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Competizione tra Hamas e Fatah Le istituzioni che storicamente li hanno rappresentati e tenuti insieme - come l’Organizzazione per la Liberazione della Palestina, Olp, fondata nel 1964 e da allora “organizzazione ombrello” della resistenza palestinese - appaiono sulla via della disintegrazione e non riescono più ad esprimere alcuna progettualità politica di contrasto all’occupazione. Il ruolo conciliatorio di Arafat e di Fatah, che era quello di mediazione tra le varie fazioni palestinesi concorrenti tra loro, non è più assolto né dal suo successore Abu Mazen - che rincorre un riconoscimento ufficiale all’Onu ed altre iniziative simili che poco o niente influenzeranno la situazione sul terreno - né da nessun’altra forza politica. L’unico organo elettivo previsto dagli Accordi di Oslo - il Consiglio Legislativo Palestinese - non si riunisce più dal 2007. Dismessa l’Olp, le due maggiori fazioni palestinesi - Hamas e Fatah - sono diventate due corpi reciprocamente estranei che si contendono - sulla più complessa e articolata scena palestinese - la palma della rappresentatività dell’intero popolo palestinese, offrendo i propri servizi al migliore offerente, al soldo delle potenze regionali e di Stati Uniti, Russia e Iran, all’interno di alleanze sempre più labili e fluide, soggette a rovesciamenti repentini. Le principali vittime di questo confronto sono proprio i palestinesi della diaspora, rifugiati nei campi profughi ospitati dai Paesi arabi confinanti e ormai del tutto privati di rappresentanza, e quelli interni a Israele, spesso chiamati “arabi del’48”, che almeno con la creazione della “Lista Araba Unificata” e il suo nuovo leader Ayman Odeh hanno tentato di crearsi una propria identità politica indipendente. I Palestinesi dei Territori occupati, invece, rimangono i più disillusi sulla possibilità di ravviare un processo politico con Israele, ma anche di assistere ad un rinnovamento interno della dirigenza Anp: secondo un sondaggio del Palestinian Center for Policy and Survey Research (Pcpsr) del settembre 2016, il 61% vorrebbe le dimissioni di Abbas e il 47% considera l’esistenza di un’Autorità Nazionale Palestinese un’istituzione inutile ed un peso, mentre ormai una solida percentuale del 50% rifiuta gli Accordi di Oslo e la soluzione dei due Stati a favore della ripresa di una resistenza armata. Elezioni palestinesi ancora posticipate, con sollievo di Israele Vittima dello stallo è anche la vita politica palestinese, tenuta ostaggio dalle varie fazioni. Le votazioni politiche e presidenziali non si tengono rispettivamente dal 2006 e 2009. Le elezioni municipali previste per questo mese (le ultime risalgono al 2012) sono state posticipate per l’ennesima volta a data da destinarsi nonostante la volontà di Hamas di prendervi parte e Israele ha tirato un sospiro di sollievo, dal momento che tutti i sondaggi e i precedenti turni elettorali - tenutisi nelle maggiori università palestinesi, come Bir Zeit e il politecnico di Hebron - avevano dato Hamas vincente. Fatah, a sua volta, non vuole nuove elezioni perché non accetta di confrontarsi con la sua perdita di popolarità e di centralità politica sullo scacchiere palestinese e perché non è d’accordo al proprio interno sull’imminente successione a Abu Mazen. Il candidato più probabile alla carica di Presidente - appoggiato anche dal “Quartetto arabo” formato da Egitto, Emirati Arabi Uniti, Arabia Saudita e Giordania - è infatti Mohammed Dahlan, uomo forte della nuova generazione di Fatah, ex capo delle forze di sicurezza dell’Anp poi espulso dalla Cisgiordania nel 2011 proprio per la crescente rivalità con Abu Mazen. Dahlan, figura politica controversa, ha buoni rapporti con personalità politiche israeliane di estrema destra come Avigdor Lieberman ed è appoggiato dagli Stati Uniti, che vorrebbero sostituire Abu Mazen con una leadership più giovane e più energica. In effetti la Presidenza Abbas ha progressivamente logorato Fatah e indebolito l’Anp, la cui capacità di sopravvivenza è ormai esclusivamente legata al controllo di istituzioni-chiave come l’immenso apparato burocratico e le forze di sicurezza, nonché agli ingenti finanziamenti del Qatar ed all’appoggio esterno di Israele e Stati Uniti. Hamas elegge il successore di Meshaal Hamas, dal canto proprio, è stabilmente insediato a Gaza e non teme più il confronto con fazioni rivali di stampo salafita all’interno della Striscia. Si presenta come un’organizzazione più attiva politicamente e più democratica al suo interno: ogni quattro anni organizza infatti le proprie elezioni interne per l’ufficio politico e per il Consiglio della Shura. Entro ottobre eleggerà il successore di Khaled Meshaal, attualmente a capo dell’ufficio politico, che non può più ricandidarsi per limiti di mandato. Le elezioni vedono affrontarsi Ismael Haniyeh, attuale leader di Hamas a Gaza, Musa Abu Marzuq, vice-presidente dell’Ufficio Politico e, meno noto, Yahya Sinwar, uno dei fondatori dell’ala militare di Hamas e vicino a Mohammed Deif, che ne è a capo: il primo appoggiato dall’Iran e da Hezbollah, il secondo da Qatar e Turchia e il terzo candidato delle brigate Izz ad-Din al-Qassam. I dirigenti di Hamas sostengono che, ancora una volta, già solo per il fatto di tenere elezioni interne regolari e permettere una vivace dialettica politica interna, il Movimento islamico dimostri una maturità politica superiore al concorrente Fatah, che teme qualsiasi test elettorale. Il profilo di Hamas è anche cresciuto internazionalmente, adottando una posizione di equidistanza dalle parti in conflitto in Siria, toni moderati nei confronti di alleati problematici come la Turchia - che ha recentemente ripristinato le proprie relazioni diplomatiche con Israele rinunciando a rimuovere l’assedio e costruire un porto a Gaza - e di vicini ostili come l’Egitto, con il quale Hamas dà prova di forte pragmatismo. Tuttavia la vera sfida per Hamas e Fatah non è più quella che dieci anni fa si poneva allo storico leader Arafat, ovvero come sfruttare meglio le rivalità interne agli Stati arabi per far avanzare la causa palestinese, ma piuttosto quella di non esser trascinati, come fazioni e attraverso la strumentalizzazione della questione palestinese tout court, nella guerra regionale in corso tra l’”asse iraniano” e l’ “asse saudita”, che rischia di mettere in secondo piano la questione palestinese dall’agenda internazionale nel XXI secolo. Il tutto mentre il nemico per eccellenza, Israele, sembra guadagnare tra i nuovi equilibri regionali una sorprendente legittimazione grazie al profilarsi dell’alleanza con l’Arabia Saudita e all’intensa cooperazione con il Cairo, che sostanzialmente accreditano il Paese ebraico a pieno titolo come un attore regionale. Claudia De Martino è ricercatrice presso Unimed, Roma e autrice di “I mizrahim in Israele”, Carocci editore. | ||||||||
Blog di sviluppo per l'approfondimento della Geografia Politica ed Economica attraverso immagini, cartine, grafici e note.Atlante Geografico Statistico Capacità dello Stato.Parametrazione a 100 riferito al Medio Oriente. Spazio esterno del CESVAM - Istituto del Nastro Azzurro. (info:centrostudicesvam@istitutonastroazzurro.org)
mercoledì 26 ottobre 2016
Orizzonti sempre turbolenti
domenica 23 ottobre 2016
Turchia.una situazione in divenire
giovedì 13 ottobre 2016
Siria: crocivia di interessi
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La fragilità dell'accordo Usa-Russia, messa in luce da diversi commentatori, si è perciò palesata nei fatti. In particolare, è chiaro che Damasco e Mosca non intendono accedere a nessuna cessazione delle ostilità prima di aver spostato l’equilibrio sul terreno con la conquista di Aleppo. L'amministrazione ha studiato qualche replica armata, ma poi - in vista della corrente transizione elettorale - ha preferito fare semplicemente un passo indietro. La reazione spropositata della Russia In questa situazione l'elemento nuovo è la spropositata reazione di Mosca alla decisione americana. Putin ha immediatamente replicato emettendo un decreto presidenziale che cancella l'accordo sul riciclaggio del plutonio ad uso militare stipulato con gli Usa nel 2000 nonché l'accordo di cooperazione nel campo della ricerca, in essere fra i settori nucleari dei due Paesi. È da un pezzo che Mosca sta smantellando il sistema di sicurezza strategica costituito fra l'Atlantico e gli Urali durante la guerra fredda. Questo nuovo contributo non è di per sé il più inquietante, ma sono inquietanti le dichiarazioni e gli atti che lo hanno accompagnato. Putin ha pubblicamente spiegato la decisione di cancellazione degli accordi con “l'emergere di una minaccia alla stabilità strategica a seguito di non amichevoli azioni verso la Russia da parte degli Stati Uniti”. Il testo del decreto presentato per la conversione alla nuova Duma stabilisce come condizioni per l'eventuale ripresa degli accordi cancellati da Mosca che nei Paesi che aderirono alla Nato nel 2000 gli Stati Uniti riportino la loro presenza militare ai livelli precedenti, che gli Usa ritirino il Magnitsky Act e l’Ukraine Freedom Support Act, che annullino tutte le sanzioni alla Russia e che la compensino per i danni inflitti alla sua economia, inclusi quelli subiti per le contro-sanzioni russe a quelle americane. Una sorta di Trattato di Versailles preventivo. La iper-reazione “globale” della Russia rivela che l’obiettivo di ripristinare un condominio di potenza con gli Stati Uniti è stato il motivo più rilevante del suo intervento in Siria, più del suo rafforzamento nella regione e della minaccia transnazionale jihadista. In questo senso la rottura dell'accordo da parte degli Usa è stato un fallimento per la Russia, che non è riuscita a riplasmare il suo ruolo globale. Tuttavia, è anche vero che gli Stati Uniti, nel ritirarsi dall'accordo, hanno dovuto prendere atto che la Russia ha un potere di interdizione sulla loro politica estera. Questo è un fallimento degli Usa che modera l'insuccesso della Russia e lascia una grossa spina nel fianco di Washington, riflettendo l'andamento generale delle relazioni russo-occidentali di questi ultimi anni. Russia potenza globale o regionale? Questi sviluppi suggeriscono due osservazioni. Una è che la crisi siriana è diventata una crisi legata a doppio filo al rapporto fra Stati Uniti e Russia, di quelle che durante la guerra fredda venivano caratterizzate dal loro potenziale di “escalation” orizzontale. L'altra è conseguenza della prima: la crisi siriana e quella più ampia del Medio Oriente hanno una dimensione globale che però deve ancora essere chiarita e ridefinita (1) alla luce degli sviluppi di questi ultimi anni. E la prima domanda da porsi è quale sia il ruolo reale della Russia. È vero che è difficile definire la Russia una superpotenza globale, ma certamente la definizione di Obama della Russia come potenza regionale non collima con la realtà. D'altra parte, è vero che il mondo è dominato da una tendenza al multipolarismo che rende impensabile un ritorno al bipolarismo della guerra fredda, ma i poli hanno pesi assai diversi e alcuni, come la Russia, pur non essendo superpotenze economiche al livello degli Usa, hanno attributi militari e nucleari che interdicono la libertà di movimento degli altri, in particolare degli Usa. Regolare il disordine multilaterale? Il mondo multilaterale vagheggiato da Obama (per il quale in verità non ha preso alcuna iniziativa concreta) nella sua mente era più diretto a scaricare gli Usa come polizia del mondo che non a stabilire un nuovo equilibrio politico effettivo nel sistema internazionale. L'evanescenza della struttura globale del mondo attuale e le sue intrinseche asimmetrie suggeriscono invece che stabilire questo equilibrio è necessario e prioritario. Per cominciare va restaurato il sistema di sicurezza globale che nell'euforia della fine della guerra fredda è stato dato per scontato e si è invece assai degradato, a cominciare dalla sua comprensione intellettuale. Come abbiamo detto, Putin ha fatto non poco per deteriorarlo e l'uso improprio che ha fatto del concetto di “stabilità strategica” nel suo decreto ben lo attesta. La stabilità strategica è la rimozione degli incentivi ad un primo colpo nucleare. Non è una generica ferita alle percezioni di sicurezza e prestigio dell'avversario (a meno di non pensare che una ferita del genere possa costituire per Putin un incentivo a vibrare un primo colpo nucleare: speriamo di no!). Come tutti gli impianti che invecchiano, il sistema può improvvisamente cedere. Ciò richiede uno sforzo diplomatico verso il governo russo ma anche l'insieme della sua società. Potremmo far mostra di più coerenza In generale c'è un'incoerenza strutturale nel rapporto con la Russia che richiede massima attenzione: una difficile diplomazia che deve dare soddisfazione alla Russia e alle sue percezioni di sicurezza onde impedire che il suo nazionalismo pericolosamente trascenda, ma, al tempo stesso, fare sì che queste soddisfazioni siamo edificanti - in senso democratico - e non vadano a rafforzare il partito favorevole allo scontro. C'è molto lavoro da fare in Europa, in Ucraina e nel Baltico, ma la crisi siriana è ugualmente parte di questo stesso cimento. In Siria è necessario riprendere la strada della collaborazione Usa-Russia. Perché questa collaborazione non naufraghi di nuovo, gli Usa dovranno chiarire i propri obiettivi. La politica attuale degli Stati Uniti è basata su alleanze opportunistiche loro proprie (i curdi siriani) e dei loro protetti (talché a un gruppo salafita come Jabhat al-Islam accade di essere un membro prominente della High Negotiang Commission). Questo non serve né a sbalzare di sella Assad né a permettere una transizione politica nella quale Assad e la sua cerchia possano avere un ruolo, cioè non porta a alcuna soluzione. La ripresa di un dialogo richiede maggiore chiarezza da parte degli Usa. Naturalmente, per fare chiarezza nella poltiglia di alleanze e coalizioni che caratterizza oggi la Siria ci vuole tempo. Questa transizione va regolata e contemplata dal nuovo accordo. Come che sia, in attesa del nuovo presidente americano, tutto è in mente Dei, ma la diplomazia, anche europea, può cominciare a muoversi anche da subito. (1) Paolo Calzini “Il nuovo ruolo della Russia”, Il Mulino, n. 4, 2016, pp. 676-683. Roberto Aliboni è consigliere scientifico dello IAI. |
giovedì 6 ottobre 2016
Irak: battaglie
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Il legame è soprattutto economico. Gli investimenti turchi e l'interscambio con la Turchia sono alla base della forte crescita negli scorsi anni nella regione autonoma. Il Krg ha bisogno della Turchia per esportare il suo petrolio in mancanza dell'attuazione di una intesa con il governo di Baghdad per la gestione di contratti e proventi, impedita dalla paralisi decisionale del Parlamento iracheno. La Turchia utilizza e smercia il petrolio curdo ottenuto a prezzi ridotti. Per quanto sia solido questo asse non è però inossidabile. Regge fin quando Barzani è allineato nella sostanza, al di la del detto e non detto, alla politica complessiva di Ankara nella regione. Di tale politica sono componenti centrali la lotta al Pkk e ai suoi alleati del Pyd in Siria e il confronto con l'Iran. In questo quadro si collocano anche le riemergenti rivalità tra i curdi iracheni e le loro interazioni con la lotta politica in corso a Baghdad. Nel Kurdistan iracheno vi è inoltre un malcontento popolare, sfruttato dall'opposizione a Barzani, causato dopo il boom degli anni precedenti da una crisi economica dovuta alla guerra con lo “stato islamico”, alla gestione di quasi due milioni di rifugiati, al rallentamento dell'economia turca e anche, in misura rilevante, ai problemi di trasferimenti di fondi dal governo centrale a quello di Erbil per il pagamento degli stipendi a centinaia di migliaia di dipendenti pubblici. Forze turche nella base di Bashika La presenza da oltre un anno di forze turche nella base di Bashika nella provincia di Niniwa, ove i peshmerga del Krg e milizie arabo-sunnite e turcomanne controllano parti del territorio strappato allo “stato islamico”, è motivo di duro contrasto con il governo di Baghdad che ne chiede il ritiro. Ankara sostiene che questa presenza - diretta all'addestramento delle forze anti “stato islamico”, ma con capacità di combattimento - ha luogo su richiesta del governo di Erbil che a sua volta né conferma né smentisce e che peraltro non ha legalmente una giurisdizione su quell'area. Sta di fatto che per il Krg le forze turche costituiscono una assicurazione contro le Popular Mobilisation Units (PMUs) sciite, sostenute dall'Iran, che nella loro parallela marcia verso Mosul sono quelle più in grado di cacciare i peshmerga dalle aree a popolazione mista araba e curda occupate nella fase di resistenza all'avanzata dello “stato islamico” e dopo. In questo momento esse sono ritenute dal Krg più pericolose delle milizie arabo-sunnite locali, tradizionali avversarie dei curdi, con le quali invece Barzani ha stabilito una convergenza favorita dalla Turchia che non intende dare spazio alle forze sostenute dall'Iran contro le quali si è esplicitamente espresso il Presidente turco Racep Tayyip Erdogan. Lotta di potere a Baghdad Sullo sfondo vi è la lotta di potere in corso a Baghdad, dove l’ex-Primo Ministro Noori Al-Maliki è in grado non soltanto di impedire al Parlamento di dare la fiducia a nuovi Ministri proposti da Al -Abadi, ma anche di far sfiduciare Ministri chiave per la gestione e gli equilibri del Paese. Benché non sia esplicito l’appoggio a queste manovre da parte dell'Iran, che nel 2014 aveva sostenuto parallelamente agli Usa l’avvento di Al Abadi, appare difficile che Al-Maliki operi senza le coperture da Teheran che egli è accusato di avere. Di fronte a questi sviluppi, comprensivi dell’intensificazione dei rapporti tra Maliki e i curdi del Puk, secondo partito della Regione autonoma, Al-Abadi e Barzani si sono incontrati a fine settembre a Baghdad ed hanno annunciato la volontà di risolvere tutti i contenziosi tra governo centrale e Krg. Non è la prima volta che questo accade con seguiti raramente conclusivi, ma appare sempre più evidente un interesse comune a convergere in questa fase. Sia di fronte a milizie sciite riattivate per contrastare lo “stato islamico” che sfuggono al pieno controllo del Primo Ministro e manifestano volontà di autonomia politica e insofferenze per la presenza militare statunitense. Sia di fronte alle manovre di Al-Maliki destabilizzatrici del quadro politico a Baghdad e a Erbil. Attori regionali ed esterni Come sempre, un ruolo cruciale sarà giocato dalle potenze regionali: la Turchia - formalmente alleata degli Usa, ma che ignora l'invito di Washington a lasciare il suolo iracheno se non vi è un accordo con quello di Baghdad e non si cura delle preoccupazioni per le conseguenze sulle risorse idriche in Iraq della costruzione della grande diga di Ilisu sul Tigri. L'Iran - alleata della Russia in Siria, che sostiene contemporaneamente il governo legittimo a guida sciita, ma anche le azioni sul terreno e probabilmente gli intrighi parlamentari che limitano la stabilità di Al-Abadi, lanciando agli Usa il segnale che senza Teheran non può esservi stabilizzazione della regione. E infine l'Arabia Saudita- che sostenendo gruppi arabo-sunniti di varia natura, inclusi i più estremisti, continuerà presumibilmente ad operare affinché la stabilizzazione dell'Iraq e la conseguente piena agibilità delle sue enormi risorse petrolifere non raggiungano livelli tali da insidiare la sua supremazia nella regione e nel mercato mondiale degli idrocarburi. Per tanti motivi politici, economici, umanitari e migratori, favorire tutte le possibili intese funzionali ad una piena stabilizzazione della regione e i dividendi economici della pace resta un interesse primario della diplomazia statunitense, degli europei e delle Nazioni Unite, in un contesto nel quale anche la Cina è interessata a soluzioni pacifiche. Occorre però la consapevolezza della natura spesso tattica, temporanea e precaria di allineamenti tra attori che malgrado non possano vincere sono ancora distanti da una logica di composizione cooperativa dei diversi interessi. Maurizio Melani è Ambasciatore d'Italia. | ||||||||
domenica 2 ottobre 2016
.TURCHIA: ancora emergenza
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Nel mirino i militanti dell’autoproclamatosi “stato islamico” e i membri dell’organizzazione dell’imam Fetullah Gulen, Fetö, accusata di aver orchestrato il tentato golpe. La stretta è aumentata anche contro l’acerrimo nemico dello stato turco, il Partito dei lavoratori del Kurdistan, Pkk. Sono ormai lontane le speranze, accese nel marzo 2013 dall’inzio del processo di pace, di veder concluso un conflitto che si protrae dagli anni ‛80. Da quando, nel luglio 2015, è stato violato il cessate il fuoco, la tensione tra le parti è tornata alle stelle. Ankara si affida ai guardiani di villaggio Ciononostante, il primo ministro Binali Yıldırım ha recentemente negato l’esistenza di un “problema curdo”, sostenendo la sola esistenza di un “problema terrorismo” a causa dell’esistenza del Pkk. Il Presidente della Repubblica Recep Tayyip Erdoğan, dal canto suo, ha dichiarato che le operazioni contro i militanti del Pkk continueranno fino all’uccisione dell’ultimo ribelle. Nel frattempo, dal carcere di massima sicurezza dove è rinchiuso, il leader del Pkk, Abdullah Öcalan ha ribadito la necessità di riprendere i colloqui di pace, ma Ankara non sembra pronta a scendere a compromessi. Negli ultimi mesi, il conflitto armato si è rispostato nelle zone rurali, dopo la fine della strategia urbana del Pkk che aveva portato il conflitto in città come Diyarbakır, Cizre e Sirnak. Per stanare ogni militante, Ankara ha deciso affiancare all’esercito regolare anche i “guardiani di villaggio”, una forza paramilitare composta per lo più da curdi leali al governo (per loro scelta o non), creata agli inizi del conflitto per impedire il sostegno al Pkk da parte dei villaggi del sud-est turco. Il ministro dell’interno Süleyman Soylu ha recentemente deciso di rafforzare questa forza paramilitare, creando tra l’altro un Dipartimento dei guardiani di villaggio: ad oggi, ci sono circa 47 mila guardiani temporanei e 22 mila permanenti al soldo del governo di Ankara. Vita dura per l’Hdp A ridurre le speranze di chi auspica una soluzione politica all’impasse curdo in Turchia concorrono anche gli attacchi contro il filo curdo Partito democratico del popolo, Hdp, entrato in parlamento a novembre 2016, dopo aver superato l’alta soglia di sbarramento del 10%. Nel maggio 2016, è stata approvata una legge per revocare l’immunità parlamentare, aprendo la strada a numerosi processi contro deputati del Hdp accusati di vicinanza o sostegno al Pkk. Inoltre, con un decreto di emergenza approvato il 1̊ settembre, il governo ha assunto l’autorità di nominare direttamente amministrazioni fiduciarie, rimuovendo sindaci accusati di favoreggiamento al terrorismo. Il decreto è stato utilizzato per la prima volta l’11 settembre, quando Ankara ha commissariato 28 amministrazioni locali nel sud est del Paese: 24 dei sindaci erano membri dell’Hdp mentre i restanti 4, accusati di appartenenza all’organizzazione Fetö, erano membri dell’Akp e del partito ultra-nazionalista Mhp. Di nuovo a fine settembre, altre tre città nella provincia di Şanlıurfa hanno visto rimossi i loro sindaci, democraticamente eletti, e nominate nuove amministrazioni fedeli al governo di Ankara, in una mossa definita “golpe amministrativo” dall’Hdp. Ma non è solo il Partito democratico del popolo a essere preso di mira. L’8 settembre Ankara ha sospeso 11.285 insegnanti curdi, nuovamente con l’accusa di sostenere l’attività del Pkk. Le purghe post golpe hanno preso di mira anche mezzi di informazione curdi: da ultimo, ha destato sgomento la decisione di chiudere 23 tra stazioni radio e TV, compreso il primo canale di cartoni animati in lingua curda, Zarok TV. La ripresa del conflitto e la stretta contro chi viene accusato di avere legami diretti o di sostenere indirettamente il Pkk, sta allontanando ogni giorno di più la possibilità di raggiungere una soluzione democratica a questa guerra, da molti considerata civile. Sebbene il governo dichiari che il problema non è con la minoranza, ma solo con i militanti del Pkk, sminuendo il sostegno dei curdi al partito illegale,il tentativo di isolare i primi sta radicalizzando la frattura con i curdi e al contempo delegittimando l’Hdp. Ne è dimostrazione il fatto che, malgrado dichiarazioni di vicinanza ad Ankara a seguito del tentato golpe, l’Hdp sia stato escluso da ogni manifestazione congiunta dell’Akp con altri partiti di opposizione a sostegno della democrazia turca. La dimensione internazionale della guerra al Pkk Altri fattori contribuiscono ad allontanare la prospettiva di una soluzione democratica. L’intervento di Ankara in Siria lo scorso 24 agosto evidenzia che la guerra con il Pkk sta assumendo una portata non più solo nazionale, ma anche regionale: sarà difficile trovare una soluzione al caos domestico turco e tornare ai colloqui di pace senza al contempo risolvere anche l’equazione siriana. Sul fronte interno, il crescente nazionalismo, istigato dal governo a seguito del tentato colpo di stato per legittimare misure spesso considerate autoritarie, non fa che aggravare la polarizzazione nella società. Questa fine del processo di pace ha simbolicamente marcato l’inizio di un periodo di profonda instabilità in Turchia. D’altra parte la questione curda è barometro della situazione domestica turca e dello stato della sua democrazia sin dalla fondazione della Repubblica. Per questa ragione, è proprio dalla questione curda che occorre ripartire per sbrogliare la matassa del caos turco degli ultimi mesi. Bianca Benvenuti è visiting researcher allo IAI. | ||||||||
martedì 20 settembre 2016
Turchia. Accordo sui migranti
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L’azione della macchina diplomatica europea è diventata evidente a fine agosto, quando è arrivata in Turchia una missione con funzioni esplorative, guidata dal viceministro tedesco agli affari europei Michael Roth, accompagnato da una delegazione di tecnici della Commissione e del Seae. A inizio settembre hanno fatto tappa ad Ankara anche il commissario alle migrazioni Dimitris Avramopoulos e il presidente del Parlamento europeo Martin Schulz. L’apice dell’azione diplomatica si è però avuto con l’incontro di alto livello di venerdì 9 settembre, che ha visto contrapporsi da una parte il capo della diplomazia turca Mevlüt Çavusoglu e il ministro per gli affari europei Ömer Çelik, dall’altra l’Alto rappresentante Federica Mogherini e il commissario all’allargamento Johannes Hahn. Liberalizzazione dei visti L’accordo è ad oggi l’unica proposta di contenimento del fenomeno migratorio messa effettivamente in piedi dall’Ue e ha portato risultati operativi, congelando, nei fatti, la rotta balcanica. La stessa cancelliera Angela Merkel ha difeso più volte il patto e ha anche recentemente presentato l’ipotesi di un utilizzo come modello per Tunisia ed Egitto. In cambio, la Turchia ha chiesto all’Europa la liberalizzazione dei visti all’ingresso in Ue per i propri cittadini e l’assistenza finanziaria nella gestione dei rifugiati sul suolo turco. Anche se la revoca del regime dei visti era prevista entro ottobre 2016, le parti hanno già convenuto di rimandare la questione a fine anno. Tutto è bloccato finché gli Stati membri non si riterranno soddisfatti, e cioè finché la Turchia non rispetterà i 72 parametri posti a condizione per l’abolizione del regime dei visti. Ma da maggio sono sempre ferme a 5 le richieste ancora da adempiere, delle quali una, quella relativa alla nuova legge antiterrorismo di cui Ankara dovrebbe dotarsi, sembra davvero lontana dal poter essere mai soddisfatta. Arrivano le carte elettroniche per i profughi Se la questione dei visti rappresenta la vera spada di Damocle per Bruxelles, procede, seppur con qualche ritardo, la cooperazione per fornire assistenza, non solo umanitaria. Il sostegno finanziario alla Turchia rappresenta l’aspetto sgradito all’opinione pubblica europea e gli aiuti vengono ancora percepiti come un assegno in bianco da 3 miliardi intestato a Erdogan. In realtà la somma è destinata al finanziamento di un complesso programma di assistenza che vede tra i principali beneficiari gli storici partner umanitari dell’Ue, tra cui diverse agenzie Onu come l’Unhcr e il Wfp e alcune importanti Ong come la Croce Rossa. Alla Turchia spetta il coordinamento operativo sul campo e una piccola parte di finanziamento diretto, principalmente indirizzata al proprio Ministero dell’istruzione per il rimborso dei programmi educativi. Ankara non può però disporre liberamente della somma e ogni euro stanziato è soggetto a una procedura di controllo di effettiva destinazione da parte degli audit europei. In virtù della scarsa popolarità dell’aspetto finanziario, si è potuto notare almeno da luglio un cambiamento nella strategia comunicativa della Commissione. Dai primi comunicati stampa contenenti solo freddi numeri sull’impiego delle risorse, viene ora dato più spazio ai diversi progetti approvati. L’ultimo dei quali è stato entusiasticamente presentato come il più grande programma d’aiuto nella storia dell’Ue sia per la somma record destinata, 348 milioni di euro, sia per le modalità operative. L’obiettivo è infatti quello di consegnare la maggior parte della somma in modo diretto, e cioè tramite delle carte elettroniche che saranno date a quasi 1 milione di profughi, che vedranno così preservata la loro dignità di scelta nel decidere come utilizzarli. Una relazione più dinamica In questi mesi dunque la cooperazione tra Turchia e Ue non si è fermata, anzi sono stati messi in cantiere grossi progetti per l’immediato futuro. Questo mostra come le relazioni bilaterali si stiano evolvendo: tradizionalmente statiche, stanno ora acquisendo dinamicità, grazie anche a un pragmatismo politico bilaterale. La condivisione di interessi comuni, in primis la questione dei rifugiati, sta contribuendo a far evolvere in senso politico un rapporto che finora si era fondato su un sistema di aspettative reciproche funzionali a determinati obiettivi. In questo senso, l’azione diplomatica di inizio settembre dell’Ue è stata necessaria, perché ha mostrato quella vicinanza politica che era stata disattesa negli scorsi mesi e che adesso la Turchia ritiene importante tanto quanto l’ingresso nel mercato comune. Gerardo Fortuna è ricercatore Istrid e collaboratore di Limes e Ispi. |
lunedì 19 settembre 2016
Turchia: industria della difesa rafforza i legami tra Ankara e Waschington
L’azienda aerospaziale turca TAI (Turkish Aerospace Industries), assieme al Sottosegretariato per le Industrie della Difesa ed altre tre aziende nazionali, ha siglato un importante contratto per la coproduzione in loco dell’elicottero da trasporto tattico T-70 Black Hawk con l’azienda americana Sikorsky/Lockheed Martin. La commessa, dal valore pari a 3,5 miliardi di dollari, mira alla costruzione iniziale di 109 esemplari del velivolo in oggetto per le forze di Esercito, Aeronautica, Comando Generale della Gendarmeria, Forze Speciali e di Sicurezza e Corpo Forestale. Sulla base delle previsioni fatte dal Sottosegretariato del governo di Ankara sul fabbisogno interno dei prossimi anni, si prevede che verranno raggiunti i 300 esemplari prodotti per le sole esigenze nazionali. L’accordo ha previsto anche importanti licenze per l’export che permetteranno al governo turco introiti di oltre un miliardo di dollari derivanti dalla vendita dell’elicottero a Paesi terzi.
Vista la possibilità di installare una vasta di gamma di mitragliatrici, razziere e missili controcarro Hellfire, il velivolo S-70 è idoneo a condurre non solo missioni di trasporto ma anche di appoggio tattico e di evacuazione feriti.
La scelta della produzione su licenza dei Black Hawk rafforza i legami tra Ankara e Washington in una fase di rapporti politico-militari piuttosto delicati. Inoltre, permette alla Turchia di incrementare il proprio know-how elicotteristico portando avanti il processo di sviluppo dell’industria locale in vista di una maggiore indipendenza del comparto aerospaziale del Paese che rimane tra i principali obiettivi del Presidente Erdogan.
Fonte C.E.S.I. Intelligence e defence Upgrade n. 65
sabato 17 settembre 2016
Turchia: continua il clima di repressione
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Un omicidio di estrema violenza e crudeltà ha portato alla ribalta un altro stato d’emergenza, quella della comunità Lgbt (Lesbiche, gay, bisessuali, transessuali). La vittima è Hande Kader, una ventitreenne transessuale il cui corpo mutilato e bruciato è stato ritrovato il 12 agosto scorso a Zekeriyaköy, alla periferia di Istanbul. Kader era un'attivista Lgbt e lo scorso giugno si era trovata in prima linea nei Trans e Gay Pride di Istanbul, brutalmente ostacolati dalla prefettura della città. L’attivista, per potersi mantenere, faceva la prostituta così come la maggior parte delle transessuali in Turchia cui raramente sono aperte altre strade di impiego. Nessuna legge contro l’omofobia In Turchia non è considerato reato avere rapporti omosessuali o transessuali, ma mancano leggi specifiche che tutelino i diritti degli Lgbt, rendendoli estremamente vulnerabili. Nell’ultimo decennio, la lotta condotta da parte di diverse associazioni per il riconoscimento di tali diritti ha coinvolto anche alcuni partiti politici, in particolare il partito filo-curdo e progressista Hdp (Partito democratico dei popoli, che nel 2015 ha presentato anche un candidato Lgbt alle elezioni politiche) e parte del Partito repubblicano del popolo (Chp), contribuendo a dare maggiore legittimazione alle richieste della comunità. Tuttavia, considerate le posizioni del governo conservatore islamista dell’Akp, le rivendicazioni delle persone Lgbt appaiono una lontana chimera. Il Partito della giustizia e dello sviluppo (Akp) ha infatti sempre escluso l’introduzione di una legge che punisca i crimini di matrice omofoba, mentre in anni più recenti ha bocciato la proposta, sostenuta dall’Hdp e dal Chp, di inserire nella nuova Costituzione una norma che vieti qualsiasi tipo di discriminazione sulla base all’orientamento sessuale. Eppure nel 2002, proprio all’inizio dell’ascesa politica dell’Akp, il presidente Recep Tayyip Erdoğan (allora unicamente leader della formazione) aveva affermato che era “obbligatorio tutelare con la legge gli omosessuali all’interno del quadro dei loro diritti e delle loro libertà”. Parole che si trovavano in linea con l’impegno preso in quegli anni da Ankara di perseguire l’obiettivo di adesione all’Unione europea, Ue. Gay Pride di Istanbul A partire dal 2003 Istanbul ha ospitato numerose edizioni del Gay Pride, riflesso dell’atmosfera positiva creata dalla prospettiva di ingresso nell’Ue. Nel 2013, anno delle proteste di Gezi Park, i trenta manifestanti che avevano preso parte alla prima edizione dell’evento erano diventati 50mila. Gli ultimi due anni sono stati caratterizzati da uno strenuo braccio di ferro tra le organizzazioni Lgbt e le autorità, nonché dal massiccio intervento della polizia contro i manifestanti, ma fino al 2015 è stato comunque possibile realizzare i Pride. Quest’anno invece, per la prima volta dopo 13 anni, la manifestazione è stata vietata. La principale argomentazione per giustificare il divieto è stato “non urtare la sensibilità religiosa dei cittadini”, motivata dalla coincidenza del Gay Pride con il Ramadan, mese sacro per i musulmani. Una novità, vista la coincidenza delle due ricorrenze anche in anni passati. L’edizione del 2016 sono state manifestate anche altre nuove “sensibilità” di carattere ultranazionalista. Così il gruppo Gioventù dell’Anatolia musulmana (Mülsüman Anadolu Gençliği) che ha lanciato un appello per una contro-manifestazione per fermare “i pervertiti privi di orgoglio”, e i membri dei Focolai Alperen (Alperen Ocakları, braccio giovanile dell’ultranazionalista BBP-Partito di Grande Unione) che si sono detti pronti ad impedire il Pride “ad ogni costo” perché “ci prendono in giro, ignorando i nostri valori in un mese sacro”. Dai köçek alla discriminazione Va tuttavia ricordato che, paradossalmente, il travestitismo è sempre esistito nella cultura ottomana, dove i köçek erano dei giovani maschi che avevano il compito di compiere delle danze con abiti femminili in occasione delle feste e delle cerimonie. Una tradizione che sopravvive anche oggi in alcune località anatoliche tra cui Kastamonu, dove uomini abbigliati con gonne, continuano l’usanza nei matrimoni e in altre celebrazioni. Al di fuori della società turca elitaria e i quartieri alla moda di Istanbul dove i turchi omosessuali e transgender vivono all’interno di un ambiente relativamente confortevole, la vita degli Lgbt in Turchia non è per niente facile. Nella società caratterizzata spesso da tratti patriarcali e maschilisti, l’emarginazione comincia già a partire dalla famiglia di origine e si estende all’ambito della scuola, dell’università fino al mondo del lavoro. Sono numerose le persone che a causa della pressione sociale preferiscono non esplicitare la propria identità sessuale. I transgender risultano essere tra quelli maggiormente discriminati. Secondo il rapporto di Transgender Europe sugli omicidi commessi contro i trans negli ultimi 8 anni (la ricerca arriva fino all’aprile 2016), la Turchia risulta al nono posto al mondo e al primo in Europa con 43 omicidi (seguita dall’Italia con 34). A fare sempre più i conti con la violenza e le discriminazioni c’è un altro gruppo, quello dei profughi Lgbt fuggiti in Turchia dalle persecuzioni dei propri Paesi. Alla lunga lista dei crimini impuniti contro gli Lgbt si è aggiunto lo scorso luglio l’omicidio di un profugo siriano, Wisam Sankari, omosessuale, da un anno in Turchia. Secondo la testimonianza degli inquilini, Sankari era già stato rapito e violentato una volta, ma la denuncia alla polizia non aveva sortito alcun risultato. Sequestrato per la seconda volta, Sankari è stato ucciso con diverse pugnalate ed è stato ritrovato con la testa tagliata. Nel clima di repressione emerso dopo il tentato golpe del 15 luglio scorso la comunità Lgbt continua lo stesso a chiedere giustizia, anche se la sensazione di vulnerabilità è ancora più marcata. Fazila Mat è corrispondente per la Turchia di Osservatorio sui Balcani e Caucaso. Giornalista freelance, collabora con l'agenzia di stampa Askanews. È coautrice di #GeziPark, coordinate di una rivolta (2013), Alegre Editore. |
giovedì 15 settembre 2016
Siria: la difficile tregua
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L’oggetto immediato dell’accordo non è il negoziato fra i siriani bensì un’intesa fra Russia e Usa affinché le parti si convincano a negoziare. Il bipolarismo sembra di nuovo aleggiare sul mondo. Sarà in grado quest’accordo di raggiungere il suo obbiettivo e aprire la porta al processo di pacificazione della Siria? L’inviato Onu per la Siria Staffan De Mistura lo ha inflessibilmente appoggiato, ritenendolo la chiave della soluzione. Molti altri non ne sono così sicuri. Azioni congiunte e contenimento dell’aviazione siriana Il contenuto dell’accordo risale alla proposta di collaborazione avanzata nel luglio scorso dagli Usa, dopo diversi passi con la Russia rimasti senza effetto nel corso del semestre precedente. Si prevede una campagna congiunta delle forze russe e statunitensi sia contro l’autoproclamatosi “stato islamico”, sia contro Jabhat al-Nusra (diventata nel frattempo Jabhat Fateh al-Sham) e altre minori forze jihadiste dell’opposizione a Assad. A tal fine, si prevede la costituzione di un comando congiunto (“Joint Implementation Center”) nel cui ambito i due governi scambierebbero intelligence e tutto il necessario a procedere a operazioni militari integrate. In cambio la Russia non colpirebbe forze siriane non jihadiste e terrebbe a bada l’aviazione siriana, limitandone l’intervento ad aree e obbiettivi decisi congiuntamente dalle due parti. Il relativo ritardo con il quale la proposta Usa è stata approvata è dovuta a due motivi. Innanzitutto, l’esecuzione della proposta richiede una mappatura assai problematica per distinguere le aree occupare da Jabhat Fateh al-Sham da quelle occupate dai gruppi non jihadisti posto che molti di questi gruppi combattono in coalizione con Jabhat (e che le coalizioni cambiano nel tempo). In secondo luogo, l’accordo si scontra con numerosi e importanti settori dell’amministrazione e dell’opinione pubblica statunitense. Negli Stati Uniti c’è una sostanziale sfiducia nei russi, giustificata dal fatto che la vittoriosa pressione militare che il presidente Bashar Assad ha esercitato impedendo all’Onu di mettere in pratica la Risoluzione 2254 in definitiva è stata resa possibile dall’appoggio aereo costantemente fornito da Mosca. L’amministrazione lo sa bene, tanto che Kerry nelle dichiarazioni rese ai media dopo la sottoscrizione dell’accordo ha esordito dicendo che “ the United States is going the extra mile here because we believe that Russia and my colleague [Lavrov] have the capability to press the Assad regime to stop this conflict and to come to the table and make peace”. Ma possono farlo proprio quelli che finora hanno promosso con una mano il negoziato e con l’altra le forze di Assad? Jabhat Fateh al-Sham nel mirino: l’alienazione dei sunniti L’accordo si scontra soprattutto con le sue importanti implicazioni politiche. Innanzitutto, finisce di alienare il campo sunnita, cioè i maggiori alleati tradizionali degli Usa nella regione. La concentrazione contro Jabhat Fateh al-Sham, che finora gli Usa hanno compreso nella lista dei “terroristi” ma non in quella degli obbiettivi militari, è un grave colpo per le opposizioni non jihadiste - incluse quelle più vicine agli Usa - perché la loro capacità militare a combattere Assad dipende in modo determinante proprio da Jabhat Fateh. L’accordo è perciò visto dall’opinione sunnita come uno sviluppo disastroso, destinato a dare ad Assad ancora maggiori probabilità di vincere la guerra e reimporre la sua tirannia ai sunniti (potrebbe fare eccezione la Turchia, che negli ultimi sviluppi ha fatto cenno a un suo cambiamento verso Assad, probabilmente preparandosi a trattare la fine dell’appoggio russo e soprattutto americano ai curdi). Ma dall’Arabia Saudita all’Egitto l’accordo appare come l’ultimo grave episodio del distacco degli Usa dai suoi alleati sunniti a partire dalla guerra contro l’Iraq del 2003. Agli occhi di molti statunitensi, non solo repubblicani, appare una seria perdita d’influenza degli Usa nella regione a favore di una Russia che sembra invece acquisire in essa un ruolo autorevole e crescente. Acquisire questo ruolo è stato sin dall’inizio uno degli obbiettivi strategici di Mosca. L’accordo conferma il raggiungimento di questo obbiettivo. Molti negli Usa e in Europa non sono poi tanto impressionati dall’ascendente che Mosca acquista in Medio Oriente (qualcuno lo ritiene anche positivo) ma dal risultato che ciò può avere in Ucraina, nel vicinato orientale dell’Ue, in Turchia e quindi sulla stessa Europa. Assad e il suo regime nel futuro della Siria Perciò, l’accordo suscita molte perplessità. Le opposizioni alla sua conclusione negli Usa, sia pure con grandi difficoltà, sono state superate ma forse solo perché chi ha detto sì guarda alla prossima presidenza e inoltre pensa che l’accordo è fragile, che la sua attuazione incontra una forte opposizione in Siria e nella regione e che la sua esecuzione è affidata a un partner inaffidabile che lo farà fallire. In effetti, l’accordo è fragile. Esso entrerà in vigore dal 12 settembre con l’aspettativa che le operazioni militari di Damasco, che l’accordo reprime, saranno severamente contenute, permettendo così l’inizio dei negoziati. Ma tutto ciò è appeso a un filo: non è sicuro che Assad si conformi ai piani; non è sicuro che i russi possano o vogliano veramente costringerlo ad attenersi a quanto sarebbe deciso dal “Joint Implementation Centre”; non è sicuro che Iran e Hezbollah appoggino l’accordo (tutto è andato avanti come se non esistessero, ma è noto che ci sono divergenze sul futuro della Siria). Infine, è certo che le opposizioni non jihadiste non accetteranno di negoziare su queste premesse e non pochi raggiungeranno Jabhat Fateh. Da Londra, l’opposizione ha recentemente proposto un piano che prevede una transizione in cui ci sia ancora Assad per arrivare alla transizione prevista dalla Risoluzione 2254 dalla quale il presidente dovrebbe essere invece completamente escluso. In realtà, è ormai chiaro che Assad e il regime faranno parte della transizione con il consenso dell’amministrazione Usa. Ma, ancora una volta, ciò potrebbe non andare oltre le elezioni di novembre. Perciò, non solo siamo di fronte a un accordo politicamente dubbio, ma anche molto fragile. Potrebbe essere questo il motivo per cui Lavrov l’ha siglato. Roberto Aliboni è consigliere scientifico dello IAI. | ||||||||
mercoledì 14 settembre 2016
Turchia: politica estera turca in evoluzione
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L’esplosione di un kamikaze il 20 agosto a Gaziantep ha fornito il casus belli per questo cambio di rotta: il presidente Recep Tayyip Erdoğan ha definito indispensabile l’ingresso in Siria per combattere il terrorismo. La Turchia ha subito 15 attacchi terroristici negli ultimi 14 mesi, di cui sei imputati, seppur mai rivendicati, all’autoproclamatosi “stato islamico”. Ma ci sono altre ragioni che spiegano la decisione turca. Il 14 agosto, dopo due mesi di scontri, le forze curde del Ypg hanno liberato la città di Manbij dall’assedio dei jihadisti, varcando la linea rossa dell’Eufrate e alimentando le preoccupazioni di Ankara verso l’espansione della zona di controllo curda. I tre cantoni curdi nel nord della Siria, autoproclamatisi regione federale nel marzo di quest’anno, sono separati da un corridoio controllato dallo “stato islamico”di circa 110 chilometri che si estende dall’Eufrate fino al cantone di Afrin. Le speranze di una continuità territoriale per le zone sotto controllo curdo si sono accese con la liberazione di Manbij, primo passo delle forze del Ypg ad ovest dell’Eufrate. Per la Turchia, l’unione dei tre cantoni del Rojava, così come viene chiamata la zona a maggioranza curda in Siria, è un incubo da scongiurare, perché determinerebbe l’avvicinarsi della prospettiva di una Siria federale al termine della guerra civile e la conseguente nascita di una regione autonoma curda con la quale la Turchia condividerebbe buona parte dei suoi confini nel sud est. Oltre lo “stato islamico” Considerando la ormai consolidata presenza del governo regionale del Kurdistan in Iraq, ad un passo dal divenire uno stato autonomo, Ankara teme che una soluzione simile in Siria alimenterebbe le spinte irredentiste della minoranza curda in Turchia, oltre che a rafforzare militarmente il Partito dei Lavoratori del Kurdistan(Pkk). Il governo non fa segreto di questo obiettivo durante l’avanzata verso Jarablus: il ministro della Difesa turco Fikri Isik, a poche ore dell’inizio dell’operazione, ha dichiarato che è una priorità del governo turco ripulire la zona dai jiihadisti, ma è al contempo indispensabile assicurarsi che la stessa non sia occupata dalle forze del Ypg/Pyd. Di fatti, la richiesta del governo turco di assicurarsi il controllo di quella striscia di terra che va da Afrin a Jarabulus non è nuova: già nel luglio 2015, Erdoğan aveva promosso l’idea di definire una no-flying zoneper creare una zona cuscinetto proprio nel corridoio dove in questi giorni combattono i carrarmati turchi. Questa sarebbe servita anche per assicurare una zona sicura per i profughi siriani ed evitarne così l’esodo in Turchia. Politica estera turca in evoluzione L’ingresso in Siria rischia di gettare la Turchia in un’instabilità peggiore di quella attuale. Sul fronte interno sta già producendo una ri-radicalizzazione del conflitto con la minoranza curda e i guerriglieri del Pkk, a poco più di un anno dalla fine del naufragato processo di pace. Molti osservatori, inoltre, si interrogano sulla capacità dell’esercito di mantenere questo fronte, considerate le epurazioni nei ranghi militari avvenute a seguito del tentato golpe del 15 luglio. Al contempo, la Turchia rischia di complicare le sue relazioni regionali e internazionali, a soli due mesi dalla nuova direzione in politica estera volta ad uscire dal crescente isolazionismo regionale che aveva permesso la riapertura delle relazioni con Israele e Russia e aveva fatto ben sperare in un riavvicinamento anche all’Egitto e alla Siria. L’intervento della Turchia in Siria apre numerosi scenari e interrogativi sul futuro della guerra, ma anche della situazione domestica turca. Al tempo stesso, però, questa scelta rivela molto delle priorità di Ankara. L’eventualità di una enclave curda nel suo sud est è percepito dallo stato turco come il più temuto pericolo per la sicurezza nazionale. Nessun governo vorrebbe mai essere accusato di aver permesso ai curdi di creare un nuovo stato, a maggior ragione l’Akp di Erdoğan che ha da mesi adottato una retorica nazionalista per legittimare il suo crescente autoritarismo. Il pragmatismo politico finisce lì dove comincia la questione curda e questa sembra essere una regola d’oro dei governi turchi. Bianca Benvenuti è visiting researcher allo IAI. |
mercoledì 31 agosto 2016
Turchia: operazione oltre confine
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La forza ha dapprima attaccato e conquistato con facilità la cittadina di Jarablus, importante varco al confine fra il territorio settentrionale della Siria controllato dall’Isis e la Turchia. Successivamente ha investito - e gli scontri sono tutt’ora in corso - i curdi siriani. Occorre prendere in considerazione tre sviluppi: lo scontro con i curdi siriani, il riavvicinamento con la Russia, i rapporti con gli Usa. Vediamoli nell’ordine. Ankara e il contenimento dei curdi Le “Forze democratiche siriane” - una coalizione curdo-araba a guida curda, promossa e fortemente appoggiata dagli Stati Uniti in funzione anti-“Califfato” - dopo aver varcato alla fine di maggio l’Eufrate, ha assediato la cittadina di Manbij, riuscendo a sloggiarne l’autoproclamatosi “stato islamico” a metà agosto. Dilagando oltre l’Eufrate, i curdi combattono i jihadisti in accordo con l’alleato americano, ma puntano soprattutto a ricongiungere l’attuale nord-est siriano, sotto il loro controllo, con l’enclave a maggioranza curda di Afrin nell’ovest, onde arrivare a dominare una fascia continua di territorio al confine con la Turchia. Ma come quella curda - e come d’abitudine nella guerra siriana - anche l’operazione turca è a obiettivi congiunti. La conquista di Jarablus è presentata agli Usa e all’Occidente come un contributo turco alla lotta contro l’autoproclamatosi “stato islamico”, ma si tratta di un’azione che ha avuto soprattutto lo scopo di prevenire l’eventuale espansione curda a nord da Manbijal confine turco-siriano. La maggiore intraprendenza curda e i più stretti rapporti Usa con i curdi hanno imposto maggiore intraprendenza anche ai turchi, ma questa non è però destinata a tradursi in una diretta entrata della Turchia nel conflitto siriano. Almeno per ora, l’obiettivo resta il contenimento, che non disturba i russi e non chiude le porte ad una normalizzazione con gli americani. In merito ad Assad, l’ostilità nei suoi confronti resta ugualmente un obiettivo primario, anche qui con qualche modulazione tattica. Dopo il fallito colpo di stato della metà di luglio si è molto parlato di una riconsiderazione di questa ostilità, e qualcuno l’ha poi collegata al riavvicinamento di Ankara a Mosca dopo l’acuta crisi scatenata nel passato autunno dall’abbattimento di un bombardiere russo da parte della contraerea turca. Erdogan e Putin fanno pace Dall’incontro fra Erdogan a Putin risulta chiaro che il riavvicinamento non avviene sul terreno della Siria. Da parte turca, riguarda il ripristino del progetto del Turkish Stream e la possibile riconsiderazione della costruzione di un impianto per la produzione di energia nucleare a Akkuyu (nel sud della Turchia) nonché la ripresa del turismo russo (si può notare che anche il riavvicinamento con Israele è all’insegna dell’energia e contempla in modo prominente il transito via tubo in Turchia delle emergenti risorse energetiche di Cipro). Da parte russa, riguarda la necessità di revocare un regime di sanzioni che punisce, assieme a quella turca, anche la molto debole economia del paese. Al revirement russo può inoltre non essere estraneo il desiderio di accrescere ansia e confusione nel campo occidentale. Dunque, mentre è del tutto possibile che Erdogan - come risulta da alcune sue vaghe dichiarazioni - sia propenso ad annacquare i suoi obiettivi anti-assadiani, questo ha un valore solo tattico, una patata bollita sul piatto del riavvicinamento con la Russia. Se c’è un cambiamento nella dimensione siriana politica estera della Turchia, esso non riguarda l’opposizione ad Assad, non è un accostamento strategico alla Russia e men che meno un voltafaccia rispetto a quelle opposizioni siriane che la Turchia appoggia più o meno di conserva con le altre potenze sunnite della regione, quanto piuttosto un più chiaro e diretto coinvolgimento in chiave anti-curda nell’ambito dei supremi interessi nazionali di politica estera, che serve come fattore largamente unificante all’interno del paese e facilita la trasformazione istituzionale che Erdogan persegue. Usa-Turchia, una relazione da ricalibrare Ci sono rimodulazioni di obiettivi esistenti più che cambiamenti. Queste nondimeno, intrecciandosi con le ambiguità del colpo di stato, creano seri imbarazzi, e forse qualche rischio, nei rapporti con gli Usa e la Nato. È da tempo che c’è tensione fra Turchia e Usa a causa dell’alleanza di Washington con i curdi dello Ypg e del distacco Usa dalle sorti sunnite. Le vicende di Manbij, Jarablus e della piccola invasione turca della Siria la stanno riproponendo. Gli Stati Uniti hanno protestato per gli “attacchi” contro i loro alleati curdo-arabi. Parallelamente hanno intimato ai curdi di rientrare al di là dell’Eufrate. Questo è stato l’argomento portato dal vicepresidente Biden nella sua recente visita ad Ankara. Ma né i turchi si fermano, né i curdi arretrano. La Turchia non intende certamente metter fine alla sua alleanza con gli Usa e la Nato, anche perché l’Alleanza la rafforza e la protegge nei suoi rapporti, caldi o freddi che siano, con la Russia. Ha però degli obiettivi nazionali e agisce con spregiudicatezza e durezza per realizzarli. D’altra parte, nel giocare duro i turchi sanno che non solo sono a rischio i rapporti fra Turchia e Usa-Nato bensì anche quelli fra Usa-Nato e Turchia e tirano la corda. Gli Stati Uniti hanno già rimodulato alcune loro posizioni per tenerne conto. Il richiamo di Washington ai curdi perché si ritirino oltre l’Eufrate e l’accettazione da parte di Ankara di questa misura indicano una reciproca intenzione di ricalibrare la bilancia, ma di tenerla in piedi. Il colpo di stato, arrivato al culmine di una politica estera che aveva isolato la Turchia, indica una ricalibratura ancora più accentuata, ma non dei cambiamenti strategici. L’Occidente non ha convenienza a drammatizzare, ma a trovare i necessari aggiustamenti. Roberto Aliboni è consigliere scientifico dello IAI. | ||||||||
venerdì 26 agosto 2016
Il traffico di Armi:un affare
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Diversi studi accademici hanno decostruito i termini utilizzati in queste analisi, nonché l’immagine che tendono a convogliare. Il focus di questo articolo è distinto ma strettamente connesso a questi aspetti: quanto la regione sta vivendo non dovrebbe in alcun modo essere percepito come qualcosa a “noi” di estraneo, o esterno. A confermare ciò non è - o almeno non soltanto - un passato relativamente lontano, bensì un presente che ostacola la costruzione di un futuro sostenibile. Non (solo) il passato Le risorse naturali (petrolio, oro, gas ecc) presenti nella quasi totalità dei Paesi africani e in un numero significativo di stati nel Mediterraneo orientale sono pilotati attraverso società off-shore che, in larga misura, sono collegate a imprese e uomini d’affari operanti in Europa e in America. Come hanno confermato i documenti emersi dai Panama Papers, i paradisi fiscali sono utilizzati come strumenti volti a prosciugare le ricchezze naturali di alcuni dei Paesi più poveri del mondo. Le risorse naturali sono oggi sempre più drenate dall’economia civile verso quella militare: anche in questo caso diversi attori europei svolgono il ruolo di co-protagonisti nell’intero processo. Basti pensare che l’equivalente di un miliardo e 350 milioni di euro in fucili, lanciarazzi, mitragliatrici pesanti, mortai e armi anti-carro sono attualmente esportati dall’Europa (Balcani in primis) verso il Medio Oriente: una percentuale significativa di essi sono utilizzati dai gruppi operanti in Siria e Yemen. È degno di nota che nel corso del 2015 le esportazioni di armi tedesche sono raddoppiate: Arabia Saudita e Qatar risultano essere due dei principali mercati di riferimento. Dati simili sono pertinenti anche per quanto concerne la Gran Bretagna e diversi altripaesi europei (da anni l’Italia non rende noti all’Ue i dati sulle consegne: ciò contribuisce a ostacolare il calcolo delle operazioni effettivamente condotte). Il “contributo” proveniente dall’altra sponda dell’Atlantico non è meno considerevole. Nei primi sei anni dell’amministrazione Obama (“The Drone Presidency”), gli Stati Uniti hanno stipulato accordi per vendere in tutto il mondo oltre 19miliardi di dollari in armamenti: più di ogni altra amministrazione americana dalla seconda guerra mondiale a oggi. A Washington è riconducibile il 33% delle vendite di armi a livello mondiale e il Medio Oriente rappresenta la principale destinazione di una larga maggioranza di esse (con l’Arabia Saudita e Emirati Arabi Uniti in cima alla lista delle esportazioni e l’Iraq e l’Egitto tra i primi dieci mercati). Particolarmente devastanti sono stati gli effetti delle bombe (in larga parte difabbricazione italiana) e dei missili forniti ai sauditi per la loro guerra in Yemen, dovepiù di 370 mila bambini rischiano al momento di morire di fame. Droni, visti dagli “altri” La questione dei droni armati nel contesto mediorientale richiede una particolare attenzione. Non disponiamo ancora di dati definitivi sull’impatto dei droni armati nella regione. È tuttavia acclarato che molte di queste operazioni sono effettuate senza il consenso dei Paesi interessati, né autorizzazioni del Consiglio di Sicurezza dell’Onu. Numerosi studi hanno inoltre mostrato che una percentuale elevata - pari in alcuni casi a circa il 90% del totale - degli omicidi extragiudiziali compiuti dai droni in alcune aree di paesi come l’Afghanistan, il Pakistan, lo Yemen e la Somalia era/è composta da civili(“morti collaterali”). Come notato da Audrey Cronin in Drones and the Future of Armed Conflict, in genere i gruppi terroristici non vengono sconfitti attraverso degli interventi militari, bensì quando si riesce a isolarli dalle comunità che possono potenzialmente sostenerli. Per molti versi la “guerra globale dei droni”, a cui anche la Cina sta contribuendo in modo considerevole, sta ottenendo l’effetto opposto. Quanti sono a favore dell’uso dei droni, ha testimoniato Radhya al-Mutawakel, direttrice di un’organizzazione per i diritti umani (Mwatama) basata a Sana’a, “li descrivono come armi precise e tecnologicamente avanzate che limitano le possibilità di colpire civili. Noi, yemeniti, non siamo d’accordo. I droni non portano né pace né sicurezza. Portano morte, distruzione, sofferenza, perdita di vite umane e ne comportano un irreparabile stravolgimento per generazioni”. Sovente queste e altre considerazioni trovano scarso eco negli studi condotti sull’uso di varie armi (droni armati inclusi) esportate nella regione. Non pochi di questi lavori sono risultati essere fortemente influenzati da donatori privati mossi da specifici interessi . Cui prodest? È lecito chiedersi - da una prospettiva comparata che tenga conto del retaggio storico della regione - se queste politiche abbiano portato un qualche beneficio, o una sia pur limitata stabilizzazione della regione. Una delle possibili risposte è rintracciabile nei dati forniti dal Dipartimento di Stato degli Stati Uniti, stando ai quali gli “incidents of terrorism” verificatisi dall’inizio della “guerra al terrore” (2001) sono aumentati del6500 per cento: la metà di essi sono avvenuti in Afghanistan e Iraq. Ciò appare ancor più significativo qualora si consideri che, come confermato dalRapporto Chilcot, l'intervento in Iraq - la cui destabilizzazione ha avuto un “effetto terremoto” sull’intera regione - era “unnecessary”, le base giuridiche per l’azione militare erano “far from being satisfactory” e la principale giustificazione per l’attacco (possesso di armi di distruzione di massa) era fondata su dati fallaci. Troppo spesso i nostri media - e di riflesso larga parte dell’opinione pubblica - tendono ad avvicinarsi alle lacerazioni che stanno interessando il Mediterraneo meridionale e orientale come qualcosa che riguarda popoli e paesi lontani, assuefatti a convivere con il terrore e in larga parte slegati dal “nostro” presente e passato. È necessario superare questa segregante interpretazione che divide la “nostra storia” dalla “loro storia”, aprendo la strada a un approccio più umile verso i popoli della regione e il loro carico di sofferenza. Lorenzo Kamel è responsabile di ricerca allo IAI e Marie Curie Experienced Researcher al Freiburg Institute for Advanced Studies (FRIAS). Libri più recenti: ‘Arab Spring and Peripheries’ (Routledge 2016) e ‘Imperial Perceptions of Palestine: British Influence and Power in Late Ottoman Times’ (I.B. Tauris 2015), finalista del Palestine Book Award 2016. | ||||||||
lunedì 22 agosto 2016
Turchia: gli assestamenti per nuove prospettive
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