Blog di sviluppo per l'approfondimento della Geografia Politica ed Economica attraverso immagini, cartine, grafici e note.Atlante Geografico Statistico Capacità dello Stato.Parametrazione a 100 riferito al Medio Oriente. Spazio esterno del CESVAM - Istituto del Nastro Azzurro. (info:centrostudicesvam@istitutonastroazzurro.org)
mercoledì 31 agosto 2016
venerdì 26 agosto 2016
Il traffico di Armi:un affare
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Diversi studi accademici hanno decostruito i termini utilizzati in queste analisi, nonché l’immagine che tendono a convogliare. Il focus di questo articolo è distinto ma strettamente connesso a questi aspetti: quanto la regione sta vivendo non dovrebbe in alcun modo essere percepito come qualcosa a “noi” di estraneo, o esterno. A confermare ciò non è - o almeno non soltanto - un passato relativamente lontano, bensì un presente che ostacola la costruzione di un futuro sostenibile. Non (solo) il passato Le risorse naturali (petrolio, oro, gas ecc) presenti nella quasi totalità dei Paesi africani e in un numero significativo di stati nel Mediterraneo orientale sono pilotati attraverso società off-shore che, in larga misura, sono collegate a imprese e uomini d’affari operanti in Europa e in America. Come hanno confermato i documenti emersi dai Panama Papers, i paradisi fiscali sono utilizzati come strumenti volti a prosciugare le ricchezze naturali di alcuni dei Paesi più poveri del mondo. Le risorse naturali sono oggi sempre più drenate dall’economia civile verso quella militare: anche in questo caso diversi attori europei svolgono il ruolo di co-protagonisti nell’intero processo. Basti pensare che l’equivalente di un miliardo e 350 milioni di euro in fucili, lanciarazzi, mitragliatrici pesanti, mortai e armi anti-carro sono attualmente esportati dall’Europa (Balcani in primis) verso il Medio Oriente: una percentuale significativa di essi sono utilizzati dai gruppi operanti in Siria e Yemen. È degno di nota che nel corso del 2015 le esportazioni di armi tedesche sono raddoppiate: Arabia Saudita e Qatar risultano essere due dei principali mercati di riferimento. Dati simili sono pertinenti anche per quanto concerne la Gran Bretagna e diversi altripaesi europei (da anni l’Italia non rende noti all’Ue i dati sulle consegne: ciò contribuisce a ostacolare il calcolo delle operazioni effettivamente condotte). Il “contributo” proveniente dall’altra sponda dell’Atlantico non è meno considerevole. Nei primi sei anni dell’amministrazione Obama (“The Drone Presidency”), gli Stati Uniti hanno stipulato accordi per vendere in tutto il mondo oltre 19miliardi di dollari in armamenti: più di ogni altra amministrazione americana dalla seconda guerra mondiale a oggi. A Washington è riconducibile il 33% delle vendite di armi a livello mondiale e il Medio Oriente rappresenta la principale destinazione di una larga maggioranza di esse (con l’Arabia Saudita e Emirati Arabi Uniti in cima alla lista delle esportazioni e l’Iraq e l’Egitto tra i primi dieci mercati). Particolarmente devastanti sono stati gli effetti delle bombe (in larga parte difabbricazione italiana) e dei missili forniti ai sauditi per la loro guerra in Yemen, dovepiù di 370 mila bambini rischiano al momento di morire di fame. Droni, visti dagli “altri” La questione dei droni armati nel contesto mediorientale richiede una particolare attenzione. Non disponiamo ancora di dati definitivi sull’impatto dei droni armati nella regione. È tuttavia acclarato che molte di queste operazioni sono effettuate senza il consenso dei Paesi interessati, né autorizzazioni del Consiglio di Sicurezza dell’Onu. Numerosi studi hanno inoltre mostrato che una percentuale elevata - pari in alcuni casi a circa il 90% del totale - degli omicidi extragiudiziali compiuti dai droni in alcune aree di paesi come l’Afghanistan, il Pakistan, lo Yemen e la Somalia era/è composta da civili(“morti collaterali”). Come notato da Audrey Cronin in Drones and the Future of Armed Conflict, in genere i gruppi terroristici non vengono sconfitti attraverso degli interventi militari, bensì quando si riesce a isolarli dalle comunità che possono potenzialmente sostenerli. Per molti versi la “guerra globale dei droni”, a cui anche la Cina sta contribuendo in modo considerevole, sta ottenendo l’effetto opposto. Quanti sono a favore dell’uso dei droni, ha testimoniato Radhya al-Mutawakel, direttrice di un’organizzazione per i diritti umani (Mwatama) basata a Sana’a, “li descrivono come armi precise e tecnologicamente avanzate che limitano le possibilità di colpire civili. Noi, yemeniti, non siamo d’accordo. I droni non portano né pace né sicurezza. Portano morte, distruzione, sofferenza, perdita di vite umane e ne comportano un irreparabile stravolgimento per generazioni”. Sovente queste e altre considerazioni trovano scarso eco negli studi condotti sull’uso di varie armi (droni armati inclusi) esportate nella regione. Non pochi di questi lavori sono risultati essere fortemente influenzati da donatori privati mossi da specifici interessi . Cui prodest? È lecito chiedersi - da una prospettiva comparata che tenga conto del retaggio storico della regione - se queste politiche abbiano portato un qualche beneficio, o una sia pur limitata stabilizzazione della regione. Una delle possibili risposte è rintracciabile nei dati forniti dal Dipartimento di Stato degli Stati Uniti, stando ai quali gli “incidents of terrorism” verificatisi dall’inizio della “guerra al terrore” (2001) sono aumentati del6500 per cento: la metà di essi sono avvenuti in Afghanistan e Iraq. Ciò appare ancor più significativo qualora si consideri che, come confermato dalRapporto Chilcot, l'intervento in Iraq - la cui destabilizzazione ha avuto un “effetto terremoto” sull’intera regione - era “unnecessary”, le base giuridiche per l’azione militare erano “far from being satisfactory” e la principale giustificazione per l’attacco (possesso di armi di distruzione di massa) era fondata su dati fallaci. Troppo spesso i nostri media - e di riflesso larga parte dell’opinione pubblica - tendono ad avvicinarsi alle lacerazioni che stanno interessando il Mediterraneo meridionale e orientale come qualcosa che riguarda popoli e paesi lontani, assuefatti a convivere con il terrore e in larga parte slegati dal “nostro” presente e passato. È necessario superare questa segregante interpretazione che divide la “nostra storia” dalla “loro storia”, aprendo la strada a un approccio più umile verso i popoli della regione e il loro carico di sofferenza. Lorenzo Kamel è responsabile di ricerca allo IAI e Marie Curie Experienced Researcher al Freiburg Institute for Advanced Studies (FRIAS). Libri più recenti: ‘Arab Spring and Peripheries’ (Routledge 2016) e ‘Imperial Perceptions of Palestine: British Influence and Power in Late Ottoman Times’ (I.B. Tauris 2015), finalista del Palestine Book Award 2016. | ||||||||
lunedì 22 agosto 2016
Turchia: gli assestamenti per nuove prospettive
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lunedì 1 agosto 2016
Iraq: prospettive sempre inquietanti
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giovedì 28 luglio 2016
Turchia: strascichi del colpo di stato
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La stagione delle purghe Tuttavia, la reazione del governo al fallito putsch sta assumendo forme e proporzioni preoccupanti. Le autorità hanno ordinato l’arresto di oltre 13.000 cittadini turchi – fra soldati, poliziotti e magistrati - sospettati di essere coinvolti nel golpe. Negli ultimi giorni sono state chiuse centinaia di scuole e università, e sciolti quasi 1400 fra sindacati, fondazioni e associazioni. Inoltre, più di 50.000 dipendenti pubblici sono stati licenziati o sospesi dal servizio. Le misure emergenziali adottate includono la possibilità di estendere i fermi di polizia per 30 giorni, senza dover procedere ad alcuna incriminazione. Sono inoltre numerose le accuse di gravi maltrattamenti cui sarebbero stati sottoposti gli accusati, ad alcuni dei quali sarebbe stata negata la possibilità di interloquire in privato col proprio difensore, o di informare i parenti del proprio arresto. Particolarmente preoccupante è poi l’intenzione manifestata dal governo turco di voler reintrodurre la pena di morte. I limiti imposti dal diritto internazionale dei diritti umani Nonostante le difficili circostanze in cui versa il paese, le autorità turche incontrano dei limiti ben precisi nell’individuare il tipo di provvedimenti necessari a ristabilire l’ordine. Detti limiti derivano dai numerosi trattati sul rispetto dei diritti umani che il governo turco ha sottoscritto nel corso degli anni, fra cui spicca proprio la Convenzione europea sui diritti umani. Va innanzitutto precisato che l’articolo 15 non dà carta bianca rispetto alle misure emergenziali che è possibile introdurre. Queste debbono essere necessarie e proporzionali, ossia realmente utili a porre un freno all’emergenza e commisurate alla minaccia cui si deve far fronte. La sospensione di diritti il cui esercizio non ha alcuna connessione con il mantenimento dell’ordine pubblico non sarebbe dunque ammissibile. Lo stesso articolo contiene inoltre una lista di diritti che non possono mai essere soggetti a sospensione, neanche in situazione di emergenza pubblica. Vi rientrano il diritto a non essere privati arbitrariamente della vita, il divieto di tortura e di pene o trattamenti inumani o degradanti, e il principio nulla poena sine lege, in virtù del quale nessuno può essere condannato a una pena più grave di quella applicabile al momento del compimento del reato. Qualora realmente verificatisi, molti dei trattamenti cui sarebbero stati sottoposti gli individui incarcerati risulterebbero in violazione della Convenzione. Pena di morte Ci si chiede se agli autori del tentato golpe possa essere comminata la pena di morte. Va innanzitutto ricordato che nel 2004 la pena capitale è stata abolita dall’ordinamento turco (anche in tempo di guerra), nel quadro delle riforme legislative sollecitate dall’Unione Europea per permettere l’ingresso del paese nell’organizzazione. Inoltre, nel 2006 la Turchia ha ratificato il Protocollo n. 13 alla Convenzione Europea, che vieta l’imposizione e l’applicazione della pena di morte in qualsiasi circostanza, e che rende tale divieto inderogabile. La Turchia potrebbe ovviamente denunciare il Protocollo n. 13 o l’intera Convenzione, sciogliendosi dagli obblighi che impongono. Tuttavia, l’art. 58 della Convenzione stabilisce che lo Stato che intenda denunciarla debba dare un preavviso di sei mesi, e che comunque andrebbero considerati “coperti” dalla Convenzione tutti gli atti avvenuti prima che la notifica di denuncia abbia effetto. Si aggiunga a questo che l’imposizione della pena capitale costituirebbe una flagrante violazione del principio inderogabile nulla poena sine lege. Inoltre, la Corte Europea dei diritti umani ha chiarito in una recente sentenza che l’applicazione della pena di morte in Europa è contraria alle norme internazionali sui diritti umani perché incompatibile col divieto di tortura. Tale divieto è vincolante a prescindere dalla partecipazione ai trattati sui diritti umani. In buona sostanza, ci sono ragioni sufficienti per credere che una condanna a morte dei golpisti rappresenterebbe una violazione del diritto internazionale da parte della Turchia. Numerosi paesi hanno espresso apprensione per le misure repressive adottate, suscitando tuttavia reazioni irritate da parte delle autorità turche. Lo stesso Alto commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani, pur dando atto alle autorità e alla popolazione turca di aver sventato il golpe, ha ricordato come la risposta del paese debba essere in linea con gli standard in materia di diritti umani, che vanno rispettati anche nel punire gli autori del tentato putsch, garantendo loro l’incolumità fisica e il rispetto dei principi dell’equo processo. D’altro canto, non ha di certo giovato alla causa di chi invoca moderazione il comportamento del governo francese, che negli scorsi mesi ha ritenuto di dover derogare alla Convenzione europea per far fronte alla minaccia terrorista, circostanza che le autorità di Ankara non hanno mancato di sottolineare. Emanuele Sommario è ricercatore in diritto internazionale presso la Scuola Superiore Sant'Anna. | ||||||||
giovedì 21 luglio 2016
Siria: non si vede la luce in fondo al tunnel
sabato 9 luglio 2016
La Guerra del Golfo. Il Rapporto Chilcot
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Le azioni di Washington e Londra, prosegue il rapporto, hanno minato l’autorità del Consiglio di Sicurezza dell’Onu e gettato l’Iraq nel caos: un esito che, secondo le conclusioni dell’inchiesta, era largamente prevedibile. All’indomani della pubblicazione del rapporto i maggiori media britannici, su tutti Bbc eGuardian, hanno prontamente denunciato le scelte dell’ex premier Tony Blair, omettendo tuttavia di ricordare l’ampio appoggio mediatico che essi stessi hanno fornito nel 2003 a supporto dell’intervento militare. Cause versus sintomi A tredici anni di distanza dallo scoppio della Guerra in Iraq, il Paese è alle prese con un’ennesima fase di transizione. L’autoproclamatosi “stato islamico” riveste in essa un ruolo mediaticamente centrale, che in alcuni casi non aiuta a fare chiarezza su divergenti interessi e un complesso vissuto locale. Il “califfato” continua a distribuire copie dei testi del fondatore del wahhabismo Ibn ʿAbd al-Wahhab nelle aree dell’Iraq e della Siria sotto il suo controllo e si rifà a molte delle sue tesi più influenti, incluso l’obbligo per tutti i fedeli di giurare fedeltà a un singolo leader musulmano, preferibilmente un califfo. Da un punto di vista ideologico lo “stato islamico” ha dunque radici riconducibili in larga parte al wahhabismo e al retaggio storico saudita. Da un punto di vista più pratico, tuttavia, l’ascesa dello “stato islamico”, finanziato in maniera consistente con fondi provenienti dal Golfo, è in larga parte il sintomo (non la causa) di un malessere covato a partire dal 2003 e intensificatosi negli anni a seguire. Nel contesto iracheno, per larga parte del XX secolo l’identità confessionale ha ricoperto un ruolo marginale o secondario. Fanar Haddad, autore di Sectarianism in Iraq: Antagonistic Visions of Unity, ha notato che prima del 2003 un senso di appartenenza a una identità sunnita “semplicemente non esisteva”. Dopo il 2003, le “politiche identitarie sono diventate la norma piuttosto che un’anomalia, in quanto sono parte di un sistema. A confermarlo è il fatto che la prima istituzione creata nel 2003 a seguito dell’occupazione militare è stata l’Iraq Governing Council - esplicitamente basato su criteri confessionali”. Da allora, la componente sunnita locale ha subìto un crescente processo di marginalizzazione e continue vessazioni che hanno avuto nella pulizia etnica del 2006-2007 - quando molti sunniti furono obbligati a lasciare Baghdad in favore della provincia di Anbar - uno degli episodi più significativi. Hezbollah sunnita Su un piano ideologico, l’ascesa dello “stato islamico” ha rappresentato in questo senso una significativa valvola di sfogo per una percentuale rilevante di sunniti. Si tratta, mutatis mutandis, di un “processo storico” che per alcuni aspetti ricorda l’ascesa di Hezbollah nel Libano degli anni Ottanta, quando la componente sciita locale decise di reagire a una radicata e crescente situazione di marginalizzazione e sotto rappresentanza. Qualsiasi strategia finalizzata a porre fine allo “stato islamico” e ai crimini contro l’umanità di cui continua a macchiarsi dovrà dunque essere basato sulla consapevolezza che esso rappresenta il sintomo di un problema strutturale. Una soluzione sostenibile dovrà quindi passare per un sistema inclusivo che incoraggi alleanze politiche che travalichino la divisioni etniche e religiose. In caso contrario, anche qualora scomparisse lo “stato islamico” rimarrebbero intatte le condizioni che ne hanno reso possibile l’ascesa. A ciò si aggiunga che ulteriori ingerenze esterne - incluse le armi fornite da Mosca e Teheran, nonché le bombe e i droni, soprattutto statunitensi, inglesi e tedeschi, che continuano a provocare la morte di un ampio numero di civili in Iraq e nel resto della regione - non possono che rendere ancor più arduo l’obiettivo dell’inclusività e rappresentano un aiuto significativo a gruppi come lo “stato islamico” nella loro opera di reclutamento di giovani rancorosi. Oltre l'isolamento dorato Nel contesto iracheno l’attenzione dei media internazionali e, di riflesso, dell’opinione pubblica è rivolta in larga parte alle azioni e alle strategie dello “stato islamico”, che da più parti viene percepito come il solo gruppo responsabile della conquista delle città sunnite poste a nord della capitale Baghdad. Ciò tuttavia rischia di semplificare un quadro locale più complesso, relegando numerosi altri gruppi jihadisti di primo piano - inclusi Jaysh Rijal al-Tariqa al-Naqshbandia, al-Majlis al-Askari al-Amm li-Thuwwar al-Iraq, Ansar al-Islam - al ruolo di comparse. A ciò si aggiunga che rivolgere una quasi esclusiva attenzione allo “stato islamico” (o alla recente “liberazione di Fallujah”, scandita dai massacri compiuti dalle milizie a maggioranza sciita di Al-Hashd Al-Sha'abi) rischia di porre in secondo piano problemi non meno strutturali come la corruzione e il cattivo funzionamento istituzionale che continua a destabilizzare l’Iraq. A fine aprile migliaia di attivisti (soprattutto sciiti) hanno abbattuto parte dei muri che recingono la Green zone, posta nel centro di Baghdad. Essa, costruita come presidio temporale dalle forze di occupazione statunitensi nel 2003 per proteggersi da incursioni esterne, è rimasta intatta anche dopo il loro ritiro. L’élite irachena continua a investire ingenti quantità di denaro pubblico all’interno della Green zone per garantire a se stessa e alle proprie famiglie elevati standard di vita (macchine, ville, sistemi di sicurezza). Un Iraq pacificato dovrà necessariamente passare (anche) attraverso la fine di questo “isolamento dorato”, obbligando le élite al potere a rispondere delle proprie azioni e a condividerne gli oneri con la popolazione locale. Lorenzo Kamel ha pubblicato "Arab Spring and Peripheries" (Routledge 2016) e "Imperial Perceptions of Palestine: British Influence and Power in Late Ottoman Times" (selezionato nella cinquina finalista del Palestine Book Award 2016). |
mercoledì 29 giugno 2016
Giordania: elezioni il 20 settembre 2016
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Gli Ikhwan di Amman si confronteranno con gli effetti della crescente frammentazione politica: le tre Fratellanze hanno molti nodi da sciogliere, come il rapporto di subalternità del partito (Islamic Action Front, Iaf) nei confronti dell’associazione caritatevole e la dicotomia fra East-Bankers (transgiordani) e palestinesi che riflette l’irrisolta questione dell’identità giordana. Tra afflusso di profughi siriani, crisi finanziaria e pressione islamista, il baricentro dello stato di sicurezza giordano è in continuo riposizionamento, tra pulsioni interne e minacce regionali. Amman e gli altri Fratelli La vicenda dei Fratelli Musulmani in Giordania è sempre stata una storia a parte, che non rientra né nel paradigma egiziano-saudita (esclusione-repressione), né in quello integrato del Marocco (dove il Pjd guida dal 2011 un governo di coalizione). Dal 1993, anno di nascita dello Iaf, i Fratelli Musulmani giordani hanno diviso, su richiesta della monarchia, le attività di predicazione ed educazione (dawa, tarbiyya, di competenza dell’associazione), da quelle della politica (siyyasa, delegate al partito). Nel Congresso appena conclusosi, anche i Fratelli tunisini di Ennahda hanno sancito questa suddivisione: seppur nella specificità dei due contesti, il partito tunisino si propone dunque di percorrere la medesima strada, ma dovrà evitare di ricadere nelle contraddizioni che in Giordania hanno ingabbiato la dialettica interna allo Iaf, favorendo il boicottaggio elettorale. Le tre Fratellanze Oggi, la tendenza più vistosa nella Fratellanza giordana è la frammentazione politica, nel rispetto però delle ˊlinee rosseˋ del sistema monarchico, con il quale gli Ikhwan hanno un rapporto assai dialettico dalla metà degli anni Ottanta. Almeno tre soggetti si contendono il ruolo di legittimo rappresentante della Fratellanza Musulmana: il movimento originale fondato nel 1942 (ora privo di licenza), la Società dei Fratelli Musulmani (registrata nel 2015 e non affiliata alla casa madre) e l’iniziativa riformatrice Zamzam. In questo quadro, il Consiglio dei Saggi, formato da fuoriusciti dello Iaf, ha cercato invano di ricucire lo strappo, anche generazionale, con la Società. Nel 2012, i promotori transgiordani (poi espulsi) della cosiddetta Zamzam initiative elaborarono una proposta riformatrice alternativa, a sostegno di una concezione civica e partecipativa dello stato (dawlamadaniyya), mettendo al centro sensibilità e temi ˊpan-giordaniˋ. Questa riflessione su Islam e pluralismo, pronta a cooperare con soggetti altri (sinistra, liberali), è poi sfumata al crescere delle proteste, ma si riaffaccia ora alla vigilia del voto. I gruppi che guardano alla Fratellanza potrebbero presentarsi divisi alle elezioni, allontanando però il tradizionale spettro del boicottaggio. Zamzam e la neo-registrata Società (più dialoganti, “nazionali” e a prevalenza transgiordana) si sono subito dichiarati a favore della partecipazione; l’Islamic Action Front, il partito afferente al nucleo originario degli Ikhwan (più intransigente, “internazionalista” e a maggioranza palestinese) ha successivamente deciso, a schiacciante maggioranza interna, di presentarsi alle urne. La monarchia auspica che il ˊmarchioˋ dei Fratelli Musulmani partecipi alle elezioni: una strategia che è insieme di legittimazione interna e internazionale. Complice il conflitto siriano, Amman ha alzato la guardia sul fenomeno jihadista: dopo gli arresti del 2014 a Maan, una cellula del sedicente Stato Islamico è stata smantellata a Irbid in marzo, portando all’arresto di nove persone. Sicurezza prima di riforme Secondo gli emendamenti costituzionali appena approvati dalla Camera bassa, re Abdullah sceglierà i membri della Corte Costituzionale e il capo della forza di polizia militare (per il controllo del dissenso interno) senza esame parlamentare: di fatto era già così, ma ora vengono meno i contrappesi formali. Inoltre, non è più prevista la contro-firma del primo ministro o dei ministri sui decreti reali. Queste misure sono in apparente contrasto con quelle del 2011, quando la monarchia optò per timide aperture in senso costituzionale, conferendo maggiori poteri al Parlamento. L’intrecciarsi costante di minacce esterne e interne scandisce le regole e i tempi dello stato di sicurezza giordano: la sicurezza nazionale sembra ora prevalere sul processo di riforma politica. Tuttavia, la legge elettorale del 2015 introduce elementi di novità, come la ripartizione proporzionale a livello provinciale che potrebbe favorire l’aggregazione in liste, pur nel mantenimento del voto per appartenenza tribale. Eleonora Ardemagni è analista di relazioni internazionali del Medio Oriente. Gulf Analyst, Nato Defense College Foundation, collaboratrice di Aspenia e Ispi. Autrice di “The Importance of Being Local. Framing AQAP’s intra-jihadi Hegemony in Yemen”, Italian Team for Security, Terroristic Issues and Managing Emergencies (ITSTIME), UniversitàCattolica, Milano. Paolo Maggiolini è Research Fellow all’interno del Programma Mediterraneo e Medio Oriente presso l’Istituto Italiano per gli Studi di Politica Internazionale (Ispi) e collabora con le attività del corso di Storia e Istituzioni dell’Asia presso l’Università Cattolica di Milano. Si occupa del rapporto tra religione e politica all’interno dell’area mediorientale e mediterranea, con particolare attenzione ai contesti di Israele, G |
martedì 28 giugno 2016
Nuovi orizzonti nelle alleanze in Medio Oriente
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Stando infatti a quanto riportato dal quotidiano israeliano “Haaretz”, già sei anni fa il direttore del “Mossad” si sarebbe incontrato in Arabia Saudita con i vertici dell’intelligence e della difesa sauditi per pianificare una possibile opzione militare per fermare il programma nucleare di Teheran, mentre secondo quanto riportato dalla rivista statunitense “The Atlantic”, tra il 2014 ed il 2015 rappresentanti dei due Paesi avrebbero avuto dei colloqui “riservati” sempre allo scopo di valutare le eventuali contromisure da adottare per contrastare i progetti atomici iraniani. Inoltre, lo scorso anno l’ex-Ambasciatore israeliano a Washington Dore Gold e l’ex-Generale saudita Anwar Bin Eshki hanno poi partecipato ad una conferenza organizzata dal “Council on Foreign Relations” nel corso della quale entrambi hanno sottolineato i rischi che presenta per la regione la politica seguita dal regime iraniano, tanto che lo stesso Gold ha auspicato che le differenze tuttora esistenti tra Riad e Gerusalemme possano essere superate negli anni a venire. I contatti sono andati intensificandosi a inizio di gennaio dopo la rottura delle relazioni diplomatiche tra Arabia Saudita e Iran innescata dall’esecuzione del predicatore sciita Nimr al-Nimr da parte di Riad. Non a caso pochi giorni dopo la rottura tra Teheran e Riad, Dore Gold, divenuto direttore generale del Ministero degli Esteri israeliano, parlando ad una conferenza dell’“Institute of National Securities Studies” dichiarava come “Israele fosse in contatto con ogni Stato arabo”. Una dichiarazione alla quale faceva seguito quella del Ministro degli Esteri sudanese Ibrahim Ghandour per il quale un accordo di pace con Israele poteva ora anche essere preso in considerazione. Tiran e Sanafir La conferma della “cooperazione strategica” in corso tra Riad e Gerusalemme è arrivata ad aprile, quando l’Egitto ha restituito all’Arabia Saudita la sovranità su Tiran e Sanafir, due isole disabitate situate nel Golfo di Aqaba. Trasferite nel 1950 sotto il controllo egiziano - anche se il governo saudita non ne aveva mai ceduto la sovranità - per proteggerle maggiormente in caso di un eventuale attacco israeliano, le isole sono state occupate da Israele nel 1967 e poi restituite all’Egitto nel 1982 secondo le clausole degli accordi di Camp David. E la conferma di come tra Gerusalemme e Riyad sia in corso una sorta di “cooperazione strategica” per fronteggiare il regime di Teheran, è venuto lo scorso aprile dall’accordo con cui l’Egitto restituiva all’Arabia Saudita la sovranità su Tiran e Sanafir, due isole disabitate situate nel Golfo di Aqaba, un accordo che ha però suscitato forti proteste in Egitto in quanto considerato come un segno di debolezza da parte del Paese. Ora l’intesa raggiunta tra le quattro parti interessate - Egitto, Arabia Saudita, Israele e Stati Uniti - se da un lato permette al regime di al-Sisi di ottenere 16 miliardi di dollari d’investimenti da Riyad, dall’altro segna appunto un ulteriore segnale di distensione tra Israele ed Arabia Saudita, visto che il governo saudita ha dato formale assicurazione scritta che intende preservare il diritto per le navi israeliane di attraversare lo Stretto di Tiran che costituisce la sola via d’accesso alla città di Eilat, anche se, va sottolineato come in base all’articolo V dello stesso Trattato di Pace, lo Stretto di Tiran ed il Golfo di Aqaba devono comunque considerarsi acque internazionali aperte senza limitazioni alla navigazione. Svolta per la politica estera israeliana Sul piano geopolitico, il riavvicinamento tra Gerusalemme e Riad rappresenterebbe una svolta storica per la politica estera israeliana che fin dalla nascita dello Stato ebraico aveva stretto relazioni strategiche con l’Iran e considerato al contrario con ostilità il regno saudita vista anche la sua forte impronta religiosa wahabita. Ora però il quadro è radicalmente cambiato. Lo sviluppo del programma nucleare da parte del regime iraniano e l’appoggio che da tempo Teheran forniva al movimento sciita libanese degli “Hezbollah”, pur se appoggiato anche da Riyad nel corso del conflitto del 2006, hanno spinto Gerusalemme a riorientare la sua politica verso l’Arabia Saudita che, al pari di Israele, guarda con preoccupazione alla politica iraniana e con sfavore alle aperture attuate da Obama nei confronti di Teheran. Non è quindi un caso che in Israele, pur permanendo in alcuni commentatori lo scetticismo verso questa apertura nei confronti del regime saudita, l’atteggiamento dell’opinione pubblica stia cambiando, come dimostra un sondaggio realizzato lo scorso anno nel quale il 53% degli intervistati ritiene come sia oggi l’Iran il maggior pericolo per la sicurezza nazionale contro appena il 18% che invece considera l’Arabia Saudita una potenziale minaccia per lo Stato ebraico. Netanyahu riapre al piano di pace saudita Ed un’ulteriore segnale di apertura nelle relazioni tra i due Paesi è venuto dalla disponibilità espressa dal premier israeliano Benjamin Netanyahu a discutere il piano di pace saudita che riprende la proposta avanzata da Riad nel 2002 in base alla quale gli Stati arabi erano pronti a riconoscere Israele se questo si ritirava nei confini esistenti prima del 1967. Allora criticato da Israele, il piano avanzato oggi, secondo Netanyahu, contiene invece elementi positivi capaci così riaprire il dialogo israelo-palestinese. Tuttavia, pur accogliendolo positivamente Netanyahu, che poco prima aveva nominato alla Difesa l’esponente ultraconservatore Avigdor Lieberman, ha comunque affermato come il piano debba essere “revisionato” per tenere conto dei cambiamenti avvenuti nella regione in questi ultimi quattorici anni, una proposta che però è stata però respinta dal Ministro degli Esteri saudita Adel al-Jubeir. Nonostante i segnali positivi, gli analisti ritengono però che il percorso verso una normalizzazione completa dei rapporti rimanga comunque ancora lungo e numerose questioni dovranno essere risolte prima che si giunga ad un formale riconoscimento diplomatico tra i due Paesi. Rodolfo Bastianelli, giornalista e professore a contratto di storia delle relazioni internazionali, collabora con “L’Occidentale”, “Informazioni della Difesa”, “Rivista Marittima”, “Limes” ed “Affari Esteri”. Ha curato la politica estera per “Ideazione” e la rivista “Charta Minuta” della fondazione “Fare Futuro”. |
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