lunedì 18 aprile 2016

Verso nuovi equilibri tra i sunniti

Medio Oriente
Qatar, tramonto della guerra intra-sunnita?
Eleonora Ardemagni
07/04/2016
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Di nuovo al fianco dell’Arabia Saudita. Dopo una stagione di sfide incrociate, il Qatar ha prudentemente ricalibrato la sua politica regionale. Il tempo della rivalità intra-sunnita sembra un ricordo lontano; d’altronde, era il 2014 e la bilancia del potere mediorientale sembrava pendere, con decisione, in favore del gigante saudita.

Poi, il sedicente “stato islamico” si autoproclamava califfato fra Siria e Iraq, l’Iran tornava al centro della geopolitica mediorientale, il regime di Assad prendeva sempre più “fiato” mano a mano che la guerra civile siriana si trasformava in conflitto a partecipazione regionale.

Il fronte sunnita, capeggiato dai sauditi, si è così ricompattato, fino a includere la Turchia, mettendo temporaneamente tra parentesi le diffidenze reciproche: sullo sfondo, un quadrante sempre più polarizzato lungo linee di faglia settarie.

Dopo aver sperimentato l’isolamento, il Qatar cerca la sua terza stagione di politica estera: diplomazia attiva sì, ma senza interferire apertamente con gli interessi dell’Arabia Saudita.

Dalla diplomazia pirotecnica all’avventurismo geopolitico
Fino alle rivolte arabe del 2011, il Qatar era il mediatore per eccellenza. Le trattative di pace, formali o informali, passavano tutte per Doha (dove persino i talebani avevano aperto un ufficio politico) e/o per emissari qatarini.

Una diplomazia personale corroborata dalle ingenti risorse finanziare del piccolo emirato, come nel caso della ricostruzione della Striscia di Gaza. Complice il ˊmegafonoˋ di Al-Jazeera, la TV panaraba, il Qatar rappresentava così il crocevia mediatico della diplomazia mediorientale, assai diverso da Kuwait e Oman, mediatori fattivi, ma discreti.

Il passo dalla ˊdiplomazia pirotecnicaˋ all’‛avventurismo geopolitico’ è stato quindi breve: il passaggio dalla prima alla seconda stagione della politica estera del Qatar ha avuto il volto della Fratellanza Musulmana che l’emirato ha fortemente finanziato e sostenuto, specie in Egitto, tra il 2011 e il 2014.

Gli eventi si sono poi inanellati con grande rapidità: la competizione saudita-qatarina per il controllo politico e militare dell’opposizione siriana, il colpo di stato del generale Al-Sisi in Egitto e la conseguente repressione della Fratellanza, fino alla scelta di Arabia Saudita, Bahrein ed Emirati Arabi Uniti di ritirare i loro ambasciatori da Doha (2014), accusata di interferire negli affari interni delle altre monarchie del Consiglio di Cooperazione del Golfo, Ccg.

Nuovo equilibrio cercasi
L’odierna politica estera qatarina sembra recuperare l’attivismo diplomatico, ma rifuggire il confronto-scontro diretto con gli interessi dell’Arabia Saudita: ricostruire un profilo di neutrale credibilità sarà però impossibile.

Il riavvicinamento è in atto: Doha si allinea a Riyadh nella condanna dell’assalto alle ambasciate saudite in Iran dopo la condanna a morte del religioso sciita saudita Nimr Al-Nimr (pur limitandosi al solo richiamo del proprio ambasciatore), mentre l’Arabia Saudita fa organizzare a Doha il vertice Opec sul tema della produzione petrolifera mondiale.

Stare in equilibrio fra iniziativa diplomatica e adesione alle linee guida saudite non è facile. Per esempio, il Qatar è interessato a mantenere relazioni cordiali con l’Iran, causa il comune giacimento di gas naturale North Dome-South Pars; sullo Yemen, i qatarini hanno inviato truppe di sostegno alla coalizione sunnita, ma stanno provando a ritagliarsi il consueto ˊprofilo solidaleˋ organizzando, attraverso il Qatar Charity, una maxi-conferenza sulla crisi umanitaria yemenita, aggravata però da bombardamenti ed embargo imposti da Riyadh e condivisi da Doha.

Alleanze e diffidenze
Ora che è l’asse militarista di Mohammad bin Salman-Mohammad bin Zayed (rispettivamente vice principe e principe ereditario di Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti) a muovere i fili della strategia regionale del Ccg, lo spazio per la diplomazia qatarina si fa più stretto. E la diffidenza nei confronti di Doha persiste, specie da parte degli emiratini, i più intransigenti nei confronti della Fratellanza Musulmana, considerata una minaccia alla sicurezza nazionale.

Non è un caso che sia stato il Kuwait, unica monarchia del Golfo ad aver istituzionalizzato la presenza dei Fratelli, a provare a smussare le asperità politiche fra Abu Dhabi e Doha.

La popolarità del Qatar è in ribasso fra tutti gli alleati: secondo un recente sondaggio kuwaitiano riportato dal Washington Institute for Near East Policy, i cittadini del Kuwait valutano con le stesse percentuali negative il comportamento politico di Stati Uniti, Russia e Qatar; al netto dell’opinabilità dei sondaggi, il risultato dà il senso dell’umore locale.

Base militare turca in Qatar
La Turchia aprirà una base militare permanente in Qatar (3000 militari): Ankara contribuirà anche all’addestramento delle forze armate di Doha. Il Qatar è un ponte diplomatico fra Arabia Saudita e Turchia in chiave anti-Iran: è anche questa la ˊdote politicaˋ cui i sauditi oggi aspirano per provare a raddrizzare equilibri geopolitici sfavorevoli, serrando i ranghi nel fronte sunnita.

Eleonora Ardemagni, analista di relazioni internazionali del Medio Oriente. Gulf analyst per la Nato Defense College Foundation. Autrice di “United Arab Emirates’ Armed Forces in the Federation-Building Process: Seeking for Ambitious Engagement”, International Studies Journal 47, vol. 12, no.3, Winter 2016, pp.43-62.
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