Blog di sviluppo per l'approfondimento della Geografia Politica ed Economica attraverso immagini, cartine, grafici e note.Atlante Geografico Statistico Capacità dello Stato.Parametrazione a 100 riferito al Medio Oriente. Spazio esterno del CESVAM - Istituto del Nastro Azzurro. (info:centrostudicesvam@istitutonastroazzurro.org)
lunedì 19 novembre 2018
sabato 10 novembre 2018
Tesi. Islam tra certezze inquetitudne e prospettive
La tesi è disponibile, previo consenso dell'autore
presso il CESVAM
(centrostudicesvam@istitutonastroazzurro.org)
martedì 6 novembre 2018
giovedì 1 novembre 2018
domenica 7 ottobre 2018
martedì 18 settembre 2018
martedì 4 settembre 2018
sabato 30 giugno 2018
martedì 26 giugno 2018
mercoledì 6 giugno 2018
mercoledì 30 maggio 2018
martedì 22 maggio 2018
Tesi: Islam tra certezze inquietudini e prospettive
La tesi è disponibile e consultabile, salvo autorizzazione
dell'autore, presso il CESVAM
Centro Studi sul Valore MIlitare
centrostudicesvam@istitutonastroazzurro.org
martedì 15 maggio 2018
Bahrein: una situazione in turbolenza
Da Internazionale, Anno 25, n. 1255 del 11-17 maggio 2018
info: centrostudicesvam@istitutonastroazzurro.org
info: centrostudicesvam@istitutonastroazzurro.org
venerdì 11 maggio 2018
sabato 5 maggio 2018
ISIS: le forze combattenti
Fonte: LIMES Rivista deopolitica n. 2 fennraio 2018
www.limesonline.it
per informazioni: www.ilmioabbonamento.it
sabato 28 aprile 2018
Tesi. Il profilo socio-psicologico delle donne e dei ragazzi mussulmani terroristi
La tesi, previo consenso dell'Autore, può essere consultata
presso il CESVAM CEntro Studi sul Valore Militare
centrostudicesvam@istitutonastroazzurro.org
lunedì 23 aprile 2018
Armenia.
CRONACA
DI UNA
BREVE GITA TRA I FANTASMI DEL PASSATO
di Sergio Sparapani
Tra le
vittime della guerra dei quattro giorni (1° - 4 aprile 2016) nel Nagorno
Kharabakh, c'è stata anche l'economia turistica della Repubblica armena. Questo
è uno degli aspetti emersi nel corso di un viaggio in Armenia e Giorgia
compiuto a fine aprile scorso.
Ciò che
colpisce di questa Nazione cristiana, indipendente dal 1991, è il forte legame
con la storia, e con i suoi fantasmi genocidiari, che poi tanto fantasmi non
sono se è vero che questa ultima infrazione al cessate il fuoco, instaurato nel
1994 al termine del sanguinoso conflitto per la regione del Nagorno Karabakh
tra Armenia e Azerbaidjan, è la settemillesima in ordine di tempo, oltre che la
più grave. Secondo i cittadini armeni con i quali abbiamo parlato nel corso di
questa breve vacanza le notizie del breve ma sanguinoso scontro di inizio
aprile sono state sufficienti per condizionare le vacanze di tanti affrettatisi
a disdire le prenotazioni. Poco ha contato la delimitazione territoriale e
temporale dello scontro, che ha visto contrapporsi l'esercito armeno e la
milizia del Nagorno Karabach, da una parte, e l'esercito azero - appoggiato da
contingenti islamici e turchi (almeno secondo fonti armene) –, dall'altra, e
conclusosi con l'ennesimo cessate il fuoco. Sui media locali e internazionali
sono state sottolineate le atrocità commesse dagli azeri: civili massacrati e
mutilati, la testa decapitata di un soldato armeno, bambini uccisi
dall'artiglieria “islamista”... Alla fine il bilancio delle vittime sarebbe
stato di trentuno azeri e novanta soldati armeni uccisi, oltre a una decina di
civili.
Di nuovo
sulle cronache internazionali è apparso questo ennesimo conflitto dimenticato,
esploso nel corso degli ultimi spasmi dell'Unione Sovietica e vinto
dall'Armenia che si assicurò una parte del territorio rivendicato, ancorché
popolato da cristiani armeni. Ferita mai rimarginata per gli azeri che
attendono la loro revanche e che sarebbero usciti vincitori dalla guerra “dei
quattro giorni” da loro scatenata per il controllo di qualche collina più o
meno strategica. L'esito poco soddisfacente degli scontri e l'alto tributo di
sangue subito, ha portato al licenziamento, dall'altra parte, di alcuni
ufficiali armeni.
Si tratta di
una guerra a bassa intensità che difficilmente potrà avere un esito risolutivo.
Gli armeni, parzialmente circondati da nemici, contano però anche su alleati
potenti. Potenti ma ingombranti come i russi che hanno alcune basi in Armenia.
Il loro appoggio, indispensabile, è pero pagato profumatamente dalla giovane
Repubblica del Caucaso meridionale. Innata simpatia per la repubblica cristiana
vi è anche da parte degli Stati Uniti e dell'Europa. Gli americani hanno
costruito un'enorme ambasciata a Erevan e l'Unione europea ha investito in
alcuni progetti di sviluppo. Un eccellente appeal può vantare l'Italia in
Armenia, anche grazie all'operato instancabile del console onorario italiano,
Antonio Montalto, giunto nel 1988 in seguito al devastante terremoto che colpì
le regioni settentrionali e poi rimasto, animatore di progetti culturali e di
solidarietà.
Buone sono
anche le relazioni con gli altri due Stati confinanti, l'Iran sciita a sud e la
Georgia cristiana a nord. L'Armenia è meta favorita per i turisti iraniani che,
se di sesso maschile, si sono resi talvolta protagonisti di bagordi e molestie
nei confronti delle donne armene.
Resta chiuso
il lungo confine con la Turchia e naturalmente quello con l'Azerbaijian. Con lo
Stato guidato da Erdogan permangono enormi difficoltà pur consolidandosi negli
ultimi relazioni sul versante economico come su quello sportivo. Le divisioni
sono legate al “passato che non passa” scaturito dal primo genocidio della
storia, rievocato ogni anno il 24 aprile. Numerose delegazioni – inclusa quella
ad altissimo livello guidata da Putin – hanno preso parte alle manifestazioni
del centenario, nel 2015. In realtà anche in Turchia si va prendendo atto
sempre più che il Triunvirato dei Giovani turchi – con la complicità di molti
turchi e curdi – abbia commesso qualcosa di orrendo centouno anni or sono. Ciò
che ancora divide le opposte memorie e rappresenta un ostacolo formidabile a un
qualsivoglia processo di normalizzazione è l'utilizzo del termine genocidio che
accomuna quei crimini alla Shoà.
Questo
splendido Paese è, una volta lasciata la capitale, anche estremamente povero.
La carenza di materie prime e di petrolio – a differenza dei vicini azeri, che
dispongono di ricchi giacimenti - hanno indotto il governo a conservare la
centrale nucleare di Metsamor. La centrale fu spenta dopo il terremoto del 1988. Dopo il
crollo dell'Urss il secondo reattore della centrale fu riattivato per far
fronte alla mancanza di energia elettrica e oggi contribuisce per circa un
terzo al fabbisogno energetico del Paese.
Usciti
da Erevan si rimane conquistati dal paesaggio e dalle decine di monasteri, molti
dei quali restaurati di recente. Contribuiscono a propiziare una seconda visita
la cortesia e i sorrisi della gente, la qualità del cibo e del vino e i prezzi
bassi. Impossibile ignorare comunque le tante buche lungo le strade, simili
talvolta a veri e propri crateri. Specialmente nella parte meridionale del
Paese le vie di comunicazione paiono gravemente deficitarie e bisognose almeno
di una più puntuale manutenzione dopo le nevicate della stagione invernali e il
costante passaggio dei Tir iraniani. Una sola linea ferroviaria collega la
capitale con il nord e la Georgia.
Il
colpo d'occhio su molte cittadine e villaggi depressi nella zona meridionale
del Lago Sevan e in altre province dell'Armenia, mette a nudo le criticità sul
piano delle risorse economiche disponibili, la grave disoccupazione e il
disagio sociale che colpisce i giovani. Questi ultimi cercano un lavoro nella
capitale. Ampliate a dismisura le licenze, si industriano a fare il taxista pur
avendo enormi problemi, oltre che con le lingue straniere, anche con il più
elementare orientamento geografico lungo le vie della capitale.
Corruzione
e conflittualità politica, da una parte, ma anche, tenuto conto del contesto
geografico e del confronto con i vicini, sufficienti parametri democratici e
alternanza al potere tra i gruppi dirigenti, fanno parte dello scenario
politico. Si parla peraltro una Nazione che negli ultimi dieci-quindici anni ha
compiuto enormi progressi. Usciti esangui e sfiancati dalla guerra, i
quarantenni ricordano un mondo di ieri fatto di miserie, lutti, funerali e
continui black-out energetici.
Mentre
abbandoniamo alle nostre spalle la cittadina meridionale di Goris, pressoché
priva di illuminazione pubblica e caratterizzata da una piazza centrale in puro
stile sovietico, ma nondimeno affascinante, con le sue casette in pietra tra le
montagne, riflettiamo sul fatto che, sì, chi ha disdetto le sue vacanze ha
fatto un errore ma c'è sempre una seconda chance.
mercoledì 3 gennaio 2018
Struttura dell'Atlante
IL COLTRINARI ATLANTE SI COMPONE DELLE SEGUENTI PARTI
GEOSTRATEGICO
EUROPA
ITALIA
ASIA
MEDIORIENTE
AFRICA
AMERICHE
OCEANIA, in cui sono annotati indicazioni e note di metodo
TERRE POLARI
L'Indirizzo è
geografia2013@libero.it
cliccando su ogni foto nelle colonne laterali si è inviati automaticamente al blog del continente indicato
venerdì 15 dicembre 2017
mercoledì 26 luglio 2017
CS1 2012 Materie Prime
Fattore
di Rischio = Presenza e Sfruttamento di
Materie rime strategiche (Numero dei visitatori dello Stato(FS.6) A6 della Capacita Sicurezza CS.1
|
▪ Influenza negativa sulla sicurezza della
disponibilità notevole di materie rime strategiche:
Altissima = 1
Alta
= 2
Medioalta
= 3
Media
= 4
Bassa
= 5
▪ Influenza
sulla sicurezza della disponibilità notevole di materie rime
strategiche:
Bassa
= 6
Media
= 7
Medioalta
= 8
Alta
= 9
Altissima
= 10.
|
giovedì 13 luglio 2017
CS12012 Conflitti Interni
Fattore
di Rischio = Conflitti Interni. Presenza
e Sfruttamento di Materie prime strategiche (FS.6) A6 della Capacita Sicurezza CS.1
▪ Fascia da 0 a 0,99:
10
▪ Fascia da 1 a 1,99:
9
▪ Fascia da 2 a 2,49:
8
▪ Fascia da 2,50 a 2,99:
7
▪ Fascia da 3 a 3,49:
6
▪ Fascia da 3,50 a 3,99:
5
▪ Fascia da 4 a 4,24:
4
▪ Fascia da 4,25 a 4,49:
3
▪ Fascia da 4,50 a 4,99:
2
▪ Fascia da 5 : 1
Il Fattore di rischio considerato,
come parametro, è il numero dei caduti in battaglia dovuti al conflitto in
corso interno, che è definito come una incompatibilità contestata che riguarda
il tentativo e/0 del tentativo in cui l’uso della forza armata tra i due paesi
di cui uno almeno è il Governo dello Stato. Il limite di riferimento è il
numero 25 Caduti in battaglia correlati in un anno.
Fonte Istituto Internazionale di
Studi Strategici, Armed Coflict, Data Base. Il valore va da 1 a 5 con l’intensità del
conflitto bassa verso lo zero ed alta il contrario
mercoledì 12 luglio 2017
CS1 2015 Area geografica dello Stato
Fattore
di Rischio = Area
Geografica dello Stato Superficie in
Km2. (FS.5) A5 della Capacita Sicurezza
CS.1
▪ Area geografica uguale o maggiore di 5.000.000
Kmq: = 0.5
▪ Area geografica compresa tra 4.000.000 e 4.999.000
Kmq: 1
▪ Area geografica compresa tra 3.500.000 e 3.999.000
Kmq: 1.5
▪ Area geografica compresa tra 3.000.000 e 3.459.000Kmq: 2
▪ Area geografica compresa tra 2.500.000 e 2.999.000
Kmq: 2,5
▪ Area geografica compresa tra 2.000.000 e 2.459.000
Kmq: 3
▪ Area geografica compresa tra 1.500.000 e 1.999.000
Kmq: 3,5
▪ Area geografica compresa tra 1.000.000 e 1.459.000
Kmq: 4
▪ Area geografica compresa tra 900.000 e 999.000
Kmq: 4,5
▪ Area geografica compresa tra 800.000 e 899.000
Kmq: 5
▪ Area geografica compresa tra 700.000 e 799.000
Kmq: 5,5
▪ Area geografica compresa tra 600.000 e 699.000
Kmq: 6
▪ Area geografica compresa tra 500.000 e 599.000
Kmq: 6,5
▪ Area geografica compresa tra 400.000 e 459.000
Kmq: 7
▪ Area geografica compresa tra 350.000 e 399.000
Kmq: 7,5
▪ Area geografica compresa tra 300.000 e 349.000
Kmq: 8
▪ Area geografica compresa tra 250.000 e 299.000
Kmq: 8,5
▪ Area geografica compresa tra 200.000 e 249.000
Kmq: 9
▪ Area geografica compresa tra 150.000 e 199.000
Kmq: 9,5
Area geografica compresa tra 200.000 e 249.000 Kmq: 10domenica 9 luglio 2017
CS1 2012 Capacità dei Cittadini alle emergenze
Fattore
di Rischio = Capacità dei Cittadini alle emergenze (guerre, calamità) (FS.4)
A4 della Capacita Sicurezza CS.1
▪ Fascia da 0 a 0,99: 1
▪ Fascia da 1 a 1,99: 2
▪ Fascia da 2 a 2,49: 3
▪ Fascia da 2,50 a 2,99: 4
▪ Fascia da 3 a 3,49: 5
▪ Fascia da 3,50 a 3,99: 6
▪ Fascia da 4 a 4,24: 7
▪ Fascia da 4,25 a 4,49: 8
▪ Fascia da 4,50 a 4,99: 9
▪ Fascia da 5 : 10
CS1. 2012 Disastri naturali FS3
.Fattore
di Rischio = Disastri Naturali (FS.3) A3
della Capacita Sicurezza CS.1
|
3. Disastri Naturali
(FS.3)
Coefficiente mp = 3
Coefficiente ap = 10
|
▪ Disastro di grandissime dimensioni negli ultimi
5 anni (2012-2007) = 1
▪ Disastro di grandissime dimensioni negli ultimi
10 anni (2012-2002) = 1,5
▪ Disastro di grandi dimensioni negli ultimi 5
anni (2012-2007) = 2
▪ Disastro di grandi dimensioni negli ultimi 10
anni (2012-2002) =
2,5
▪ Disastro di
medio-grandi dimensioni negli ultimi 5 anni (2012-2007) = 3
▪ Disastro di
medio-grandi dimensioni negli ultimi 10 anni (2012-2002) = 3,5
▪ Disastro di medie dimensioni negli ultimi 5 anni
(2012-2007) = 4
▪ Disastro di medie dimensioni negli ultimi 10
anni (2012-2007) =
4,5
▪ Disastro di piccole dimensioni proporzioni negli
ultimi 5 anni (2012-2007) = 5
▪ Disastro di piccole dimensioni proporzioni negli
ultimi 5 anni (2012-2007) = 5, 5
▪ A
▪ Assenza di disastri negli ultimi due anni (2012-2010)=
6
▪ Assenza di disastri negli ultimi quattro
anni (2009-2008)= 6,5
▪ Assenza di disastri negli ultimi sei anni (2007-2005) = 7
▪ Assenza di disastri negli ultimi otto anni (
2004-2003) =
7,5
▪ Assenza di disastri negli ultimi dieci anni (
2002-2001)
8
▪ Assenza di disastri negli ultimi dodici anni (
2000-1999)
8,5
▪ Assenza di disastri negli ultimi quattordici
anni ( 1998-1997) 9
▪ Assenza di disastri negli ultimi sedici anni (
1996-1995)
9,5
▪ Assenza di disastri ante 1994 =
10
|
mercoledì 28 giugno 2017
Turchia: dal sogno neottomano alla mancanza di identità
| Dopo il referendum Ue-Turchia: non sospendere processo d’adesione Nathalie Tocci 26/06/2017 |
La questione è rimasta in sospeso dopo la riunione informale Gymnich dei ministri degli Esteri europei a fine aprile, presente il ministro turco Mevlut Cavusoğlu, e dopo l’incontro tra il presidente turco Recep Tayyip Erdogan e i presidenti delle Commissione europea Jean-Claude Juncker e del Consiglio europeo Donald Tusk. Questa la domanda: è arrivata l’ora di mettere fine al moribondo processo di adesione della Turchia all’Ue?
L’interrogativo e la risposta
Da anni sono una convinta sostenitrice del futuro della Turchia nell’Ue. Nel periodo che ha preceduto il referendum, specialmente dopo che la Commissione di Venezia del Consiglio d’Europa si era pronunciata in modo molto negativo sul pacchetto costituzionale, mi sono chiesta se il Rubicone fosse stato varcato e se non fosse arrivato il momento di sospendere i negoziati. Tenuto conto del costante indebolimento della democrazia in Turchia negli ultimi anni, ulteriormente dimostrato dall’esito del referendum di aprile, chi può ancora dire seriamente che la Turchia soddisfa i criteri politici di Copenaghen?
La domanda è retorica. Del resto, per questo motivo, cominciai a avere dubbi sul processo di adesione della Turchia all’Ue per la prima volta dal 1999. Ma sono ora convinta che, malgrado il prezzo (elevato) che pagherà l’Unione mantenendo l’attuale situazione, non è giunto il momento di sospendere il processo.
Proverò a spiegare il perché. Esistono tre buone ragioni per cui l’Ue dovrebbe mantenere vivo, per ora, il discorso di un’eventuale adesione, anche se il processo è sempre più problematico, imperfetto e vuoto.
Mantenere un legame con la società civile turca
In primis, bisogna mantenere un legame organico con la società civile turca. Sono stata molto colpita dal risultato del referendum d’aprile. La campagna per il referendum era lontana anni luce dall’essere giusta e libera, caratterizzata com’è stata da intimidazioni, attacchi, lo stato d’emergenza e l’arresto di migliaia di giornalisti, attivisti e leader politici.
Malgrado tutto ciò, il 49% della popolazione ha avuto il coraggio - sì, il coraggio - di dire di no e il tasso di affluenza è stato superiore al 70%, il che sottolinea l’importanza attribuita dai cittadini al voto. Ancora una volta, i cittadini turchi hanno dimostrato - come nel 2002 quando l’Akp ottenne la sua prima vittoria schiacciante, o nel 2015 quando la proporzione del voto pro Akp fu notevolmente ridotta e il partito pro-curdo Hdp superò per la prima volta la soglia del 10% - la resilienza della loro democrazia.
Sarebbe giusto abbandonare questa società? La mia risposta è inequivocabilmente no. Il rapporto tra l’Ue e la società turca, cominciando dalla società civile, dovrebbe al contrario rafforzarsi. Una sospensione del processo di adesione causerebbe una riduzione dei fondi, considerevoli, versati dall’Ue alla Turchia e, quindi, anche del sostegno europeo alla società civile turca.
Sospensione o fine del processo di adesione?
Bisogna essere chiari: una sospensione, anche se legalmente èdiversa da un’interruzione definitiva, equivale ad essa da un punto di vista politico. Ogni questione legata all’allargamento dell’Unione necessita l’unanimitàdegli Stati membri. Diversi Paesi sono oramai contrari all’entrata della Turchia nell’Ue, non solo per le condizioni pietose del suo sistema democratico, ma perché la vedono come troppo grande, troppo povera e troppo musulmana.
Se l’Ue dovesse sospendere il processo d’adesione,è difficile immaginare che gli oppositori accetterebbero poi di rimettere in moto il processo, anche se la Turchia dovesse diventare una Svizzera. E se in futuro la Turchia si rimettesse in rotta verso una società più democratica, con maggioreattenzione ai diritti umani e allo stato di diritto? Se questo dovesse succedere dopo che l’Unione ha sospeso il processo di adesione, la Turchia si troverebbe davanti un’Ue che le ha voltato le spalle, il che sarebbe un grave errore strategico.
Quale alternativa al processo di adesione?
L’essenziale ènon gettare via il bambino con l’acqua sporca. Il processo di adesione, per quanto moribondo, fornisce un corpo di leggi e di norme che reggono la relazione Ue-Turchia: un vincolo esterno che permette all’Unione di incoraggiare lo sviluppo della democrazia e dei diritti umani in Turchia.
Nessun’altra potenza globale o regionale, dagli Stati Uniti alla Russia, dalla Cina all’Arabia Saudita, svolge questo ruolo.Perciò, prima di considerare una sospensione dei negoziati, è fondamentale mettere in atto un quadro istituzionale alternativo, che include cooperazioni strutturatesulle questioni di maggiore interesse per l’Unione e per la Turchia, dagli scambi commerciali agli investimenti, dalla migrazione alla mobilità, dall’energia alle questioni climatiche, dalla politica estera alla lotta al terrorismo.
Verso un’Unione doganale moderna
L’Ue e la Turchia collaborano già su questi temi. In particolar modo, l’Ue e la Turchia stanno valutando la possibilità di negoziare un’unione doganale moderna, che aggiungerebbe allo scambio di beni anche i servizi, il procurement e i prodotti agricoli. E la nuova unione doganale potrebbe rappresentare il perno di un nuovo quadro istituzionale tra Ue e Turchia comunque ancorato a un sistema di regole e norme.
Nella questione turca, l’Ue verrà criticata se sospende il processo di adesione, ma anche se non lo fa. Continuare il processo di adesione come se nulla fosse danneggerebbe senza dubbio la credibilitàdell’Unione. Ma sospendere il processo ora vorrebbe dire abbandonare la società turca, mettere in mano agli scettici la relazione Ue-Turchia e tagliare quel vincolo esterno democratico garantito dal processo di adesione senza avere messo in moto un quadro istituzionale alternativo.
Oggi mantenere lo status quo è il minore dei mali. L’ora della sospensione non è (ancora) arrivata. Ma quella di accelerare la spinta verso un’unione doganale moderna sì.
Nathalie Tocci è direttore dello IAI.
Iran: un momento delicato
| Attacco a Teheran Iran: terrore, insorti, Isis, interferenze saudite Eleonora Ardemagni 27/06/2017 |
In Iran, solo il 51% della popolazione è persiana: storicamente, il pluralismo identitario non ha però indebolito la costruzione della nazione. Tuttavia, le minoranze etniche (curdi, arabi, baluci), anche sunnite, rimangono ai margini della vita politica, tra diseguaglianze socio-economiche e spinte irredentiste, nelle quali anche i Paesi arabi del Golfo provano a infilarsi.
Identità transnazionali e minoranze
La competizione egemonica fra Arabia Saudita e Iran e la ‘variabile Daesh’ hanno alimentato il settarismo: tali dinamiche non possono che impattare sulla dialettica fra uno Stato ibrido perché duale come Teheran (semipresidenziale e teocratico), le periferie e i movimenti armati.
Non è una coincidenza che gruppi dell’insorgenza armata iraniana, come i baluci di Jaysh al-Adl (già Jundullah) e i curdi del Pjak, abbiano intensificato gli attacchi contro le forze di sicurezza. In Medio Oriente, le identità transnazionali pesano ormai più dei confini statuali, mettendo sotto pressione i tradizionali meccanismi di cooptazione e/o coercizione.
In Iran, le linee di faglia sono tre: confessionale (70% sciiti, 5-10% sunniti), linguistica e soprattutto etnica. La minoranza araba (3%) si concentra nell’ovest (Khuzestan, dove c’è il 90% delle risorse petrolifere) e nella fascia costiera meridionale. I curdi (7%) abitano le terre montuose del nord-ovest. I baluci (2%) popolano la regione orientale del Sistan Baluchistan, terra frontaliera e di contrabbando con l’Af-Pak.
Il presidente HassanRohani, pur proseguendo le politiche repressive e di persianizzazione (specie nei confronti degli arabi), ha aperto ai sunniti d’Iran, nominandone uno vice-ministro del petrolio. Alle elezioni presidenziali del 19 maggio, le minoranze hanno massicciamente partecipato e votato per Rohani.
I gruppi armati e le influenze saudite
Ansar al-Furqan, movimento armato balucio, si rivolge agli sciiti con il termine dispregiativo di rafidah, lo stesso usato dai jihadisti. I nazionalisti curdi del Pjak, attivi sul confine irano-iracheno, sono un’emanazione del Pkk. Il Movimento arabo di lotta per la liberazione di Ahvaz (Asmla), capoluogo del Khuzestan, ha spesso sabotato le infrastrutture energetiche e ha contatti con la Fratellanza Musulmana siriana. Nel 2013, Asmla ha annunciato un coordinamento politico con Jaysh al-Adl e Pjak.
Il salafismo è in crescita tra i sunniti d’Iran, propagato anche da canali satellitari (come Global Kalameh Network che trasmette da Medina e Dubai) e internet. L’Iran denuncia il sostegno dei Paesi arabi del Golfo ai gruppi dell’insorgenza sunnita interna. Tuttavia, Teheran ha spesso tollerato la propagazione del salafismo tra i curdi in chiave anti-sinistra e anti-nazionalista: i salafiti curdi si oppongo a uno Stato curdo indipendente.
Le verosimili ˊinterferenze competitiveˋ di Riad, Doha e Abu Dhabi in Iran non hanno finora raggiunto il livello di operatività, nonché di visibilità, della rete transnazionale delle milizie sciite. Sauditi ed emiratini sosterrebbero i baluci di Jaysh al-Adl: il confinantePakistan è un alleato storico dell’Arabia Saudita, che lì finanzia molte scuole coraniche. Gli arabi di Asmla riceverebbero finanziamenti da segmenti della diaspora iraniana di Abu Dhabi.
Daesh s’incunea dal confine iracheno
L’Iran combatte sul campo il sedicente califfato, anche con il lancio di missili. Finora, la strategia di Teheran contro Daesh si è focalizzata sulla difesa dei confini: tra l’altro, le minoranze iraniane si concentrano lungo il perimetro geografico dell’Iran (arabi con Iraq, curdi con Turchia e Iraq, baluci con Pakistan).
Adesso, alcuni jihadisti sono però penetrati e si muovono nel Paese, a dispetto della profonda securizzazione dello stato iraniano: i salafiti curdi e il confine iracheno (epicentro Kermanshah) sono gli attori e i luoghi più esposti alle sirene dell’autoproclamato Califfato, che dopo la ritirata da Mosul si sta riorganizzando proprio tra Al-Anbar e Diyala, quest’ultima al confine con l’Iran.
Teheran è oggi un obiettivo primario: ecco perché il recente video di Daesh in persiano e la traduzione della rivista Rumiyah, nonché la creazione di una ‘Brigata farsi’ a Diyala, con curdi, baluci e arabi iraniani.
Largo ai falchi
La polarizzazione mediorientale incentiva settarismo e radicalizzazione. L’offerta di dialogo intra-Golfo, avanzata da Rohani, con il viaggio di gennaio tra Kuwait e Oman, è stata duramente respinta da Mohammed bin Salman, neo-erede al trono saudita.
In Iran, conservatori e pasdaran proveranno a capitalizzare, a spese dei riformatori, l’attacco di Daesh, i toni aggressivi dei sauditi e la postura anti-iraniana dell’Amministrazione Trump. Questo contesto può ridimensionare, da subito, le promesse riformiste del rieletto presidente, che dovrà innanzitutto confrontarsi con l’ala dura del regime: proprio quei pasdaran che, inasprendo la repressione delle minoranze sunnite, offrirebbero un formidabile assist ai reclutatori jihadisti. Lungo le due rive del Golfo, l’ascesa dei ‘falchi’ è un cattivo presagio in più.
Eleonora Ardemagni, Gulf and Eastern Mediterranean Analyst, Nato Defense College Foundation, analista per ISPI e Aspenia, commentatrice di politica mediorientale per Avvenire.
martedì 20 giugno 2017
Incertezza nel Golfo
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