese esporta 7 milioni di barili di petrolio al giorno e le sue vendite rappresentano il 90% delle entrate fiscali e il 40% del Pil. Il Prodotto interno lordo quest’anno è cresciuto di un abbondante 3% ma, considerando che le stime prevedono per il 2016  un prezzo che si attesti attorno ai 40 dollari al barile, l’economia saudita potrebbe rallentare. Uno scenario economico estremamente delicato contribuisce ad alimentare un clima reso già incandescente dall’accordo sul nucleare fra Stati Uniti e Iran e dallo stallo della guerra siriana con l’intervento di Putin a sostegno di Assad. Le condanne a morte dell’imam Nimr Al Nimr e dei sei esponenti della comunità sciita, che comprendevano i leader delle proteste religiose esplose nel 2011 per rivendicare maggiori diritti e inclusione sociale a favore delle minoranze religiose, indicano chiaramente che un obiettivo da  colpire era la Repubblica islamica dell’Iran. Quest’ultima si erge a garante e protettrice degli sciiti nel conflitto contro gli oppositori del regime alauita in Siria e fa da contraltare al potere sunnita in tutto il Medio Oriente. Inoltre un chiaro obiettivo era lanciare un messaggio forte ai ribelli Houthi in Yemen, contro i quali Riad conduce un conflitto dall’andamento disastroso. L’Arabia saudita  non è un alleato dello Stato Islamico ma lo sono molti gruppi radicali che combattono sul campo di battaglia siriano e iracheno. Riad prima ha convocato alcuni di questi gruppi dell'opposizione siriana e poi ha fondato una coalizione sunnita anti-terrorismo, che in realtà appare essere un’alleanza strumentale: il jihadismo doveva essere nei piani delle potenze come Arabia Saudita e Turchia, un mezzo per abbattere il regime alauita di Damasco e modificare i confini della Siria di Assad e quelli dell'Iraq sciita. Il dispiegamento massiccio di forze iraniane e russe nella Siria occidentale ha compromesso il progetto saudita. In questo quadro, è proprio il raffreddamento dell’alleanza con gli Usa che spinge Riad ad affrettare i tempi nel provare a intrappolare gli Stati Uniti e costringerli a prendere una posizione netta in caso di una escalation della tensione in Medio Oriente. Dunque l’esecuzione dell’imam sciita saudita Al Nimr avrebbe dovuto arrestare la dirompente affermazione dell’Iran nel panorama politico mediorientale, dopo il raggiungimento dell'accordo sul nucleare  con i “5+1”. I Sauditi hanno effettuato una mossa aggressiva e spregiudicata, nel tentativo di intercettare e bloccare il consolidamento progressivo di Theran,  scongiurando l’avvento di un nuovo status quo regionale, all’interno del quale il loro ruolo saudita si vedrebbe ridimensionato.
Sono diversi i fattori che hanno spinto l’Arabia Saudita  ad alimentare la tensione regionale. In seguito agli attentati compiuti in Francia lo scorso novembre, i paesi occidentali hanno rivisto le loro priorità in campo internazionale: la minaccia principale alla stabilità e alla sicurezza non è più  rappresentata dal programma nucleare iraniano o dalla guerra civile siriana, bensì dalle capacità operative dello Stato Islamico fuori dai propri confini territoriali. Questo assestamento ha portato all’ammissione dell’Iran nei colloqui di Vienna sulla Siria, alla legittimazione informale della dipendenza dell’Iraq dall’Iran, sino alla rivalutazione strategica del regime siriano. Nel frattempo la Russia coordina le sue azioni militari con la Francia e, ad agitare Riad, contribuisce l’indipendenza raggiunta dagli Stati Uniti nel settore energetico, con il conseguente deterioramento del rapporto fra le due potenze. Il peso strategico dell’Iran nello scacchiere  internazionale cresce di giorno in giorno; esso è legato alla revoca delle sanzioni nei confronti di Theran da parte dell’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica. Nel  2016 l’economia iraniana potrebbe crescere del 5% e raggiungere tassi del 7-­8% a partire dal 2017.  L’anno successivo, inoltre, gli scambi commerciali con l’Unione Europea potrebbero raggiungere la soglia dei 400 miliardi di euro dai 7,5 attuali. Se l’andamento fosse davvero questo, in meno di un decennio l’Iran potrebbe entrare di diritto fra le prime dieci economie mondiali. Alcuni Paesi europei, tra i quali l’Austria, si sono recati a Teheran al fine di stipulare dei contratti commerciali, con i quali effettuano delle ordinazioni di prodotti nei settori dell’auto, dell’informatica e dell’ingegneria. La Francia con molta probabilità avvierà la produzione di automobili in Iran e consoliderà l’import-export con Theran anche nel settore del bestiame. Nel frattempo, il regno saudita, oltre ai problemi di bilancio statale, è alle prese con una complicata successione dinastica, la cui instabilità si traduce in una serie di incongruenze tra autorità politiche e autorità religiose. L’ambiguità più marcata  consiste nella presa di distanza dei sauditi dall’Isis, che ha come “contrappeso” il simultaneo giro di vite autoritario, fra cui le 47 condanne inflitte questo mese, senza dimenticare l’inasprimento della guerra nello Yemen contro gli Houthi e la morsa dell’estremismo interno a discapito delle minoranze. Con questi presupposti una de-escalation è improbabile, mentre resta elevato il conflitto tra Teheran e Riad. L’eventuale ruolo di mediazione ricoperto dalla Russia potrebbe essere coadiuvato dall’invito rassicurante di Washington ad abbassare i toni e rassicurare i sauditi. Uno scenario di questo tipo attesterebbe una vittoria strategica e diplomatica della Russia sugli Usa, compromettendo definitivamente le finalità alla base dell’accordo sul nucleare: includere entro l’orbita statunitense Israele, Arabia Saudita e Iran. Ma Washington ancora  non è disposta a cedere tanto. In questo quadro Riad avrebbe la possibilità di boicottare i negoziati sulla Siria, quindi compromettere il delicato processo di distensione e integrazione fra sciiti e sunniti dopo la riconquista di Ramadi ottenuta dall’esercito iracheno e alimentare ulteriormente la guerra in Yemen. Intanto i sauditi hanno sospeso i collegamenti aerei con Theran e fra gli alleati di Riad alcuni – Bahrain, Sudan ed Emirati – hanno interrotto i legami con l’Iran o richiamato gli ambasciatori. Dalla sponda sciita suona dirompente la denuncia del ministro degli esteri iraniano, il quale ha accusato l’Arabia Saudita di aver bombardato l’ambasciata iraniana nello Yemen.


* Sociologo del Mutamento e dei Sistemi Complessi. Analista dei Processi Organizzativi e dell’Industria Culturale. Laureato in Scienze Sociali Applicate: Lavoro, Formazione e Risorse Umane

E-mail ugo1990@hotmail.it

lunedì 11 gennaio 2016

La diatriba tra Russia e Turchia continua


Alessio Pecce* 

(alessio-p89@libero.it)

Come è ormai noto a tutti, stampa e pubblica opinione, tra Russia e Turchia non scorre del buon sangue, soprattutto dopo l'abbattimento del caccia russo colpito dalle forze militari turche il 24 novembre. Tuttavia il presidente Putin è rimasto abbastanza “morbido” riguardo eventuali ritorsioni economiche nei confronti della Turchia, poiché ogni decisione economica, nella fattispecie scambi ed investimenti, si può ritorcere nei confronti di chi ha adottato tale provvedimento. In ogni caso, uno degli obiettivi del Cremlino rimane quello di riacquistare affidabilità nei confronti della Comunità Internazionale, dopo le sanzioni relative alla questione ucraina, indi per cui ad oggi non ci voleva la diatriba politica-economica tra Russia e Turchia.
È bene sottolineare come la Russia non abbia ancora sanzionato la Turchia sul fronte energetico, e probabilmente non lo farà, così come il progetto riguardo la costruzione della prima centrale nucleare turca. Rispettivamente le esportazioni russe relative all'anno 2014 sono pari a 25 miliardi di dollari, mentre quelle turche sono di 5 miliardi di dollari. D'altronde i russi hanno posto un freno ai prodotti agroalimentari turchi, attraverso il bando all'importazione firmato da Putin il 28 novembre. Nella fattispecie ci sarà un maggior controllo doganale sulle merci provenienti dalla Turchia e a partire dal 1 gennaio 2016 ci sarà il blocco delle assunzioni in riferimento ai cittadini turchi. Inoltre sul fronte turismo, altro snodo economico di rilievo, i russi, attraverso pressioni alle agenzie di viaggio, eviteranno di vendere pacchetti  vacanze per le località turche e il tutto andrà a colpire l'economia proveniente dai turisti: nel solo 2014 i cittadini russi che si sono recati in Turchia sono stati 4,4 milioni, portando nelle loro casse circa 2,7 miliardi. Secondo l'agenzia francese di assicurazione crediti all'export (COFACE), i provvedimenti russi nei confronti della Turchia, relativi a turismo ed esportazioni, si aggirano tra i 5 e i 10 miliardi di dollari e di conseguenza il Cremlino, per rimpiazzare le importazioni messe al bando, adotterà una strategia per la produzione interna, così come la Turchia che cercherà alcune fonti altrove: tutto ciò andrà a gravare sulle esportazioni turche in Russia, già in ribasso da tempo. Nonostante tutto, la Russia ha posto fuori dai suoi provvedimenti il settore energetico, come accennato precedentemente, semplicemente per un motivo: le sanzioni si capovolgerebbero a Mosca, visto e considerato che la Turchia si sta adoperando altrove per cercare fornitori di risorse energetiche, nella fattispecie il gas, in paesi come l'Azerbaijan e il Qatar. Infatti il trasferimento di gas russo in terre turche, corrisponde ad un ammontare pari a 10 miliardi di dollari: la Turchia rappresenta il secondo paese per fornitura di gas, subito dietro la Germania. Senza dimenticare il rischio di una sospensione del progetto “Turkish Stream”, costituito dal trasporto di gas russo verso la Turchia per mezzo del Mar Nero, nel quale Gazprom ha già investito circa 13 miliardi di dollari: cifre tutt'altro che irrisorie.


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giovedì 7 gennaio 2016

Arabia Saudita: una strategia sulla diensiva


L’esecuzione di Al-Nimr, mossa contro il consolidamento dell’Iran
Nicola Pedde
06/01/2016
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La notizia della decapitazione del religioso sciita Nimr al-Nimr in Arabia Saudita ha provocato lo sdegno di una consistente parte della comunità internazionale, oltre che - chiaramente - della comunità sciita.

È stato tuttavia proprio il fratello del chierico giustiziato, Mohammed al-Nimr, ad invitare gli sciiti alla calma e ad impedire il ricorso alla violenza, nell’intento di non cadere nella trappola tesa dal regime saudita con l’uccisione del popolare predicatore.

L’aut aut dell’Arabia Saudita alla comunità internazionale
La decisione di includere lo sheikh nel folto gruppo di condannati a morte è dettata infatti dalla volontà dei sauditi di lanciare un aut aut alla comunità internazionale e agli Stati Uniti in particolare: o con noi o contro di noi nella definizione delle dinamiche politiche regionali.

Il processo di distensione internazionale avviato con l’Iran e suggellato con gli accordi di Vienna dello scorso luglio, il crescente ruolo di Tehran nella complessa dinamica del conflitto siriano e il suo coinvolgimento al tavolo negoziale per cercare una soluzione per la successione al presidente siriano Bashar al-Asad, oltre alla crescente influenza dell’Iran nella regione grazie ai suoi proxy libanesi e iracheni, hanno nel corso degli ultimi tre anni determinato una diffusa e concreta preoccupazione a Riyadh.

E questa cerca oggi in ogni modo di impedire il consolidamento del ruolo iraniano attraverso il ricorso a una violenta forma di settarismo, cercando di chiamare a raccolta la comunità sunnita contro l’incombente minaccia sciita.

L’uccisione di Nimr al-Nimr è stata quindi voluta con lo specifico intento di provocare le comunità sciite della regione alla rivolta, per dimostrarne la pericolosità alla comunità internazionale, ma soprattutto alle fragili monarchie regionali che da oltre trent’anni guardano con profonda ostilità a tutti i movimenti politici o sistemi istituzionali di stampo partecipativo e populista.

Reazione della comunità sciita all’esecuzione di Al-Nimr
I media occidentali hanno documentato in modo molto approssimativo le reazioni della comunità sciita alla morte di Nimr al-Nimr, puntando i riflettori soprattutto sulla Repubblica islamica dell’Iran e sulle accese proteste che hanno portato alla distruzione dell’ambasciata saudita a Tehran e del consolato a Mashad.

L’Iran ha trasformato in una sorta di martire nazionale il religioso sciita saudita, cavalcando l’onda delle proteste ma al tempo stesso prestando il fianco ai rischi derivanti dal sempre più incandescente clima politico interno, che a febbraio sarà interessato da due importanti tornate elettorali.

Nimr al-Nimr, tuttavia, non poteva in alcun modo essere considerato come un esponente religioso vicino all’establishment iraniano, essendo al contrario un pacifico e moderato interprete di istanze sociali squisitamente locali.

Se da una parte, quindi, Tehran ha potuto a gran voce denunciare l’oggettivamente deplorevole esecuzione di un innocente e popolare attivista, dall’altra ha fornito il pretesto ai propri detrattori per essere accusata di strumentalizzazione del lutto, sollevando critiche e perplessità.

Non solo. Nel clamore delle proteste popolari e dell’incitamento da parte di un gran numero di esponenti della politica locale, l’opposizione politica al governo di Hassan Rohani ha colto l’occasione per permettere ad alcune decine di facinorosi di distruggere le rappresentanze diplomatiche saudite in Iran.

Riportando in tal modo le lancette dell’orologio della storia indietro di quasi quarant’anni, rievocando le immagini dell’assalto all’ambasciata Usa e fornendo all’opinione pubblica internazionale una conferma - errata, ma difficilmente confutabile - dei tradizionali stereotipi sul paese.

Un fatto di mera politica interna, ma con conseguenze disastrose per l’immagine del paese. Con la paradossale conclusione di una condanna da parte dell’Onu per l’assalto all’ambasciata, nel più assoluto silenzio del palazzo di vetro sull’ingiustificabile esecuzione di al-Nimr.

Non solo in Iran, tuttavia, le comunità sciite sono scese in strada per protestare. In buona parte del governatorato di Qatif, area a maggioranza sciita dell’Arabia Saudita, la popolazione ha manifestato il proprio sdegno provocando la dura reazione delle forze di polizia, e innescando in tal modo quel meccanismo di violenza funzionale agli interessi sauditi.

Anche in Bahrain le proteste sono state duramente represse, nel più assoluto silenzio dei media internazionali, che si sono invece concentrati sui soli fatti dell’Iran, ancora una volta favorendo la posizione di Riyadh.

Ingenti, ma ordinate ed incruente, sono state invece le manifestazioni di protesta organizzate in Iraq e Libano, dove la folla si è soprattutto concentrata di fronte alle sedi diplomatiche saudite scandendo slogan contro la monarchia e inneggiando alla figura di Nimr al-Nimr.

Impedire il consolidamento di Teheran
La crisi seguita dalla chiusura dei rapporti diplomatici con Tehran da parte di alcuni paesi arabi (per quanto possa valere tale mossa, soprattutto nella dinamica della tradizione informale dei rapporti regionali) costituisce l’ultimo elemento di una strategia volta a cercare di impedire il consolidamento del ruolo dell’Iran nella regione e sul piano internazionale.

Una strategia estremamente difficile da perseguire da parte dell’Arabia Saudita, che rischia di esacerbare i già delicatissimi equilibri all’interno della famiglia reale, con la possibilità di sollevare divergenze di portata tale da rendere insanabile la distanza tra il gruppo di potere di re Salman e la restante parte dei consanguinei.

Nicola Pedde è Direttore dell'Institute for Global Studies, School of Government.
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domenica 3 gennaio 2016

Israele: relazioni commerciali con l'Unione Europea entrano in turbolenza

Ue-Israele
Le etichette della discordia sui prodotti israeliani
Claudia De Martino
23/12/2015
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L’Unione europea, Ue, si dà nuove linee guida per disciplinare l’entrata dei prodotti israeliani provenienti dai Territori Occupati. Si tratta di una “nota interpretativa” che, dal mese scorso, si limita a imporre la denominazione di origine ai prodotti dei Territori Occupati che accedono al mercato Ue.

Tale nota è stata recepita dal governo israeliano come una misura dall’alto valore simbolico: Il premier Benjamin Netanyahu ha annunciato che Israele sospenderà di conseguenza tutti gli incontri tra alte autorità israeliane e diplomatici Ue.

Anche se 550 eminenti personalità israeliane del mondo della cultura si sono espresse e a favore della nota, la maggior parte delle forze politiche e dell’opinione pubblica israeliana ha interpretato la misura come l’ennesima manifestazione del doppio standard europeo nei confronti di Israele.

Se il ministro della Giustizia Tzipi Livni ha parlato di boicottaggio economico, Avigdor Lieberman, del partito di estrema destra Israel Beitenu, ha equiparato l’etichettatura dei prodotti all’imposizione della stella di David agli ebrei durante la II Guerra Mondiale, ricorrendo ad una retorica ormai consueta nelle relazioni Ue-Israele.

Relazioni economiche Ue-Israele
La nota Ue si inserisce, in realtà, in un percorso di approfondimento delle relazioni economiche con Israele, coronato nel 2012 dall’adozione di misure senza precedenti, tra le quali un accesso preferenziale di Israele al mercato unico europeo e una cooperazione rafforzata nei settori dei trasporti e dell’energia.

Tuttavia, già nel 2012, Catherine Ashton, ex Alto rappresentante per gli Affari Esteri e la Politica di Sicurezza dell'Ue, si pronunciava a favore di un blocco delle relazioni con gli insediamenti.

La Commissione Ue aveva allo studio una proposta globale di disincentivazione alla collaborazione dei Paesi Ue con gli insediamenti posti oltre la Linea verde - la linea di demarcazione che separa Israele dai Territori Occupati durante la Guerra del ’67 - che avrebbe potuto condurre anche ad un bando totale di tali prodotti dal mercato Ue. (“Guidelines on the eligibility of Israeli entities and their activities in the territories occupied by Israel since June 1967 for grants, awards and financial instruments funded by the EU from 2014 onwards”, 19/7/2013)

L’attuale nota non include nessuna di queste misure, ma l’opinione pubblica israeliana teme che essa costituisca il primo passo verso una campagna internazionale di delegittimazione degli insediamenti.

Finanziamenti all’occupazione
Uno studio intitolato “Exposing the Israeli Occupation Industry”, elaborato dal centro di ricerca Who Profits, evidenzia varie categorie di operazioni con cui le banche israeliane finanziano direttamente o indirettamente attività relative all’occupazione:
1) prestiti per mutui per case nei Territori;
2) servizi finanziari alle autorità locali;
3) prestiti per costruzioni negli insediamenti;
4) banche operative locali. Le banche israeliane, infatti, non possono - secondo la legge nazionale - discriminare in base alle aree di applicazione nella concessione dei finanziamenti.

Si teme anche che alcune compagnie multinazionali e istituzioni israeliane potrebbero diventare soggetti ineleggibili per i progetti Ue: la compagnia Paz Oil, leader nel settore energetico, la Elbit Systems Ltd, leader di sistemi elettronici di difesa o il nuovo campus dell’università di Ariel.

Quello di cui Israele ha paura, in definitiva, sono gli effetti a lungo termine di queste linee guida, che hanno il merito di richiamare l’attenzione internazionale sulla illegalità delle colonie israeliane.

Steven J. Rosen, analista del Middle East Quarterly, sostiene che questa nuova nota danneggerebbe anche l’Europa: Israele ha importato dall’Ue più del 46% di quanto ha esportato e questi scambi commerciali avrebbero creato più posti di lavoro nella Ue che in Israele.

Tuttavia, le linee guida avranno un impatto limitato nelle relazioni commerciali Ue-Israele, perché solo il 2% dei prodotti industriali e agricoli che Israele esporta nella provengono dagli insediamenti.

Posizione Ue sugli insediamenti israeliani
In realtà, il dissidio tra Ue e Israele riguarda la concezione stessa degli insediamenti: la Ue non distingue, infatti, tra diverse tipologie, mentre Israele non considera alcun insediamento come illegittimo, tranne singoli avamposti non autorizzati.

La Ue si rifà, infatti, a una definizione di “Territori Occupati” come tutti i territori conquistati da Israele nella guerra del ’67 ad oggi contestati: una posizione diversa da quella degli Stati Uniti, per cui il compromesso è quello raggiunto a Camp David, che compieva una distinzione tra colonie costruite vicino alle città israeliane (come Ma’ale Adumim, Modi in Illit, Gush Etzion e Givat Ze’ev, che costituiscono il 5-9% della superficie dei Territori ma concentrano l’80% dei coloni e che sarebbero potuti passare sotto la sovranità israeliana in cambio di compensazioni territoriali), e insediamenti tout court, impiantati nel cuore della Cisgiordania (e prima Gaza): i cosiddetti “insediamenti ideologici”.

Il governo israeliano, inoltre, considera la posizione europea faziosa, poiché la Ue non si è mai pronunciata analogamente sull’occupazione turca a Cipro Nord, né su quella marocchina del Sahara Occidentale, arrivando persino a legittimare in entrambi i casi lo status quo.

Claudia De Martino è ricercatrice presso Unimed, Roma e autrice di “I mizrahim in Israele”, Carocci editore.
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