venerdì 19 gennaio 2024

Sviluppo ed utilizzo degli UAVs nell'area del Golfo Persico

 Tesi di Laurea

Giuseppe Cozzi

LO SCENARIO GEOPOLITICO DI RIFERIMENTO DEL GOLFO PERSICO

 

LO STRETTO DI HORMUZ E LA GEOPOLITICA TURBOLENTA DEL GOLFO

 

Lo Stretto di Hormuz è uno dei più importanti crocevia per i traffici commerciali mondiali e rappresenta un’arteria fondamentale per il trasporto di petrolio, via mare, dal Medioriente verso la maggior parte dei Paesi del mondo. Esso si estende per circa 60 miglia nautiche in lunghezza ed è circondato da Iran, Oman ed Emirati Arabi Uniti.

Il tratto di mare più stretto è lungo circa 31 chilometri ed è compreso fra Iran e il Sultanato dell’Oman, i quali si contendono il controllo del traffico marittimo, dal momento che lo schema di separazione del traffico, quindi il tratto navigabile dello Stretto, si colloca all’interno delle acque territoriali dei due Paesi. Lo Stretto è l’unica via che permette l’accesso dal Golfo Persico verso l’Oceano Indiano e, quindi, per tutti i mari del mondo.

Questo piccolo spazio di mare costituisce una delle rotte strategiche più rilevanti al mondo in quanto consente ai produttori del Medio Oriente di spedire il greggio, attraverso l’utilizzo di idonee petroliere, ai Paesi consumatori di Asia, Europa e Nord America. Costellato di isolette rivendicate da Iran ed Emirati Arabi Uniti, è l’unica rotta verso l’oceano aperto anche per un terzo del gas naturale liquefatto del mondo. Infatti, secondo i dati di U.S. Energy Information Administration (EIA), nel 2015 attraverso lo Stretto sono passati circa 17 milioni di barili di petrolio al giorno, pari al 30% di tutto il greggio trasportato per mare durante quell’anno mentre nel 2016 i flussi totali attraverso lo Stretto di Hormuz sono aumentati fino a raggiungere il livello record di 18,5 milioni di barili al giorno[1]. Nel 2020, ha avuto un volume di scambi di petrolio di 18 milioni di barili al giorno, pari a quasi il 50% del volume totale degli scambi di petrolio via mare per quell’anno[2].

Per quanto attiene al nome “Golfo Persico”, o per alcuni “Golfo Arabico” a seconda dalla sponda dove ci si trovi, è stata peraltro oggetto di diverse dispute. L’aggettivo “Persico”, ovvero iraniano, è stato contestato da molti Paesi arabi (tra cui Emirati Arabi Uniti, Arabia Saudita, Qatar e Kuwait) fin dagli anni ’60 dello scorso secolo, non solo per la rivalità fra Iran e alcuni Stati arabi ma anche per il crescente senso di nazionalismo di tali entità statuali che si è avuto dalla seconda metà del ‘900. Per questo motivo esso è appellato “Golfo Arabico” dalla maggior parte degli Stati della regione anche se, per motivi di praticità e semplicità, durante il corso dell’elaborato appelleremo l’area come “Golfo Persico”.

La regione del Golfo Persico, è stata un’area di estremo interesse e di indubbia civiltà fin dai tempi antichi. Conosciuta dai più blasonati navigatori europei, questa regione, ancor prima della scoperta del petrolio in Iran nel 1908, era importante sicuramente per l’attività di pesca tramite la tipica imbarcazione araba conosciuta con il nome di dau (in inglese “dhow”), il commercio di perle, l’allevamento di dromedari e cammelli e la coltivazione del dattero. Dopo la prima metà del ‘900, a partire dagli anni ’50, l’economia regionale ha subito un radicale cambiamento grazie alla produzione ed esportazione di greggio in tutto il mondo da parte dei Paesi circostanti. Oggigiorno gli scali marittimi più importanti sono i porti di Khārg Island in Iran, Kuwait City, Al-Dammām in Arabia Saudita, Manama in Bahrain, Port Rāshid negli Emirati Arabi Uniti.

La regione è stata sempre in continuo fermento: il bacino di mare ristretto, la posizione geografica delle numerose isole nel Golfo, unitamente al proprio rendimento in termini di risorse energetiche, ha portato, nel corso degli anni, a numerose controversie legali tra gli Stati contendenti. Alcuni esempi:

-       le isole di Farsi e Arabi, situate nell’area centrale del Golfo, sono state oggetto di lunghe controversie da parte di Iran e Arabia Saudita quando, nel 1986 le parti hanno riconosciuto mutualmente la sovranità iraniana su Farsi e saudita su Arabi.

-       nel 2010 la compagnia petrolifera di stato iraniana ha ufficialmente “dato inizio all’estrazione di petrolio dal giacimento dell’isola di Hengan, imponente risorsa di greggio e gas naturale scoperta nel 1975”[3]. Tale isola, che si trova a circa 70 km al largo delle coste iraniane vicino lo Stretto di Hormuz, è stata oggetto di controversia legale sulla precisa definizione di Zona Economica Esclusiva (ZEE).

-       il contenzioso in corso tra Iran ed Emirati Arabi Uniti (EAU) per le isole di Abu Musa, Grande Tunb, Piccola Tunb, Bani Furur, Furur, Sirri.

Per quanto afferisce alla presenza delle ingenti quantità di petrolio e gas naturale ovvero di riserve energetiche nella regione, questo è stato motivo di continua competizione e numerosi conflitti nel corso dei tempi. Tra i più importanti va ricordato sicuramente la sanguinosa guerra Iran-Iraq degli anni ’80, la cosiddetta “Prima guerra del Golfo” dei primi anni ’90 (quando il dittatore iracheno Saddam Hussein ha cercato di occupare e impossessarsi del Kuwait e del proprio petrolio) e la “Seconda guerra del Golfo”, che ha visto l’occupazione americana dell’Iraq nel 2003. In seguito agli esiti della Prima guerra del Golfo nel 1990, il Dipartimento della Difesa americano decise di dislocare una flotta (la Quinta), con sede a Manama (Bahrein), che avesse la responsabilità sul Golfo Persico, Mar Arabico, Mar Rosso e parte dell’Oceano Indiano lungo la costa orientale dell’Africa, con lo scopo di proteggere le vie marittime ed i traffici ad esse collegati.

A seguito di un periodo di precaria stabilità regionale, nel giugno 2019 la situazione rischiava di precipitare, quando, nel Golfo dell’Oman, due petroliere andarono a fuoco e gli Stati Uniti accusarono l’Iran dell’incidente. In tale occasione, Teheran minacciò la chiusura dello Stretto, che avrebbe comportato ritardi e costi di spedizione più elevati per i beni trasportati.

Infine, nel maggio del 2022, la Islamic Revolutionary Guard Corps (IRGC), la forza militare più potente del paese, ha sequestrato due petroliere greche che navigavano nel Golfo Persico. Il sequestro sarebbe stata una ritorsione per la confisca di una petroliera iraniana avvenuta in acque greche nell’aprile 2022, che secondo l’Iran sarebbe stata ordinata dagli Stati Uniti per la violazione delle sanzioni che vietano all’Iran la vendita di petrolio nei paesi dell’Unione Europea. Le due navi mercantili greche sono state rilasciate nel novembre 2022 a seguito di un lungo e complicato sforzo diplomatico.

Nonostante le ricorrenti tensioni nell’area, il metodo di trasporto più conveniente rimane ad oggi quello marittimo e lo Stretto di Hormuz resta un’arteria vitale per i principali esportatori di petrolio nella regione del Golfo, le cui economie si reggono sugli idrocarburi. Solo qualche anno fa, nel 2018, l’Arabia Saudita ha inviato circa 6,4 milioni di barili di petrolio al giorno attraverso lo Stretto, l’Iraq più di 3,4 milioni, gli Emirati Arabi Uniti quasi 2,7 milioni e il Kuwait poco più di 2 milioni[4]. Anche per l’Iran è molto importante questa rotta, principalmente per le sue esportazioni di greggio (peraltro sottoposte a misure di embargo da parte degli USA che limitano anche gli acquisti di vari Paesi alleati). Il Qatar, che risulta essere il maggiore produttore mondiale di gas naturale liquefatto, lo esporta quasi tutto attraverso Hormuz (la restante parte tramite via terrestre).

Con il passare degli anni, infatti, la centralità commerciale di questa rotta è cresciuta sempre più, soprattutto con l’istaurarsi di un collegamento economico con le più blasonate economie asiatiche. La maggior parte del petrolio che ha attraversato lo stretto nel 2018 è andato in Cina, Giappone, Corea del Sud e India. Anche gli Stati Uniti hanno importato quasi 1,4 milioni di barili al giorno tramite questa rotta e l’Europa ne resta dipendente.

Sebbene lo Stretto di Hormuz risulta essere il percorso più utilizzato per il trasporto di greggio fuori dal Golfo, negli ultimi anni gli Stati costieri hanno costruito diversi oleodotti terrestri per lo stesso fine. E’ il caso dell’oleodotto saudita, il quale attraverso il Mar Rosso, con una capacità di circa 5 milioni di barili di petrolio al giorno. Gli Emirati Arabi Uniti hanno costruito un oleodotto terrestre che può trasportare circa 1,5 milioni di barili di petrolio al giorno lungo la costa. Infine, è presente anche un altro oleodotto che può trasportare il petrolio iracheno fino alla costa mediterranea. L’efficienza di questi sistemi alternativi non risulta essere all’avanguardia e molte sono le avarie che si riscontrano giornalmente ma, soprattutto, non riescono a trasportare tutto il petrolio che può essere spostato su una nave.

Negli ultimi anni poi, si è assistito ad un graduale inserimento di un altro attore fondamentale nei giochi regionali, la Cina. La strategia di Pechino per il Golfo Persico si basa sulla costruzione di legami economici con tutti gli attori regionali, perseguendo un approccio apolitico e neutrale con questi Paesi. La Cina ha infatti estremo bisogno delle risorse energetiche del Golfo e punta anche alla sua ambiziosa espansione attraverso la Belt and Road Initiative, la cosiddetta Nuova Via della Seta, che intende connettere La Cina al Golfo Persico, al Mar Arabico, al Mar Rosso e al Mediterraneo.

La Tesi è disponibile presso la Emeroteca del CESVAM, consultabile con l'autorizzazione dell'Autore.

[1] World oil transit chokepoints, (2019) https://www.eia.gov

[2] Strait of Hormuz, (2022), in www.statista.com

[3] Al via l’estrazione di greggio sull’isola di Hengam, (2011), in https://iran.it

[4] Lo stretto di Hormuz e la geopolitica turbolenta del Golfo Persico, (2021), in https://aspeniaonline.it


mercoledì 10 gennaio 2024

Antonio Trogu Concetto di deterrenza nucleare

 

Concetto di deterrenza

L'uso della violenza nei rapporti fra gli stati è stato tradizionalmente visto come lo strumento per distruggere la forza militare dell'avversario e poter disporre delle sue popolazioni. Oggi invece acquista un'importanza sempre crescente un altro uso della violenza: la minaccia di gravi e insostenibili danni alle popolazioni per costringerle alla resa, o comunque spingerle verso determinate decisioni. Questi sistemi sono stati largamente usati fin dai tempi più antichi, ma diventano predominanti nei rapporti di forza nel mondo attuale: dalle lotte fra gang rivali, al terrorismo della guerriglia, al ricatto atomico. In particolare la presenza del ricatto atomico, con le sue apocalittiche implicazioni tende a ispirare una istintiva repulsione verso un tipo di guerra in cui le popolazioni non sono che ostaggi reciproci nelle mani dei contendenti. Teoricamente nessun soggetto politico fa la guerra per la guerra, ma per conseguire obiettivi politici, cioè per creare una situazione di pace che ritiene conveniente. Si fa ricorso alle armi quando si ritiene più opportuno impiegarle che astenersi dal farlo ma le armi sono utili anche se non vengono impiegate. Con riguardo al nucleare l'atteggiamento più razionale, per quanto spiacevole, sembra essere quello di pensare razionalmente a come l'immensa forza distruttiva del ricatto atomico possa essere controllata, usata consapevolmente, resa sempre più flessibile. Thomas C.  Schelling [1] tenta quindi di elaborare delle «regole» coscienti di condotta perché in qualsiasi situazione vi sia sempre un'alternativa all'olocausto totale.[2] Si tratta di uno sforzo originale teso a definire le modalità di un negoziato permanente tra le superpotenze, la cui posta in gioco non è tanto il successo dell'uno o dell'altro blocco, quanta la sopravvivenza della civiltà. Un nuovo linguaggio tra le potenze che prende corpo; un linguaggio in cui il significato delle azioni e delle armi è a volte più importante di quello delle parole un linguaggio  in cui avere tempo, o dare tempo all'avversario di rispondere, può essere vitale. Un contesto in cui la segretezza ha un senso del tutto nuovo, e in cui il fatto che l'avversario «capisca» e sia bene informato è nel nostro stesso interesse. La teoria della deterrenza e della compellenza (Schelling, 1966) si fonda proprio sul paradosso che l'efficacia e quindi l'utilità della forza è direttamente proporzionale alla potenzialità e inversamente proporzionale all'effettività del suo impiego.

A carattere generale vediamo ora gli aspetti importanti della strategia della deterrenza evidenziati da Raymond Aron [3]:

         La deterrenza è al contempo di carattere offensivo e difensivo, convertendo una tattica offensiva (rappresaglia) in una strategia difensiva;

         “La dissuasione dipende tanto dai mezzi materiali di cui dispone lo stato che vuol fermarne un altro, quanto dalla risolutezza che lo stato oggetto di dissuasione attribuisce allo stato che lo minaccia di una sanzione”;

         È importante che il potenziale attaccante possieda la certezza (o almeno un considerevole  dubbio) che le minacce del dissuasore saranno realmente attuate in caso di necessità

Ne consegue l’importanza della percezione dell’avversario, nella considerazione di quanto le potenziali azioni di deterrenza vengono considerate sufficienti a dissuadere

Le relazioni tra stati sono state e sono ancora caratterizzate da un rapporto di deterrenza; l’avversario è dissuaso dall’attaccare perché teme la risposta dello stato attaccato, la quale può concretarsi in una sconfitta per l’attaccante o in un’azione punitiva (rappresaglia) i cui costi per l’attaccante risulterebbero superiori ai benefici derivanti dall’attacco.

La tipologia classica della deterrenza si basa su tre fattori posti in alternativa:

         Deterrenza per negazione all’avversario di benefici (timore della sconfitta);

         Deterrenza attraverso l’imposizione all’avversario di costi eccedenti i benefici (timore della rappresaglia). Tale aspetto riguarda sia le circostanze nel corso della guerra, sia quelle esterne alla guerra stessa;

         Deterrenza in relazione agli attori: diretta, quando riguarda i due soggetti coinvolti; indiretta o estesa, quando la minaccia dissuasiva di rappresaglia implica la presenza di stati terzi, dei quali lo stato dissuasore deve in qualche modo garantire la protezione (“ombrello nucleare”).

          



[1] Economista americano che ha condiviso il premio Nobel 2005 per le scienze economiche con Robert J. Aumann  e’ specializzato nell'applicazione della teoria dei giochi nei casi in cui gli avversari devono interagire ripetutamente

[2] Thomas C. Schelling e la politica di Brinkmanship: una strategia del conflitto come applicazione della teoria dei giochi

[3] Raymond Aron Pace e guerra tra le nazioni   Edizioni di Comunità 1983

 

giovedì 30 novembre 2023

Public Choise e Visone Strategica

 


Ten. cpl. Art Pe. Sergio Benedetto  Sabetta

                                                                                                            

            Nel determinare il rapporto tra singole scelte e politiche pubbliche si parte dal presupposto del singolo quale essere economico, teso alla massimizzazione della propria utilità, per studiare come le preferenze individuali si trasformino in scelte pubbliche.

            Gli attori coinvolti nel processo decisionale sono: gli elettori, gli eletti, i funzionari pubblici, i partiti politici e i gruppi di pressione. Ciascun attore persegue obiettivi distinti, secondo proprie logiche.

            La funzione di utilità degli elettori è riferita alla quantità di beni e servizi acquisibili, per questo hanno a disposizione oltre al voto i movimenti di pressione, di protesta e la possibilità di spostarsi nella giurisdizione di spesa preferita, mentre il politico agisce per la rielezione e in questo tende a massimizzare i voti avvicinandosi all’elettorato mediano.

            Da queste semplici premesse si intuisce la complessità del processo decisionale in tema ambientale, se solo si tengono presenti gli effetti collettivi dell’esternalità e le relative azioni in spesa pubblica, determinazioni di criteri standard e forniture di beni.

            Dobbiamo inoltre considerare i diversi livelli di decisione che vengono ad interagire, sia a livello locale che statale e sovranazionale.

            La regola dell’unanimità sarebbe la migliore nel raggiungere un’allocazione delle risorse pareto-efficiente, tuttavia questa nella sua possibile realizzazione è strettamente legata all’ampiezza della collettività, diventando sempre più difficile con l’allargarsi della base decisionale, in cui prevalgono, tra l’altro, comportamenti strategici.

            Anche la regola della maggioranza qualificata presenta l’inconveniente di lunghe trattative, tanto maggiori e difficili quanto più è elevata la maggioranza richiesta, inoltre la natura di bene pubblico di molte risorse ambientali può spingere una minoranza interessata e compatta a indurre una maggioranza scarsamente interessata su alternative meno efficienti, classico il problema del climate change.

            Se è chiaro il vantaggio derivante dalla scelta secondo il principio dell’unanimità, come evidenziato da Knut Wickell (1986) con l’imposta di scopo per il finanziamento di ciascun bene pubblico (nuovo principio della tassazione), vi è tuttavia il problema della corretta indicazione delle preferenze individuali, prevalendo comportamenti opportunistici.

            Diventa quindi non utilizzabile l’introduzione del sistema dei prezzi, proprio del mercato privato, nella scelta delle possibili opzioni secondo il metodo dell’equilibrio di Lindhal (prezzo-imposta).

            Considerando che maggiore è la percentuale di voti richiesti e più ci si avvicina alle condizioni di efficienza paretiana, ma altrettanto aumentano i costi, occorre determinare un trade-off tra i due termini.

            Secondo la regola di Buchanan e Tullock (1962) la percentuale di votanti costituente la maggioranza ottimale è il punto in cui la somma dei costi esterni e dei costi della decisione raggiunge il minimo, naturalmente la regola ottima cambierà a seconda dei casi, essendo che costi esterni variano con la natura delle decisioni e le caratteristiche sociali della collettività interessata.

            Risulta pertanto un grosso ostacolo per il modello teorico di Buchanan e Tullock la conoscenza delle funzioni di costo, tuttavia tale modello ha il merito di avere evidenziato il problema dei costi relativi a ciascuna regola.

            Occorre quindi distinguere tra scelte costituzionali e non costituzionali, dove per il primo occorre una maggioranza tendente all’unanimità, mentre nel voto a maggioranza il risultato tende alle preferenze dell’elettore mediano, vi è comunque il problema di conoscere i fattori che determinano tali preferenze.

            Tuttavia non sempre il voto a maggioranza favorisce il raggiungimento di una decisione stabile (paradosso del voto a maggioranza), indipendentemente dall’ordine in cui sono poste a votazione le alternative se si è in presenza di alternative estreme.

            Inoltre quando le scelte riguardano più beni pubblici o diversi progetti si possono verificare maggioranze cicliche, lo stesso dicasi in presenza di questioni redistributive.

            La regola della maggioranza, se da una parte permette una scelta tra diverse alternative, dall’altra non permette di rilevare l’intensità delle preferenze, così che una maggioranza poco interessata può imporsi su una minoranza molto interessata alla scelta.

            Si è pensato di ricorrere al meccanismo del voto a punteggi ma questo favorisce i comportamenti strategici allontananti dall’ottimo paretiano, il problema delle intensità delle preferenze è stato risolto con il ricorso al commercio dei voti (Logrolling).

            Qui vi è un vicendevole appoggio a seconda del problema in discussione, tuttavia se questo permette di considerare l’intensità delle preferenze, facilita anche il prevalere degli interessi particolari con il ridurre il benessere della collettività.

            Si dimostra veritiero il teorema dell’impossibilità di Arrow  (1951) per cui è impossibile definire una regola di scelta collettiva che soddisfi tutte le seguenti proprietà:

1.     Principio di Pareto;

2.     Indipendenza da alternative irrilevanti;

3.     Dominio non ristretto e non dittatoriale.

Emergono quindi chiaramente le forti spinte lobbistiche che in molti casi stanno alla base di alcune scelte economiche,  anche ambientali, sia negli interventi in politica estera che sul territorio, come sulla mobilità o  più semplicemente sul cibo e sull’energia, spinte che rientrano in una visione strategica.

Colossali interessi che possono spingere attraverso campagne mediatiche verso falsi scopi, dissipando risorse e tempo, provocando magari ulteriori danni.

Walter Lippman afferma che la teoria democratica nell’allargare il diritto di voto diventa una costruzione fondata sulla sabbia essendo i cittadini immaturi, l’unica possibilità è un “ufficio di intelligenza ( …) gestito solo da una classe specializzata” che nel perseguire gli interessi comuni eluda “in larga parte l’opinione pubblica” ( F. Petroni, Disincanto americano,109, il “ Il bluff globale”, Limes 4/2023).

I cambiamenti avvengono a cicli economici, sociali ed istituzionali, attualmente questi si sovrappongono, facendo pensare ad un possibile fallimento della capacità di dissuasione e di gestione di un progetto strategico da parte degli U.S.A., questo anche se la strategia estera possiede una logica più stabile, determinata dai rapporti internazionali, rispetto alla politica interna (G. Friedman, Gli Stati Uniti sono prossimi ad un collasso interno, 113 – 118, in “Il bluff globale”, Limes 4/2023).

 

Bibliografia

·       Brosio G., Economia e finanza pubblica, Carocci 1999.

lunedì 20 novembre 2023

Guerra tra Israele ed Hamas. L'assioma di von Moltke


 "MA CHI SIA STUDIPO E VOLENTEROSO 
COSTITUISCE UN GRAVE PERICOLO E DEVE ESSERE IMMEDIATAMENTE DESTITUITO"

venerdì 10 novembre 2023

L'Aviazione dell'Esercito in Libano dal 1985

La presenta di Italair in Libano risale al 1985. Una presenta importante e costante sotto l'egida dell'ONU. Il Dossier della Rivista Storia Militare traccia un esaustivo percorso della evoluzione della Aviazione dell'Esercito dalla sua nascita ai giorni di oggi. In questo contesto materiale ben documentato anche iconografico è all'interno di questa  pubblicazione che si segnala

Emeroteca del CESVAM 




 

lunedì 30 ottobre 2023

Kurdistan: Rojava; Lo "Stato " dei Curdu Siriani

 


di Antonio Trogu


 

Il Kurdistan, da un punto di vista geografico, è un altopiano vasto 450.000 km2, situato nella parte nord-est della Mesopotamia e ricchissimo di materie prime, tra cui petrolio e risorse idriche; per quanto concerne l’aspetto geopolitico, si tratta di una regione altamente strategica e divisa tra Turchia, Siria, Iraq e Iran. Tali caratteristiche hanno posto e pongono tutt’ora il Kurdistan e i curdi stessi al centro di conflitti domestici ed internazionali.

Il popolo curdo e’ un gruppo etnico di 30-50 milioni di persone che risiedono nella tradizionale area del Kurdistan, che in lingua curda letteralmente significa “il luogo dei curdi’, diviso tra quattro stati-nazione.

I curdi sono un gruppo tribale nomade iraniano proveniente dal grande ceppo delle popolazioni indo-europee. Accomunati da una lingua comune, i curdi sono a maggioranza musulmana sunnita nonostante convivano anche altre correnti religiose: come il sufismo[1].

Sul piano confessionale, prima dell’occupazione araba, i curdi praticavano la religione zoroastriana, sebbene fossero presenti anche comunità ebraiche e cristiane. Attualmente la maggioranza dei curdi professa l’Islam sunnita, tuttavia nella parte sud-est della regione è l’Islam sciita la religione praticata; a tale divisione si aggiunge un 5% di fede cristiana caldea. 

Il Kurdistan come Stato non esiste non essendoci una unità politico-amministarativa ma rimane una comunità di individui che condivide la stessa lingua, storia e cultura e che si ritiene comunque Nazione, anche indipendentemente dalla sua realizzazione in unità politica. Infatti a partire dalla fine degli anni Novanta, con il recupero del patrimonio culturale immateriale curdo, e cresciuta l’idea stessa dei curdi come popolo indigeno, quale elemento di mobilitazione politica da parte di partiti e associazioni.

Già prima dell’inizio della Grande Guerra le grandi potenze europee, con Gran Bretagna e Francia, avevano posto la loro attenzione sul territorio del grande Kurdistan, proprio per la sua posizione strategica e le sue ricchezze petrolifere. Nel 1916, con il celebre accordo Sykes-Picot,[2] che i ministri degli Esteri inglese e francese divisero il Medio Oriente in base ai loro rispettivi interessi, l’accordo ridefiniva confini e controllo dei territori dopo la caduta dell’Impero Ottomano, a Londra spettarono Mesopotamia, Palestina e Giordania, mentre Parigi ottenne la Siria e il Libano. Il piano Sykes-Picot lasciava i curdi senza una propria nazione, divisi in un territorio frammentato tra Turchia, Siria, Iraq e Iran.

Al termine della Prima Guerra Mondiale i 14 punti di Wilson[3] e la promessa dell’autodeterminazione dei popoli come principio fondamentale del nuovo ordine mondiale accesero le speranze indipendentiste curde. Vi fu poi il trattato di Sèvres, l’accordo di pace firmato il 10 agosto del 1920 tra Francia, Gran Bretagna, Italia, Grecia, Giappone e Impero Ottomano, nel quale si parlava del diritto del popolo curdo all’indipendenza e identificava come Stato nazionale dei curdi una regione all’interno del Kurdistan turco

Quando nel 1923 Atarturk Mustafa Kemal[4] trionfò ottenendo per la Turchia l’indipendenza, scacciando le potenze straniere e abolendo il Sultanato, firmò un nuovo trattato di pace, il Trattato di Losanna, nel 1924.

La Pace di Losanna, il trattato firmato tra Turchia e le potenze occidentali che concluse la guerra civile turca ebbe lo scopo di  disegnare un nuovo equilibrio tra i resti dell’Impero Ottomano e l’Europa. Con questo trattato Ataturk riuscì a ottenere la rimozione di qualsiasi riferimento al Kurdistan indipendente, delimitando i confini della Turchia che ancora oggi conosciamo in cambio del riconoscimento delle colonie occidentali nelle ex-province ottomane: Cipro e i giacimenti petroliferi mesopotamici alla Gran Bretagna; Tripolitania, Cirenaica e Dodecaneso all’Italia; Tunisia e Marocco alla Francia. 

Il Trattato di Losanna infranse così le speranze suscitate dal Trattato di Sèvres di un Kurdistan indipendente e confermò la divisione della popolazione curda in quattro Paesi: Turchia, Siria, Iraq e Iran e rappresentò ufficialmente la pietra tombale sul progetto del Kurdistan indipendente. La maggior parte dei territori curdi toccò alla Turchia, un’altra porzione alla Siria e le regioni meridionali del Kurdistan al Regno dell’Iraq, creato da Londra con la fusione dei due distretti ottomani di Bassora e Baghdad. 

Divisa nei quattro Stati di Turchia, Siria, Iraq e Iran, la popolazione curda conta ben 35.000 individui; essi rappresentano la quarta etnia del Medio Oriente, nonché il popolo più numeroso al mondo a non avere un proprio Stato-nazione. Nel corso della storia, i curdi sono stati oggetto di discriminazioni, persecuzioni ed alleanze tradite, il che ne ha decretato la condizione attuale. Da decenni i curdi inseguono il sogno di poter formare un unico Paese indipendente e ciò ha creato  contrasti, spesso violenti e sanguinosi, con i governi delle nazioni che li "ospitano" e altre popolazioni con cui condividono il territorio.

Sia in Iran che nell'Iraq del dittatore Saddam Hussein, ad esempio, le popolazione curda divenne il bersaglio di deportazioni, arresti, torture ed esecuzioni sommarie. Anche in Turchia, dove i curdi sono più del 18% della popolazione,  e in Siria questa etnia è stata a più riprese colpita da provvedimenti duri e sanguinosi.

La rivoluzione del 1979 e l’ascesa al potere dell’Ayatollah Khomeini sembrarono aprire nuove opportunità per il Partito Democratico del Kurdistan dell'Iran (KDPI) e per il riconoscimento dei diritti delle minoranze in Iran. Infatti, il partito curdo aveva giocato un ruolo considerevole nel rovesciamento del regime dello scià. Ma per i curdi la rivoluzione sciita si rivelò essere amaramente un nulla di fatto, tutto cambiò, perché nulla cambiasse davvero.

L’Ayatollah proclamò nell’agosto del 1979 la jihad contro i curdi. Seguirono esecuzioni sommarie e una feroce oppressione. Il KDPI stima che siano state circa 30.000 – 35.000 le vittime provocate dal conflitto con lo Stato iraniano.

Il KDPI, fondato dopo la Seconda Guerra Mondiale, come parte dell’Associazione per la Resurrezione del Kurdistan, venne liquidato dopo le repressioni del 1966-67me fu ripristinato dopo il 1973. Si tratta del più grande e meglio organizzato dei gruppi di opposizione e cerca l’autonomia per i curdi in Iran, operando soprattutto dalle sue basi in Iraq.

In Turchia Ocalan, che aveva iniziato la sua attività politica negli anni sessanta, insieme ad un giovane giornalista Mazlum Doğan e Mehmet Hayri Durmuş, uno studente di medicina curdo,  pubblica “La Rivoluzione in Kurdistan” che teorizzava la creazione di uno Stato curdo che avrebbe dovuto riunire le quattro regioni del Kurdistan con un apparato statale dotato di una struttura politica socialista. I tre autori fanno inoltre riferimento alla lotta armata come strumento di liberazione dalla Turchia definendo il Kurdistan una colonia da liberare.

Il 27 novembre 1978 fondano il Partito dei Lavoratori del Kurdistan (PKK) attivo nel sud-est della Turchia e nella zona del Kurdistan iracheno. Il PKK e’ considerato da diversi Stati come un’organizzazione terroristica poiché pratica la lotta separatista armata per tentare di fondare un Kurdistan indipendente. Il 1979 segna l’inizio della lotta armata del PKK contro il governo centrale turco e in seguito crebbe in popolarità e nella ramificazione della propria struttura politica e militare. La solida base marxista-leninista della sua dottrina politica permise al PKK di partecipare alle azioni dei gruppi militanti di estrema sinistra turchi.

Il PKK è attualmente considerata un'organizzazione terroristica dalla Turchia, dagli Stati Uniti d'America e dall'Unione europea.

In questi anni la linea ideologica del PKK si è distaccata dal socialismo a tendenza marxista-leninista, prediligendo il confederalismo democratico, tanto che dalla bandiera dell’organizzazione è stato tolto il simbolo della falce ed il martello. Il PKK ha rivisto la propria posizione, visto il mutamento storico e hanno rinunciato a battersi per l’indipendenza del Kurdistan, portando avanti però la battaglia per il riconoscimento di un’autonomia su tutto il territorio curdo.

Dal 1923 al 1990, la Turchia ha attuato una politica ben definita nei riguardi dei curdi presenti sul territorio nazionale, la quale si è incentrata su tre pilastri, ossia assimilazione, repressione e contenimento con lo scopo di porre fine alla questione curda, arrivando persino a negare l’esistenza dei curdi in quanto gruppo etnico.

In Turchia e zone limitrofe l'oppressione nei confronti dei curdi si fece ancora più pesante in seguito al fallimento del colpo di stato che cercò di deporre l'attuale presidente turco Recep Tayyip Erdoğan.  Ripreso in mano il controllo infatti, Erdoğan - che da sempre è stato ostile al nazionalismo curdo - chiuse giornali e attività curde in tutto il Paese, arrestando migliaia di persone.

Durante la guerra siriana dove allo scontro tra ribelli ed esercito del presidente Bashar al Assad si è aggiunta anche la minaccia dell'ISIS, i curdi siriani sono stati i più agguerriti oppositori dell'ISIS e le violente battaglie, costate molto care in termini di morti e feriti,  hanno portato i terroristi islamici a dover arretrare di parecchi chilometri.

Nel 2003, nella parte settentrionale del paese, da alcuni membri del PKK è stato fondato il PYD e le milizie dell’YPG, braccio armato del PYD. 

L’attivismo politico e militare del PYD è emerso sulla scena internazionale a partire dalle primavere arabe del 2011, in quanto il governo di Damasco non aveva le risorse necessarie per combattere contemporaneamente i ribelli e i curdi, i quali, sfruttando l’assenza e l’incapacità delle forze governative, hanno iniziato dal 2012 ad occupare l’area settentrionale delle Siria, in cui ancora oggi è presente la minoranza curda.

Il ruolo del PYD è divenuto significativo nel 2014, con le milizie dell’YPG che sono state le prime a respingere l’avanzata dell’ISIS, il che ha significato per il PYD l’appoggio statunitense e la solidarietà da parte dell’intera comunità internazionale. Vi e’poi stata la battaglia di Kobane che ha rappresentato un punto essenziale per la questione curda in Siria, infatti la liberazione di Kobane nel febbraio del 2015 e la resistenza curda hanno designato il PYD come uno degli attori più importanti nella lotta all’ISIS. 

A seguito dell’invasione siriana da parte dei miliziani dello Stato Islamico e la conseguente resistenza delle forze curde di Unità di Protezione Popolare (YPG) e dell’Unità di Protezione delle donne (YPJ) nella Siria del Nord, i media occidentali hanno dato grosso risalto alle combattenti curde, in prima linea nella lotta al fondamentalismo islamico del Daesh.

La porzione di territorio siriano liberata, la Rovaja, è stata rivendicata dai leader curdi e nel gennaio 2014, i partiti curdi – incluso il Partito democratico dell’Unione dominante (PYD),  hanno dichiarato la creazione di “amministrazioni autonome” nei tre “cantoni” di Afrin, Kobane e Jazira. Nel marzo 2016 è stata annunciata l’istituzione di un “sistema federale”, conosciuto come Rojava, che includeva principalmente aree arabe e turkmene catturate dall’Isis. La dichiarazione è stata respinta dal governo siriano, dall’opposizione siriana, dalla Turchia e dagli Stati Uniti.

Il Rojava è uno stato, autoproclamatosi indipendente, che comprende i territori del Nord Est della Siria. In lingua curda, la parola Rojava identifica il luogo dove tramonta il sole: l’Ovest. Non essendo ufficialmente riconosciuto da nessuna nazione, a parte il Kurdistan iracheno, nei documenti ufficiali ci si riferisce a quest’area geografica come: Siria del Nord Est o Kurdistan dell’Ovest.

Al momento l’Amministrazione autonoma della Siria del nord e dell’est è sotto intenso e crescente attacco dell’artiglieria e dei droni turchi, con aerei da guerra che sorvolano costantemente l’area. Dalla rielezione del presidente della Repubblica di Turchia Erdogan, e la conferma del governo Akp-Mhp, si assiste a un’escalation negli attacchi contro il Rojava, ma anche sulle montagne del Kurdistan iracheno, contro la guerriglia del movimento di liberazione curdo.

Nonostante il brutale conflitto in corso, il Rojava curdo-siriano sta consapevolmente sperimentando forme di democrazia diretta in grado di proporre a un Medio Oriente martoriato un modello di società antagonista sia ai regimi dittatoriali alla Assad sia ai regimi teocratici alla ISIS.

Rifacendosi al confederalismo democratico elaborato dal leader curdo Abdullah Òcalan[5], detenuto in un carcere turco dal 1999, la popolazione del Rojava ha iniziato ad autogovernarsi attraverso una rete di assemblee e consigli in cui vengono decisi aspetti cruciali della vita sociale come l'autodifesa militare e l'amministrazione della giustizia. Questa visione non-statale dell'organizzazione sociale, fortemente influenzata dal municipalismo libertario di Murray Bookchin,[6] che teorizzava l’elaborazione di forme d’organizzazione che permettano a una società ecologica razionale di funzionare con forme dirette di decisione e governo, si rivela rivoluzionaria anche per il contributo fondamentale delle donne, che partendo dalla critica della disparità uomo/donna sono arrivate a identificare nello Stato il principio organizzatore da abbattere. Si viene così a delineare una democrazia senza Stato del tutto sperimentale.

Il progetto di democrazia confederalista , è nato a partire dalle rivolte contro il regime di Assad nel 2011.  Sono stati i Curdi siriani ad animare questo processo, condividendo con tutte le altre etnie che abitano il territorio la necessità di autodeterminarsi e di unirsi in risposta all’oppressione prima, e all’abbandono dopo, del regime di Assad. Si tratta di un processo di attivazione democratica dal basso dove il potere politico, economico e giudiziario sono decentralizzati, dove ogni carica istituzionale, dal livello locale a quello provinciale, è presieduta sia da un uomo che da una donna.

Il Rojava, dopo essersi reso autonomo durante la guerra civile siriana, ha approvato un Patto costituzionale che comporta una scelta confederale all’interno della Siria, libere elezioni, libertà di stampa e di associazione politica, laicità delle istituzioni, uguaglianza per tutti i cittadini siano essi musulmani, cristiani, yazidi o di altre minoranze. Soprattutto ha affermato l’assoluta uguaglianza tra uomo e donna, superando le pratiche discriminatorie connaturate alla cultura del medio oriente.  Per molti anni le donne all’interno del movimento di liberazione curdo hanno lottato per stabilire la parità di genere come principio fondamentale dell’ideologia del movimento.

In Rojava, attraverso l’Amministrazione autonoma della Siria del Nord-Est (non riconosciuta ufficialmente né dal governo siriano né da quello turco), i curdi hanno dato vita ad un nuovo sistema di organizzazione della società che fonda le sue radici sui principi del femminismo, dell’ecologia sociale e del municipalismo libertario, che trascende lo stato e prende il nome di Confederalismo Democratico.

Le donne curde turche del PKK sono state le principali pioniere nella trasformazione del ruolo della donna nella sfera sociale, politica e militare della società curda; ma tale trasformazione non si verificò solo all’interno del confine curdo turco. Al contrario, i risultati più notevoli in merito all’emancipazione femminile si ottennero in Rojava.

L’istituzione dello YPJ, esercito formato di sole donne, ha contribuito anche in questo campo alla loro emancipazione, in istituzioni come quelle militari fortemente patriarcali. L’accesso nelle unità di protezione su base volontaria ha portato molte donne ad arruolarsi nello YPJ, così come accaduto con il PKK, per liberarsi dai legami patriarcali ed ottenere il controllo della propria vita. La scelta di una forza militare separata e coordinata da sole donne, infatti, si rese necessaria in quanto la presenza di uomini nella stessa organizzazione, in una società dove il patriarcato non è stato sradicato, avrebbe potuto ostacolare il pieno potenziale delle donne. Lo YPJ quindi può essere vista come un’organizzazione a 360 gradi che, oltre ad occuparsi della difesa territoriale interna ed esterna, combatte direttamente per i diritti delle donne.

 

E’ interessante quanto dichiarato dalla comandante curda Nesrîn Abdalla:

«Fino ad ora, gli eserciti erano creati esclusivamente da uomini con un approccio patriarcale, infatti avevano solo due compiti: difendere e vincere. Ma noi siamo un esercito di donne… lo facciamo non solo per proteggerci, ma anche per cambiare il modo di pensare nell’esercito, non solo per guadagnare potere, ma per cambiare la società, per svilupparla».

Pur essendo  i curdi un popolo fortemente eterogeneo, incentrano la loro identità tutta sul fattore etnico.  L’aspetto peculiare della popolazione curda concerne una storia caratterizzata da repressioni, discriminazioni e continue lotte, le quali non hanno tuttavia portato alla nascita del Kurdistan, ossia la tanto attesa e desiderata patria dei curdi.

Quella del popolo curdo è una lotta su più fronti per l’autodeterminazione, l’autonomia e il riconoscimento della propria identità e dei diritti civili e politici, tuttora negati all’interno dei quattro Stati in cui è costretto a vivere.

 

 

 

 

 

 



[1] Il sufismo nell’islam e’ una dottrina e disciplina di perfezionamento spirituale. Si presenta come un insieme di metodi e dottrine che tendono all’approfondimento interiore dei dati religiosi, per preservare la comunità dal rischio di un irrigidimento della fede e di un letteralismo arido e legalistico.

[2] Intesa segreta fra l’Inghilterra, rappresentata da M. Sykes (1879-1918), e la Francia, rappresentata da F. Georges-Picot (1870-1951), con l’assenso della Russia zarista, per decidere le rispettive sfere d’influenza e di controllo in Medio Oriente, dopo il crollo ritenuto imminente dell’impero ottomano

[3] Nome dato ad un discorso pronunciato dal presidente Woodrow Wilson l'8 gennaio 1918 davanti al Congresso riunito in sessione congiunta e contenente i propositi di Wilson stesso in merito all'ordine mondiale seguente la prima guerra mondiale

[4] Generale e statista turco dopo la fine della prima guerra mondiale organizzò la lotta per l'indipendenza e l'unità nazionale della Turchia. Respinta l'invasione greca (1920-22), diede il via a una serie di rivoluzionarie riforme costituzionali, quali l'abolizione del sultanato ottomano, del califfato e del diritto canonico islamico, la proclamazione della repubblica, la laicizzazione dello Stato. 

[5] leader e fondatore del Partito dei lavoratori del Kurdistan (Pkk). Dal 1999 è stato arrestato e condannato a morte dallo stato turco con una pena commutata in ergastolo, ed è tenuto in totale isolamento sull’isola di İmralı, dove per quasi undici anni è stato l’unico prigioniero.

[6] Murray Bookchin, nato a New York il 14 gennaio 1921, viene considerato uno dei pensatori anarchici contemporanei più originali e innovativi, in grado di ispirare profondamente pensatori come Abdullah Öcalan, uno dei fondatori del partito dei lavoratori Curdi (PKK).