venerdì 5 maggio 2017

Profili religiosi e teorie interpretative

Passato e presente
Medio Oriente: la tesi del 'ritorno degli sciiti'
Lorenzo Kamel
04/05/2017
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Numerosi studiosi si sono espressi di recente a proposito della relazione tra potere e identità nel contesto del Medio Oriente contemporaneo. In un’intervista rilasciata ad Adam Shatz, il direttore del Center for Middle East Studies dell’Università di Oklahoma, Joshua Landis, ha sostenuto ad esempio che la regione sta assistendo a una sorta di “ritorno del XII secolo”, quando i potentati sciiti, sostenuti dalla Persia, dominavano larga parte della Siria settentrionale e del resto della regione. Secondo Landis e altri, i mamelucchi e, in seguito, le autorità ottomane, cambiarono il corso della storia: “Estromisero e marginalizzarono gli sciiti, da allora profondamente impotenti”.

Il passato che non passa
Landis fa eco a un punto di vista radicato nel tempo. Già Gertrude Bell (1868–1926), in una lettera indirizzata al padre in data 23 agosto 1920, si riferì a degli esponenti sciiti, presenti in una regione dell’Iraq a larga maggioranza sciita, nei seguenti termini: “È come se ci fossero molti papi stranieri [aliens popes] presenti in pianta stabile a Canterbury, intenti a emanare editti aventi precedenza sulla legge vigente. I turchi erano in costante conflitto con loro: il futuro governo arabo si troverà nella medesima situazione”. Questo genere di approcci, volti a stigmatizzare gli sciiti locali come “stranieri” (“aliens”), ha avuto ripercussioni visibili fino ai giorni nostri.

Tale narrativa non solo ignora che ancora oggi gli sciiti rappresentano circa il 40 per cento del totale della popolazione musulmana del Medio Oriente e che l’appartenenza a una data confessione religiosa è stata per secoli solo una delle tante maniere (sovente non la più significativa) adottate dagli esseri umani presenti nella regione per esprimere il proprio essere, ma trascura anche molto del contesto storico necessario per analizzare le dinamiche relative alla marginalizzazione degli sciiti.

L’importanza del contesto
Le comunità sciite – ognuna delle quali avente peculiari specificità – sono state sovente percepite con sospetto da diverse dinastie sunnite. Subirono anche discriminazioni e persecuzioni. Tuttavia, il loro processo di ‘marginalizzazione’ ha avuto storicamente molto meno a che fare con le violenze delle quali si macchiarono, ad esempio, i mamelucchi nel XII secolo, e molto più a che spartire con interessi pratici connessi, tra l’altro, allo sfruttamento della ‘via della seta’ durante l’epoca dell’emiro Fakhr-al-Din II (1572-1635), quando l’incremento degli scambi commerciali con l’Occidente andò di pari passo con drammatici cambiamenti nella composizione demografica di larga parte della ‘Grande Siria’.

I contadini maroniti furono al tempo spinti a stabilirsi, per coltivare la terra, nelle aree meridionali a maggioranza drusa, a danno degli sciiti, espulsi con la forza.

Nel lungo termine, ciò rese il Libano meridionale un’area a maggioranza cristiana e innescò, nelle parole di Fawwaz Traboulsi, una “complessa asimmetria che generò un sistema settario e una mobilitazione di carattere confessionale”. La nuova composizione demografica ebbe un effetto destabilizzante, in primis da un punto di vista sociale ed economico, su tutte le comunità presenti nella ‘Grande Siria’.

In questo contesto è opportuno rimarcare che i potentati locali sciiti, come ricordava Landis in apertura, furono a lungo sostenuti dalla Persia/Iran. È necessario tuttavia aggiungere che la popolazione della Persia (come quella dell’adiacente Azerbaijan) era allora in larga parte sunnita (scuole Shafi’ita e Hanafita): la forzata conversione di massa della Persia – dunque il passagio da neo-marginalizzati sunniti a ‘empowered’ sciiti – venne infatti implementata dai Safavidi tra il XVI e il XVIII secolo.

Oltre le confessioni
L’eccessiva enfasi posta sulla narrativa del “ritorno delle comunità sciite storicamente emarginate” rischia di lasciare nell’ombra le complessità di una regione in cui i confini religiosi sono stati per larga parte della storia fluidi, imprecisi e ambigui.

A dispetto di quanto i dibattiti in corso sembrerebbero suggerire, sunniti e sciiti, ma anche cristiani, ebrei e altri gruppi o confessioni religiose hanno vissuto nella regione raggiungendo un livello di coesistenza – un concetto che non cancella l’esistenza di confini, ma implicitamente riconosce che essi siano negoziabili – superiore a quello registrato in larga parte del resto del mondo, Europa inclusa.

Su un piano teologico, sussistono maggiori differenze tra un protestante e un cattolico che tra un sunnita e uno sciita. Ciò non implica che non si siano verificati scontri di natura confessionale. Come anche questo articolo conferma, violenze tra sunniti e sciiti sono documentabili già a partire dall’Alto Medio Evo. Essi, tuttavia, non rappresentano che una frazione di un millenario vissuto locale. Inoltre, la natura e la portata di tali episodi non è in alcun modo equiparabile a quanto stiamo assistendo ai giorni nostri.

Come ha scritto Fanar Haddad in riferimento al contesto iracheno, “nella Baghdad dell’Alto Medioevo si sono verificati scontri di natura settaria, ma erano molto diversi rispetto a quanto verificatosi nell’epoca degli Stati-nazione”. Una marcata differenza è riscontrabile anche in relazione a un passato molto più recente: fino al 2003 circa il 40 per cento della popolazione di Baghdad, ovvero un quarto dell’intero Iraq, era composta da persone nate da matrimoni misti tra sunniti e sciiti. Gli iracheni li chiamano ancora oggi ‘Sushis’.

Il ‘ritorno’ del XIII secolo
Più che assistere a una sorta di “ritorno del XII secolo”, sarebbe più opportuno sostenere che la regione sta vivendo quanto previsto da Janet Abu-Lughod nel 1989, vale a dire che l’era dell’egemonia europea/occidentale sarebbe stata sostituita da un ritorno “to the relative balance of multiple centers exhibited in the thirteenth-century world system”.

Ognuno dei popoli presenti nella regione sta lottando per trovare il proprio spazio in questo nuovo sistema. Molti di essi – nella cintura di Baghdad, nelle province di Diyala, Latakia, Tartus, Baniyas e in molte altre aree in Iraq, Siria e altrove – stanno sperimentando anche la crescente necessità di “tornare” nella storia, riscoprendo le identità ibride, con le loro permeabilità e specificità, proprie di un radicato vissuto locale.

Fare luce su questi incompleti ma significativi sforzi è un modo per sostenere i loro tentativi di “riprendere possesso” di retaggi e storie multiformi. Ancora più importante, rappresenta un potente antidoto alle semplificazioni di molte analisi geopolitiche, sempre più diffuse ai giorni nostri.

Lorenzo Kamel è responsabile di ricerca IAI, Marie Curie Experienced Researcher all’Università di Friburgo e Associate al CMES dell’Università di Harvard.

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