Blog di sviluppo per l'approfondimento della Geografia Politica ed Economica attraverso immagini, cartine, grafici e note.Atlante Geografico Statistico Capacità dello Stato.Parametrazione a 100 riferito al Medio Oriente. Spazio esterno del CESVAM - Istituto del Nastro Azzurro. (info:centrostudicesvam@istitutonastroazzurro.org)
mercoledì 31 gennaio 2024
venerdì 19 gennaio 2024
Sviluppo ed utilizzo degli UAVs nell'area del Golfo Persico
Tesi di Laurea
Giuseppe Cozzi
LO SCENARIO GEOPOLITICO DI RIFERIMENTO DEL GOLFO PERSICO
LO
STRETTO DI HORMUZ E LA GEOPOLITICA TURBOLENTA DEL GOLFO
Lo
Stretto di Hormuz è uno dei più importanti crocevia per i traffici commerciali
mondiali e rappresenta un’arteria fondamentale per il trasporto di petrolio,
via mare, dal Medioriente verso la maggior parte dei Paesi del mondo. Esso si
estende per circa 60 miglia nautiche in lunghezza ed è circondato da Iran, Oman
ed Emirati Arabi Uniti.
Il tratto
di mare più stretto è lungo circa 31 chilometri ed è compreso fra Iran e il
Sultanato dell’Oman, i quali si contendono il controllo del traffico marittimo,
dal momento che lo schema di separazione del traffico, quindi il tratto
navigabile dello Stretto, si colloca all’interno delle acque territoriali dei
due Paesi. Lo Stretto è l’unica via che permette l’accesso dal Golfo Persico
verso l’Oceano Indiano e, quindi, per tutti i mari del mondo.
Questo
piccolo spazio di mare costituisce una delle rotte strategiche più rilevanti al
mondo in quanto consente ai produttori del Medio Oriente di spedire il greggio,
attraverso l’utilizzo di idonee petroliere, ai Paesi consumatori di Asia,
Europa e Nord America. Costellato di isolette rivendicate da Iran ed Emirati
Arabi Uniti, è l’unica rotta verso l’oceano aperto anche per un terzo del gas
naturale liquefatto del mondo. Infatti, secondo i dati di U.S. Energy
Information Administration (EIA), nel 2015 attraverso lo Stretto sono
passati circa 17 milioni di barili di petrolio al giorno, pari al 30% di tutto
il greggio trasportato per mare durante quell’anno mentre nel 2016 i flussi
totali attraverso lo Stretto di Hormuz sono aumentati fino a raggiungere il
livello record di 18,5 milioni di barili al giorno[1].
Nel 2020, ha avuto un volume di scambi di petrolio di 18 milioni di barili al
giorno, pari a quasi il 50% del volume totale degli scambi di petrolio via mare
per quell’anno[2].
Per
quanto attiene al nome “Golfo Persico”, o per alcuni “Golfo Arabico” a seconda
dalla sponda dove ci si trovi, è stata peraltro oggetto di diverse dispute. L’aggettivo
“Persico”, ovvero iraniano, è stato contestato da molti Paesi arabi (tra cui
Emirati Arabi Uniti, Arabia Saudita, Qatar e Kuwait) fin dagli anni ’60 dello
scorso secolo, non solo per la rivalità fra Iran e alcuni Stati arabi ma anche
per il crescente senso di nazionalismo di tali entità statuali che si è avuto
dalla seconda metà del ‘900. Per questo motivo esso è appellato “Golfo Arabico”
dalla maggior parte degli Stati della regione anche se, per motivi di praticità
e semplicità, durante il corso dell’elaborato appelleremo l’area come “Golfo
Persico”.
La
regione del Golfo Persico, è stata un’area di estremo interesse e di indubbia
civiltà fin dai tempi antichi. Conosciuta dai più blasonati navigatori europei,
questa regione, ancor prima della scoperta del petrolio in Iran nel 1908, era
importante sicuramente per l’attività di pesca tramite la tipica imbarcazione
araba conosciuta con il nome di dau (in inglese “dhow”), il commercio di perle,
l’allevamento di dromedari e cammelli e la coltivazione del dattero. Dopo la
prima metà del ‘900, a partire dagli anni ’50, l’economia regionale ha subito
un radicale cambiamento grazie alla produzione ed esportazione di greggio in
tutto il mondo da parte dei Paesi circostanti. Oggigiorno gli scali marittimi
più importanti sono i porti di Khārg Island in Iran, Kuwait City, Al-Dammām in
Arabia Saudita, Manama in Bahrain, Port Rāshid negli Emirati Arabi Uniti.
La
regione è stata sempre in continuo fermento: il bacino di mare ristretto, la
posizione geografica delle numerose isole nel Golfo, unitamente al proprio
rendimento in termini di risorse energetiche, ha portato, nel corso degli anni,
a numerose controversie legali tra gli Stati contendenti. Alcuni esempi:
- le isole
di Farsi e Arabi, situate nell’area centrale del Golfo, sono state oggetto di
lunghe controversie da parte di Iran e Arabia Saudita quando, nel 1986 le parti
hanno riconosciuto mutualmente la sovranità iraniana su Farsi e saudita su
Arabi.
- nel 2010
la compagnia petrolifera di stato iraniana ha ufficialmente “dato inizio
all’estrazione di petrolio dal giacimento dell’isola di Hengan, imponente
risorsa di greggio e gas naturale scoperta nel 1975”[3].
Tale isola, che si trova a circa 70 km al largo delle coste iraniane vicino lo
Stretto di Hormuz, è stata oggetto di controversia legale sulla precisa
definizione di Zona Economica Esclusiva (ZEE).
- il
contenzioso in corso tra Iran ed Emirati Arabi Uniti (EAU) per le isole di
Abu Musa, Grande Tunb, Piccola Tunb, Bani Furur, Furur, Sirri.
Per
quanto afferisce alla presenza delle ingenti quantità di petrolio e gas
naturale ovvero di riserve energetiche nella regione, questo è stato motivo di
continua competizione e numerosi conflitti nel corso dei tempi. Tra i più
importanti va ricordato sicuramente la sanguinosa guerra Iran-Iraq degli anni
’80, la cosiddetta “Prima guerra del Golfo” dei primi anni ’90 (quando il
dittatore iracheno Saddam Hussein ha cercato di occupare e impossessarsi del
Kuwait e del proprio petrolio) e la “Seconda guerra del Golfo”, che ha visto
l’occupazione americana dell’Iraq nel 2003. In seguito agli esiti della Prima
guerra del Golfo nel 1990, il Dipartimento della Difesa americano decise di
dislocare una flotta (la Quinta), con sede a Manama (Bahrein), che avesse la
responsabilità sul Golfo Persico, Mar Arabico, Mar Rosso e parte dell’Oceano
Indiano lungo la costa orientale dell’Africa, con lo scopo di proteggere le vie
marittime ed i traffici ad esse collegati.
A seguito
di un periodo di precaria stabilità regionale, nel giugno 2019 la situazione
rischiava di precipitare, quando, nel Golfo dell’Oman, due petroliere andarono
a fuoco e gli Stati Uniti accusarono l’Iran dell’incidente. In tale occasione,
Teheran minacciò la chiusura dello Stretto, che avrebbe comportato ritardi e
costi di spedizione più elevati per i beni trasportati.
Infine,
nel maggio del 2022, la Islamic
Revolutionary Guard Corps (IRGC), la forza militare più potente
del paese, ha sequestrato due
petroliere greche che navigavano nel Golfo Persico. Il sequestro sarebbe stata
una ritorsione per la confisca di una petroliera iraniana avvenuta in acque
greche nell’aprile 2022, che secondo l’Iran sarebbe stata ordinata dagli Stati
Uniti per la violazione delle sanzioni che vietano all’Iran la vendita di
petrolio nei paesi dell’Unione Europea. Le due navi mercantili greche sono
state rilasciate nel novembre 2022 a seguito di un lungo e complicato sforzo
diplomatico.
Nonostante
le ricorrenti tensioni nell’area, il metodo di trasporto più conveniente rimane
ad oggi quello marittimo e lo Stretto di Hormuz resta un’arteria vitale per i
principali esportatori di petrolio nella regione del Golfo, le cui economie si
reggono sugli idrocarburi. Solo qualche anno fa, nel 2018, l’Arabia Saudita ha
inviato circa 6,4 milioni di barili di petrolio al giorno attraverso lo
Stretto, l’Iraq più di 3,4 milioni, gli Emirati Arabi Uniti quasi 2,7 milioni e
il Kuwait poco più di 2 milioni[4].
Anche per l’Iran è molto importante questa rotta, principalmente per le sue
esportazioni di greggio (peraltro sottoposte a misure di embargo da parte degli
USA che limitano anche gli acquisti di vari Paesi alleati). Il Qatar, che
risulta essere il maggiore produttore mondiale di gas naturale liquefatto, lo
esporta quasi tutto attraverso Hormuz (la restante parte tramite via
terrestre).
Con il
passare degli anni, infatti, la centralità commerciale di questa rotta è
cresciuta sempre più, soprattutto con l’istaurarsi di un collegamento economico
con le più blasonate economie asiatiche. La maggior parte del petrolio che ha
attraversato lo stretto nel 2018 è andato in Cina, Giappone, Corea del Sud e
India. Anche gli Stati Uniti hanno importato quasi 1,4 milioni di barili al
giorno tramite questa rotta e l’Europa ne resta dipendente.
Sebbene
lo Stretto di Hormuz risulta essere il percorso più utilizzato per il trasporto
di greggio fuori dal Golfo, negli ultimi anni gli Stati costieri hanno
costruito diversi oleodotti terrestri per lo stesso fine. E’ il caso
dell’oleodotto saudita, il quale attraverso il Mar Rosso, con una capacità di
circa 5 milioni di barili di petrolio al giorno. Gli Emirati Arabi Uniti hanno
costruito un oleodotto terrestre che può trasportare circa 1,5 milioni di
barili di petrolio al giorno lungo la costa. Infine, è presente anche un altro
oleodotto che può trasportare il petrolio iracheno fino alla costa mediterranea.
L’efficienza di questi sistemi alternativi non risulta essere all’avanguardia e
molte sono le avarie che si riscontrano giornalmente ma, soprattutto, non riescono
a trasportare tutto il petrolio che può essere spostato su una nave.
Negli
ultimi anni poi, si è assistito ad un graduale inserimento di un altro attore
fondamentale nei giochi regionali, la Cina. La strategia di Pechino per il
Golfo Persico si basa sulla costruzione di legami economici con tutti gli
attori regionali, perseguendo un approccio apolitico e neutrale con questi
Paesi. La Cina ha infatti estremo bisogno delle risorse energetiche del Golfo e
punta anche alla sua ambiziosa espansione attraverso la Belt and Road Initiative, la cosiddetta Nuova Via della Seta, che
intende connettere La Cina al Golfo Persico, al Mar Arabico, al Mar Rosso e al
Mediterraneo.
[1] World oil
transit chokepoints, (2019) https://www.eia.gov
[2] Strait of Hormuz, (2022), in www.statista.com
[3] Al via l’estrazione di greggio sull’isola di
Hengam, (2011), in https://iran.it
[4] Lo stretto di Hormuz e la geopolitica turbolenta del
Golfo Persico,
(2021), in https://aspeniaonline.it
mercoledì 10 gennaio 2024
Antonio Trogu Concetto di deterrenza nucleare
Concetto di deterrenza
L'uso della violenza nei rapporti fra gli stati è stato tradizionalmente
visto come lo strumento per distruggere la forza militare dell'avversario e
poter disporre delle sue popolazioni. Oggi invece acquista un'importanza sempre
crescente un altro uso della violenza: la minaccia di gravi e insostenibili
danni alle popolazioni per costringerle alla resa, o comunque spingerle verso
determinate decisioni. Questi sistemi sono stati largamente usati fin dai tempi
più antichi, ma diventano predominanti nei rapporti di forza nel mondo attuale:
dalle lotte fra gang rivali, al terrorismo della guerriglia, al ricatto
atomico. In particolare la presenza del ricatto atomico, con le sue
apocalittiche implicazioni tende a ispirare una istintiva repulsione verso un
tipo di guerra in cui le popolazioni non sono che ostaggi reciproci nelle mani
dei contendenti. Teoricamente nessun soggetto politico fa la guerra per la guerra, ma per conseguire
obiettivi politici, cioè per creare una situazione di pace che ritiene
conveniente. Si fa ricorso alle armi quando si ritiene più opportuno impiegarle
che astenersi dal farlo ma le armi sono utili anche se non vengono impiegate.
Con riguardo al nucleare l'atteggiamento più razionale,
per quanto spiacevole, sembra essere quello di pensare razionalmente a come
l'immensa forza distruttiva del ricatto atomico possa essere controllata, usata
consapevolmente, resa sempre più flessibile. Thomas C. Schelling [1] tenta quindi di elaborare
delle «regole» coscienti di condotta perché in qualsiasi situazione vi sia
sempre un'alternativa all'olocausto totale.[2] Si tratta di uno sforzo
originale teso a definire le modalità di un negoziato permanente tra le
superpotenze, la cui posta in gioco non è tanto il successo dell'uno o
dell'altro blocco, quanta la sopravvivenza della civiltà. Un nuovo linguaggio tra
le potenze che prende corpo; un linguaggio in cui il significato delle azioni e
delle armi è a volte più importante di quello delle parole un linguaggio in cui avere tempo, o dare tempo
all'avversario di rispondere, può essere vitale. Un contesto in cui la
segretezza ha un senso del tutto nuovo, e in cui il fatto che l'avversario
«capisca» e sia bene informato è nel nostro stesso interesse. La teoria della deterrenza e della
compellenza (Schelling, 1966) si fonda proprio sul paradosso che l'efficacia e
quindi l'utilità della forza è direttamente proporzionale alla potenzialità e
inversamente proporzionale all'effettività del suo impiego.
A carattere generale vediamo ora gli aspetti importanti della strategia
della deterrenza evidenziati da Raymond Aron [3]:
•
La
deterrenza è al contempo di carattere offensivo e difensivo, convertendo una
tattica offensiva (rappresaglia) in una strategia difensiva;
•
“La
dissuasione dipende tanto dai mezzi materiali di cui dispone lo stato che vuol
fermarne un altro, quanto dalla risolutezza che lo stato oggetto di dissuasione
attribuisce allo stato che lo minaccia di una sanzione”;
•
È
importante che il potenziale attaccante possieda la certezza (o almeno un
considerevole dubbio) che le minacce del
dissuasore saranno realmente attuate in caso di necessità
Ne consegue l’importanza della
percezione dell’avversario, nella considerazione di quanto le potenziali azioni
di deterrenza vengono considerate sufficienti a dissuadere
Le relazioni tra stati sono state e
sono ancora caratterizzate da un rapporto di deterrenza; l’avversario è
dissuaso dall’attaccare perché teme la risposta dello stato attaccato, la quale
può concretarsi in una sconfitta per l’attaccante o in un’azione punitiva
(rappresaglia) i cui costi per l’attaccante risulterebbero superiori ai
benefici derivanti dall’attacco.
La tipologia classica della
deterrenza si basa su tre fattori posti in alternativa:
•
Deterrenza
per negazione all’avversario di benefici (timore della sconfitta);
•
Deterrenza
attraverso l’imposizione all’avversario di costi eccedenti i benefici (timore
della rappresaglia). Tale aspetto riguarda sia le circostanze nel corso della
guerra, sia quelle esterne alla guerra stessa;
•
Deterrenza
in relazione agli attori: diretta, quando riguarda i due soggetti
coinvolti; indiretta o estesa, quando la minaccia dissuasiva di
rappresaglia implica la presenza di stati terzi, dei quali lo stato dissuasore
deve in qualche modo garantire la protezione (“ombrello nucleare”).
•
[1]
Economista
americano che ha condiviso il premio Nobel 2005 per le scienze
economiche con Robert
J. Aumann e’ specializzato nell'applicazione della teoria dei giochi nei
casi in cui gli avversari devono interagire ripetutamente
[2] Thomas C. Schelling e la politica
di Brinkmanship: una strategia del conflitto come applicazione della teoria dei
giochi
[3] Raymond Aron Pace e guerra tra le nazioni Edizioni di Comunità 1983
giovedì 21 dicembre 2023
domenica 10 dicembre 2023
giovedì 30 novembre 2023
Public Choise e Visone Strategica
Ten. cpl. Art Pe. Sergio Benedetto Sabetta
Nel determinare il rapporto tra singole scelte e politiche pubbliche si
parte dal presupposto del singolo quale essere economico, teso alla
massimizzazione della propria utilità, per studiare come le preferenze
individuali si trasformino in scelte pubbliche.
Gli attori
coinvolti nel processo decisionale sono: gli
elettori, gli eletti, i funzionari
pubblici, i partiti politici e i gruppi di pressione. Ciascun attore
persegue obiettivi distinti, secondo proprie logiche.
La funzione
di utilità degli elettori è riferita alla quantità di beni e servizi
acquisibili, per questo hanno a disposizione oltre al voto i movimenti di
pressione, di protesta e la possibilità di spostarsi nella giurisdizione di
spesa preferita, mentre il politico agisce per la rielezione e in questo tende
a massimizzare i voti avvicinandosi all’elettorato mediano.
Da queste
semplici premesse si intuisce la complessità del processo decisionale in tema
ambientale, se solo si tengono presenti gli effetti collettivi dell’esternalità
e le relative azioni in spesa pubblica, determinazioni di criteri standard e
forniture di beni.
Dobbiamo
inoltre considerare i diversi livelli di decisione che vengono ad interagire,
sia a livello locale che statale e sovranazionale.
La regola
dell’unanimità sarebbe la migliore nel raggiungere un’allocazione delle risorse
pareto-efficiente, tuttavia questa nella sua possibile realizzazione è
strettamente legata all’ampiezza della collettività, diventando sempre più
difficile con l’allargarsi della base decisionale, in cui prevalgono, tra
l’altro, comportamenti strategici.
Anche la
regola della maggioranza qualificata presenta l’inconveniente di lunghe
trattative, tanto maggiori e difficili quanto più è elevata la maggioranza
richiesta, inoltre la natura di bene pubblico di molte risorse ambientali può
spingere una minoranza interessata e compatta a indurre una maggioranza
scarsamente interessata su alternative meno efficienti, classico il problema
del climate change.
Se è chiaro
il vantaggio derivante dalla scelta secondo il principio dell’unanimità, come
evidenziato da Knut Wickell (1986) con l’imposta di scopo
per il finanziamento di ciascun bene pubblico (nuovo principio della tassazione),
vi è tuttavia il problema della corretta indicazione delle preferenze
individuali, prevalendo comportamenti opportunistici.
Diventa
quindi non utilizzabile l’introduzione del sistema dei prezzi, proprio del
mercato privato, nella scelta delle possibili opzioni secondo il metodo
dell’equilibrio di Lindhal (prezzo-imposta).
Considerando
che maggiore è la percentuale di voti richiesti e più ci si avvicina alle
condizioni di efficienza paretiana, ma altrettanto aumentano i costi, occorre
determinare un trade-off tra i due termini.
Secondo la
regola di Buchanan e Tullock (1962)
la percentuale di votanti costituente la maggioranza ottimale è il punto in cui
la somma dei costi esterni e dei costi della decisione raggiunge il minimo,
naturalmente la regola ottima cambierà a seconda dei casi, essendo che costi
esterni variano con la natura delle decisioni e le caratteristiche sociali
della collettività interessata.
Risulta
pertanto un grosso ostacolo per il modello teorico di Buchanan e Tullock la
conoscenza delle funzioni di costo, tuttavia tale modello ha il merito di avere
evidenziato il problema dei costi relativi a ciascuna regola.
Occorre
quindi distinguere tra scelte costituzionali e non costituzionali, dove per il
primo occorre una maggioranza tendente all’unanimità, mentre nel voto a
maggioranza il risultato tende alle preferenze dell’elettore mediano, vi è
comunque il problema di conoscere i fattori che determinano tali preferenze.
Tuttavia non
sempre il voto a maggioranza favorisce il raggiungimento di una decisione
stabile (paradosso del voto a maggioranza), indipendentemente dall’ordine in
cui sono poste a votazione le alternative se si è in presenza di alternative
estreme.
Inoltre
quando le scelte riguardano più beni pubblici o diversi progetti si possono
verificare maggioranze cicliche, lo stesso dicasi in presenza di questioni
redistributive.
La regola
della maggioranza, se da una parte permette una scelta tra diverse alternative,
dall’altra non permette di rilevare l’intensità delle preferenze, così che una
maggioranza poco interessata può imporsi su una minoranza molto interessata
alla scelta.
Si è pensato
di ricorrere al meccanismo del voto a punteggi ma questo favorisce i
comportamenti strategici allontananti dall’ottimo paretiano, il problema delle
intensità delle preferenze è stato risolto con il ricorso al commercio dei voti
(Logrolling).
Qui vi è un
vicendevole appoggio a seconda del problema in discussione, tuttavia se questo
permette di considerare l’intensità delle preferenze, facilita anche il
prevalere degli interessi particolari con il ridurre il benessere della
collettività.
Si dimostra
veritiero il teorema dell’impossibilità di Arrow (1951) per cui è impossibile definire una
regola di scelta collettiva che soddisfi tutte le seguenti proprietà:
1. Principio di Pareto;
2. Indipendenza da alternative irrilevanti;
3. Dominio non ristretto e non dittatoriale.
Emergono quindi chiaramente le forti
spinte lobbistiche che in molti casi stanno alla base di alcune scelte economiche,
anche ambientali, sia negli interventi in
politica estera che sul territorio, come sulla mobilità o più semplicemente sul cibo e sull’energia,
spinte che rientrano in una visione strategica.
Colossali interessi che possono
spingere attraverso campagne mediatiche verso falsi scopi, dissipando risorse e
tempo, provocando magari ulteriori danni.
Walter Lippman afferma
che la teoria democratica nell’allargare il diritto di voto diventa una
costruzione fondata sulla sabbia essendo i cittadini immaturi, l’unica possibilità
è un “ufficio di intelligenza ( …)
gestito solo da una classe specializzata” che nel perseguire gli interessi comuni eluda “in larga parte l’opinione pubblica” ( F. Petroni, Disincanto
americano,109, il “ Il bluff globale”, Limes 4/2023).
I cambiamenti avvengono a cicli
economici, sociali ed istituzionali, attualmente questi si sovrappongono,
facendo pensare ad un possibile fallimento della capacità di dissuasione e di
gestione di un progetto strategico da parte degli U.S.A., questo anche se la
strategia estera possiede una logica più stabile, determinata dai rapporti
internazionali, rispetto alla politica interna (G. Friedman, Gli Stati Uniti sono prossimi ad un collasso interno, 113
– 118, in “Il bluff globale”, Limes 4/2023).
Bibliografia
· Brosio G., Economia e finanza
pubblica, Carocci 1999.
lunedì 20 novembre 2023
Guerra tra Israele ed Hamas. L'assioma di von Moltke
venerdì 10 novembre 2023
L'Aviazione dell'Esercito in Libano dal 1985
La presenta di Italair in Libano risale al 1985. Una presenta importante e costante sotto l'egida dell'ONU. Il Dossier della Rivista Storia Militare traccia un esaustivo percorso della evoluzione della Aviazione dell'Esercito dalla sua nascita ai giorni di oggi. In questo contesto materiale ben documentato anche iconografico è all'interno di questa pubblicazione che si segnala
Emeroteca del CESVAM
lunedì 30 ottobre 2023
Kurdistan: Rojava; Lo "Stato " dei Curdu Siriani
di Antonio
Trogu
Il Kurdistan, da un punto di vista
geografico, è un altopiano vasto 450.000 km2, situato nella parte nord-est
della Mesopotamia e ricchissimo di materie prime, tra cui petrolio e risorse
idriche; per quanto concerne l’aspetto geopolitico, si tratta di una regione
altamente strategica e divisa tra Turchia, Siria, Iraq e Iran. Tali
caratteristiche hanno posto e pongono tutt’ora il Kurdistan e i curdi
stessi al centro di conflitti domestici ed internazionali.
Il popolo curdo e’ un gruppo etnico di
30-50 milioni di persone che risiedono nella tradizionale area del Kurdistan,
che in lingua curda letteralmente significa “il luogo dei curdi’, diviso tra
quattro stati-nazione.
I curdi sono un gruppo tribale nomade
iraniano proveniente dal grande ceppo delle popolazioni indo-europee.
Accomunati da una lingua comune, i curdi sono a maggioranza musulmana sunnita
nonostante convivano anche altre correnti religiose: come il sufismo[1].
Sul piano confessionale, prima
dell’occupazione araba, i curdi praticavano la religione zoroastriana, sebbene
fossero presenti anche comunità ebraiche e cristiane. Attualmente la
maggioranza dei curdi professa l’Islam sunnita, tuttavia nella parte sud-est
della regione è l’Islam sciita la religione praticata; a tale divisione si
aggiunge un 5% di fede cristiana caldea.
Il Kurdistan come Stato non esiste non
essendoci una unità politico-amministarativa ma rimane una comunità di
individui che condivide la stessa lingua, storia e cultura e che si ritiene
comunque Nazione, anche indipendentemente dalla sua realizzazione in unità
politica. Infatti a partire dalla fine degli anni Novanta, con il recupero
del patrimonio culturale immateriale curdo, e cresciuta l’idea stessa dei curdi
come popolo indigeno, quale elemento di mobilitazione politica da parte di
partiti e associazioni.
Già prima dell’inizio della Grande Guerra
le grandi potenze europee, con Gran Bretagna e Francia, avevano posto la
loro attenzione sul territorio del grande Kurdistan, proprio per la
sua posizione strategica e le sue ricchezze petrolifere. Nel
1916, con il celebre accordo Sykes-Picot,[2] che i ministri degli
Esteri inglese e francese divisero il Medio Oriente in base ai loro rispettivi
interessi, l’accordo ridefiniva confini e controllo dei territori dopo la
caduta dell’Impero Ottomano, a Londra spettarono Mesopotamia, Palestina e
Giordania, mentre Parigi ottenne la Siria e il Libano. Il piano Sykes-Picot
lasciava i curdi senza una propria nazione, divisi in un territorio frammentato
tra Turchia, Siria, Iraq e Iran.
Al termine della Prima Guerra Mondiale i 14 punti di Wilson[3] e la promessa dell’autodeterminazione dei popoli
come principio fondamentale del nuovo ordine mondiale accesero le speranze indipendentiste curde. Vi fu poi
il trattato di Sèvres, l’accordo di pace firmato il 10 agosto del 1920 tra
Francia, Gran Bretagna, Italia, Grecia, Giappone e Impero Ottomano, nel quale
si parlava del diritto del popolo curdo all’indipendenza e
identificava come Stato nazionale dei curdi una regione all’interno del Kurdistan turco.
Quando nel
1923 Atarturk Mustafa Kemal[4] trionfò ottenendo per la Turchia l’indipendenza,
scacciando le potenze straniere e abolendo il Sultanato, firmò un nuovo
trattato di pace, il Trattato di Losanna, nel 1924.
La Pace di Losanna, il trattato
firmato tra Turchia e le potenze occidentali che concluse la guerra civile
turca ebbe lo scopo di disegnare un nuovo equilibrio tra i resti
dell’Impero Ottomano e l’Europa. Con questo trattato Ataturk riuscì a ottenere
la rimozione di qualsiasi riferimento al Kurdistan indipendente, delimitando i
confini della Turchia che ancora oggi conosciamo in cambio del riconoscimento
delle colonie occidentali nelle ex-province ottomane: Cipro e i giacimenti
petroliferi mesopotamici alla Gran Bretagna; Tripolitania, Cirenaica e
Dodecaneso all’Italia; Tunisia e Marocco alla Francia.
Il Trattato di Losanna infranse così le
speranze suscitate dal Trattato di Sèvres di un Kurdistan indipendente e
confermò la divisione della popolazione curda in quattro Paesi: Turchia, Siria,
Iraq e Iran e rappresentò ufficialmente la
pietra tombale sul progetto del Kurdistan indipendente. La maggior parte dei
territori curdi toccò alla Turchia, un’altra porzione alla Siria e le
regioni meridionali del Kurdistan al Regno dell’Iraq, creato da Londra con la
fusione dei due distretti ottomani di Bassora e Baghdad.
Divisa nei
quattro Stati di Turchia, Siria, Iraq e Iran, la popolazione curda conta ben
35.000 individui; essi rappresentano la quarta etnia del Medio Oriente, nonché
il popolo più numeroso al mondo a non avere un proprio Stato-nazione. Nel corso
della storia, i curdi sono stati oggetto di discriminazioni, persecuzioni ed
alleanze tradite, il che ne ha decretato la condizione attuale. Da
decenni i curdi inseguono il sogno di poter formare un unico Paese indipendente
e ciò ha creato contrasti, spesso violenti e sanguinosi, con i governi
delle nazioni che li "ospitano" e altre popolazioni con cui
condividono il territorio.
Sia in Iran che
nell'Iraq del dittatore Saddam Hussein, ad esempio, le popolazione curda
divenne il bersaglio di deportazioni, arresti, torture ed esecuzioni sommarie.
Anche in Turchia, dove i curdi sono più del 18% della popolazione, e in Siria questa etnia è stata a più riprese
colpita da provvedimenti duri e sanguinosi.
La rivoluzione del 1979 e l’ascesa al
potere dell’Ayatollah Khomeini sembrarono aprire nuove opportunità per il Partito Democratico del Kurdistan dell'Iran (KDPI)
e per il riconoscimento dei diritti delle minoranze in Iran. Infatti, il
partito curdo aveva giocato un ruolo considerevole nel rovesciamento del regime
dello scià. Ma per i curdi la rivoluzione sciita si rivelò essere amaramente un
nulla di fatto, tutto cambiò, perché nulla cambiasse davvero.
L’Ayatollah proclamò nell’agosto del 1979
la jihad contro i curdi. Seguirono esecuzioni sommarie e una
feroce oppressione. Il KDPI stima che siano state circa 30.000 – 35.000 le
vittime provocate dal conflitto con lo Stato iraniano.
Il KDPI, fondato dopo la Seconda Guerra
Mondiale, come parte dell’Associazione per la Resurrezione del Kurdistan, venne
liquidato dopo le repressioni del 1966-67me fu ripristinato dopo il 1973. Si
tratta del più grande e meglio organizzato dei gruppi di opposizione e cerca
l’autonomia per i curdi in Iran, operando soprattutto dalle sue basi in Iraq.
In Turchia Ocalan, che aveva iniziato la
sua attività politica negli anni sessanta, insieme ad un giovane giornalista Mazlum
Doğan e Mehmet Hayri Durmuş, uno studente di medicina curdo,
pubblica “La Rivoluzione in Kurdistan” che teorizzava la creazione di uno
Stato curdo che avrebbe dovuto riunire le quattro regioni del Kurdistan con
un apparato statale dotato di una struttura politica socialista. I tre
autori fanno inoltre riferimento alla lotta armata come strumento di
liberazione dalla Turchia definendo il Kurdistan una colonia da liberare.
Il 27
novembre 1978 fondano il Partito dei Lavoratori del
Kurdistan (PKK) attivo nel sud-est della Turchia e nella
zona del Kurdistan iracheno. Il PKK e’ considerato da diversi Stati come
un’organizzazione terroristica poiché pratica la lotta separatista armata
per tentare di fondare un Kurdistan indipendente. Il
1979 segna l’inizio della lotta armata del PKK contro il governo centrale turco
e in seguito crebbe in popolarità e nella ramificazione della propria struttura
politica e militare. La solida base marxista-leninista della sua dottrina
politica permise al PKK di partecipare alle azioni dei gruppi militanti di
estrema sinistra turchi.
Il PKK è attualmente considerata
un'organizzazione terroristica dalla Turchia, dagli Stati Uniti d'America e
dall'Unione europea.
In questi anni la linea ideologica del PKK
si è distaccata dal socialismo a tendenza marxista-leninista, prediligendo il
confederalismo democratico, tanto che dalla bandiera dell’organizzazione è
stato tolto il simbolo della falce ed il martello. Il PKK ha rivisto la propria
posizione, visto il mutamento storico e hanno rinunciato a battersi per
l’indipendenza del Kurdistan, portando avanti però la battaglia per il
riconoscimento di un’autonomia su tutto il territorio curdo.
Dal 1923 al 1990, la Turchia ha attuato
una politica ben definita nei riguardi dei curdi presenti sul territorio
nazionale, la quale si è incentrata su tre pilastri, ossia assimilazione,
repressione e contenimento con lo scopo di porre fine alla questione curda,
arrivando persino a negare l’esistenza dei curdi in quanto gruppo etnico.
In Turchia e zone limitrofe l'oppressione
nei confronti dei curdi si fece ancora più pesante in seguito al fallimento del
colpo di stato che cercò di deporre l'attuale presidente turco Recep
Tayyip Erdoğan. Ripreso in mano il
controllo infatti, Erdoğan - che da sempre è stato ostile al nazionalismo curdo
- chiuse giornali e attività curde in tutto il Paese, arrestando migliaia di
persone.
Durante la guerra siriana dove
allo scontro tra ribelli ed esercito del presidente Bashar al
Assad si è aggiunta anche la minaccia dell'ISIS,
i curdi siriani sono stati i più agguerriti oppositori dell'ISIS e le
violente battaglie, costate molto care in termini di morti e feriti, hanno portato i terroristi islamici
a dover arretrare di parecchi chilometri.
Nel 2003, nella parte
settentrionale del paese, da alcuni membri del PKK è stato fondato il PYD e le
milizie dell’YPG, braccio armato del PYD.
L’attivismo politico e militare del PYD è
emerso sulla scena internazionale a partire dalle primavere arabe del 2011, in
quanto il governo di Damasco non aveva le risorse necessarie per combattere
contemporaneamente i ribelli e i curdi, i quali, sfruttando l’assenza e
l’incapacità delle forze governative, hanno iniziato dal 2012 ad occupare
l’area settentrionale delle Siria, in cui ancora oggi è presente la minoranza
curda.
Il ruolo del PYD è divenuto significativo
nel 2014, con le milizie dell’YPG che sono state le prime a respingere
l’avanzata dell’ISIS, il che ha significato per il PYD l’appoggio statunitense
e la solidarietà da parte dell’intera comunità internazionale. Vi e’poi stata
la battaglia di Kobane che ha rappresentato un punto essenziale per la
questione curda in Siria, infatti la liberazione di Kobane nel febbraio del
2015 e la resistenza curda hanno designato il PYD come uno degli attori più
importanti nella lotta all’ISIS.
A seguito dell’invasione siriana da parte
dei miliziani dello Stato Islamico e la conseguente resistenza delle forze
curde di Unità di Protezione Popolare (YPG) e dell’Unità di Protezione delle
donne (YPJ) nella Siria del Nord, i media occidentali hanno dato grosso risalto
alle combattenti curde, in prima linea nella lotta al fondamentalismo islamico
del Daesh.
La porzione di territorio siriano liberata,
la Rovaja, è stata rivendicata dai leader curdi e nel gennaio 2014, i
partiti curdi – incluso il Partito democratico dell’Unione dominante (PYD), hanno dichiarato la creazione di
“amministrazioni autonome” nei tre “cantoni” di Afrin, Kobane e Jazira. Nel
marzo 2016 è stata annunciata l’istituzione di un “sistema federale”,
conosciuto come Rojava, che includeva principalmente aree arabe e turkmene
catturate dall’Isis. La dichiarazione è stata respinta dal governo siriano,
dall’opposizione siriana, dalla Turchia e dagli Stati Uniti.
Il Rojava è
uno stato, autoproclamatosi indipendente, che comprende i territori del Nord
Est della Siria. In lingua curda, la parola Rojava identifica il luogo dove
tramonta il sole: l’Ovest. Non essendo ufficialmente riconosciuto da nessuna
nazione, a parte il Kurdistan iracheno, nei documenti ufficiali ci si riferisce
a quest’area geografica come: Siria del Nord Est o Kurdistan dell’Ovest.
Al momento l’Amministrazione autonoma
della Siria del nord e dell’est è sotto intenso e crescente attacco
dell’artiglieria e dei droni turchi, con aerei da guerra che sorvolano
costantemente l’area. Dalla rielezione del presidente della
Repubblica di Turchia Erdogan, e la conferma del governo Akp-Mhp, si
assiste a un’escalation negli attacchi contro il Rojava, ma anche sulle
montagne del Kurdistan iracheno, contro la guerriglia del movimento di
liberazione curdo.
Nonostante
il brutale conflitto in corso, il Rojava curdo-siriano sta consapevolmente
sperimentando forme di democrazia diretta in grado di proporre a un Medio
Oriente martoriato un modello di società antagonista sia ai regimi dittatoriali
alla Assad sia ai regimi teocratici alla ISIS.
Rifacendosi
al confederalismo democratico elaborato dal leader curdo Abdullah Òcalan[5],
detenuto in un carcere turco dal 1999, la popolazione del Rojava ha iniziato ad
autogovernarsi attraverso una rete di assemblee e consigli in cui vengono
decisi aspetti cruciali della vita sociale come l'autodifesa militare e
l'amministrazione della giustizia. Questa visione non-statale
dell'organizzazione sociale, fortemente influenzata dal municipalismo
libertario di Murray Bookchin,[6] che teorizzava l’elaborazione di forme d’organizzazione che
permettano a una società ecologica razionale di funzionare con forme dirette di
decisione e governo, si rivela rivoluzionaria anche per il contributo
fondamentale delle donne, che partendo dalla critica della disparità uomo/donna
sono arrivate a identificare nello Stato il principio organizzatore da
abbattere. Si viene così a delineare una democrazia senza Stato del tutto
sperimentale.
Il progetto di democrazia confederalista ,
è nato a partire dalle rivolte contro il regime di Assad nel 2011. Sono stati i Curdi siriani ad animare questo
processo, condividendo con tutte le altre etnie che abitano il territorio la
necessità di autodeterminarsi e di unirsi in risposta all’oppressione prima, e
all’abbandono dopo, del regime di Assad. Si tratta di un processo di
attivazione democratica dal basso dove il potere politico, economico e
giudiziario sono decentralizzati, dove ogni carica istituzionale, dal livello
locale a quello provinciale, è presieduta sia da un uomo che da una donna.
Il Rojava, dopo essersi reso autonomo
durante la guerra civile siriana, ha approvato un Patto
costituzionale che comporta una scelta confederale all’interno della
Siria, libere elezioni, libertà di stampa e di associazione politica, laicità
delle istituzioni, uguaglianza per tutti i cittadini siano essi musulmani,
cristiani, yazidi o di altre minoranze. Soprattutto ha affermato l’assoluta
uguaglianza tra uomo e donna, superando le pratiche discriminatorie connaturate
alla cultura del medio oriente. Per
molti anni le donne all’interno del movimento di liberazione curdo hanno
lottato per stabilire la parità di genere come principio fondamentale
dell’ideologia del movimento.
In Rojava, attraverso
l’Amministrazione autonoma della Siria del Nord-Est (non riconosciuta
ufficialmente né dal governo siriano né da quello turco), i curdi hanno dato
vita ad un nuovo sistema di organizzazione della società che fonda le sue
radici sui principi del femminismo, dell’ecologia sociale e del municipalismo
libertario, che trascende lo stato e prende il nome di Confederalismo
Democratico.
Le donne curde turche del PKK sono state
le principali pioniere nella trasformazione del ruolo della donna nella sfera
sociale, politica e militare della società curda; ma tale trasformazione non si
verificò solo all’interno del confine curdo turco. Al contrario, i risultati
più notevoli in merito all’emancipazione femminile si ottennero in Rojava.
L’istituzione dello YPJ, esercito formato
di sole donne, ha contribuito anche in questo campo alla loro emancipazione, in
istituzioni come quelle militari fortemente patriarcali. L’accesso nelle unità
di protezione su base volontaria ha portato molte donne ad arruolarsi nello
YPJ, così come accaduto con il PKK, per liberarsi dai legami patriarcali ed
ottenere il controllo della propria vita. La scelta di una forza militare
separata e coordinata da sole donne, infatti, si rese necessaria in quanto la
presenza di uomini nella stessa organizzazione, in una società dove il
patriarcato non è stato sradicato, avrebbe potuto ostacolare il pieno
potenziale delle donne. Lo YPJ quindi può essere vista come un’organizzazione a
360 gradi che, oltre ad occuparsi della difesa territoriale interna ed esterna,
combatte direttamente per i diritti delle donne.
E’ interessante quanto dichiarato dalla
comandante curda Nesrîn Abdalla:
«Fino ad ora, gli eserciti erano
creati esclusivamente da uomini con un approccio patriarcale, infatti avevano
solo due compiti: difendere e vincere. Ma noi siamo un esercito di donne… lo
facciamo non solo per proteggerci, ma anche per cambiare il modo di pensare
nell’esercito, non solo per guadagnare potere, ma per cambiare la società, per
svilupparla».
Pur essendo i curdi un popolo fortemente eterogeneo,
incentrano la loro identità tutta sul fattore etnico. L’aspetto peculiare della popolazione curda
concerne una storia caratterizzata da repressioni, discriminazioni e continue
lotte, le quali non hanno tuttavia portato alla nascita del Kurdistan, ossia la
tanto attesa e desiderata patria dei curdi.
Quella del popolo curdo è una lotta su più
fronti per l’autodeterminazione, l’autonomia e il riconoscimento della propria
identità e dei diritti civili e politici, tuttora negati all’interno dei
quattro Stati in cui è costretto a vivere.
[1]
Il sufismo nell’islam e’ una dottrina
e disciplina di perfezionamento spirituale. Si presenta come un
insieme di metodi e dottrine che tendono all’approfondimento interiore dei dati
religiosi, per preservare la comunità dal rischio di un irrigidimento
della fede e di un letteralismo arido e legalistico.
[2]
Intesa segreta fra
l’Inghilterra, rappresentata da M. Sykes (1879-1918), e la Francia,
rappresentata da F. Georges-Picot (1870-1951), con l’assenso della Russia
zarista, per decidere le rispettive sfere d’influenza e di controllo in Medio
Oriente, dopo il crollo ritenuto imminente dell’impero ottomano
[3]
Nome dato ad
un discorso pronunciato dal presidente Woodrow Wilson l'8 gennaio 1918 davanti
al Congresso riunito in sessione congiunta e contenente i propositi di Wilson
stesso in merito all'ordine mondiale seguente la prima guerra mondiale
[4] Generale
e statista turco dopo la fine della prima guerra mondiale
organizzò la lotta per l'indipendenza e l'unità nazionale della Turchia.
Respinta l'invasione greca (1920-22), diede il via a una serie di
rivoluzionarie riforme costituzionali, quali l'abolizione del sultanato
ottomano, del califfato e del diritto canonico islamico, la proclamazione della
repubblica, la laicizzazione dello Stato.
[5]
leader e fondatore del Partito
dei lavoratori del Kurdistan (Pkk). Dal 1999 è stato arrestato e condannato a
morte dallo stato turco con una pena commutata in ergastolo, ed è tenuto in
totale isolamento sull’isola di İmralı, dove per quasi undici anni è stato
l’unico prigioniero.
[6]
Murray
Bookchin, nato a New York il 14 gennaio 1921, viene considerato uno dei
pensatori anarchici contemporanei più originali e innovativi, in grado di
ispirare profondamente pensatori come Abdullah Öcalan, uno dei fondatori del
partito dei lavoratori Curdi (PKK).







