domenica 28 febbraio 2016

Siria: la frammentazione di una crisi

Medio Oriente
I mille fronti del conflitto siriano
Roberto Iannuzzi
22/02/2016
 più piccolopiù grande
Dopo alcuni mesi di apparente stallo, l’intervento russo in Siria sembra aver cambiato le sorti del conflitto. Con la copertura dell’aviazione di Mosca, le forze filo-governative hanno tagliato il cosiddetto “corridoio di Azaz” che permetteva ai ribelli di Aleppo di ottenere armi e rifornimenti dal confine turco. La porzione di città controllata dagli insorti è ormai quasi circondata.

Fonte: http://syria.liveuamap.com (le zone in giallo sono i curdi, in verde i ribelli, in rosa il regime, e in grigio l'Isis).

La successiva avanzata di forze curde dall’énclave di Afrin verso est ha ulteriormente compresso la sacca settentrionale di territorio ribelle, ormai irrimediabilmente separata dalla provincia di Idlib. Quest’ultima, ancora in mano alle forze anti-regime che controllano il confine con la provincia turca di Hatay, subisce la pressione delle forze lealiste che avanzano da Latakia.

Le truppe di Damasco hanno fatto progressi anche sul fronte sud, dove si sono impadronite della strategica città di Sheikh Maskin, mentre a est stanno lentamente avanzando verso Raqqa, capitale di Daesh, il sedicente califfato.

La reazione di Ankara e Riyadh
Questo improvviso rovesciamento di fronte ha suscitato l’allarme di Arabia Saudita e Turchia, principali sostenitori dei ribelli. I due paesi stanno rafforzando il coordinamento militare e hanno affermato di essere pronti a mandare truppe in Siria. Riyadh ha anche annunciato l’invio di propri bombardieri alla base turca di Incirlik.

I sauditi sono però già impantanati nel sanguinoso conflitto yemenita. Ben presto i responsabili militari del regno hanno chiarito che Riyadh potrebbe semplicemente inviare forze speciali nell’ambito di una coalizione internazionale a guida americana.

Diversi analisti hanno interpretato la proposta come un tentativo di forzare la mano a Washington, allo scopo di assemblare una forza multinazionale di terra. Quest’ultima, sbaragliando Daesh, potrebbe impadronirsi della Siria orientale e successivamente imporre una soluzione negoziale al presidente siriano Assad.

Sebbene al momento poco realistica, l’iniziativa saudita ha avuto l’effetto di inasprire le tensioni con Iran, milizie sciite irachene e regime di Damasco, che a vario titolo si sono detti pronti a contrastare militarmente qualsiasi presenza saudita sul suolo siriano.

Russia e Turchia, tensioni alle stelle
Allarme ben più immediato ha suscitato la prospettiva di un intervento turco, che si porrebbe in rotta di collisione con Mosca.

I russi stanno smantellando la rete di gruppi ribelli che Ankara ha coltivato per anni. Inoltre, l’avanzata curda verso est, favorita anch’essa dall’aviazione russa, pone il governo Erdogan di fronte alla possibile unificazione dell’énclave di Afrin con i territori curdi che vanno da Kobane ad Hasakah.

Una regione curda unificata sul proprio confine meridionale è vista da Ankara come una minaccia alla sicurezza nazionale turca. Per scongiurarla, il governo Erdogan ha ventilato la creazione di una “safe zone” in territorio siriano.

L’intervento militare turco a sostegno della “safe zone”implicherebbe però la possibilità di uno scontro armato fra la Russia e un paese membro della Nato.

Diversi esponenti dell’Alleanza Atlantica hanno fatto capire ad Ankara che non potrebbe contare sul principio della “difesa collettiva” previsto dall’articolo 5 nel caso in cui un’escalation con Mosca fosse il risultato di un’azione militare turca in territorio siriano.

La linea solitaria di Washington 
Ankara sembra perciò aver scartato un proprio intervento di terra che non rientri nel quadro di una più ampia azione a guida americana (attualmente non prevista), ma i risentimenti turchi nei confronti delle politiche della Casa Bianca sono sempre più aspri.

Obama considera prioritaria la lotta contro Daesh, principalmente tramite l’impiego di forze locali. Pur continuando ad affermare che Assad non rientra nel futuro della Siria, al momento egli ha posto in secondo piano l’obiettivo di rimuoverlo, che invece rimane essenziale per turchi e sauditi.

Inoltre, per contrastare il sedicente califfato Washington ha sostenuto militarmente l’Ypg, braccio armato dei curdi siriani appoggiato anche da Mosca, ma considerato da Ankara un’organizzazione terroristica legata al Pkk turco.

Il governo Erdogan ha attribuito proprio ai curdi siriani l’attentato che ha colpito la capitale lo scorso 17 febbraio, sebbene l’attacco sia stato successivamente rivendicato da una costola turca del Pkk. E l’artiglieria turca schierata sul confine ha ripetutamente bersagliato le forze curde in Siria.

Le Alleanze paradossali degli Stati Uniti 
Ci si trova perciò di fronte alla paradossale situazione in cui un membro della Nato bombarda un alleato americano in Siria. Il paradosso si spinge ancora oltre se si pensa che tra Azaz e Aleppo i curdi sostenuti dal Pentagono sono attualmente in conflitto anche con gruppi ribelli precedentemente armati dalla Cia.

Tali gruppi hanno spesso combattuto in stretto coordinamento con Al-Nusra, formazione affiliata ad Al-Qaeda. Per scongiurare una possibile “guerra civile” fra i ribelli, Washington ha suggerito di includere Al-Nusra nella recente proposta di tregua negoziata a Ginevra, incontrando le prevedibile opposizione di Mosca.

Nel sempre più intricato conflitto siriano, la linea della presidenza Obama sembra dunque scontentare sia alleati che avversari. D’altro canto l’intervento di Mosca ha certamente consolidato il regime, ma non è sufficiente a porre fine alle ostilità in assenza di una soluzione negoziale che rimane sfuggente.

In attesa di una tregua, il rischio che errori di valutazione e decisioni avventate provochino un’ulteriore espansione del conflitto rimane elevato.

Roberto Iannuzzi è ricercatore presso l’Unimed (Unione delle Università del Mediterraneo). È autore del libro “Geopolitica del collasso. Iran, Siria e Medio Oriente nel contesto della crisi globale (Twitter: @riannuzziGPC).
- See more at: http://www.affarinternazionali.it/articolo.asp?ID=3338#sthash.A2TKVBYs.dpuf

venerdì 26 febbraio 2016

Siria: tempi lunghi per una soluzione generale

Divampa la crisi siriana
Alessandro Ugo Imbriglia* 
L’eventuale interruzione dei bombardamenti condotti dalla Russia in Siria è prevista il 1 marzo. La data stabilita concederà a Mosca il tempo necessario per intensificare i raid nel nord del Paese, abbattere definitivamente l’opposizione degli insorti nazionalisti, scongiurare un compromesso diplomatico fra il regime e l’opposizione, garantendo un maggiore potere negoziale dopo la riconquista di Aleppo e del nord siriano. Considerando che nessuno vuole entrare in guerra con la Russia, le diplomazie arabe e occidentali hanno preso atto dell’intransigenza di Mosca senza opporre particolare resistenza. Dunque la Russia avrà il tempo per piegare le forze rivali. Probabilmente tra qualche settimana al tavolo dei negoziati si troveranno un regime rafforzato dalle vittorie, seppur parziali, sul fronte nord-occidentale e un’opposizione dilaniata, scacciata dagli avamposti nella città di Aleppo e Idlib. Decine di migliaia di persone hanno raggiunto Bab al Salama, zona di confine con la Turchia, il 9 febbraio 2016.  Parte della popolazione siriana  fugge dall’offensiva del governo e della Russia su Aleppo e ora è ammassata vicino alla frontiera ufficiale. La Turchia, che accoglie già due milioni e mezzo di profughi siriani, non ha ancora concesso il transito degli sfollati siriani sul suo territorio. Le forze governative, supportate dalle milizie iraniane e dai raid russi, stanno tentando di riacquisire il controllo sulla via che conduce verso nord e porta al confine turco. Si tratta di un punto di snodo fondamentale, l’unica tratta che è possibile percorrere per chi ancora si trova ad Aleppo. Se il regime dovesse ottenere il pieno controllo su questa via di transito, si verificherebbe un esodo di enormi proporzioni: centinaia di migliaia di persone si riverserebbero lungo la linea di confine. Gli Stati Uniti si tengono defilati dall’attuale contesto siriano. Washington non vuole essere coinvolta in Medio Oriente, poiché i punti nevralgici della politica estera statunitense non sono più in gioco nella regione che fino a qualche anno fa ricopriva un ruolo di precipua importanza. Oggi il patto sul nucleare concordato con gli iraniani, consente a Washington di dialogare non solo con Riyad, ma con la stessa Theran. Una situazione di equilibrio tra le forze sciite e quelle sunnite consentirebbe agli Stati Uniti di concentrare il proprio soft power sulla zona del Pacifico; la svolta asiatica degli americani è attestata dal più grande accordo di libero scambio raggiunto nella storia recente, il trans-pacific partnership. Nel contempo i curdi siriani  approfittano dei bombardamenti russi contro i ribelli e conducono un intenso attacco contro gli oppositori al regime, poiché sono questi ultimi a controllare i punti di snodo fondamentali verso la regione anatolica turca. L’obiettivo dei curdi è estendere il loro controllo lungo la frontiera settentrionale del paese e occupare la fascia territoriale al confine con la Turchia. Le forze lealiste  hanno trovato nelle milizie curde un elemento di supporto fondamentale, poiché condividono un obiettivo: liberare la Siria occidentale dall’influenza turca e interrompere qualsiasi forma di ingerenza di Ankara sul suolo siriano. In risposta all’azione curda nella zona di confine, la Turchia  bombarda sistematicamente dal 13 febbraio le postazioni, perché non intende concedere al Kurdistan siriano la piena autonomia a pochi chilometri dalle terre dove vivono i curdi turchi, con i quali la tensione continua a crescere da diversi mesi. Nello stesso giorno l’artiglieria turca ha cominciato a colpire le milizie curde in Siria, e il giorno dopo Assad ha riferito alle Nazioni Unite che un centinaio di “soldati e mercenari turchi” hanno varcato il confine siriano. A quel punto le potenze occidentali hanno intimato alla Turchia di evitare lo sconfinamento entro il territorio siriano; quest’ultima ha immediatamente smentito qualsiasi genere di invasione in Siria. Il primo ministro turco Ahmet Davutoğlu ha dichiarato che non lascerà ai curdi la possibilità di assumere il controllo di Azaz, nel nord della Siria, al confine con la Turchia. I turchi chiedono anche ai curdi di ritirarsi dall’aeroporto di Minnigh, a  pochissimi chilometri dal confine e, in seguito all’intensificarsi dei bombardamenti russi,  hanno accusato Mosca di agire al pari di un gruppo terroristico. In un comunicato ufficiale Medici senza frontiere ha affermato che l’ospedale di Marrat è stato centrato da quattro missili nell’arco di pochi minuti. Si presume che l’attacco sia stato sferrato dall’aviazione di Mosca o dai velivoli delle forze lealiste, poiché la zona colpita è quella in cui operano da mesi i russi e i caccia governativi. Nelle stesse ore i bombardamenti hanno centrato due scuole adibite a strutture d’accoglienza per gli sfollati e un raid aereo ha colpito due cliniche, una pediatrica e l’altra ginecologica nella città di Azaz.

*sociologo del Mutamento e dei Sistemi Complessi. Analista dei Processi Organizzativi e dell’Industria Culturale. Laureato in Scienze Sociali Applicate: Lavoro, Formazione e Risorse Umane

E-mail ugo1990@hotmail.it

Siria: un passo avanti con il "cessate il fuoco"

(Dis)Accordo di Monaco

 Alessio Pecce*

L'accordo raggiunto a Monaco, capeggiato dai rappresentanti di Usa e Russia in collaborazione con il Syria Support Group, riguardo la cessazione delle ostilità in Siria nell'arco di una settimana, ha mostrato sin da subito alcuni limiti. Innanzitutto Assad ha dichiarato esplicitamente, durante un'intervista, di non volere fermare la propria offensiva e continuare di fatto l'azione militare nel nord del paese: le sorti di Assad sono fondamentali per la soluzione della crisi siriana e  le ideologie dei paesi coinvolti restano diametralmente opposte, ragion per cui il presidente siriano non viene menzionato nell'intesa. Gli accordi iniziali, inoltre prevedevano la stretta collaborazione/cooperazione militare fra gli Stati Uniti e la Russia, ma questi ultimi, dopo alcuni giorni hanno indebolito la “stretta di mano”, a partire dal ministro degli Esteri Sergej Lavrov, il quale ribadisce l'impossibilità delle interruzioni relative agli attacchi aerei. Tutto ciò comporterebbe un notevole passo indietro nella lotta allo Stato Islamico e all'organizzazione al-Nusra, anche se una telefonata tra Putin e Obama ha in parte rasserenato gli animi, ma risolto parzialmente la situazione. L'impasse è in parte dovuto alla strategia spregiudicata degli attori sauditi, i quali si dicono pronti nell'inviare truppe di terra in Siria, così come i turchi che persistono negli attacchi alle basi curde. La cosa più evidente dell'accordo, degna di essere menzionata, è l'inizio di una cooperazione strategico-militare tra Usa e Russia, attraverso cui si tenta di porre fine ai combattimenti per poter finalmente aprire i canali relativi agli aiuti umanitari  destinati alle città assediate e in altre zone critiche del paese. D'altra parte però le due potenze mondiali hanno visioni differenti in merito al conflitto siriano, poiché i russi stanno recuperando terreno su Assad e sono gli unici interlocutori in grado di far cambiare idea al presidente siriano, facendogli rispettare di conseguenza l'accordo. Per quanto riguarda la coalizione americana e quindi le forze anti-Assad, rimane eterogenea ma con forti elementi di criticità, così come l'intero e attuale scenario siriano. Indi per cui qualora gli aiuti umanitari dovessero raggiungere le zone più colpite, si tratterebbe di un successo, seppur iniziale. In ogni caso l'accordo di Monaco non è la soluzione al conflitto in Siria, ma può essere considerato un punto di partenza: vi è comunque il rischio che in un futuro non troppo lontano, i paesi coinvolti cercheranno in qualche modo di approfittare della situazione, fermo restando che la Turchia cerca di eliminare i curdi, considerati una minaccia  per il paese, ma non per gli Stati Uniti che li incorporano  nel piano di coalizione anti ISIS. L'accordo di Monaco vuole evitare che la crisi siriana si tramuti definitivamente in una vera e propria catastrofe umanitaria, accelerata dalle violenze quotidiane che spingono una vasto bacino di profughi ad allontanarsi dal paese. In tale contesto la Comunità Internazionale non può non reagire attraverso misure eccezionali: invio di forze armate, tavoli diplomatici, accordi internazionali.

Dottore magistrale in Scienze dello Sviluppo e della Cooperazione Internazionale. Specialista nella progettazione, gestione, valutazione e ricerca per conto di istituzioni politiche e sociali, organizzazioni economiche, imprese ed enti internazi

venerdì 19 febbraio 2016

La Nato ovunque

Immigrazione
Anche la Nato contro i trafficanti nell’Egeo 
Paola Sartori, Paola Tessari
16/02/2016
 più piccolopiù grande
I Ministri della Difesa dei Paesi Nato, riunitisi a Bruxelles l'11 febbraio, hanno approvato l'avvio di una missione alleata nel Mar Egeo con l'obiettivo di gestire il fenomeno migratorio, combattendo i trafficanti di uomini.

La decisione è stata presa a seguito di una richiesta di sostegno congiunta da parte di Germania, Turchia e Grecia per far fronte a quella che è stata definita dal Segretario Generale della Nato Jens Stoltenberg come “la più grande crisi migratoria dalla fine della Seconda Guerra Mondiale”.

Collaborazione Nato-Frontex
Secondo quanto affermato da Stoltenberg, la conduzione dell’operazione sarà affidata al Nato Standing Maritime Group 2, già presente nella regione e guidato da un comando tedesco. La flottiglia, al momento composta da tre navi, dovrebbe essere presto rafforzata grazie al contributo di altri Paesi dell’Alleanza.

Il Segretario Generale ha tenuto a sottolineare che non si tratterà di un’azione di respingimento dei migranti, ma di raccolta di informazioni essenziali allo smantellamento delle reti criminali coinvolte nel traffico di essere umani. Nel dettaglio, la missione avrà compiti di monitoraggio, sorveglianza e intelligence in cooperazione con le guardie costiere nazionali e Frontex. Un punto centrale dell’accordo prevede inoltre l’intensificazione della collaborazione nella zona di confine fra Turchia e Siria.

L'efficacia della missione nel frenare il traffico di esseri umani si vedrà solo con l’avvio delle operazioni, ma certamente essa rappresenta un passo importante per rafforzare la cooperazione nell'area. Nello specifico, infatti, il coinvolgimento della Nato e non dell’Ue ha consentito di raggiungere un accordo tra Grecia e Turchia che si sono impegnate a non violare le rispettive acque territoriali e spazi aerei.

Questa soluzione, rispetto ad una missione europea, ha il vantaggio di non urtare la sensibilità di Ankara con l'eventuale presenza di navi greche nelle acque turche. Dall’altro lato, la prevista cooperazione Nato-Frontex apre la strada a un maggiore coordinamento tra l’Alleanza e l’Ue.

Inoltre, il punto centrale dell’accordo prevede l’intensificazione della collaborazione per quanto riguarda attività di intelligence e sorveglianza nella zona di confine fra Turchia e Siria, una delle aree chiave per la rotta migratoria.

Cambio di rotta all’orizzonte?
Dopo che, negli ultimi anni, la linea d'azione Nato è stata guidata principalmente dalla crisi ucraina e dal conseguente deteriorarsi delle relazioni con la Russia, il lancio di questa operazione potrebbe far presagire un cambio di rotta.

L'adozione comune di un intervento mirato rappresenta un passo significativo, reso possibile dal raggiungimento di un rinnovato consenso basato su una percezione della minaccia condivisa. Questa missione rappresenta il riconoscimento del fatto che l'instabilità sul fianco sud ha ripercussioni per tutti gli Stati membri, e non solo sui Paesi del Mediterraneo e che per questo l'Alleanza è chiamata ad offrire maggiore supporto.

La missione assume quindi un alto valore simbolico. Certo, l'ambito di intervento è quanto meno inusuale per l'Alleanza, che per la prima volta agisce direttamente per far fronte alla crisi migratoria europea, ma risulta in linea col principio di un'azione alleata a 360 gradi e in grado di assolvere tutti e tre i core task definiti nel Concetto Strategico del 2010: difesa collettiva, gestione delle crisi e sicurezza cooperativa.

Berlino locomotiva anche della sicurezza europea?
La possibilità di un intervento Nato per pattugliare l'Egeo è stata invocata per la prima volta dalla Cancelliera tedesca Angela Merkel durante un incontro con il Primo Ministro turco Ahmet Davutoglu per discutere dell'emergenza migratoria, tenutosi l’8 febbraio ad Ankara.

Berlino ha così dimostrato di saper sostenere le proprie istanze di fronte agli alleati orientali che hanno finora mostrato un maggiore attivismo politico in grado di influenzare l'agenda dell'Alleanza verso il fronte sud. Da un lato, infatti, la Germania rappresenta la destinazione principale dei rifugiati che arrivano in Europa, dall'altra la Turchia si trova ad affrontare un massiccio afflusso di migranti al confine con la Siria.

In un momento in cui la leadership degli Stati Uniti all'interno della Nato risulta notevolmente ridotta, ed è crescente la richiesta da parte di Washington di maggiore impegno da parte dei Paesi europei per provvedere alla propria difesa e sicurezza, l’iniziativa tedesca risulta significativa.

Considerando inoltre l'incremento di risorse destinate alla Difesa, corrispondente a circa il 6% tra il 2015-2019, nonché il recente attivismo in materia di cooperazione militare, Berlino sta gradualmente assumendo un ruolo sempre più centrale nella sicurezza europea.

Promuovere il fianco sud a Varsavia
L’Italia che, come la Grecia e la Turchia, si trova ad affrontare in prima linea l'emergenza migratoria e le minacce provenienti dal Mediterraneo, ha accolto positivamente l’iniziativa della Nato nel Mar Egeo. Non solo, il Ministro della Difesa Roberta Pinotti, dopo aver espresso approvazione per il nuovo impegno dell’Alleanza, ha auspicato che lo stesso in futuro possa essere esteso anche alle acque vicine alla Libia. A tal fine proprio il vertice di Varsavia in programma a luglio potrebbe rappresentare l’occasione per promuovere un più opportuno bilanciamento tra fianco est e fianco sud.

Il Summit in programma offre l'opportunità agli Alleati meridionali di definire una chiara strategia Nato rispetto all’instabilità e alle minacce alla sicurezza provenienti dalla regione del Mediterraneo. Questa, oltre alla rimodulazione degli Standing Maritime Groups, dovrebbe prevedere l'aggiornamento dell'ormai datata Alliance Maritime Security Strategy nonché la definizione di forme di cooperazione più strutturate con l'Ue.

Al riguardo, è importante che attraverso una chiara formulazione dei mandati vengano evitate inutili sovrapposizioni tra le diverse missioni dell'area - Active Endeavour, Triton, Eunavformed e Mare Sicuro - e venga promossa invece una crescente sinergia.

Dopo che il vertice del Galles del2014 era stato praticamente monopolizzato dalle questioni orientali, grazie anche all'attivismo dei Paesi dell’Est europeo, i membri del fianco sud dovranno superare le divergenze nazionali e agire come un fronte compatto per riuscire a promuovere le loro istanze in seno alla Nato.

Paola Sartori è assistente alla ricerca del Programma Sicurezza e Difesa dello IAI, twitter @SartoriPal.
Paola Tessari è ricercatrice del Programma Sicurezza e Difesa dello IAI, twitter @paola_tessari
.
  - See more at: http://www.affarinternazionali.it/articolo.asp?ID=3330#sthash.9L4ejrfv.dpuf

Siria: qualche possibilità di soluzione

Medio Oriente
Siria, miraggio di tregua
Francesco Bascone
16/02/2016
 più piccolopiù grande
L’accordo raggiunto al vertice di Monaco che prevede una tregua in Siria a partire dal 19 febbraio mostra sin dal nascere la sua fragilità.

Sul campo le operazioni militari non accennano a rallentare su vari fronti, provocando anche pesanti danni collaterali come quelli agli ospedali di medici senza Frontiere colpiti domenica.

L'avanzata dell'esercito siriano verso Aleppo, grazie all'aiuto russo, farà finalmente comprendere a Washington e ai suoi alleati che la fine della guerra civile non passerà attraverso l'estromissione di Bashar al-Assad?

Una richiesta certo moralmente legittima, ma miope sul piano della Realpolitik che nei giorni scorsi a Monaco è apparsa sfumata nelle prese di posizione del Segretario di Stato John Kerry, ma è stata ribadita dal Ministro degli Esteri saudita e da molti altri intervenuti.

Se questa pre-condizione non avesse paralizzato per anni la politica di noi occidentali (non solo gli Usa), si sarebbero potute salvare almeno centomila vite umane ed evitare l'esodo di milioni di rifugiati verso i paesi vicini e verso l'Europa.

È vero che i successi militari dei ribelli potevano far apparire plausibile l'ipotesi - caldeggiata da Ankara e dalle monarchie del Golfo - di una sconfitta del regime di Damasco, e che quest'ultimo ha potuto evitarla solo ricorrendo a brutali bombardamenti senza riguardo per la popolazione civile, a costo di gonfiare le file degli insorti e quelle dei profughi.

Questa spietata reazione non era però imprevedibile. Il regime controllato dalla minoranza alawita degli Assad sa, dopo decenni di repressione contro i Fratelli Musulmani, che una sconfitta significherebbe l'annientamento. Massacri e pulizia etnica, in caso di vittoria dei jihadisti, colpirebbero inoltre i cristiani (circa il 10% della popolazione).

L’intervento russo in Siria
L'intervento russo ha cambiato le carte in tavola? Anche questo era prevedibile, per almeno due ragioni. Primo: a Tartus la Russia ha l'unico punto di appoggio navale in tutto il Mediterraneo, e non intende perderlo. Secondo: l'instaurazione di un regime jihadista consolidato su gran parte del territorio siriano destabilizzerebbe tutto il Medio Oriente, con ricadute sul Caucaso russo.

Per questo secondo aspetto, la pericolosità dell’autoproclamatosi “Stato Islamico”, l'interesse strategico di Mosca coincide con quello dell'Occidente. Influenzati dall’alleato turco e dagli sceicchi, molti governi occidentali stentano però a riconoscere questa comunanza e preferiscono puntare il dito contro il Cremlino per il pesante collateral damage dei suoi bombardamenti contro i ribelli.

In questa polemica, alla pietà per i civili siriani si mescola il risentimento per il colpo di mano in Crimea e per l'azione militare russa in Ucraina orientale. Che i russi ci accusino di tornare a una sindrome da “guerra fredda”, come ha fatto il Primo Ministro Medvedev a Monaco, non può sorprendere chi ha ascoltato gli interventi del Senatore McCain e altri.

Se entrambe le parti si ricordassero che la priorità delle priorità è abbattere lo “stato islamico” dovrebbe apparire naturale convergere su questo comune denominatore facendo simmetrici passi indietro sui punti di disaccordo: gli uni sulla pregiudiziale dell'uscita di scena di Assad, gli altri sulle azioni belliche contro quei gruppi ribelli che hanno, a ragione o a torto, l'appoggio dei paesi Nato.

Tregua, non nella lotta al Califfato
Qui il discorso si complica. Statunitensi e russi sono d'accordo che la tregua non si applichi allo “stato islamico” e neanche al fronte Al-Nusra, che fa capo a al-Qaida. Difficilmente Mosca e Damasco accetteranno di frenare l'avanzata su Aleppo astenendosi dal colpire altre milizie islamiste foraggiate da Riad, o i ribelli turkmeni sostenuti da Ankara, o gli insorti “moderati” approvvigionati dagli Usa di armi che spesso finiscono poi nelle mani dei jihadisti.

Ai russi si rimprovera di colpire tutte queste formazioni invece di concentrare gli attacchi aerei sullo “stato islamico”, ma al tempo stesso un paese Nato bombarda i curdi, principali alleati sul terreno nella lotta contro il “Califfato”.

Difficile quindi immaginare un'intesa sugli obiettivi legittimi delle azioni militari, come pure una adesione simultanea e completa di tutte le parti ad un cessate il fuoco, a meno di un dettagliato accordo russo-statunitense che richiederebbe grande fermezza da parte di Washington verso la Turchia e le monarchie del Golfo. Comprensibilmente, Mosca chiede un coordinamento fra i propri comandi militari e il Pentagono. Quest’ultimo è però riluttante.

D'altra parte una linea attendista, accompagnata da condanne verbali per le operazioni militari russe in Siria, non solo prolungherebbe il conflitto, ma rischierebbe di produrne l'allargamento: nuovi successi militari dei governativi, o addirittura una (di per sé auspicabile) marcia su Raqqa con l'aiuto di russi e iraniani, prefigurerebbero un rafforzamento duraturo dell'influenza di questi attori sulla regione e spingerebbero i sauditi ad intervenire in modo più diretto e più massiccio. È ciò che la Turchia fa sin d'ora apertamente, intensificando gli attacchi contro le milizie curde in Siria ed estendendoli alle forze di Assad.

Rischio nuovo guerra fredda
Il rovesciamento di Saddam Hussein e di Ghaddafi hanno avuto conseguenze che non erano state calcolate ma non erano imprevedibili. Così pure la destabilizzazione del regime siriano praticata da alcuni stati sunniti, nell'indifferenza degli Stati Uniti, già prima del 2011 e intensificata in seguito. Dagli errori si può, si deve imparare. Altrimenti un domani ci si dirà che l'allargamento del conflitto e la deriva verso una nuova guerra fredda nel 2016 non si potevano prevedere.

Nessuno ha la ricetta per mettere rapidamente fine alla guerra civile in Siria. Un’intesa Russia-Usa, sacrificando le note pregiudiziali e le velleità degli alleati regionali, sarebbe però un passo nella giusta direzione. La consapevolezza del convergente interesse ad affrontare in modo decisivo lo “stato islamico" dovrebbe fungere da catalizzatore.

Francesco Bascone è Ambasciatore d’Italia.
- See more at: http://www.affarinternazionali.it/articolo.asp?ID=3329#sthash.fZtJARQn.dpuf

venerdì 5 febbraio 2016

Siria: negoziati infiniti

Siria
Ginevra III, i negoziati saltati in fretta
Laura Mirachian
05/02/2016
 più piccolopiù grande
Arriviamo così a Ginevra III. Precedute dall’ingente massacro rivendicato dall’Isis nei pressi della Moschea sciita di Saida Zeinab a Damasco, una vera meraviglia dell’arte e della religiosità islamica, sono infine giunte a Ginevra le fazioni belligeranti per l’avvio degli attesi ‘negoziati’ sotto l’egida dell’Onu.

Negoziati, o quantomeno ‘proximity talks’, il metodo ricorrente di colloqui separati con un mediatore terzo allorché le parti in causa non siano predisposte a sedersi allo stesso tavolo. Quasi subito, l’Inviato Speciale dell’Onu Staffan De Mistura ha dovuto deciderne la sospensione, indicando il 25 febbraio per la ripresa.

Delegazioni difficili da formare 
Ricorrente, nelle grandi crisi, è altresì la tattica dei protagonisti locali-e-non di porre delle pregiudiziali (pur fondate, se trattasi di urgenti aiuti umanitari da convogliare a villaggi affamati come Madaya) ai colloqui stessi.

Il primo giorno De Mistura non ha potuto che qualificare come ‘visita di cortesia’ il suo primo incontro con la delegazione dell’Alto Comitato Negoziale dell’opposizione. E non ha potuto che constatare che, scartati Al-Qaida e Isis riconosciuti da tutti come terroristi, permane il nodo se accettare o meno formazioni come Ahrar al-Sham e Jaish al-Islam, che per Assad, Russia e Iran sono terroristi ma non lo sono affatto per Arabia Saudita e Turchia/Qatar.

Ciò che non ha impedito a Mohamed Zahran Alloush, esponente di primo piano di Ahrar al-Sham, di manifestarsi a Ginevra reclamando la guida dell’intera delegazione dell’opposizione. La diatriba su chi abbia diritto all’invito dell’Onu non stupisce, considerando che in dicembre a Riad, cui l’occidente ha affidato il compito di compilare una lista unitaria dell’opposizione, sono confluiti oltre 100 esponenti di fazioni in armi o all’estero, e anche Damasco ha compilato una propria lista.

Così come i curdi, riunitisi a Rmilian, nel nord-est siriano, convenendo su una piattaforma laica e un progetto dichiarato di autonomia.

Ma la delegazione curdo-siriana, l’Unione Democratica PYDed il suo braccio armato Ypg, giunta in anticipo su tutti sperando in un invito al tavolo, è ripartita con il viatico di un vago ‘si vedrà’ per il veto della Turchia che li considera terroristi al pari del Pkk.

Un vero paradosso, visto che da anni i curdo-siriani stanno combattendo sul terreno l’Isis sorretti dai raid della Coalizione a guida americana. Si vedrà. Nell’imbarazzo, Washington ha considerato opportuno inviare un suo rappresentante a Kobane.

Un terzo fattore ricorrente è l’attivismo militare delle parti in concomitanza con l’avvio delle trattative. Bombardamenti e assedi servono ad acquisire territori da mettere sul tavolo quando si tratterà di organizzare la “nuova Siria”. Di cui, peraltro, testi e dichiarazioni ufficiali continuano a prefigurare l’integrità territoriale.

Rafforzato attivismo delle forze di Assad
Oltre alla citata eclatante azione terroristica dell’Isis contro Saida Zeinab, si registra il rafforzato attivismo delle forze di Assad e filo-Assad inteso a sgomberare il campo da combattenti Isis e non-Isis nelle aree di Latakia, Homs, Hama, Aleppo, ma anche nel sud a ridosso di Israele, e a est intorno a Der-er-Zoor, verosimilmente calcolandone il più prezioso valore strategico ed economico rispetto alle zone desertiche protese verso l’Iraq.

Poiché tutte queste azioni sono sorrette da raid russi, e Mosca sta intensificando la sua presenza e potenza di fuoco ivi incluso a ridosso delle frontiere turche, il pensiero va automaticamente al posizionamento della Russia, già ora dominante sul terreno e forse, nelle mire, destinato ad esserlo in futuro.

Mosca dovrà tuttavia calcolare per quanto tempo reggere un ingente impegno militare che rischia di prospettarsi lungo, e soprattutto misurare il perseguimento dei suoi obiettivi strategici con le strategie altrui.

Il Pentagono ha chiesto di aumentare il bilancio anti-Isis di +35% per il 2017. Taluni europei sono ormai presenti in Siria con raid aerei e forze speciali. Ma il lavorìo Kerry-Lavrov per evitare fragorose frizioni continua. Un tema certamente all’ordine del giorno della ministeriale dei 23 paesi della coalizione anti-Isis ospitata a Roma.

Le prospettive
In simili circostanze, e considerato il fossato maturato nei cinque anni di guerra tra i protagonisti interni e i contrasti da ultimo aggravatisi tra i protagonisti esterni, Iran e Arabia Saudita (l’assalto all’Ambasciata saudita a Teheran) e tra Russia e Turchia (l’abbattimento del jet russo ai confini), nessuno si attende che da Ginevra emergano risultati a breve.

Il programma contenuto nel documento di base sancito il 14 novembre a Vienna, e codificato nella Ris. 2254 del CdS, indica 18 mesi entro i quali organizzare “a credible, inclusive, non-sectarian governance”, riformare la Costituzione siriana e convocare elezioni, garantendo unità, indipendenza, integrità territoriale, e carattere non settario del paese. Ma l’equilibrio da reperire tra le forze in campo, militari e politiche, è estremamente difficile. Basteranno i pochi mesi prospettati?

L’auspicio è che lo scenario negoziale non finisca per trascinarsi per anni nell’ambiguità e assertività dei protagonisti interni ed esterni senza reperire una via di sbocco: esiste purtroppo nella regione un tragico precedente, che da decenni registra rigurgiti di violenza. Nonostante una miriade di Risoluzioni onusiane.

Con l’aggravante che, nel caso della Siria, altri 4 milioni di profughi, nelle previsioni, si affolleranno sui barconi e percorreranno, a costo della propria vita, ogni traiettoria agibile verso l’Europa, intercettati da trafficanti di ogni tipo che verseranno i proventi all’Isis, e che l’Isis stesso si riorganizzerà più vicino alle nostre coste.

Laura Mirachian, Ambasciatore, già Rappresentante Permanente presso l’Onu, Ginevra.
- See more at: http://www.affarinternazionali.it/articolo.asp?ID=3317#sthash.MmOpHNX9.dpuf

martedì 2 febbraio 2016

Yemen: si allontana la soluzione del conflitto

Medio Oriente
Yemen, la guerra che cambia le alleanze sudanesi
Eleonora Ardemagni
27/01/2016
 più piccolopiù grande
La guerra fra sauditi e iraniani è già nel Golfo: l'inasprirsi dello scontro geopolitico tra Arabia Saudita e Iran allontana la soluzione politica del conflitto yemenita. Dopo il nulla di fatto del secondo round negoziale di dicembre, l'Onu avrebbe voluto riconvocare i colloqui tra la delegazione governativa (sostenuta dalle monarchie del Golfo) e gli insorti (gli huthi di Ansarullah più i fedeli dell'ex presidente Ali Abdullah Saleh, appoggiati dall'Iran) il 14 gennaio. Però, il giorno dell'esecuzione del religioso sciita saudita Nimr Al-Nimr, Riyadh ha annunciato la fine della tregua in Yemen: un cessate il fuoco che le parti non avevano mai davvero rispettato, ma che virtualmente era ancora in vigore. La data dei colloqui è stata così posticipata sine die.

Stallo e spese militari
Lo stallo militare aveva spinto le fazioni a riprendere il dialogo. Per la coalizione sunnita a guida saudita, bombardare lo Yemen è sempre più inefficace e costoso (secondo il ministro dell'economia, il conflitto ha pesato del 13% sull'incremento delle spese militari 2015): non è una buona notizia per il ministro delle difesa Mohamed bin Salman e il suo Transformation Plan 2020, che prevede tagli e tasse causa limitata rendita energetica. Per gli Emirati Arabi Uniti, che dirigono le operazioni terrestri, la campagna yemenita è già costata la vita ad almeno ottanta soldati. Non si conosce l'esatto numero di nationals, data la presenza di sudanesi, somali, eritrei e contractors sudamericani, ma sono comunque troppi: questo è il primo intervento militare estero per le monarchie del Golfo (escluse le operazioni multilaterali), impreparate al counter-insurgency e prive di un organizzato appoggio di terra.

L'esercito e le milizie tribali sunnite hanno strappato Aden e alcune province meridionali, ma i miliziani sciiti zaiditi controllano ancora la capitale Sana'a, insieme alle tradizionali regioni del nord. I fronti aperti sono tanti: Taiz, snodo d'accesso alla costa orientale, è una città contesa, mentre gli huthi e i miliziani di Saleh colpiscono fra il Jizan e il Najran saudita, anche con missili Scud. I filo-governativi avanzano verso Sana'a, intensificando i raid: la battaglia per la capitale potrebbe essere dietro l'angolo.

Aden ed espansione jihadista
Nel sud, il vuoto di potere si allarga. Perché le province riprese agli huthi, come Aden, non tornano sotto il controllo di Abd Rabu Mansour Hadi e Khaled Bahah, presidente ad interim e premier: essi, già debolissimi, non si fidano delle tribù meridionali e delle loro aspirazioni autonomiste. In Aden, la sicurezza viene ora affidata a truppe straniere, marginalizzando gli attori indigeni: sono gli emiratini ad addestrare i soldati yemeniti e ad arruolare i miliziani locali nelle forze di sicurezza regolari, by-passando così lo stesso governo riconosciuto. Pertanto, Al-Qaeda nella Penisola arabica (AQAP) e le nascenti cellule che si richiamano al sedicente Stato Islamico guadagnano facili spazi nel limbo yemenita, moltiplicando gli attacchi contro sciiti, politici, militari e poliziotti. AQAP ha ancora il “monopolio jihadista” nel paese e, oltre a controllare la città strategica di Mukalla, sta puntando ai territori interni dell'Hadramout e alle rotte desertiche del contrabbando. In Yemen, la narrativa settaria propagandata da sauditi e iraniani ha non solo deformato un conflitto di potere che ha profonde radici interne, ma ha pure incentivato la radicalizzazione violenta.

Sudan, dall'Iran ai petrodollari
Cresce il coinvolgimento militare del Sudan: più di un migliaio di soldati sudanesi sono dispiegati nel sud, spesso per liberare unità emiratine destinate alla stabilizzazione di Aden. Il regime di Omar Al-Bashir, ricercato dalla Corte Penale Internazionale per crimini di guerra, si è così allineato alla politica estera dell'Arabia Saudita (come già avvenuto con l'Egitto di Al-Sisi). La svolta di Khartoum, in grave crisi economico-sociale a seguito dell'indipendenza del Sud Sudan, interrompe la pluridecennale alleanza con l'Iran, mentre Riyadh rimpingua le casse sudanesi (ma quanto potrà durare la foreign aid policy con questi prezzi del petrolio?). Teheran perde così un alleato importante nel rapporto con gli attori non-statuali del continente africano: le questioni di budget security determinano gli allineamenti internazionali più delle convergenze ideologiche.

Il ruolo di Russia e Cina
I miliziani sciiti dello Yemen cercano la sponda della Russia, forse intenzionati a rinfoltire le scorte missilistiche. Una delegazione del partito di Saleh (GPC) è volata a Mosca per colloqui, mentre l'ex presidente si è recato in visita all'ambasciata russa di Sana'a. Dati i forti interessi economico-energetici nel Golfo, la Cina opta per l'equilibrismo diplomatico fra Riyadh e Teheran, come testimoniato dal viaggio del presidente Xi Jingping nelle due capitali; sullo Yemen, Pechino sostiene il governo legittimo, ma non rinuncia al pragmatismo, cercando canali di dialogo con gli huthi che controllano Sana'a.
Eleonora Ardemagni, analista di relazioni internazionali del Medio Oriente, collaboratrice di Aspenia, ISPI, Limes, Storia Urbana. Gulf analyst per la Nato Defense College Foundation. Autrice di “United Arab Emirates' Armed Forces in the Federation-Building Process: Seeking for Ambitious Engagement”, International Studies Journal 47, vol.12, no.3, Winter 2016, pp.43-62.
- See more at: http://www.affarinternazionali.it/articolo.asp?ID=3305#sthash.PWndpViY.dpuf

Scontro tra Sciti e Sunniti, Iran Contro Arabia Saudita

Medio Oriente
Oltre il settarismo della frattura irano-saudita
Lorenzo Kamel
21/01/2016
 più piccolopiù grande
Arabia Saudita e Iran rappresentano lo specchio di quella che a molti appare come una annosa e inconciliabile frattura religiosa (sunniti/sciiti), etnica (arabi/persiani) e geopolitica.

La guerra in corso nello Yemen e la recente esecuzione della condanna a morte dell’imam sciita Nimr Bāqr al-Nimr hanno ulteriormente acuito questa percezione, confermando ancora una volta la progressiva erosione di ciò che era rimasto di un già fragile ordine regionale.

Prima della Rivoluzione islamica del 1979, tuttavia, gli interessi di Riyadh e Teheran mostravano numerosi punti di contatto, a cominciare da una marcata convergenza in chiave anti-sovietica.

A ciò si aggiunga che entrambi i paesi, al tempo due monarchie, godevano di un consistente sostegno garantito da Washington e attribuivano alle loro divergenze religiose un valore secondario. Ciò suggerisce l’opportunità di fare luce sui principali fattori che hanno maggiormente influenzato l’attuale polarizzazione.

Una prospettiva intra-regionale
I siti più sacri dell’Islam sono in Arabia Saudita, che è anche il luogo di nascita del profeta Maometto, nonché la culla dell’arabo, la lingua del Corano.

D’altro canto, l’Iran, che può contare su un’indiscutibile superiorità demografica e su una più ricca storia nazionale, si è posta da decenni agli occhi di centinaia di milioni di musulmani come un bastione che si oppone, in primis su un piano ideologico, alle politiche di Israele e dell’Occidente.

Per queste ed altre ragioni, entrambi i paesi si autopercepiscono come naturali guide e guardiani di un mondo islamico pensato nella sua interezza.

Eppure fino alla Rivoluzione islamica del 1979, quando venne rovesciato il regime filostatunitense dello scià Reza Pahlavi, la rivalità irano-saudita aveva poco a che vedere con questioni legate alla religione o alle fratture confessionali.

Fu Riyadh a darle una connotazione settaria per rispondere a quella che era da essa percepita come una minaccia ai suoi interessi nazionali. L’ayatollah Khomeini si era infatti presentato nella veste di guida di tutti i musulmani, dunque non solo degli sciiti, sfidando in questo modo la legittimità dei Saud e il loro ruolo di “custodi dell’Islam” e dei suoi luoghi più sacri (i Saud raggiunsero una posizione di quasi completa egemonia dal 1921, quando, grazie al sostegno di Londra, si imposero sulla dinastia degli Āl-Rashid, il clan rivale che era basato ad Hā’il).

Durante il convegno New-Med organizzato dallo IAI ad Ankara lo scorso 14 dicembre, Toby Matthiesen ha notato che la volontà da parte di paesi come Arabia Saudita e Iran di fomentare all’esterno dei propri confini divisioni di natura settaria va intesa tanto come una strategia volta a imporre il proprio peso politico nella regione, quanto come un modo per mantenere un ferreo controllo sulle rispettive dinamiche interne.

Ciò è quanto è avvenuto anche in relazione all’inizio del “processo di settarizzazione” della rivalità irano-saudita. Riyadh decise di svuotare di significato il messaggio di Khomeini - che reagì tra l’altro favorendo l’ascesa di Hezbollah - stigmatizzando la Rivoluzione come “eretica” e “puramente sciita”.

Dietro ad apparenti diatribe religiose vi erano dunque considerazioni pratiche di natura politica volte a rivendicare un preciso ruolo regionale e a neutralizzare potenziali destabilizzazioni interne: una “path-dependency” che ha avuto evidenti ripercussioni fino ai giorni nostri.

Una prospettiva extra-regionale
Stando a dati forniti di recente dal Dipartimento di Stato degli Stati Uniti, il numero degli incidenti di terrorismo è aumentato del seimilacinquecento percento (6,500%) dall’avvio della “guerra al terrorismo” (199 attacchi nel 2002 a fronte di 13,500 nel 2014).

È significativo rilevare che metà di questi “incidents of terrorism” è stata registrata in Iraq e Afghanistan. In molti hanno fatto notare che la “War on terrorism” abbia causato un numero esponenzialmente maggiore di vittime civili rispetto al terrorismo: un dato particolarmente significativo se valutato da un’ottica intra-regionale.

Le politiche di Washington, dall’operazione della CIA che nel 1953 abbatté il governo democratico e moderato guidato da Mossadeq, passando per i provvedimenti presi a seguito del rovesciamento del regime di Saddām Ḥussein e fino ad arrivare al recente accordo sul nucleare iraniano (che a dispetto dei suoi evidenti e numerosi meriti ha spinto Riyādh ad adottare una politica estera più spregiudicata), hanno contribuito in maniera determinante a polarizzare i rapporti irano-sauditi, nonché il presente e il passato recente della regione.

Ciononostante, un numero crescente di osservatori tende a ridimensionare questi e altri aspetti e a ricondurre la rivalità irano-saudita e la relativa destabilizzazione del Mediterraneo orientale a questioni quasi esclusivamente interne alla regione.

In questo contesto è significativo menzionare i giornali pubblicati in Inghilterra e in Francia all’inizio degli anni Sessanta dell’Ottocento a commento dei massacri tra cristiani e musulmani avvenuti durante la guerra civile in Libano, culminata con le persecuzioni di Damasco nel 1860.

La tesi secondo cui il mondo “civilizzato” stava osservando l’ennesimo scontro di un Oriente Islamico per sua natura fanatico e settario era già ben presente allora.

Ciò è ancora più degno di attenzione considerando che allora, proprio come oggi, gli scontri intra-islamici e tra musulmani e cristiani avevano poco a che vedere con l’Islam e la cristianità, bensì erano radicati e riconducibili a precisi, pratici e simultanei fattori storici (inclusa l’ascesa del nazionalismo etnico-religioso, l’“imperialismo umanitario” e le conseguenze “omogeneizzanti” delle Tanzimāt) senza i quali è ancora oggi difficile comprendere fino in fondo la genesi di tale percezione.

Lorenzo Kamel è responsabile di ricerca allo IAI e research fellow al CMES di Harvard.
- See more at: http://www.affarinternazionali.it/articolo.asp?ID=3300#sthash.xEsdLDTi.dpuf

Arabia Saudita: anche i ricchi piangono

Arabia Saudita
Tempi di austerity, anche per una petromonarchia
Roberto Iannuzzi
19/01/2016
 più piccolopiù grande
Fra i paesi da seguire da vicino nel 2016 vi è certamente l’Arabia Saudita, per ragioni economiche, di politica internazionale, e addirittura di stabilità interna.

Nei primi giorni dell’anno Riyadh ha monopolizzato l’attenzione mondiale giustiziando 47 persone, fra cui il leader sciita Nimr al-Nimr. Ne è seguita una crisi diplomatica con l’Iran che ha ulteriormente aggravato la già tesa situazione mediorientale.

Questa esecuzione di massa, la più cospicua dal 1980, è stata motivata da esigenze interne oltre che da fattori regionali, e secondo alcuni denota il senso di insicurezza che attanaglia la famiglia reale.

La guerra in Yemen dissangua le casse saudite
A partire dal 2011 il regno saudita si è trovato a fronteggiare sfide crescenti: le sollevazioni arabe e il conseguente rischio del “contagio” rivoluzionario, la prospettiva di veder riammesso il rivale iraniano nell’economia mondiale grazie all’intesa nucleare fra Teheran e Washington, l’ascesa del sedicente califfato (ideologicamente affine al wahhabismo su cui si fonda la monarchia saudita, ma determinato a delegittimarla) e il crollo dei prezzi petroliferi.

La famiglia reale ha reagito con politiche spregiudicate, talvolta perfino avventate. Essa si è impegnata in uno scontro per procura con l’Iran in tutta la regione, spesso con risultati controproducenti.

Per fermare la ribellione sciita degli Houthi, considerati alleati di Teheran, Riyadh si è impantanata militarmente nello Yemen. Oltre ad aver provocato una catastrofe umanitaria, l’intervento saudita sta contribuendo a dissanguare le casse del regno.

La monarchia ha anche l’onere di sostenere finanziariamente i propri alleati regionali. Recentemente avrebbe promesso 22 miliardi di dollari al Marocco per sviluppare la propria industria bellica, e altri 8 miliardi di investimenti all’Egitto.

Nel 2015 Riyadh ha registrato un deficit di quasi 100 miliardi di dollari, a causa delle accresciute spese militari e di un prezzo del barile sceso ormai sotto i 35 dollari.

Ridurre la dipendenza statale dal petrolio
La famiglia reale non sembra intenzionata a modificare le proprie politiche regionali. Sebbene la legge di bilancio per il 2016 preveda un nuovo deficit di almeno 87 miliardi, essa ne destina quasi 57 a spese militari e di sicurezza.

Per tamponare l’emorragia di denaro, il re saudita ha incaricato il figlio e vice erede al trono Mohammed bin Salman di mettere a punto un piano di austerità che riduca la dipendenza statale dagli introiti petroliferi.

Il piano, perfezionato con l’aiuto di società di consulenza occidentali, prevede il taglio dei sussidi su energia, benzina ed acqua, soprattutto per le classi più ricche, l’introduzione di un’imposta sul valore aggiunto e altre forme di tassazione.

A ciò bisogna aggiungere la privatizzazione di numerosi asset statali, compresa la quotazione in borsa di alcuni spezzoni dell’Aramco, il gigante petrolifero di proprietà della famiglia reale.

Il piano di Mohammed bin Salman intende anche privatizzare, almeno parzialmente, una serie di servizi essenziali, dall’istruzione alla sanità.

Un grande problema dell’economia saudita è la sua eccessiva dipendenza dall’inefficiente settore statale e dalla manodopera straniera, che ammonta a circa un terzo della popolazione. Mirando a una saudizzazione del lavoro, il nuovo piano vuole porre fine a questa duplice dipendenza.

Il taglio dei sussidi e di alcuni servizi essenziali va tuttavia a toccare il patto sociale su cui si è fondato finora il regno saudita. Tale patto compensava l’assenza di rappresentanza politica con una generosa rete assistenziale garantita dai petrodollari di cui la monarchia mantiene il monopolio.

Delicati equilibri nella famiglia reale
A fronte di una rivoluzione economica di enorme portata (e di difficile realizzazione), la casa saudita non è al momento disposta a favorire riforme politiche improntate ad una maggiore democrazia.

Le ultime elezioni municipali sono state un episodio meramente simbolico. E la recente esecuzione di massa di qaedisti e oppositori sciiti è un chiaro segnale che nessuna forma di dissenso verrà tollerata.

Secondo diversi analisti, l’uccisione dello sciita Nimr al-Nimr è servita semmai alla casa regnante per mobilitare la propria base wahhabita rinfocolando lo scontro settario con l’Iran. Ciò ha avuto anche il pregio di distogliere l’attenzione dei propri sudditi da un piano di riforme economiche potenzialmente controverso.

Alla luce della frammentazione ideologica, settaria e regionale dell’opposizione interna saudita, la stabilità della monarchia sembra però dipendere essenzialmente dalle dinamiche familiari della casa regnante.

Le ricorrenti voci sulle precarie condizioni psicofisiche di re Salman sono rafforzate dall’enorme potere concentratosi nelle mani del giovane e ambizioso figlio Mohammed. Oltre ad avere in carico la gestione dell’economia e dell’Aramco, egli è anche responsabile della sanguinosa e inconcludente campagna militare nello Yemen in qualità di ministro della difesa.

Secondo alcuni, bin Salman punterebbe a succedere al padre, scavalcando l’attuale erede al trono e ministro dell’interno Mohammed bin Nayef. Un numero crescente di principi si opporrebbe però alla sua ascesa, anche a causa del suo avventurismo in politica estera.

Sebbene l’orizzonte regionale sia fosco per Riyadh, e la congiuntura economica sfavorevole, i pericoli maggiori per la monarchia sembrano dunque giungere proprio dalle decisioni avventate dei suoi principi e dai loro dissidi familiari. Forse ancor più delle scelte economiche, sono le decisioni di politica estera a suscitare preoccupazione.

Roberto Iannuzzi è ricercatore presso l’Unimed (Unione delle Università del Mediterraneo). È autore del libro “Geopolitica del collasso. Iran, Siria e Medio Oriente nel contesto della crisi globale (Twitter: @riannuzziGPC).
- See more at: http://www.affarinternazionali.it/articolo.asp?ID=3295#sthash.3zyUPTGc.dpuf

giovedì 21 gennaio 2016

Una lotta fratricida

Medio Oriente
Sciiti contro sunniti, forse meglio non scegliere
Giuseppe Cucchi
15/01/2016
 più piccolopiù grande
Sciiti e sunniti, due campi contrapposti ormai da quasi millequattrocento anni. Due rivali troppo spesso trascinati in una lotta fratricida in cui il mondo sciita, fortemente minoritario, ha finito pressoché costantemente col soccombere.

Si è trattato di una lotta che ha interessato nei secoli l'intero mondo arabo, finendo col coinvolgere anche Turchia ed Iran senza però arrivare mai ad estendersi, se non marginalmente, all'intero ecumene islamico.

Parimenti marginale allo scontro è altresì sempre rimasto l'Occidente, restio -anche nel periodo della sua massima espansione coloniale in Medio Oriente e Nord Africa - a lasciarsi coinvolgere in diatribe che rivestissero insieme carattere secolare e religioso.

Al massimo, allorché posto nell'alternativa di dover scegliere, l'Occidente si è limitato ad allinearsi con chi appariva meno pericoloso o fastidioso in quel momento. Salvo cambiare opinione e partito, con una alternanza opportunistica.

Così, per limitarci agli ultimi cinquanta anni, abbiamo dapprima condannato l'Iran sciita di Khomeini e degli ayatollah in quanto minaccia per l'ordine costituito e potenziale sostenitore del terrorismo. Nel contempo, con consequenzialità, appoggiavamo il campo sunnita impegnato nel teatro del conflitto afghano contro i russi, nonché l’Iraq di Saddam Hussein nella sua guerra contro l’Iran.

L’accordo sul nucleare e l’equilibrio instabile 
Gli attentati di Al-Qaida e la decisione americana di liberarsi di Saddam ci hanno però schierati contro una parte almeno del mondo sunnita. Abbiamo così cambiato fronte, riaprendo con Teheran dialoghi e collaborazioni da tempo interrotti.

Lo sviluppo del programma nucleare iraniano ha però rapidamente riportato il pendolo ad oscillare in direzione opposta, e mentre i sunniti profittavano di questa contingenza, agli sciiti veniva attribuita ogni possibile sorta di cattivi propositi.

Un equilibrio instabile che la successiva firma dell'accordo nucleare fra l'Occidente e Teheran, nonché l'atroce progressiva affermazione dell'autoproclamatosi “stato islamico” hanno rapidamente rimesso in discussione.

Questa volta però la situazione è persino più complessa di quanto non fosse nei casi precedenti. Viviamo un periodo di radicali cambiamenti che investe la Penisola Arabica, il Golfo Persico e l'intero Nord Africa ivi compreso il Sahel. Esso pone brutalmente in discussione il tracciato di frontiere divenute obsolete, preludendo alla nascita di nuovi stati, nonché alla sparizione o al ridimensionamento di altri.

È messo in forse lo stesso concetto di stato, richiamando i fedeli, attraverso l'idea del Califfato, alla iniziale unitarietà del mondo islamico sunnita. Innesta infine sul tradizionale quadro dello scontro tra due rivali, di per sé già molto difficile da gestire, una lotta senza esclusione di colpi tra contendenti troppo numerosi, ciascuno dei quali appare ferocemente intenzionato ad imporre il proprio predominio in ambito sunnita.

La difficoltà della scelta
La prima scelta da compiere è quella tra due dei principi fondamentali di ogni strategia. Dobbiamo decidere se allinearci all'idea, tipica del mondo occidentale, che sia indispensabile adottare quanto prima possibile le proprie decisioni, o seguire invece quella prevalente in ambito orientale secondo cui nulla è più importante del saper attendere con pazienza che maturino le condizioni migliori per il successo della linea di azione che si vuole adottare.

La difficoltà deriva dal fatto che, nel nostro caso, probabilmente la strategia ottimale richiederebbe l'applicazione contemporanea di entrambi questi principi, sia pure in ambiti ed in situazioni differenziate.

In Europa infatti l'azione dell'estremismo sunnita va contrastata subito con adeguata durezza e con ogni mezzo disponibile. È importante che le forze di sicurezza recuperino una iniziativa che, come dimostrano i recenti fatti di Colonia, è stata sino ad ora lasciata all'avversario.

Per colpire il male alle sue origini dovremmo infine schierarci con decisione contro lo “stato islamico” ovunque sia chiaro ed incontrovertibile, come lo è in Iraq ed in Libia, che il nostro intervento risulterebbe diretto contro una galassia terroristica e non contro il mondo sunnita.

Completamente diversi i casi della Siria, dello Yemen e di ogni altro eventuale teatro futuro ove la linea di separazione fra le parti appaia con chiarezza dettata dal diverso orientamento confessionale. In simili circostanze sembrerebbe infatti meglio rinviare ogni iniziativa a quando si delineeranno tempi maggiormente propizi.

Conflitto sciita-sunnita sempre più pericoloso
Opportuno , in tale quadro , applicare la medesima regola anche ad Arabia Saudita ed Iran che la catena di avvenimenti degli ultimi dieci giorni sembra aver irrigidito su posizioni di dura intransigenza reciproca. Altrimenti il rischio che il conflitto sciita-sunnita da potenziale e per proxi si faccia attuale ed aperto diventerebbe sempre più forte.

Fra Riad e Teheran l'escalation ha infatti già raggiunto livelli pericolosi. Ai sauditi, che hanno battuto il tamburo chiamando a raccolta tutti i potenziali alleati della movenza Wahabita dell'Islam, l'Iran ha infatti contrapposto la decisione di proibire il pellegrinaggio minore ai luoghi santi a tutti i suoi cittadini, un atto di cui l'Occidente non ha probabilmente afferrato la piena importanza.

Vietare l'adempimento di uno dei maggiori obblighi religiosi islamici motivando la decisione col fatto che l'Arabia Saudita non sarebbe in grado di garantire la sicurezza dei pellegrini equivale infatti a segnalare a tutti i credenti l'insufficienza del capo della casa regnante degli Al Saud che, non dimentichiamolo, porta il titolo di "custode delle sacre moschee della Mecca e di Medina". Un custode inadeguato e quindi da rimuovere al più presto. Se necessario anche con la forza, come la dottrina stessa impone di fare con tutti i governanti che si pongano contro la religione o la ostacolino.

Meglio dunque, in questo ambito e con queste prospettive, evitare di schierarsi, almeno per il momento. Se non altro anche per preservare quella equidistanza che potrebbe eventualmente consentire, in un futuro auspicabile e possibile ma tutt'altro che certo, di esercitare un ruolo di mediazione gradito da entrambe le parti.

Giuseppe Cucchi, Generale, è stato Rappresentante militare permanente presso la Nato e l’Ue e Consigliere militare del Presidente del Consiglio dei Ministri.
- See more at: http://www.affarinternazionali.it/articolo.asp?ID=3288#sthash.PQg4liTe.dpuf

mercoledì 13 gennaio 2016

L’Arabia Saudita cade nell’impasse iraniano

Alessandro Ugo Imbriglia*

Nelle ultime settimane il governo saudita si è visto costretto a varare una Finanziaria caratterizzata da un forte contenimento del deficit pubblico, dopo aver registrato un  disavanzo di bilancio che ha raggiunto i 98 miliardi di dollari (368 miliardi di Riyal), pari a circa il 16 % del Pil. La politica di ribasso del prezzo del petrolio – adottata dall’Arabia Saudita per sottrarre quote di mercato ai concorrenti con costi di estrazione e raffinazione più elevati – ha comportato il crollo degli introiti petroliferi (-23 %) e un conseguente incremento della spesa pubblica. Per il 2016 è previsto un calo del deficit di ben 10 miliardi di dollari. La riduzione del disavanzo sarà effettuata attraverso un piano di privatizzazioni e riforme del tutto estranee alla politica economica che l’Arabia Saudita ha adottato negli ultimi 10 anni. Saranno  effettuati un taglio dei sussidi energetici, un rincaro delle bollette elettriche per i cittadini con reddito elevato, nonché un incremento delle tariffe dell’acqua. Inoltre sarà introdotto un aumento del costo della benzina pari a  8 centesimi di dollaro a litro. Il ministero delle Finanze ha preso in seria considerazione l’ipotesi di un ricorso al mercato obbligazionario  per coprire il fabbisogno dello Stato, mentre il Governo sta verificando la fattibilità di un’introduzione dell’Iva in concomitanza con gli altri membri del Consiglio di cooperazione del Golfo (Bahrein, Emirati, Kuwait, Qatar e Oman) , oltre a un aumento delle tasse sul consumo di bevande e tabacco. La spesa pubblica saudita così scenderà nel 2016 da 975 a 840 miliardi di riyal. La fetta principale del deficit di bilancio resta la spesa militare con 200 miliardi, una voce che è aumentata enormemente quest’anno per via della campagna militare condotta in Yemen contro i ribelli Houthi. Il piano di austerità sta provocando un certo malumore tra le fila della classe imprenditoriale saudita, messa già alla prova dal ritardo nei pagamenti da parte della pubblica amministrazione.  Nonostante l’attuale calo dei prezzi a 35 dollari al barile e la sua dipendenza dalle esportazioni di petrolio, l'Arabia Saudita mantiene da tempo inalterati i livelli di produzione. Il Paese esporta 7 milioni di barili di petrolio al giorno e le sue vendite rappresentano il 90% delle entrate fiscali e il 40% del Pil. Il Prodotto interno lordo quest’anno è cresciuto di un abbondante 3% ma, considerando che le stime prevedono per il 2016  un prezzo che si attesti attorno ai 40 dollari al barile, l’economia saudita potrebbe rallentare. Uno scenario economico estremamente delicato contribuisce ad alimentare un clima reso già incandescente dall’accordo sul nucleare fra Stati Uniti e Iran e dallo stallo della guerra siriana con l’intervento di Putin a sostegno di Assad. Le condanne a morte dell’imam Nimr Al Nimr e dei sei esponenti della comunità sciita, che comprendevano i leader delle proteste religiose esplose nel 2011 per rivendicare maggiori diritti e inclusione sociale a favore delle minoranze religiose, indicano chiaramente che un obiettivo da  colpire era la Repubblica islamica dell’Iran. Quest’ultima si erge a garante e protettrice degli sciiti nel conflitto contro gli oppositori del regime alauita in Siria e fa da contraltare al potere sunnita in tutto il Medio Oriente. Inoltre un chiaro obiettivo era lanciare un messaggio forte ai ribelli Houthi in Yemen, contro i quali Riad conduce un conflitto dall’andamento disastroso. L’Arabia saudita  non è un alleato dello Stato Islamico ma lo sono molti gruppi radicali che combattono sul campo di battaglia siriano e iracheno. Riad prima ha convocato alcuni di questi gruppi dell'opposizione siriana e poi ha fondato una coalizione sunnita anti-terrorismo, che in realtà appare essere un’alleanza strumentale: il jihadismo doveva essere nei piani delle potenze come Arabia Saudita e Turchia, un mezzo per abbattere il regime alauita di Damasco e modificare i confini della Siria di Assad e quelli dell'Iraq sciita. Il dispiegamento massiccio di forze iraniane e russe nella Siria occidentale ha compromesso il progetto saudita. In questo quadro, è proprio il raffreddamento dell’alleanza con gli Usa che spinge Riad ad affrettare i tempi nel provare a intrappolare gli Stati Uniti e costringerli a prendere una posizione netta in caso di una escalation della tensione in Medio Oriente. Dunque l’esecuzione dell’imam sciita saudita Al Nimr avrebbe dovuto arrestare la dirompente affermazione dell’Iran nel panorama politico mediorientale, dopo il raggiungimento dell'accordo sul nucleare  con i “5+1”. I Sauditi hanno effettuato una mossa aggressiva e spregiudicata, nel tentativo di intercettare e bloccare il consolidamento progressivo di Theran,  scongiurando l’avvento di un nuovo status quo regionale, all’interno del quale il loro ruolo saudita si vedrebbe ridimensionato.
Sono diversi i fattori che hanno spinto l’Arabia Saudita  ad alimentare la tensione regionale. In seguito agli attentati compiuti in Francia lo scorso novembre, i paesi occidentali hanno rivisto le loro priorità in campo internazionale: la minaccia principale alla stabilità e alla sicurezza non è più  rappresentata dal programma nucleare iraniano o dalla guerra civile siriana, bensì dalle capacità operative dello Stato Islamico fuori dai propri confini territoriali. Questo assestamento ha portato all’ammissione dell’Iran nei colloqui di Vienna sulla Siria, alla legittimazione informale della dipendenza dell’Iraq dall’Iran, sino alla rivalutazione strategica del regime siriano. Nel frattempo la Russia coordina le sue azioni militari con la Francia e, ad agitare Riad, contribuisce l’indipendenza raggiunta dagli Stati Uniti nel settore energetico, con il conseguente deterioramento del rapporto fra le due potenze. Il peso strategico dell’Iran nello scacchiere  internazionale cresce di giorno in giorno; esso è legato alla revoca delle sanzioni nei confronti di Theran da parte dell’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica. Nel  2016 l’economia iraniana potrebbe crescere del 5% e raggiungere tassi del 7-­8% a partire dal 2017.  L’anno successivo, inoltre, gli scambi commerciali con l’Unione Europea potrebbero raggiungere la soglia dei 400 miliardi di euro dai 7,5 attuali. Se l’andamento fosse davvero questo, in meno di un decennio l’Iran potrebbe entrare di diritto fra le prime dieci economie mondiali. Alcuni Paesi europei, tra i quali l’Austria, si sono recati a Teheran al fine di stipulare dei contratti commerciali, con i quali effettuano delle ordinazioni di prodotti nei settori dell’auto, dell’informatica e dell’ingegneria. La Francia con molta probabilità avvierà la produzione di automobili in Iran e consoliderà l’import-export con Theran anche nel settore del bestiame. Nel frattempo, il regno saudita, oltre ai problemi di bilancio statale, è alle prese con una complicata successione dinastica, la cui instabilità si traduce in una serie di incongruenze tra autorità politiche e autorità religiose. L’ambiguità più marcata  consiste nella presa di distanza dei sauditi dall’Isis, che ha come “contrappeso” il simultaneo giro di vite autoritario, fra cui le 47 condanne inflitte questo mese, senza dimenticare l’inasprimento della guerra nello Yemen contro gli Houthi e la morsa dell’estremismo interno a discapito delle minoranze. Con questi presupposti una de-escalation è improbabile, mentre resta elevato il conflitto tra Teheran e Riad. L’eventuale ruolo di mediazione ricoperto dalla Russia potrebbe essere coadiuvato dall’invito rassicurante di Washington ad abbassare i toni e rassicurare i sauditi. Uno scenario di questo tipo attesterebbe una vittoria strategica e diplomatica della Russia sugli Usa, compromettendo definitivamente le finalità alla base dell’accordo sul nucleare: includere entro l’orbita statunitense Israele, Arabia Saudita e Iran. Ma Washington ancora  non è disposta a cedere tanto. In questo quadro Riad avrebbe la possibilità di boicottare i negoziati sulla Siria, quindi compromettere il delicato processo di distensione e integrazione fra sciiti e sunniti dopo la riconquista di Ramadi ottenuta dall’esercito iracheno e alimentare ulteriormente la guerra in Yemen. Intanto i sauditi hanno sospeso i collegamenti aerei con Theran e fra gli alleati di Riad alcuni – Bahrain, Sudan ed Emirati – hanno interrotto i legami con l’Iran o richiamato gli ambasciatori. Dalla sponda sciita suona dirompente la denuncia del ministro degli esteri iraniano, il quale ha accusato l’Arabia Saudita di aver bombardato l’ambasciata iraniana nello Yemen.


* Sociologo del Mutamento e dei Sistemi Complessi. Analista dei Processi Organizzativi e dell’Industria Culturale. Laureato in Scienze Sociali Applicate: Lavoro, Formazione e Risorse Umane

E-mail ugo1990@hotmail.it

lunedì 11 gennaio 2016

La diatriba tra Russia e Turchia continua


Alessio Pecce* 

(alessio-p89@libero.it)

Come è ormai noto a tutti, stampa e pubblica opinione, tra Russia e Turchia non scorre del buon sangue, soprattutto dopo l'abbattimento del caccia russo colpito dalle forze militari turche il 24 novembre. Tuttavia il presidente Putin è rimasto abbastanza “morbido” riguardo eventuali ritorsioni economiche nei confronti della Turchia, poiché ogni decisione economica, nella fattispecie scambi ed investimenti, si può ritorcere nei confronti di chi ha adottato tale provvedimento. In ogni caso, uno degli obiettivi del Cremlino rimane quello di riacquistare affidabilità nei confronti della Comunità Internazionale, dopo le sanzioni relative alla questione ucraina, indi per cui ad oggi non ci voleva la diatriba politica-economica tra Russia e Turchia.
È bene sottolineare come la Russia non abbia ancora sanzionato la Turchia sul fronte energetico, e probabilmente non lo farà, così come il progetto riguardo la costruzione della prima centrale nucleare turca. Rispettivamente le esportazioni russe relative all'anno 2014 sono pari a 25 miliardi di dollari, mentre quelle turche sono di 5 miliardi di dollari. D'altronde i russi hanno posto un freno ai prodotti agroalimentari turchi, attraverso il bando all'importazione firmato da Putin il 28 novembre. Nella fattispecie ci sarà un maggior controllo doganale sulle merci provenienti dalla Turchia e a partire dal 1 gennaio 2016 ci sarà il blocco delle assunzioni in riferimento ai cittadini turchi. Inoltre sul fronte turismo, altro snodo economico di rilievo, i russi, attraverso pressioni alle agenzie di viaggio, eviteranno di vendere pacchetti  vacanze per le località turche e il tutto andrà a colpire l'economia proveniente dai turisti: nel solo 2014 i cittadini russi che si sono recati in Turchia sono stati 4,4 milioni, portando nelle loro casse circa 2,7 miliardi. Secondo l'agenzia francese di assicurazione crediti all'export (COFACE), i provvedimenti russi nei confronti della Turchia, relativi a turismo ed esportazioni, si aggirano tra i 5 e i 10 miliardi di dollari e di conseguenza il Cremlino, per rimpiazzare le importazioni messe al bando, adotterà una strategia per la produzione interna, così come la Turchia che cercherà alcune fonti altrove: tutto ciò andrà a gravare sulle esportazioni turche in Russia, già in ribasso da tempo. Nonostante tutto, la Russia ha posto fuori dai suoi provvedimenti il settore energetico, come accennato precedentemente, semplicemente per un motivo: le sanzioni si capovolgerebbero a Mosca, visto e considerato che la Turchia si sta adoperando altrove per cercare fornitori di risorse energetiche, nella fattispecie il gas, in paesi come l'Azerbaijan e il Qatar. Infatti il trasferimento di gas russo in terre turche, corrisponde ad un ammontare pari a 10 miliardi di dollari: la Turchia rappresenta il secondo paese per fornitura di gas, subito dietro la Germania. Senza dimenticare il rischio di una sospensione del progetto “Turkish Stream”, costituito dal trasporto di gas russo verso la Turchia per mezzo del Mar Nero, nel quale Gazprom ha già investito circa 13 miliardi di dollari: cifre tutt'altro che irrisorie.


*

giovedì 7 gennaio 2016

Arabia Saudita: una strategia sulla diensiva


L’esecuzione di Al-Nimr, mossa contro il consolidamento dell’Iran
Nicola Pedde
06/01/2016
 più piccolopiù grande
La notizia della decapitazione del religioso sciita Nimr al-Nimr in Arabia Saudita ha provocato lo sdegno di una consistente parte della comunità internazionale, oltre che - chiaramente - della comunità sciita.

È stato tuttavia proprio il fratello del chierico giustiziato, Mohammed al-Nimr, ad invitare gli sciiti alla calma e ad impedire il ricorso alla violenza, nell’intento di non cadere nella trappola tesa dal regime saudita con l’uccisione del popolare predicatore.

L’aut aut dell’Arabia Saudita alla comunità internazionale
La decisione di includere lo sheikh nel folto gruppo di condannati a morte è dettata infatti dalla volontà dei sauditi di lanciare un aut aut alla comunità internazionale e agli Stati Uniti in particolare: o con noi o contro di noi nella definizione delle dinamiche politiche regionali.

Il processo di distensione internazionale avviato con l’Iran e suggellato con gli accordi di Vienna dello scorso luglio, il crescente ruolo di Tehran nella complessa dinamica del conflitto siriano e il suo coinvolgimento al tavolo negoziale per cercare una soluzione per la successione al presidente siriano Bashar al-Asad, oltre alla crescente influenza dell’Iran nella regione grazie ai suoi proxy libanesi e iracheni, hanno nel corso degli ultimi tre anni determinato una diffusa e concreta preoccupazione a Riyadh.

E questa cerca oggi in ogni modo di impedire il consolidamento del ruolo iraniano attraverso il ricorso a una violenta forma di settarismo, cercando di chiamare a raccolta la comunità sunnita contro l’incombente minaccia sciita.

L’uccisione di Nimr al-Nimr è stata quindi voluta con lo specifico intento di provocare le comunità sciite della regione alla rivolta, per dimostrarne la pericolosità alla comunità internazionale, ma soprattutto alle fragili monarchie regionali che da oltre trent’anni guardano con profonda ostilità a tutti i movimenti politici o sistemi istituzionali di stampo partecipativo e populista.

Reazione della comunità sciita all’esecuzione di Al-Nimr
I media occidentali hanno documentato in modo molto approssimativo le reazioni della comunità sciita alla morte di Nimr al-Nimr, puntando i riflettori soprattutto sulla Repubblica islamica dell’Iran e sulle accese proteste che hanno portato alla distruzione dell’ambasciata saudita a Tehran e del consolato a Mashad.

L’Iran ha trasformato in una sorta di martire nazionale il religioso sciita saudita, cavalcando l’onda delle proteste ma al tempo stesso prestando il fianco ai rischi derivanti dal sempre più incandescente clima politico interno, che a febbraio sarà interessato da due importanti tornate elettorali.

Nimr al-Nimr, tuttavia, non poteva in alcun modo essere considerato come un esponente religioso vicino all’establishment iraniano, essendo al contrario un pacifico e moderato interprete di istanze sociali squisitamente locali.

Se da una parte, quindi, Tehran ha potuto a gran voce denunciare l’oggettivamente deplorevole esecuzione di un innocente e popolare attivista, dall’altra ha fornito il pretesto ai propri detrattori per essere accusata di strumentalizzazione del lutto, sollevando critiche e perplessità.

Non solo. Nel clamore delle proteste popolari e dell’incitamento da parte di un gran numero di esponenti della politica locale, l’opposizione politica al governo di Hassan Rohani ha colto l’occasione per permettere ad alcune decine di facinorosi di distruggere le rappresentanze diplomatiche saudite in Iran.

Riportando in tal modo le lancette dell’orologio della storia indietro di quasi quarant’anni, rievocando le immagini dell’assalto all’ambasciata Usa e fornendo all’opinione pubblica internazionale una conferma - errata, ma difficilmente confutabile - dei tradizionali stereotipi sul paese.

Un fatto di mera politica interna, ma con conseguenze disastrose per l’immagine del paese. Con la paradossale conclusione di una condanna da parte dell’Onu per l’assalto all’ambasciata, nel più assoluto silenzio del palazzo di vetro sull’ingiustificabile esecuzione di al-Nimr.

Non solo in Iran, tuttavia, le comunità sciite sono scese in strada per protestare. In buona parte del governatorato di Qatif, area a maggioranza sciita dell’Arabia Saudita, la popolazione ha manifestato il proprio sdegno provocando la dura reazione delle forze di polizia, e innescando in tal modo quel meccanismo di violenza funzionale agli interessi sauditi.

Anche in Bahrain le proteste sono state duramente represse, nel più assoluto silenzio dei media internazionali, che si sono invece concentrati sui soli fatti dell’Iran, ancora una volta favorendo la posizione di Riyadh.

Ingenti, ma ordinate ed incruente, sono state invece le manifestazioni di protesta organizzate in Iraq e Libano, dove la folla si è soprattutto concentrata di fronte alle sedi diplomatiche saudite scandendo slogan contro la monarchia e inneggiando alla figura di Nimr al-Nimr.

Impedire il consolidamento di Teheran
La crisi seguita dalla chiusura dei rapporti diplomatici con Tehran da parte di alcuni paesi arabi (per quanto possa valere tale mossa, soprattutto nella dinamica della tradizione informale dei rapporti regionali) costituisce l’ultimo elemento di una strategia volta a cercare di impedire il consolidamento del ruolo dell’Iran nella regione e sul piano internazionale.

Una strategia estremamente difficile da perseguire da parte dell’Arabia Saudita, che rischia di esacerbare i già delicatissimi equilibri all’interno della famiglia reale, con la possibilità di sollevare divergenze di portata tale da rendere insanabile la distanza tra il gruppo di potere di re Salman e la restante parte dei consanguinei.

Nicola Pedde è Direttore dell'Institute for Global Studies, School of Government.
- See more at: http://www.affarinternazionali.it/articolo.asp?ID=3281#sthash.kaBprxDC.dpuf

domenica 3 gennaio 2016

Israele: relazioni commerciali con l'Unione Europea entrano in turbolenza

Ue-Israele
Le etichette della discordia sui prodotti israeliani
Claudia De Martino
23/12/2015
 più piccolopiù grande
L’Unione europea, Ue, si dà nuove linee guida per disciplinare l’entrata dei prodotti israeliani provenienti dai Territori Occupati. Si tratta di una “nota interpretativa” che, dal mese scorso, si limita a imporre la denominazione di origine ai prodotti dei Territori Occupati che accedono al mercato Ue.

Tale nota è stata recepita dal governo israeliano come una misura dall’alto valore simbolico: Il premier Benjamin Netanyahu ha annunciato che Israele sospenderà di conseguenza tutti gli incontri tra alte autorità israeliane e diplomatici Ue.

Anche se 550 eminenti personalità israeliane del mondo della cultura si sono espresse e a favore della nota, la maggior parte delle forze politiche e dell’opinione pubblica israeliana ha interpretato la misura come l’ennesima manifestazione del doppio standard europeo nei confronti di Israele.

Se il ministro della Giustizia Tzipi Livni ha parlato di boicottaggio economico, Avigdor Lieberman, del partito di estrema destra Israel Beitenu, ha equiparato l’etichettatura dei prodotti all’imposizione della stella di David agli ebrei durante la II Guerra Mondiale, ricorrendo ad una retorica ormai consueta nelle relazioni Ue-Israele.

Relazioni economiche Ue-Israele
La nota Ue si inserisce, in realtà, in un percorso di approfondimento delle relazioni economiche con Israele, coronato nel 2012 dall’adozione di misure senza precedenti, tra le quali un accesso preferenziale di Israele al mercato unico europeo e una cooperazione rafforzata nei settori dei trasporti e dell’energia.

Tuttavia, già nel 2012, Catherine Ashton, ex Alto rappresentante per gli Affari Esteri e la Politica di Sicurezza dell'Ue, si pronunciava a favore di un blocco delle relazioni con gli insediamenti.

La Commissione Ue aveva allo studio una proposta globale di disincentivazione alla collaborazione dei Paesi Ue con gli insediamenti posti oltre la Linea verde - la linea di demarcazione che separa Israele dai Territori Occupati durante la Guerra del ’67 - che avrebbe potuto condurre anche ad un bando totale di tali prodotti dal mercato Ue. (“Guidelines on the eligibility of Israeli entities and their activities in the territories occupied by Israel since June 1967 for grants, awards and financial instruments funded by the EU from 2014 onwards”, 19/7/2013)

L’attuale nota non include nessuna di queste misure, ma l’opinione pubblica israeliana teme che essa costituisca il primo passo verso una campagna internazionale di delegittimazione degli insediamenti.

Finanziamenti all’occupazione
Uno studio intitolato “Exposing the Israeli Occupation Industry”, elaborato dal centro di ricerca Who Profits, evidenzia varie categorie di operazioni con cui le banche israeliane finanziano direttamente o indirettamente attività relative all’occupazione:
1) prestiti per mutui per case nei Territori;
2) servizi finanziari alle autorità locali;
3) prestiti per costruzioni negli insediamenti;
4) banche operative locali. Le banche israeliane, infatti, non possono - secondo la legge nazionale - discriminare in base alle aree di applicazione nella concessione dei finanziamenti.

Si teme anche che alcune compagnie multinazionali e istituzioni israeliane potrebbero diventare soggetti ineleggibili per i progetti Ue: la compagnia Paz Oil, leader nel settore energetico, la Elbit Systems Ltd, leader di sistemi elettronici di difesa o il nuovo campus dell’università di Ariel.

Quello di cui Israele ha paura, in definitiva, sono gli effetti a lungo termine di queste linee guida, che hanno il merito di richiamare l’attenzione internazionale sulla illegalità delle colonie israeliane.

Steven J. Rosen, analista del Middle East Quarterly, sostiene che questa nuova nota danneggerebbe anche l’Europa: Israele ha importato dall’Ue più del 46% di quanto ha esportato e questi scambi commerciali avrebbero creato più posti di lavoro nella Ue che in Israele.

Tuttavia, le linee guida avranno un impatto limitato nelle relazioni commerciali Ue-Israele, perché solo il 2% dei prodotti industriali e agricoli che Israele esporta nella provengono dagli insediamenti.

Posizione Ue sugli insediamenti israeliani
In realtà, il dissidio tra Ue e Israele riguarda la concezione stessa degli insediamenti: la Ue non distingue, infatti, tra diverse tipologie, mentre Israele non considera alcun insediamento come illegittimo, tranne singoli avamposti non autorizzati.

La Ue si rifà, infatti, a una definizione di “Territori Occupati” come tutti i territori conquistati da Israele nella guerra del ’67 ad oggi contestati: una posizione diversa da quella degli Stati Uniti, per cui il compromesso è quello raggiunto a Camp David, che compieva una distinzione tra colonie costruite vicino alle città israeliane (come Ma’ale Adumim, Modi in Illit, Gush Etzion e Givat Ze’ev, che costituiscono il 5-9% della superficie dei Territori ma concentrano l’80% dei coloni e che sarebbero potuti passare sotto la sovranità israeliana in cambio di compensazioni territoriali), e insediamenti tout court, impiantati nel cuore della Cisgiordania (e prima Gaza): i cosiddetti “insediamenti ideologici”.

Il governo israeliano, inoltre, considera la posizione europea faziosa, poiché la Ue non si è mai pronunciata analogamente sull’occupazione turca a Cipro Nord, né su quella marocchina del Sahara Occidentale, arrivando persino a legittimare in entrambi i casi lo status quo.

Claudia De Martino è ricercatrice presso Unimed, Roma e autrice di “I mizrahim in Israele”, Carocci editore.
- See more at: http://www.affarinternazionali.it/articolo.asp?ID=3270#sthash.WiXpQ178.dpuf