domenica 18 giugno 2017

Le turbolenze di Trump

Effetto Trump
Qatar: nel Golfo, una crisi tra strategia e tattica
Cinzia Bianco
08/06/2017
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La crisi diplomatica verificatasi nelle ultime settimane nel Golfo e culminata con la decisione del 5 giugno dell'Arabia Saudita e degli Emirati Arabi Uniti di tagliare completamente i rapporti con il Qatar è senza precedenti.

Innanzitutto perché la crisi spacca a metà il Consiglio di Cooperazione del Golfo: mentre il Bahrein (con Egitto e Yemen) ha a sua volta tagliato i rapporti con Doha, il Kuwait si è proposto come mediatore, con frequenti visite dell’amiro Al Sabah a Doha, e l’Oman non ha pubblicamente preso posizione, ma ha mandato il suo ministro degli Esteri Yusuf bin Alawi a rendere visita all’emiro qatariota il 5 giugno stesso.

Secondariamente questa crisi risulta molto più severa rispetto a qualsiasi divergenza passata - inclusa quella datata 2014 quando Riad, Abu Dhabi e Manama ritirarono i loro ambasciatori da Doha per 8 mesi - perché comprende la chiusura dei confini terrestri e il divieto di utilizzo degli spazi aerei e marittimi dei Paesi coinvolti.

Le origini e l’impatto della rottura
Per l’Emirato, un piccolo Stato estremamente globalizzato, queste mosse sono particolarmente problematiche. La sua economia è strutturalmente intrecciata con quella delle altre monarchie del Golfo: ad esempio, riceve il 40% del suo fabbisogno alimentare attraverso il confine con l’Arabia Saudita.

Inevitabile chiedersi quali possano essere le ragioni scatenanti di tali risoluzioni. Nominalmente agenti scatenanti sarebbero stati commenti conciliatori nei confronti del ruolo regionale dell'Iran pronunciati dall'emiro del Qatar, il giovane Tamim Al Thani, apparsi sul sito dell'agenzia di stampa nazionale Qatar News Agency lo scorso 24 maggio. Tali commenti hanno scatenato un’intensa offensiva mediatica da parte di media sauditi ed emiratini, che è proseguita anche dopo la dichiarazione di Doha che i commenti erano stati pubblicati da un hacker.

Articoli su The National (Abu Dhabi) e Al Arabiya (Riad), oltre ad altri giornali locali, hanno accusato il Qatar di essersi infiltrato nel CCG per indebolire l'alleanza arabo-sunnita e di essere una fonte di instabilità regionale, sostenitore e finanziatore del terrorismo, sia jihadista sunnita che delle milizie sciite vicine all'Iran. La reazione iniziale di Doha è stata il tentativo di tenere testa alle accuse, tramite Al Jazira.

Stampa, hacker e dissidenti
Inoltre fonti locali sostengono che Doha abbia finanziato l’hackeraggio il 3 giugno della casella email del potente ambasciatore di Abu Dhabi a Washington, Yousef Al Otaiba, mettendo alla luce il suo coordinamento politico con fondazioni americane filo-sioniste e tra cui la Foundation for Defense of Democracies (FDD), impegnata a Washington in una importante campagna di lobbying anti-Fratelli Musulmani.

Per tutta risposta, sauditi ed emiratini avrebbero preso contatto con un membro dissidente della famiglia reale qatariota, Saud bin Nasser Al Thani, residente a Londra e autoproclamato leader dell'opposizione al regime, scatenando memorie risalenti al 1996, quando i sauditi sponsorizzarono un colpo di stato fallito contro l’allora emiro Hamad bin Khalifa Al Thani, che aveva dato inizio all’emancipazione qatariota dall’ala saudita.

A quel punto, avviene la rottura dei rapporti e la chiusura dei confini con l’accusa a Doha di sostenere il terrorismo internazionale. L’argomentazione, di grande presa mediatica soprattutto per l’audience occidentale, è stata accolta anche dal presidente degli Stati Uniti Donald Trump, che l’ha strumentalizzata come un successo della sua recente campagna retorica anti-terrorismo a Riad.

I nessi tra la crisi e la missione di Trump
Nonostante il viaggio di Trump sembri effettivamente legato alla crisi, le connessioni sembrano del tutto diverse da quelle dichiarate. Il Vertice di Riad ha rilanciato l’asse Usa-Arabia Saudita, saldando il rapporto con il vice-principe della corona saudita Mohammad bin Salman, attuale architetto della politica estera e di difesa saudita, e con Mohammad bin Zayed, principe della corona degli Emirati Arabi Uniti e leader della politica estera di Abu Dhabi soprattutto nella sua linea anti-Fratelli Musulmani.

La strategia di pressione sul Qatar acquista un senso strategico più chiaro se analizzata nel contesto del disegno di schiacciare il dissenso interno in vista della grande campagna anti-iraniana lanciata dal Summit e del supporto incondizionato ricevuto dal presidente Trump. In questo senso questa crisi rappresenta in buona parte un sottoprodotto di politiche estere divergenti tra Qatar, Emirati Arabi Uniti e Arabia Saudita in Egitto, Libia e Siria dopo il 2011.

Sebbene il dialogo pragmatico dei qatarioti con Teheran sia probelmatico, se la frattura fosse riconducibile solo a questo tema dovrebbe prendere di mira l’Oman, mediatore fondamentale nell’accordo sul nucleare iraniano.

Osservando da vicino le richieste fatte a Doha per far rientrare la crisi - la chiusura di Al Jazira, l’espulsione di ogni membro della Fratellanza Musulmana e di Hamas, la rottura di ogni relazione con l’Iran e la promessa di aderire alle politiche del CCG -, diventa chiaro che lo scopo è ancora più ambizioso: sminuire una volta per tutte il ruolo che il Qatar è riuscito a ritagliarsi sin dal 1995 a livello regionale e globale e riportarlo allo status di piccolo Stato satellite saudita.

Una capitolazione ineludibile?
Nonostante le richieste siano indubbiamente smisurate, difficile che il giovane emiro Tamim possa resistere alla capitolazione, in quanto il CCG è ancora l'unica opzione realistica per il piccolo Stato in una regione così instabile. Questo nonostante il tentativo del presidente iraniano Hassan Rouhani di approfittarsi della frattura esprimendo solidarietà a Doha e consentendo l’utilizzo dello spazio aereo e navale iraniano.

Il vero rischio è che, se la crisi dovesse proseguire a lungo, si potrebbero incrinare altri rapporti - la Turchia, alleato di ferro del Qatar e ostile agli Emirati, difficilmente potrà evitare di restare coinvolta - o prendere misure da cui sarebbe arduo tornare indietro. Probabilmente anche per questo l’offensiva contro il Qatar è stata così intensa: l’obiettivo è giungere ad una capitolazione rapida e decisiva e, probabilmente, lanciare un messaggio ad altri Paesi dissidenti, primo tra tutti l’Oman.

Cinzia Bianco, PhD Researcher, Institute of Arab and Islamic Studies, University of Exeter.

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