mercoledì 31 agosto 2016

Turchia: operazione oltre confine

Medio Oriente
La Turchia invade la Siria e ricalibra la sua politica estera 
Roberto Aliboni
02/09/2016
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Il 24 agosto scorso una piccola forza turca di carri armati e truppe speciali ha varcato il confine siriano accompagnata da alcune brigate dell’Esercito libero siriano (Faylaq al-Sham, la Divisione Sultan Murad, Liwa al-Mutasim, e il Movimento Nour al-Din al-Zinki).

La forza ha dapprima attaccato e conquistato con facilità la cittadina di Jarablus, importante varco al confine fra il territorio settentrionale della Siria controllato dall’Isis e la Turchia. Successivamente ha investito - e gli scontri sono tutt’ora in corso - i curdi siriani.

Molti hanno visto in questo sviluppo l’emergere nella dimensione siriana di una fase nuova della politica estera turca, in qualche modo collegata al fallito colpo di stato di metà luglio, ai drammatici aggiustamenti che ancora non hanno finito di conseguirne e in linea con le rilevanti correzioni di rotta nei confronti di Israele e Russia avviati già prima del colpo di stato. Ci sono cambiamenti nella politica estera turca? E quanto sono significativi?

Occorre prendere in considerazione tre sviluppi: lo scontro con i curdi siriani, il riavvicinamento con la Russia, i rapporti con gli Usa. Vediamoli nell’ordine.

Ankara e il contenimento dei curdi 
Le “Forze democratiche siriane” - una coalizione curdo-araba a guida curda, promossa e fortemente appoggiata dagli Stati Uniti in funzione anti-“Califfato” - dopo aver varcato alla fine di maggio l’Eufrate, ha assediato la cittadina di Manbij, riuscendo a sloggiarne l’autoproclamatosi “stato islamico” a metà agosto.

Dilagando oltre l’Eufrate, i curdi combattono i jihadisti in accordo con l’alleato americano, ma puntano soprattutto a ricongiungere l’attuale nord-est siriano, sotto il loro controllo, con l’enclave a maggioranza curda di Afrin nell’ovest, onde arrivare a dominare una fascia continua di territorio al confine con la Turchia.

Ma come quella curda - e come d’abitudine nella guerra siriana - anche l’operazione turca è a obiettivi congiunti. La conquista di Jarablus è presentata agli Usa e all’Occidente come un contributo turco alla lotta contro l’autoproclamatosi “stato islamico”, ma si tratta di un’azione che ha avuto soprattutto lo scopo di prevenire l’eventuale espansione curda a nord da Manbijal confine turco-siriano.

La maggiore intraprendenza curda e i più stretti rapporti Usa con i curdi hanno imposto maggiore intraprendenza anche ai turchi, ma questa non è però destinata a tradursi in una diretta entrata della Turchia nel conflitto siriano. Almeno per ora, l’obiettivo resta il contenimento, che non disturba i russi e non chiude le porte ad una normalizzazione con gli americani.

In merito ad Assad, l’ostilità nei suoi confronti resta ugualmente un obiettivo primario, anche qui con qualche modulazione tattica. Dopo il fallito colpo di stato della metà di luglio si è molto parlato di una riconsiderazione di questa ostilità, e qualcuno l’ha poi collegata al riavvicinamento di Ankara a Mosca dopo l’acuta crisi scatenata nel passato autunno dall’abbattimento di un bombardiere russo da parte della contraerea turca.

Erdogan e Putin fanno pace
Dall’incontro fra Erdogan a Putin risulta chiaro che il riavvicinamento non avviene sul terreno della Siria. Da parte turca, riguarda il ripristino del progetto del Turkish Stream e la possibile riconsiderazione della costruzione di un impianto per la produzione di energia nucleare a Akkuyu (nel sud della Turchia) nonché la ripresa del turismo russo (si può notare che anche il riavvicinamento con Israele è all’insegna dell’energia e contempla in modo prominente il transito via tubo in Turchia delle emergenti risorse energetiche di Cipro).

Da parte russa, riguarda la necessità di revocare un regime di sanzioni che punisce, assieme a quella turca, anche la molto debole economia del paese. Al revirement russo può inoltre non essere estraneo il desiderio di accrescere ansia e confusione nel campo occidentale.

Dunque, mentre è del tutto possibile che Erdogan - come risulta da alcune sue vaghe dichiarazioni - sia propenso ad annacquare i suoi obiettivi anti-assadiani, questo ha un valore solo tattico, una patata bollita sul piatto del riavvicinamento con la Russia.

Se c’è un cambiamento nella dimensione siriana politica estera della Turchia, esso non riguarda l’opposizione ad Assad, non è un accostamento strategico alla Russia e men che meno un voltafaccia rispetto a quelle opposizioni siriane che la Turchia appoggia più o meno di conserva con le altre potenze sunnite della regione, quanto piuttosto un più chiaro e diretto coinvolgimento in chiave anti-curda nell’ambito dei supremi interessi nazionali di politica estera, che serve come fattore largamente unificante all’interno del paese e facilita la trasformazione istituzionale che Erdogan persegue.

Usa-Turchia, una relazione da ricalibrare
Ci sono rimodulazioni di obiettivi esistenti più che cambiamenti. Queste nondimeno, intrecciandosi con le ambiguità del colpo di stato, creano seri imbarazzi, e forse qualche rischio, nei rapporti con gli Usa e la Nato. È da tempo che c’è tensione fra Turchia e Usa a causa dell’alleanza di Washington con i curdi dello Ypg e del distacco Usa dalle sorti sunnite.

Le vicende di Manbij, Jarablus e della piccola invasione turca della Siria la stanno riproponendo. Gli Stati Uniti hanno protestato per gli “attacchi” contro i loro alleati curdo-arabi. Parallelamente hanno intimato ai curdi di rientrare al di là dell’Eufrate. Questo è stato l’argomento portato dal vicepresidente Biden nella sua recente visita ad Ankara. Ma né i turchi si fermano, né i curdi arretrano.

La Turchia non intende certamente metter fine alla sua alleanza con gli Usa e la Nato, anche perché l’Alleanza la rafforza e la protegge nei suoi rapporti, caldi o freddi che siano, con la Russia. Ha però degli obiettivi nazionali e agisce con spregiudicatezza e durezza per realizzarli. D’altra parte, nel giocare duro i turchi sanno che non solo sono a rischio i rapporti fra Turchia e Usa-Nato bensì anche quelli fra Usa-Nato e Turchia e tirano la corda.

Gli Stati Uniti hanno già rimodulato alcune loro posizioni per tenerne conto. Il richiamo di Washington ai curdi perché si ritirino oltre l’Eufrate e l’accettazione da parte di Ankara di questa misura indicano una reciproca intenzione di ricalibrare la bilancia, ma di tenerla in piedi.

Il colpo di stato, arrivato al culmine di una politica estera che aveva isolato la Turchia, indica una ricalibratura ancora più accentuata, ma non dei cambiamenti strategici. L’Occidente non ha convenienza a drammatizzare, ma a trovare i necessari aggiustamenti.

Roberto Aliboni è consigliere scientifico dello IAI.

venerdì 26 agosto 2016

Il traffico di Armi:un affare

Medio Oriente
Caos mediorientale, l’altra faccia della medaglia
Lorenzo Kamel
10/09/2016
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In numerosi articoli apparsi di recente su media europei e americani, ampie aree del Mediterraneo meridionale e orientale appaiono come luoghi lontani, per alcuni versi oscuri, a lungo caratterizzati da un’atavica “assoluta stagnazione”, in cui le popolazioni locali sono influenzate da ancestrali fratture tribali e religiose.

Diversi studi accademici hanno decostruito i termini utilizzati in queste analisi, nonché l’immagine che tendono a convogliare.

Il focus di questo articolo è distinto ma strettamente connesso a questi aspetti: quanto la regione sta vivendo non dovrebbe in alcun modo essere percepito come qualcosa a “noi” di estraneo, o esterno. A confermare ciò non è - o almeno non soltanto - un passato relativamente lontano, bensì un presente che ostacola la costruzione di un futuro sostenibile.

Non (solo) il passato
Le risorse naturali (petrolio, oro, gas ecc) presenti nella quasi totalità dei Paesi africani e in un numero significativo di stati nel Mediterraneo orientale sono pilotati attraverso società off-shore che, in larga misura, sono collegate a imprese e uomini d’affari operanti in Europa e in America.

Come hanno confermato i documenti emersi dai Panama Papers, i paradisi fiscali sono utilizzati come strumenti volti a prosciugare le ricchezze naturali di alcuni dei Paesi più poveri del mondo.

Le risorse naturali sono oggi sempre più drenate dall’economia civile verso quella militare: anche in questo caso diversi attori europei svolgono il ruolo di co-protagonisti nell’intero processo.

Basti pensare che l’equivalente di un miliardo e 350 milioni di euro in fucili, lanciarazzi, mitragliatrici pesanti, mortai e armi anti-carro sono attualmente esportati dall’Europa (Balcani in primis) verso il Medio Oriente: una percentuale significativa di essi sono utilizzati dai gruppi operanti in Siria e Yemen.

È degno di nota che nel corso del 2015 le esportazioni di armi tedesche sono raddoppiate: Arabia Saudita e Qatar risultano essere due dei principali mercati di riferimento.

Dati simili sono pertinenti anche per quanto concerne la Gran Bretagna e diversi altripaesi europei (da anni l’Italia non rende noti all’Ue i dati sulle consegne: ciò contribuisce a ostacolare il calcolo delle operazioni effettivamente condotte).

Il “contributo” proveniente dall’altra sponda dell’Atlantico non è meno considerevole. Nei primi sei anni dell’amministrazione Obama (“The Drone Presidency”), gli Stati Uniti hanno stipulato accordi per vendere in tutto il mondo oltre 19miliardi di dollari in armamenti: più di ogni altra amministrazione americana dalla seconda guerra mondiale a oggi.

A Washington è riconducibile il 33% delle vendite di armi a livello mondiale e il Medio Oriente rappresenta la principale destinazione di una larga maggioranza di esse (con l’Arabia Saudita e Emirati Arabi Uniti in cima alla lista delle esportazioni e l’Iraq e l’Egitto tra i primi dieci mercati).

Particolarmente devastanti sono stati gli effetti delle bombe (in larga parte difabbricazione italiana) e dei missili forniti ai sauditi per la loro guerra in Yemen, dovepiù di 370 mila bambini rischiano al momento di morire di fame.

Droni, visti dagli “altri”
La questione dei droni armati nel contesto mediorientale richiede una particolare attenzione. Non disponiamo ancora di dati definitivi sull’impatto dei droni armati nella regione. È tuttavia acclarato che molte di queste operazioni sono effettuate senza il consenso dei Paesi interessati, né autorizzazioni del Consiglio di Sicurezza dell’Onu.

Numerosi studi hanno inoltre mostrato che una percentuale elevata - pari in alcuni casi a circa il 90% del totale - degli omicidi extragiudiziali compiuti dai droni in alcune aree di paesi come l’Afghanistan, il Pakistan, lo Yemen e la Somalia era/è composta da civili(“morti collaterali”).

Come notato da Audrey Cronin in Drones and the Future of Armed Conflict, in genere i gruppi terroristici non vengono sconfitti attraverso degli interventi militari, bensì quando si riesce a isolarli dalle comunità che possono potenzialmente sostenerli.

Per molti versi la “guerra globale dei droni”, a cui anche la Cina sta contribuendo in modo considerevole, sta ottenendo l’effetto opposto. Quanti sono a favore dell’uso dei droni, ha testimoniato Radhya al-Mutawakel, direttrice di un’organizzazione per i diritti umani (Mwatama) basata a Sana’a, “li descrivono come armi precise e tecnologicamente avanzate che limitano le possibilità di colpire civili. Noi, yemeniti, non siamo d’accordo. I droni non portano né pace né sicurezza. Portano morte, distruzione, sofferenza, perdita di vite umane e ne comportano un irreparabile stravolgimento per generazioni”.

Sovente queste e altre considerazioni trovano scarso eco negli studi condotti sull’uso di varie armi (droni armati inclusi) esportate nella regione. Non pochi di questi lavori sono risultati essere fortemente influenzati da donatori privati mossi da specifici interessi .

Cui prodest?
È lecito chiedersi - da una prospettiva comparata che tenga conto del retaggio storico della regione - se queste politiche abbiano portato un qualche beneficio, o una sia pur limitata stabilizzazione della regione. Una delle possibili risposte è rintracciabile nei dati forniti dal Dipartimento di Stato degli Stati Uniti, stando ai quali gli “incidents of terrorism” verificatisi dall’inizio della “guerra al terrore” (2001) sono aumentati del6500 per cento: la metà di essi sono avvenuti in Afghanistan e Iraq.

Ciò appare ancor più significativo qualora si consideri che, come confermato dalRapporto Chilcot, l'intervento in Iraq - la cui destabilizzazione ha avuto un “effetto terremoto” sull’intera regione - era “unnecessary”, le base giuridiche per l’azione militare erano “far from being satisfactory” e la principale giustificazione per l’attacco (possesso di armi di distruzione di massa) era fondata su dati fallaci.

Troppo spesso i nostri media - e di riflesso larga parte dell’opinione pubblica - tendono ad avvicinarsi alle lacerazioni che stanno interessando il Mediterraneo meridionale e orientale come qualcosa che riguarda popoli e paesi lontani, assuefatti a convivere con il terrore e in larga parte slegati dal “nostro” presente e passato.

È necessario superare questa segregante interpretazione che divide la “nostra storia” dalla “loro storia”, aprendo la strada a un approccio più umile verso i popoli della regione e il loro carico di sofferenza.

Lorenzo Kamel è responsabile di ricerca allo IAI e Marie Curie Experienced Researcher al Freiburg Institute for Advanced Studies (FRIAS). Libri più recenti: ‘Arab Spring and Peripheries’ (Routledge 2016) e ‘Imperial Perceptions of Palestine: British Influence and Power in Late Ottoman Times’ (I.B. Tauris 2015), finalista del Palestine Book Award 2016.
 

lunedì 22 agosto 2016

Turchia: gli assestamenti per nuove prospettive

Tuchia
Tutte le sfumature del golpe fallito
Nathalie Tocci
29/07/2016
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Visitare la Turchia apre sempre gli occhi. Questa volta più che mai. Quando sono atterrata ad Istanbul quattro giorni dopo il raffazzonato colpo di stato del 15 luglio, avevo già un’idea abbastanza chiara di quello che stava succedendo.

Sebbene non avessi mai dato credito alle voci per cui il colpo di stato fosse stata una messa in scena – una mossa disperata in una situazione disperata nella quale il Presidente Racep Tayyp Erdoğan non si trovava – già pensavo che il presidente turco avrebbe cavalcato l’onda della popolarità all’indomani del fallito colpo di stato per accelerare la centralizzazione del potere, coronandola con il sistema presidenziale.

Da un certo punto di vista, questo è esattamente quello che sta succedendo. Ma analizzando ulteriormente il contesto, emerge una realtà più complessa. Non c’è un bianco e nero nella storia di quello che è successo, sta succedendo e succederà in Turchia: è una storia complessa, con molte sfumature di grigio.

Gulen, uno dei nemici
Mentre la folla si riversava nelle strade di Istanbul ed Ankara, determinando il destino del maldestro tentativo di colpo di stato, l’AKP già puntava il dito verso il movimento di Fetullah Gülen. È noto da tempo che Gülen, predicatore autoesiliatosi in Pennsylvania, fosse sulla lista nera di Erdoğan: da quando il campo islamista si è diviso nel dicembre 2013, è in corso una guerra segreta tra i due. In particolare, il governo AKP ha cercato di mettere la museruola alla stampa gülenista, intralciare le sue scuole ed epurare la polizia e il sistema giudiziario da sospetti membri e simpatizzanti del gruppo; per quest’estate erano state programmate sostituzioni di ruoli chiave nel corpo militare.

A peggiorare la reputazione internazionale del governo concorre il fatto che i gülenisti non sono stati gli unici che Erdoğan ha tentato di zittire, escludere o eliminare. È ormai comune palare dell’autoritarismo, dello sdegno per meccanismi di controllo e della chiara paranoia di Erdoğan, che si tratti degli attacchi contro i manifestanti di Gezi o giornalisti critici, accademici o i curdi.

La longa manus di Gulen
Tuttavia, il tentato colpo militare è realmente accaduto. Forse il governo era a conoscenza della sua preparazione, o forse no. Nessuno dei miei interlocutori è un fervente sostenitore del Presidente e tuttavia nessuno ha creduto che il colpo di stato fosse stato orchestrato. Se avesse avuto successo, avremmo assistito all’uccisione del presidente e ad un bagno di sangue nel paese. Metà della popolazione che sostiene senza riserve l’AKP non sarebbe stata a guardare. Se il colpo di stato fosse riuscito, la Turchia non sarebbe tornata ai giorni bui degli anni ’80. Sarebbe sprofondata in tempi ancora più bui.

Tutti i miei interlocutori davano per certa la longa manus dei gülenisti nel commettere questo crimine. Le discussioni si focalizzavano su l’ammontare del loro coinvolgimento, se fosse al 60%, al 70% o più o al totale, con un sostegno minore da altre componenti militari. La nebbia che copre questi eventi è ancora fitta; eppure tutti i miei interlocutori non avevano dubbi sul coinvolgimento del movimento di Gülen e sulla minaccia dallo stesso rappresentata per lo stato turco e per la democrazia.

Qui inizia il vero problema. Sebbene l’obiettivo politico del movimento di Gülen resti un mistero, è ben noto che i suoi membri e simpatizzanti sono stati collocati negli apparati militari, nella polizia, nella magistratura e nell’accademia, così come è nota l’estrema abilità di questi impiegati pubblici a manovrare il sistema, ben attenti a non infrangere formalmente regole e leggi. Affrontare il problema non è così semplice.

La complessità nello sbrogliare la matassa di questo movimento che penetra le strutture statali farebbe tentennare qualsiasi governo. Ancora di più un leader che non è naturalmente incline ad azioni graduali e moderate. Questo non per giustificare gli arresti e le purghe di massa in corso, piuttosto per stimolare una comprensione più ampia. È troppo semplice analizzare la Turchia odierna alla luce della seppur legittima critica al suo leader, che non deve tuttavia oscurare la valutazione circa quello che sta succedendo, la profondità della crisi e la complessità nel trovare una soluzione democratica.

Alla ricerca di una unità
Perciò, che cosa si può fare? È alta la tentazione di risolvere una questione sostanziale con mezzi sostanziali, cioè accantonare lo stato di diritto, ancora peggio nel caso in cui questo fosse utilizzato per imbrigliare il dissenso. Ma non funzionerà. Epurazioni massicce praticate raggirando la legge non sono una novità in Turchia. I processi Ergenekon e Balyoz condotti dai gülenisti nel periodo in cui lavoravano mano nella mano con l’AKP per epurare il sistema militare dai kemalisti, ne è una esatta rappresentazione: se non ci fossero state quelle espulsioni massicce, non si sarebbe neanche verificata l’ascesa accelerata dei gülenisti alle più alte cariche delle forze armate, cosa che ha reso possibile il tentato colpo di stato. Rispettare la legge e le norme può portare risultati lenti e imperfetti, ma che hanno più possibilità di resistere alla prova del tempo.

Allo stesso modo, non ci può essere una soluzione alla odierna crisi turca attraverso un solo uomo o un partito. I tre partiti di opposizione turca hanno dato una lezione di democrazia a tutti gli osservatori internazionali che non hanno preso posizione sulla notte del 15 luglio. Malgrado abbiano sofferto la guida di Erdoğan, il parlamento turco si è schierato compatto con il governo. Sta adesso al governo afferrare quel ramo d’ulivo. Senza unità politica, non può esserci una soluzione duratura alla crisi. E una crisi politica protratta precipiterà probabilmente in una crisi economica, che nuocerà a quella stessa base socio-economica che è scesa in strada e che sostiene Erdoğan.

È nostra responsabilità come amici della Turchia in Europa e oltre, sostenere il Paese in questo difficile cammino. Il primo passo è una comprensione più profonda delle sue sfumature di grigio. Non esiste una bacchetta magica per le malattie turche. Piuttosto deve esserci uno sforzo paziente, che passi per l’ascolto, il supporto e il ricordare che la salute a lungo termine della democrazia turca può essere assicurata solo tramite inclusione politica e lo stato di diritto.

L’articolo è stato tradotto dall’inglese da Bianca Benvenuti.

Nathalie Tocci è vicedirettore dello IAI.
 
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lunedì 1 agosto 2016

Iraq: prospettive sempre inquietanti

Medio Oriente
Iraq, equilibrio precario
Maurizio Melani
27/07/2016
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Mentre si estende la sottrazione di territori all’autoproclamatosi ‘stato islamico’ e si prepara l'assalto finale a Mosul, diventa sempre più attuale in Iraq la questione della gestione di quei territori ed in particolare della grande città multietnica e multireligiosa del nord iracheno, nonché delle conseguenze che potranno derivarne per gli equilibri e gli assetti complessivi del paese. È un fattore di preoccupazione che si accompagna a quello dell'offensiva terroristica in Europa e altrove man mano che viene eroso il controllo territoriale dello ‘stato islamico’ in Mesopotamia, considerando anche i rischi di ulteriori esodi di popolazioni in conseguenza dei difficili rapporti che si annunciano tra i vincitori.

Forze divise su territori contesi
Le forze impegnate nella lotta allo ‘stato islamico’ in Iraq, con agende politiche diverse tra loro, sono molteplici. Vi è l'esercito iracheno che malgrado il sostegno addestrativo, organizzativo e logistico fornitogli da varie parti dopo la ‘débacle’ del 2014 non ha ancora un ruolo decisivo sul piano militare rispetto ad altri soggetti.

I peshmerga curdi, con le loro diverse obbedienze politiche all'interno del Governo regionale (KRG), hanno confermato anche grazie ai sostegni occidentali una notevole capacità di resistenza e di controffensiva. Hanno occupato Kirkuk e altre ‘zone contese’ con popolazioni miste (curdi, arabi e turcomanni sunniti e sciiti, assiri e caldei cristiani di varie denominazioni ed altre minoranze) risolvendo almeno temporaneamente sul campo una questione che assieme ad altre nei rapporti tra KRG e Governo centrale si trascina dall'emanazione della costituzione nel 2005. Gli sconvolgimenti di questi ultimi anni ne hanno alterata la demografia ma è certo che soprattutto per arabi e turcomanni non si tratta di una partita chiusa.

Le Unità Popolari di Mobilitazione (PMU) sciite hanno assunto un ruolo crescente. Le milizie prevalentemente collegate allo SCIRI che dopo il 2008 erano state assorbite nell'esercito e nella polizia diventandone il nerbo, si sono rigenerate con il sostegno dell'Iran ed in particolare della Forza Quds guidata dal Generale Qasem Suleimani in un gioco al quale non sono estranee le lotte di potere all'interno del complesso mondo politico iraniano. Sono sostanzialmente egemoni nel sud ed in particolare nell'area di Bassora ove oltre a garantire la sicurezza manifestano evidenti ambizioni politiche. Hanno avuto un ruolo determinante nell'arresto dello ‘stato islamico’ sulla via di Baghdad e poi nella ripresa di Tikrit ove i comportamenti nei confronti della popolazione sunnita hanno posto serie remore sulle prospettive di riconciliazione.

Il loro profilo è stato più basso nella ripresa di Ramadi e di Falluja ove accanto all'esercito iracheno, peraltro ampiamente infiltrato da quelle milizie, e al sostegno americano tattico e di copertura aerea, un ruolo è stato svolto dalle ricostituite milizie arabo-sunnite a loro volta articolate in varie fazioni. Questo ha limitato ma non impedito maltrattamenti delle popolazioni.

Più i liberatori si muovono verso nord e verso ovest, con obiettivo Mosul, più sarà complicato evitare contrasti che possono giungere al conflitto aperto in mancanza di un governo centrale sufficientemente autorevole e credibile per fornire le necessarie mediazioni e rassicurazioni, malgrado gli sforzi del Primo Ministro Al Abadi e i sostegni esterni. Il Governo resta infatti paralizzato dai veti parlamentari incrociati che impediscono al Primo Ministro di riorganizzare il suo esecutivo, di ridargli una operatività in grado anche di gestire gli aiuti internazionali recentemente concordati dai donatori a Washington e di affrontare i problemi che affliggono la vita quotidiana della popolazione scatenando proteste a Baghdad e in altri centri urbani. Vi hanno partecipato sciiti e sunniti. E Moqtada al-Sadr, sempre eccentrico rispetto ad altre componenti sciite e capace di dialogare con settori arabo-sunniti, riesce a cavalcarle da una prospettiva nazionalista e contraria a presenze e a influenze straniere.

Gli attori regionali
Sta di fatto che ai fattori locali si aggiungono come sempre interferenze esterne. Una soluzione concordata che non può risolversi in ripartizioni territoriali omogenee nel nord, nell'est e nel centro del paese richiede assetti di condivisione del potere con garanzie per tutti e il sostegno convergente, oggi assai lontano, dei tre grandi attori regionali che dal 2003 condizionano le vicende irachene. Potrebbe l’Iran essere disposto a favorire una piena inclusione degli arabo-sunniti se l'Arabia Saudita accettasse che questi ultimi siano parte della stabilizzazione di un paese nel quale dovrebbero rassegnarsi ad essere minoranza? Molto potrebbe essere fatto sul piano dell'autogoverno locale purché anche in questo ambito vi siano garanzie per le minoranze. Il comportamento iraniano dipenderà comunque dagli equilibri di potere a Teheran e da quanto coloro che operano in Iraq siano disposti a svolgere un ruolo costruttivo.

Non è ancora chiaro quale potrà essere il ruolo della Turchia dopo la svolta delle ultime settimana, il deterioramento dei rapporti con gli Stati Uniti e i riavvicinamenti a Russia, Israele ed altri. Suoi punti di forza sono i turcomanni e, almeno finora, i buoni rapporti con il KRG ed in particolare con il Presidente Barzani (meno con le altre componenti curde della Regione autonoma).

Sarà da vedere però se e come Ankara continuerà a consentire l'espansione del KRG nelle aree contese ed in particolare in quelle petrolifere ritenendo un controllo da parte di Erbil su queste aree favorevole ai suoi interessi, come sembra essere stato finora, o se invece il quadro complessivo della politica curda di Erdogan potrà mutare questo stato di cose con effetti anche sugli equilibri all’interno della Regione autonoma. Per ragioni economiche e di equilibri regionali la Turchia dovrebbe avere come interesse primario, diversamente da altri paesi dell'area, la piena stabilizzazione dell'Iraq. Ma nelle attuali condizioni vi sono fattori di imprevedibilità nella politica turca che lasciano aperti molti interrogativi.

Maurizio Melani è Ambasciatore d'Italia.
 
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giovedì 28 luglio 2016

Turchia: strascichi del colpo di stato

Turchia
Erdoğan alla prova dei diritti umani
Emanuele Sommario
26/07/2016
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Il 22 luglio 2016, il Segretario generale del Consiglio d’Europa Thorbjørn Jagland ha ricevuto una comunicazione ufficiale dal governo turco, nella quale le autorità di Ankara annunciano la volontà di derogare alla Convenzione Europea dei diritti umani. Il provvedimento giunge in risposta al tentativo di colpo di Stato messo in atto da una parte delle forze armate turche il 15 luglio 2016 per rovesciare il presidente Racep Tayyp Erdoğan. La possibilità di deroga è prevista dall’articolo 15 della Convenzione. Questo dà facoltà agli Stati parte di sospendere temporaneamente l’applicazione di alcuni diritti “in caso di guerra o in caso di altro pericolo pubblico che minacci la vita della nazione”, e di prendere le misure necessarie per far fronte all’emergenza.

La stagione delle purghe
Tuttavia, la reazione del governo al fallito putsch sta assumendo forme e proporzioni preoccupanti. Le autorità hanno ordinato l’arresto di oltre 13.000 cittadini turchi – fra soldati, poliziotti e magistrati - sospettati di essere coinvolti nel golpe. Negli ultimi giorni sono state chiuse centinaia di scuole e università, e sciolti quasi 1400 fra sindacati, fondazioni e associazioni. Inoltre, più di 50.000 dipendenti pubblici sono stati licenziati o sospesi dal servizio.

Le misure emergenziali adottate includono la possibilità di estendere i fermi di polizia per 30 giorni, senza dover procedere ad alcuna incriminazione. Sono inoltre numerose le accuse di gravi maltrattamenti cui sarebbero stati sottoposti gli accusati, ad alcuni dei quali sarebbe stata negata la possibilità di interloquire in privato col proprio difensore, o di informare i parenti del proprio arresto. Particolarmente preoccupante è poi l’intenzione manifestata dal governo turco di voler reintrodurre la pena di morte.

I limiti imposti dal diritto internazionale dei diritti umani
Nonostante le difficili circostanze in cui versa il paese, le autorità turche incontrano dei limiti ben precisi nell’individuare il tipo di provvedimenti necessari a ristabilire l’ordine. Detti limiti derivano dai numerosi trattati sul rispetto dei diritti umani che il governo turco ha sottoscritto nel corso degli anni, fra cui spicca proprio la Convenzione europea sui diritti umani.

Va innanzitutto precisato che l’articolo 15 non dà carta bianca rispetto alle misure emergenziali che è possibile introdurre. Queste debbono essere necessarie e proporzionali, ossia realmente utili a porre un freno all’emergenza e commisurate alla minaccia cui si deve far fronte. La sospensione di diritti il cui esercizio non ha alcuna connessione con il mantenimento dell’ordine pubblico non sarebbe dunque ammissibile.

Lo stesso articolo contiene inoltre una lista di diritti che non possono mai essere soggetti a sospensione, neanche in situazione di emergenza pubblica. Vi rientrano il diritto a non essere privati arbitrariamente della vita, il divieto di tortura e di pene o trattamenti inumani o degradanti, e il principio nulla poena sine lege, in virtù del quale nessuno può essere condannato a una pena più grave di quella applicabile al momento del compimento del reato. Qualora realmente verificatisi, molti dei trattamenti cui sarebbero stati sottoposti gli individui incarcerati risulterebbero in violazione della Convenzione.

Pena di morte
Ci si chiede se agli autori del tentato golpe possa essere comminata la pena di morte. Va innanzitutto ricordato che nel 2004 la pena capitale è stata abolita dall’ordinamento turco (anche in tempo di guerra), nel quadro delle riforme legislative sollecitate dall’Unione Europea per permettere l’ingresso del paese nell’organizzazione. Inoltre, nel 2006 la Turchia ha ratificato il Protocollo n. 13 alla Convenzione Europea, che vieta l’imposizione e l’applicazione della pena di morte in qualsiasi circostanza, e che rende tale divieto inderogabile.

La Turchia potrebbe ovviamente denunciare il Protocollo n. 13 o l’intera Convenzione, sciogliendosi dagli obblighi che impongono. Tuttavia, l’art. 58 della Convenzione stabilisce che lo Stato che intenda denunciarla debba dare un preavviso di sei mesi, e che comunque andrebbero considerati “coperti” dalla Convenzione tutti gli atti avvenuti prima che la notifica di denuncia abbia effetto.

Si aggiunga a questo che l’imposizione della pena capitale costituirebbe una flagrante violazione del principio inderogabile nulla poena sine lege. Inoltre, la Corte Europea dei diritti umani ha chiarito in una recente sentenza che l’applicazione della pena di morte in Europa è contraria alle norme internazionali sui diritti umani perché incompatibile col divieto di tortura. Tale divieto è vincolante a prescindere dalla partecipazione ai trattati sui diritti umani. In buona sostanza, ci sono ragioni sufficienti per credere che una condanna a morte dei golpisti rappresenterebbe una violazione del diritto internazionale da parte della Turchia.

Numerosi paesi hanno espresso apprensione per le misure repressive adottate, suscitando tuttavia reazioni irritate da parte delle autorità turche. Lo stesso Alto commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani, pur dando atto alle autorità e alla popolazione turca di aver sventato il golpe, ha ricordato come la risposta del paese debba essere in linea con gli standard in materia di diritti umani, che vanno rispettati anche nel punire gli autori del tentato putsch, garantendo loro l’incolumità fisica e il rispetto dei principi dell’equo processo. D’altro canto, non ha di certo giovato alla causa di chi invoca moderazione il comportamento del governo francese, che negli scorsi mesi ha ritenuto di dover derogare alla Convenzione europea per far fronte alla minaccia terrorista, circostanza che le autorità di Ankara non hanno mancato di sottolineare.

Emanuele Sommario è ricercatore in diritto internazionale presso la Scuola Superiore Sant'Anna.

giovedì 21 luglio 2016

Siria: non si vede la luce in fondo al tunnel

Guerra al Califfato
Siria senza pace
Laura Mirachian
17/07/2016
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La sequenza di eccidi all’aeroporto di Istanbul, e poi al ristorante di Dacca, e poi ancora a Baghdad,e i kamikaze manifestatisi negli stessi paesi del Golfo, Kuwait e Arabia Saudita, ci riportano tragicamente al problema del terrorismo che la vicenda Brexit ha per qualche tempo oscurato.

Benché terrorismo e migrazioni di massa non siano affatto estranei alle motivazioni di voto del pubblico britannico, anzi. Abbiamo in ogni caso conferma che il parziale, lento, arretramento dell’Isis dallo scacchiere siriano (e iracheno) non ferma i jihadisti, ma moltiplica in modo esponenziale l’utilizzo del brand Isis: il terrorismo si diffonde in un vasto ‘altrove’con inquietanti cadenze ravvicinate.

Siria e Iraq, cantiere aperto
Anche per questo il cantiere Siria (e Iraq) va chiuso al più presto. A che punto siamo, dopo oltre cinque anni di guerra?

Siamo alle dichiarazioni preoccupate di Staffan De Mistura sull’incertezza della ripresa dei negoziati (“non c’è una massa critica”), al persistere delle difficoltà di recapitare aiuti umanitari ai centri assediati da mesi, al continuo esodo di gente intrappolata nei combattimenti, all’inasprirsi di scontri armati nelle aree nevralgiche intorno ad Aleppo e nel Nord-Est lungo la direttrice che punta alla roccaforte dell’Isis, Raqqa, con il corredo di ulteriori vittime.

Siamo alla tracimazione del conflitto oltre confine, in Libano e in Giordania. L’intesa di cessate-il-fuoco faticosamente raggiunta il 27 febbraio non si è mai realizzata se non sporadicamente e in aree molto circoscritte, e le trattative di Ginevra avviate in marzo si sono dissolte in qualche incontro informale con talune formazioni militanti.

Siamo al punto che anche le fonti americane più riservate - dal vertice della Cia John Brennan all’inedita sortita di 51 diplomatici del Dipartimento di Stato - denunciano apertamente l’inefficacia della strategia fin qui praticata da Obama: l’appoggio ‘esterno’ ai ribelli cosiddetti moderati, mediante addestramento e forniture belliche, non basta a contrastare quanti sono disposti a mettere in campo violenze e tattiche di ogni genere, animati dall’ideologia del terrore.

I protagonisti regionali arabi si manifestano con l’offerta di scendere direttamente in campo, da ultimo ventilata dal saudita Mohamed Bin Salman a Washington, che l’ha respinta al mittente. Senza contare che la strategia “Isis first”, sommata al principio “no boots on the ground”, sta di fatto traducendosi in un’ampia latitudine militare accordata alla filiera Assad-Russia-Iran. Ma è altamente improbabile che Obama cambi strategia.

Gioco delle parti tra Usa e Russia
Sull’intesa Washington-Mosca in funzione anti-Isis pesa il “non-detto”. Sconta infatti che i raid americani si concentrino al Nord a sostegno dei combattenti curdo-arabi, permettendo agli Stati Uniti di dedicarsi al più familiare e altrettanto problematico terreno iracheno.

E che Mosca dal canto suo, nel fiancheggiare Assad, aderisca al principio “Isis first” cercando di pilotare in tal senso le iniziative militari di Assad che notoriamente considera una vasta gamma di milizie di opposizione come terroriste. Una sorta di divisione dei compiti.

Ma le ambiguità sulla nozione di terrorismo -non a caso riflesse anche nella Ris 2253/2015 del CdS - e cioè se esso comprenda, oltre a Isis e Al-Nushra/Al-Qaida, formazioni islamiste “affiliate” sostenute dai protagonisti del Golfo, quali Arhar al-Sham e Jaish al-Islam, rende difficile la tenuta dell’intesa stessa.

Mosca reclama un piano di rafforzato coordinamento di intelligence che aumenti l’efficacia delle sue iniziative militari. Ciò che ovviamente ne dilaterebbe il margine di manovra. Washington formalmente oppone un diniego, ma di nuovo Kerry parte per Mosca.

Esiste tra l’altro il problema di evitare frizioni militari come quella del 16 giugno alla frontiera di Al-Tanf, incrocio tra Siria, Giordania, Iraq - ove raid russi avrebbero colpito formazioni di ribelli appoggiate dagli americani e, nel replicare a loro difesa, aerei americani avrebbero rischiato una collisione - o peggio, quella del 17 giugno tra le rispettive marine militari confluite nel Mediterraneo orientale.

Russi, iraniani e turchi compagni di merenda?
D’altra parte Mosca, dopo dieci mesi di presenza attiva al fianco di Assad, ha fretta e vorrebbe accelerare le operazioni. Sia per i costi esorbitanti del prolungato impegno bellico sia soprattutto per la nutrita partecipazione alle formazioni jihadiste di foreign fighters russi, originari delle aree caucasiche del Daghestan o della Cecenia, e del vicinato centro-asiatico, Kirghistan o Kazakistan.

Meglio interrompere subito la trafila e prevenirne il rientro. Sta quindi consolidando il raccordo con Teheran, e giunge anche a lanciare un improbabile appello per un “fronte internazionale anti-terrorismo” che includa il mondo arabo,dopo che gli attacchi a Gedda e ai luoghi sacri di Medina e Qatife a Gedda hanno rivelato tutta la vulnerabilità dell’Islam ufficiale.

Gli stessi umori della Turchia, al prezzo peraltro di gravi stragi jihadiste nel proprio territorio, stanno virando verso l’uscita dalla strategia pro-islamista perseguita per anni da Erdogan in controtendenza rispetto agli alleati Nato e della coalizione a guida americana.

Non che venga meno il progetto originario di respingere i combattenti curdo-siriani lontano dalle aree di insediamento a ridosso delle proprie frontiere, tagliandone i paventati collegamenti con il Pkk domestico.

Ma gli ultimi movimenti di Ankara indicano una ricerca di uscita dal vicolo cieco, mediante una ricucitura con la Russia, che superi l’episodio dell’abbattimento del jet Sukhoi-24 in novembre, nonché con Israele, dopo la lunga interruzione seguita all’incidente di Mavi Marmara nel 2010, e con lo stesso Egitto di Al-Sisi dopo il gelo intervenuto a seguito della deposizione di Al-Morsi nel 2013.

E intanto Assad…
Un intenso lavorìo, dunque, tra i principali attori esterni della crisi. Al centro del problema, il nodo cruciale relativo al ruolo di Assad nella ‘transizione politica’ e la sua definitiva uscita di scena con il deferimento al Tribunale penale internazionale preteso dai ribelli. E al contempo quello di compagini jihadiste tuttora sostenute da referenti del Golfo.

La sconfitta dell’Isis e in particolare la cacciata dell’Isis da Raqqa (e da Mosul in Iraq) non è all’orizzonte. Le misure adottate al vertice Nato di Varsavia per rafforzare il fronte sud puntano soprattutto al contrasto dei traffici di migranti in mare: basterà?

Nel frattempo, le trattative sono appese a un filo, la catastrofe umanitaria si aggrava determinando ulteriori esodi, e l’Isis allarga il suo campo d’azione disseminando stragi nel mondo.

Laura Mirachian, Ambasciatore, già Rappresentante Permanente presso l’Onu, Ginevra.

sabato 9 luglio 2016

La Guerra del Golfo. Il Rapporto Chilcot

Iraq 
Lo strabismo sul Califfo che semplifica la realtà
Lorenzo Kamel
07/07/2016
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Un’inchiesta durata sette anni e riassunta in dodici volumi. Il Rapporto Chilcot, focalizzato sul coinvolgimento di Londra nella Guerra in Iraq (2003-2009), conferma, con nuovi dettagli, che i piani su cui si fondava l’attacco erano inadeguati, che le basi giuridiche attraverso cui si cercò di avallarlo erano “lontane dall’essere soddisfacenti” e che la principale giustificazione all’intervento (il possesso di armi di distruzione di massa da parte del regime di Baghdad) si basava su dati fallaci.

Le azioni di Washington e Londra, prosegue il rapporto, hanno minato l’autorità del Consiglio di Sicurezza dell’Onu e gettato l’Iraq nel caos: un esito che, secondo le conclusioni dell’inchiesta, era largamente prevedibile.

All’indomani della pubblicazione del rapporto i maggiori media britannici, su tutti Bbc eGuardian, hanno prontamente denunciato le scelte dell’ex premier Tony Blair, omettendo tuttavia di ricordare l’ampio appoggio mediatico che essi stessi hanno fornito nel 2003 a supporto dell’intervento militare.

Cause versus sintomi
A tredici anni di distanza dallo scoppio della Guerra in Iraq, il Paese è alle prese con un’ennesima fase di transizione. L’autoproclamatosi “stato islamico” riveste in essa un ruolo mediaticamente centrale, che in alcuni casi non aiuta a fare chiarezza su divergenti interessi e un complesso vissuto locale.

Il “califfato” continua a distribuire copie dei testi del fondatore del wahhabismo Ibn ʿAbd al-Wahhab nelle aree dell’Iraq e della Siria sotto il suo controllo e si rifà a molte delle sue tesi più influenti, incluso l’obbligo per tutti i fedeli di giurare fedeltà a un singolo leader musulmano, preferibilmente un califfo. Da un punto di vista ideologico lo “stato islamico” ha dunque radici riconducibili in larga parte al wahhabismo e al retaggio storico saudita.

Da un punto di vista più pratico, tuttavia, l’ascesa dello “stato islamico”, finanziato in maniera consistente con fondi provenienti dal Golfo, è in larga parte il sintomo (non la causa) di un malessere covato a partire dal 2003 e intensificatosi negli anni a seguire.

Nel contesto iracheno, per larga parte del XX secolo l’identità confessionale ha ricoperto un ruolo marginale o secondario. Fanar Haddad, autore di Sectarianism in Iraq: Antagonistic Visions of Unity, ha notato che prima del 2003 un senso di appartenenza a una identità sunnita “semplicemente non esisteva”.

Dopo il 2003, le “politiche identitarie sono diventate la norma piuttosto che un’anomalia, in quanto sono parte di un sistema. A confermarlo è il fatto che la prima istituzione creata nel 2003 a seguito dell’occupazione militare è stata l’Iraq Governing Council - esplicitamente basato su criteri confessionali”.

Da allora, la componente sunnita locale ha subìto un crescente processo di marginalizzazione e continue vessazioni che hanno avuto nella pulizia etnica del 2006-2007 - quando molti sunniti furono obbligati a lasciare Baghdad in favore della provincia di Anbar - uno degli episodi più significativi.

Hezbollah sunnita
Su un piano ideologico, l’ascesa dello “stato islamico” ha rappresentato in questo senso una significativa valvola di sfogo per una percentuale rilevante di sunniti. Si tratta, mutatis mutandis, di un “processo storico” che per alcuni aspetti ricorda l’ascesa di Hezbollah nel Libano degli anni Ottanta, quando la componente sciita locale decise di reagire a una radicata e crescente situazione di marginalizzazione e sotto rappresentanza.

Qualsiasi strategia finalizzata a porre fine allo “stato islamico” e ai crimini contro l’umanità di cui continua a macchiarsi dovrà dunque essere basato sulla consapevolezza che esso rappresenta il sintomo di un problema strutturale.

Una soluzione sostenibile dovrà quindi passare per un sistema inclusivo che incoraggi alleanze politiche che travalichino la divisioni etniche e religiose. In caso contrario, anche qualora scomparisse lo “stato islamico” rimarrebbero intatte le condizioni che ne hanno reso possibile l’ascesa.

A ciò si aggiunga che ulteriori ingerenze esterne - incluse le armi fornite da Mosca e Teheran, nonché le bombe e i droni, soprattutto statunitensi, inglesi e tedeschi, che continuano a provocare la morte di un ampio numero di civili in Iraq e nel resto della regione - non possono che rendere ancor più arduo l’obiettivo dell’inclusività e rappresentano un aiuto significativo a gruppi come lo “stato islamico” nella loro opera di reclutamento di giovani rancorosi.

Oltre l'isolamento dorato
Nel contesto iracheno l’attenzione dei media internazionali e, di riflesso, dell’opinione pubblica è rivolta in larga parte alle azioni e alle strategie dello “stato islamico”, che da più parti viene percepito come il solo gruppo responsabile della conquista delle città sunnite poste a nord della capitale Baghdad.

Ciò tuttavia rischia di semplificare un quadro locale più complesso, relegando numerosi altri gruppi jihadisti di primo piano - inclusi Jaysh Rijal al-Tariqa al-Naqshbandia, al-Majlis al-Askari al-Amm li-Thuwwar al-Iraq, Ansar al-Islam - al ruolo di comparse.

A ciò si aggiunga che rivolgere una quasi esclusiva attenzione allo “stato islamico” (o alla recente “liberazione di Fallujah”, scandita dai massacri compiuti dalle milizie a maggioranza sciita di Al-Hashd Al-Sha'abi) rischia di porre in secondo piano problemi non meno strutturali come la corruzione e il cattivo funzionamento istituzionale che continua a destabilizzare l’Iraq.

A fine aprile migliaia di attivisti (soprattutto sciiti) hanno abbattuto parte dei muri che recingono la Green zone, posta nel centro di Baghdad. Essa, costruita come presidio temporale dalle forze di occupazione statunitensi nel 2003 per proteggersi da incursioni esterne, è rimasta intatta anche dopo il loro ritiro.

L’élite irachena continua a investire ingenti quantità di denaro pubblico all’interno della Green zone per garantire a se stessa e alle proprie famiglie elevati standard di vita (macchine, ville, sistemi di sicurezza). Un Iraq pacificato dovrà necessariamente passare (anche) attraverso la fine di questo “isolamento dorato”, obbligando le élite al potere a rispondere delle proprie azioni e a condividerne gli oneri con la popolazione locale.

Lorenzo Kamel ha pubblicato "Arab Spring and Peripheries" (Routledge 2016) e "Imperial Perceptions of Palestine: British Influence and Power in Late Ottoman Times" (selezionato nella cinquina finalista del Palestine Book Award 2016).

mercoledì 29 giugno 2016

Giordania: elezioni il 20 settembre 2016

Medio Oriente
Giordania, crisi della Fratellanza in stato di sicurezza
Eleonora Ardemagni, Paolo Maggiolini
28/06/2016
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In Giordania, le elezioni parlamentari si terranno il 20 settembre: sarà un test di valutazione sia per la monarchia che per i Fratelli Musulmani. Re Abdullah misurerà l’impatto popolare delle decisioni e delle riforme attuate per arginare le multiformi proteste del 2010-2013: riuscirà a riportare i giordani alle urne?

Gli Ikhwan di Amman si confronteranno con gli effetti della crescente frammentazione politica: le tre Fratellanze hanno molti nodi da sciogliere, come il rapporto di subalternità del partito (Islamic Action Front, Iaf) nei confronti dell’associazione caritatevole e la dicotomia fra East-Bankers (transgiordani) e palestinesi che riflette l’irrisolta questione dell’identità giordana. Tra afflusso di profughi siriani, crisi finanziaria e pressione islamista, il baricentro dello stato di sicurezza giordano è in continuo riposizionamento, tra pulsioni interne e minacce regionali.

Amman e gli altri Fratelli
La vicenda dei Fratelli Musulmani in Giordania è sempre stata una storia a parte, che non rientra né nel paradigma egiziano-saudita (esclusione-repressione), né in quello integrato del Marocco (dove il Pjd guida dal 2011 un governo di coalizione). Dal 1993, anno di nascita dello Iaf, i Fratelli Musulmani giordani hanno diviso, su richiesta della monarchia, le attività di predicazione ed educazione (dawa, tarbiyya, di competenza dell’associazione), da quelle della politica (siyyasa, delegate al partito).

Nel Congresso appena conclusosi, anche i Fratelli tunisini di Ennahda hanno sancito questa suddivisione: seppur nella specificità dei due contesti, il partito tunisino si propone dunque di percorrere la medesima strada, ma dovrà evitare di ricadere nelle contraddizioni che in Giordania hanno ingabbiato la dialettica interna allo Iaf, favorendo il boicottaggio elettorale.

Le tre Fratellanze
Oggi, la tendenza più vistosa nella Fratellanza giordana è la frammentazione politica, nel rispetto però delle ˊlinee rosseˋ del sistema monarchico, con il quale gli Ikhwan hanno un rapporto assai dialettico dalla metà degli anni Ottanta. Almeno tre soggetti si contendono il ruolo di legittimo rappresentante della Fratellanza Musulmana: il movimento originale fondato nel 1942 (ora privo di licenza), la Società dei Fratelli Musulmani (registrata nel 2015 e non affiliata alla casa madre) e l’iniziativa riformatrice Zamzam.

In questo quadro, il Consiglio dei Saggi, formato da fuoriusciti dello Iaf, ha cercato invano di ricucire lo strappo, anche generazionale, con la Società. Nel 2012, i promotori transgiordani (poi espulsi) della cosiddetta Zamzam initiative elaborarono una proposta riformatrice alternativa, a sostegno di una concezione civica e partecipativa dello stato (dawlamadaniyya), mettendo al centro sensibilità e temi ˊpan-giordaniˋ. Questa riflessione su Islam e pluralismo, pronta a cooperare con soggetti altri (sinistra, liberali), è poi sfumata al crescere delle proteste, ma si riaffaccia ora alla vigilia del voto.

I gruppi che guardano alla Fratellanza potrebbero presentarsi divisi alle elezioni, allontanando però il tradizionale spettro del boicottaggio. Zamzam e la neo-registrata Società (più dialoganti, “nazionali” e a prevalenza transgiordana) si sono subito dichiarati a favore della partecipazione; l’Islamic Action Front, il partito afferente al nucleo originario degli Ikhwan (più intransigente, “internazionalista” e a maggioranza palestinese) ha successivamente deciso, a schiacciante maggioranza interna, di presentarsi alle urne.

La monarchia auspica che il ˊmarchioˋ dei Fratelli Musulmani partecipi alle elezioni: una strategia che è insieme di legittimazione interna e internazionale. Complice il conflitto siriano, Amman ha alzato la guardia sul fenomeno jihadista: dopo gli arresti del 2014 a Maan, una cellula del sedicente Stato Islamico è stata smantellata a Irbid in marzo, portando all’arresto di nove persone.

Sicurezza prima di riforme
Secondo gli emendamenti costituzionali appena approvati dalla Camera bassa, re Abdullah sceglierà i membri della Corte Costituzionale e il capo della forza di polizia militare (per il controllo del dissenso interno) senza esame parlamentare: di fatto era già così, ma ora vengono meno i contrappesi formali. Inoltre, non è più prevista la contro-firma del primo ministro o dei ministri sui decreti reali.

Queste misure sono in apparente contrasto con quelle del 2011, quando la monarchia optò per timide aperture in senso costituzionale, conferendo maggiori poteri al Parlamento. L’intrecciarsi costante di minacce esterne e interne scandisce le regole e i tempi dello stato di sicurezza giordano: la sicurezza nazionale sembra ora prevalere sul processo di riforma politica. Tuttavia, la legge elettorale del 2015 introduce elementi di novità, come la ripartizione proporzionale a livello provinciale che potrebbe favorire l’aggregazione in liste, pur nel mantenimento del voto per appartenenza tribale.

Eleonora Ardemagni è analista di relazioni internazionali del Medio Oriente. Gulf Analyst, Nato Defense College Foundation, collaboratrice di Aspenia e Ispi. Autrice di “The Importance of Being Local. Framing AQAP’s intra-jihadi Hegemony in Yemen”, Italian Team for Security, Terroristic Issues and Managing Emergencies (ITSTIME), UniversitàCattolica, Milano.
Paolo Maggiolini è Research Fellow all’interno del Programma Mediterraneo e Medio Oriente presso l’Istituto Italiano per gli Studi di Politica Internazionale (Ispi) e collabora con le attività del corso di Storia e Istituzioni dell’Asia presso l’Università Cattolica di Milano. Si occupa del rapporto tra religione e politica all’interno dell’area mediorientale e mediterranea, con particolare attenzione ai contesti di Israele, G

martedì 28 giugno 2016

Nuovi orizzonti nelle alleanze in Medio Oriente

Medio Oriente
Se l’Arabia Saudita si avvicina a Israele
Rodolfo Bastianelli
13/06/2016
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L’intesa sul nucleare iraniano ha spinto indirettamente Israele ed Arabia Saudita ad avvicinarsi vista la comune ostilità verso il regime iraniano e le sue ambizioni atomiche. Da tempo si era comunque assistito a un “allineamento” informale tra i due Stati.

Stando infatti a quanto riportato dal quotidiano israeliano “Haaretz”, già sei anni fa il direttore del “Mossad” si sarebbe incontrato in Arabia Saudita con i vertici dell’intelligence e della difesa sauditi per pianificare una possibile opzione militare per fermare il programma nucleare di Teheran, mentre secondo quanto riportato dalla rivista statunitense “The Atlantic”, tra il 2014 ed il 2015 rappresentanti dei due Paesi avrebbero avuto dei colloqui “riservati” sempre allo scopo di valutare le eventuali contromisure da adottare per contrastare i progetti atomici iraniani.

Inoltre, lo scorso anno l’ex-Ambasciatore israeliano a Washington Dore Gold e l’ex-Generale saudita Anwar Bin Eshki hanno poi partecipato ad una conferenza organizzata dal “Council on Foreign Relations” nel corso della quale entrambi hanno sottolineato i rischi che presenta per la regione la politica seguita dal regime iraniano, tanto che lo stesso Gold ha auspicato che le differenze tuttora esistenti tra Riad e Gerusalemme possano essere superate negli anni a venire.

I contatti sono andati intensificandosi a inizio di gennaio dopo la rottura delle relazioni diplomatiche tra Arabia Saudita e Iran innescata dall’esecuzione del predicatore sciita Nimr al-Nimr da parte di Riad.

Non a caso pochi giorni dopo la rottura tra Teheran e Riad, Dore Gold, divenuto direttore generale del Ministero degli Esteri israeliano, parlando ad una conferenza dell’“Institute of National Securities Studies” dichiarava come “Israele fosse in contatto con ogni Stato arabo”. Una dichiarazione alla quale faceva seguito quella del Ministro degli Esteri sudanese Ibrahim Ghandour per il quale un accordo di pace con Israele poteva ora anche essere preso in considerazione.

Tiran e Sanafir
La conferma della “cooperazione strategica” in corso tra Riad e Gerusalemme è arrivata ad aprile, quando l’Egitto ha restituito all’Arabia Saudita la sovranità su Tiran e Sanafir, due isole disabitate situate nel Golfo di Aqaba. Trasferite nel 1950 sotto il controllo egiziano - anche se il governo saudita non ne aveva mai ceduto la sovranità - per proteggerle maggiormente in caso di un eventuale attacco israeliano, le isole sono state occupate da Israele nel 1967 e poi restituite all’Egitto nel 1982 secondo le clausole degli accordi di Camp David.

E la conferma di come tra Gerusalemme e Riyad sia in corso una sorta di “cooperazione strategica” per fronteggiare il regime di Teheran, è venuto lo scorso aprile dall’accordo con cui l’Egitto restituiva all’Arabia Saudita la sovranità su Tiran e Sanafir, due isole disabitate situate nel Golfo di Aqaba, un accordo che ha però suscitato forti proteste in Egitto in quanto considerato come un segno di debolezza da parte del Paese.

Ora l’intesa raggiunta tra le quattro parti interessate - Egitto, Arabia Saudita, Israele e Stati Uniti - se da un lato permette al regime di al-Sisi di ottenere 16 miliardi di dollari d’investimenti da Riyad, dall’altro segna appunto un ulteriore segnale di distensione tra Israele ed Arabia Saudita, visto che il governo saudita ha dato formale assicurazione scritta che intende preservare il diritto per le navi israeliane di attraversare lo Stretto di Tiran che costituisce la sola via d’accesso alla città di Eilat, anche se, va sottolineato come in base all’articolo V dello stesso Trattato di Pace, lo Stretto di Tiran ed il Golfo di Aqaba devono comunque considerarsi acque internazionali aperte senza limitazioni alla navigazione.

Svolta per la politica estera israeliana
Sul piano geopolitico, il riavvicinamento tra Gerusalemme e Riad rappresenterebbe una svolta storica per la politica estera israeliana che fin dalla nascita dello Stato ebraico aveva stretto relazioni strategiche con l’Iran e considerato al contrario con ostilità il regno saudita vista anche la sua forte impronta religiosa wahabita.

Ora però il quadro è radicalmente cambiato. Lo sviluppo del programma nucleare da parte del regime iraniano e l’appoggio che da tempo Teheran forniva al movimento sciita libanese degli “Hezbollah”, pur se appoggiato anche da Riyad nel corso del conflitto del 2006, hanno spinto Gerusalemme a riorientare la sua politica verso l’Arabia Saudita che, al pari di Israele, guarda con preoccupazione alla politica iraniana e con sfavore alle aperture attuate da Obama nei confronti di Teheran.

Non è quindi un caso che in Israele, pur permanendo in alcuni commentatori lo scetticismo verso questa apertura nei confronti del regime saudita, l’atteggiamento dell’opinione pubblica stia cambiando, come dimostra un sondaggio realizzato lo scorso anno nel quale il 53% degli intervistati ritiene come sia oggi l’Iran il maggior pericolo per la sicurezza nazionale contro appena il 18% che invece considera l’Arabia Saudita una potenziale minaccia per lo Stato ebraico.

Netanyahu riapre al piano di pace saudita
Ed un’ulteriore segnale di apertura nelle relazioni tra i due Paesi è venuto dalla disponibilità espressa dal premier israeliano Benjamin Netanyahu a discutere il piano di pace saudita che riprende la proposta avanzata da Riad nel 2002 in base alla quale gli Stati arabi erano pronti a riconoscere Israele se questo si ritirava nei confini esistenti prima del 1967.

Allora criticato da Israele, il piano avanzato oggi, secondo Netanyahu, contiene invece elementi positivi capaci così riaprire il dialogo israelo-palestinese. Tuttavia, pur accogliendolo positivamente Netanyahu, che poco prima aveva nominato alla Difesa l’esponente ultraconservatore Avigdor Lieberman, ha comunque affermato come il piano debba essere “revisionato” per tenere conto dei cambiamenti avvenuti nella regione in questi ultimi quattorici anni, una proposta che però è stata però respinta dal Ministro degli Esteri saudita Adel al-Jubeir.

Nonostante i segnali positivi, gli analisti ritengono però che il percorso verso una normalizzazione completa dei rapporti rimanga comunque ancora lungo e numerose questioni dovranno essere risolte prima che si giunga ad un formale riconoscimento diplomatico tra i due Paesi.

Rodolfo Bastianelli, giornalista e professore a contratto di storia delle relazioni internazionali, collabora con “L’Occidentale”, “Informazioni della Difesa”, “Rivista Marittima”, “Limes” ed “Affari Esteri”. Ha curato la politica estera per “Ideazione” e la rivista “Charta Minuta” della fondazione “Fare Futuro”.