giovedì 4 settembre 2014

Siria: il voto del 3 giugno 2014

Il voto siriano tra le macerie e l’instabilità regionale
Sono passati poco più di tre anni dall’inizio dei combattimenti in Siria. Da quella che nel marzo 2011 era ricompresa nella categoria delle “primavere” che stavano investendo con differenti  declinazioni la regione, l’insurrezione siriana si è progressivamente trasformata in una guerra che ha accolto elementi differenti e variegati tra le fazioni sul terreno, e che in un crescente bagno di sangue sta avendo delle ripercussioni che travalicano i confini del Paese. In tale contesto, e con più di 160.000 morti accertate, secondo dati delle Nazioni Unite, il presidente siriano Bashar al Assad ha deciso di indire nuove elezioni, che si sono svolte il 3 giugno scorso. Come nelle previsioni della vigilia, Assad ha raccolto l’88,7% dei consensi, che gli conferiscono, come dichiarato dallo stesso presidente, una “nuova legittimazione” e che gli aprono le porte del suo terzo settennato al potere.
Diversi elementi inducono inevitabilmente alla conclusione che l’esito dello spoglio debba essere interpretato con le dovute cautele. Quasi tre milioni di siriani, stando alle stime dell’ONU, sono rifugiati nei Paesi limitrofi, in particolare Libano, Giordania e Turchia; in ampie zone del Paese sotto il controllo dei ribelli non si è potuto votare, comprese alcune aree a pochi chilometri da Damasco. A dare vigore alle previsioni della vigilia, confermate poi dai risultati, ha contribuito la relativa debolezza degli altri candidati, come Hassan al-Nouri, ex ministro del governo Assad, che nei giorni che hanno preceduto il voto ha espresso il suo sostegno alla “guerra al terrorismo” intrapresa dal presidente alawita1
Fatte le dovute osservazioni sul mero evento elettorale, va sottolineata l’importanza del voto stesso sotto altri punti di vista che mettono sotto la lente, oltre ai rapporti interni tra governo ed opposizione, anche quelle con le potenze esterne e con la comunità internazionale. “L’elezione dimostra che il regime vuole una soluzione politica alle condizioni che ritiene favorevoli – afferma Omar Shaukat, ricercatore dell’Afro-Middle East Center di Johannesburg – che soprattutto, ed almeno per ora, comprende la continuità della presidenza Assad. Ciò significa che le proposte di governo transitorio senza l’attuale leadership sono state rigettate con fermezza”2. Più che un’elezione, dunque, una dimostrazione di forza del regime, un segnale chiaro ad un popolo devastato dalla guerra e ad una comunità internazionale divisa ed incapace di mettere in campo strumenti politici adeguati.
La ricerca di una soluzione diplomatica, dopo il fallimento del canale avviato e arenatosi a Ginevra con la mediazione di Lakhdar Brahimi, che ha rassegnato le sue dimissioni lo scorso 13 maggio, al momento non sembra a portata di mano. Una recente risoluzione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite – la quale stabiliva di chiamare in causa la Corte Penale Internazionale per le diffuse violazioni dei diritti umani e del diritto umanitario da parte delle autorità siriane, delle milizie filo-governative e delle forze armate non governative – è stata fermata dal veto esercitato da Russia e Cina, in un meccanismo di posizioni e prove di forza già sperimentate sul dossier siriano.
Un elemento centrale nell’analisi del voto è, come già accennato, la sua risonanza e la sua dimensione esterna; in particolare, afferma Ashley Lindsey, Middle East analyst di Stratfor, “verso quei paesi che in Siria hanno degli interessi. Nel suo discorso a West Point, Obama – prosegue Lindsey – ha promesso che il Congresso rafforzerà il sostegno ai ribelli siriani”. In un incontro dello scorso mese di maggio alla Casa Bianca, il segretario di Stato John Kerry ha ricevuto Ahmad al-Jarba, leader della Coalizione Nazionale per le Forze Rivoluzionarie e di Opposizione Siriane, principale blocco di opposizione al governo di Assad. Nel corso dei colloqui Washington ha confermato l’impegno a “sostenere l’opposizione moderata nel suo sforzo di dare una voce legittima alle speranze e alle aspirazioni del popolo siriano”. Il governo americano ha autorizzato l’utilizzo di missili anti-carro TOW a disposizione dei ribelli. Contestualmente, è stato staccato un assegno di 27 milioni di dollari, portando il totale degli aiuti targati USA a 287 milioni che si vanno ad aggiungere ai 1,7 miliardi elargiti sul piano umanitario. Tutto ciò integrato da armi ed ulteriori fondi provenienti da Arabia Saudita e Qatar.3 La speranza è quella di riportare sulla direttrice desiderata un bilancio militare in questa fase non favorevole all’opposizione. Ciò è testimoniato, da un lato, dal recupero di avamposti strategici da parte dell’esercito governativo, come accaduto nel caso della città di Homs;  un ulteriore fattore di criticità è rappresentato dalla frammentazione del fronte dell’opposizione. Quest’ultimo tema ed il caos interno al Paese pongono gli Stati Uniti nella delicata posizione, nonostante il sostegno dichiarato al fronte “moderato”, di non essere in grado di controllare pienamente il flusso degli aiuti sul campo in quella che, come sovente accade in Medio Oriente, ha assunto la fisionomia di una “guerra per procura”, dove il governo Assad gode sempre del supporto della Russia e dell’Iran.
Il fatto nuovo, almeno se si considera l’accelerazione degli eventi dell’ultimo periodo, è l’ascesa dei militanti dell’Isil (Stato islamico dell’Iraq e del Levante), che sta rapidamente guadagnando posizioni in Iraq e minaccia di conquistare Baghdad, in una strategia che ricalca quella assunta dall’Isi (Stati islamico dell’Iraq), antenato dell’attuale, nel 2006. L’offensiva dei militanti islamici si lega a doppio filo alla questione siriana, coniugando le sorti dei due Paesi in un’instabilità comune. L’Isil ha il controllo delle province siriane di Al-Raqqa, Deir Al-Zur e Al-Hasakah, un territorio che costituisce, insieme alla provincia irachena di Al-Anbar, conquistata ad inizio anno, un’area strategica per i rifornimenti ed il trasporto delle armi, che ha favorito sensibilmente la penetrazione in territorio iracheno, in primo luogo nella città settentrionale di Mosul. L’avanzata delle milizie dell’Isil, nonostante le defezioni subite recentemente in Siria nel conflitto fratricida con al-Nusra, il fronte islamico attiguo ad al-Qaeda, si spiegano anche attraverso il suo inserimento nel più ampio scontro sciiti/sunniti, con questi ultimi che hanno rimpinguato in Iraq le fila dell’Isil in funzione anti-al-Maliki, il presidente iracheno sciita, fautore di una politica di “debaathizzazione” in un Paese già dilaniato dalle divisioni e dai conflitti settari. Una politica che gode del sostegno dell’Iran, intenzionato a rafforzare la sua posizione geopolitica nella regione. Oltre alle politiche settarie portate avanti dal governo iracheno, un altro fattore di lunga durata costituisce una delle chiavi di lettura centrali delle dinamiche attuali, fattore applicabile ad altri contesti regionali: il collasso dei sistemi economici e sociali, cui ha concorso, in particolar modo in Iraq, una guerra “US-led” durata più di otto anni nonchè la generale cecità delle politiche estere occidentali. Secondo dati dello United Nations Development Programme (UNDP), l’Iraq ha un tasso di povertà del 23%. Oltre 6 milioni di iracheni soffrono la fame, nonostante un incremento delle esportazioni di petrolio.

mercoledì 3 settembre 2014

Buona Lettura

Anno Accademico 2014-2015
Dopo la pausa estiva, riprendono le pubblicazioni dei post. Saranno messi anche quelli relativi a Luglio ed Agosto per completamento di archivio e non avere buchi per le ricerche, ma non saranno rinviati
 A Tutti, 
 frequentatori, studenti e lettori un augurio di una felice ripresa e di un proficuo lavoro
(email geografia2013@libero.it)

giovedì 3 luglio 2014

Israele: hamas e il colpo di coda degli opposti estremismi

Conflitto israelo- palestinese
La morte dei tre ragazzi israeliani apre un vaso di Pandora
Paola Caridi
02/07/2014
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Un efferato episodio di violenza politica, oppure il segnale di una strategia che vuole ancor più radicalizzare lo scontro tra israeliani e palestinesi? Il nodo è tutto qui, dopo il rito commosso e corale della sepoltura dei tre ragazzi israeliani rapiti e subito dopo uccisi in Cisgiordania.

La domanda sul 'chi ha ucciso' e sul 'perché lo ha fatto' deve interessare, in questo momento, solo gli inquirenti israeliani, e le forze di sicurezza palestinesi che si sono coordinate con Israele. Non è, insomma, una domanda da commissari di polizia, intenti a fare luce su una notizia di cronaca. È, al contrario, una domanda cruciale, per analizzare ciò che è successo negli ultimi mesi, e cosa succederà nei prossimi.

Colonie, checkpoint e price tag attacks
Negli ultimi mesi, per meglio dire, negli ultimi anni, la tensione in Cisgiordania si è alzata ben oltre il livello di guardia. Nell'ombra di un’informazione distratta o poco addentro al conflitto israelo-palestinese, quel piccolo lembo di terra a est della Linea Verde è stato percorso da scosse continue.

Scosse continue, quasi dettagli in un conflitto pluridecennale, mattoni di violenza e contrapposizione messi uno sopra all'altro. Le colonie israeliane in Palestina si ingrandiscono quotidianamente, e sono ormai cittadine da decine di migliaia di abitanti.

Il territorio è frammentato da checkpoint e terminal. L'Autorità nazionale palestinese (Anp) controlla sempre meno terra, ivi compresa la Valle del Giordano. Israele ha il totale controllo di tutta l'area C, dove sono stati rapiti i ragazzi, frutto degli accordi di Oslo.

Cose note. Meno noti sono i price tag attacks. Gli attacchi contro le proprietà, macchine date alle fiamme, gomme squarciate, ulivi incendiati, minacce alle persone. Vandalismo, insomma, compiuto in genere di notte con veri e propri raid dentro i villaggi palestinesi da parte dei coloni israeliani.

L'Onu, attraverso il suo ufficio di coordinamento di Gerusalemme, ha contato 399 attacchi di questo tipo nel 2013 in Cisgiordania. Cifra riportata anche da US Country Reports on Terrorism 2013 del dipartimento di stato statunitense.

E ha contato, nel silenzio assordante dei media, 3735 feriti e contusi palestinesi sempre nel 2013 in episodi di violenza legati al conflitto con gli israeliani, il più duro bilancio dal 2005 a oggi. Di micce accese, in Cisgiordania, ve ne sono tante. Da troppo tempo. E gli osservatori, da altrettanto tempo, si aspettavano che da qualche parte, un giorno, o una notte, qualcosa brillasse sotto la paglia.

Hamas, incolpata da Israele, smentisce
Chi ha ucciso, dunque, senza pietà Eyal Yifrah, 19 anni, Gilad Shaar e Naftali Fraenkel, entrambi di soli 16 anni? Schegge impazzite senza alcun collegamento con organizzazioni politiche palestinesi, in una zona ad altissima tensione, fulcro della rete delle colonie nella Cisgiordania meridionale? Oppure militanti mandati da Hamas, come afferma da giorni il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, promettendo di far pagare un carissimo prezzo al movimento islamista palestinese?

Nella storia di Hamas, l'organizzazione islamista non ha mai smentito atti di violenza imputati dagli israeliani. Anche quando, negli anni successivi, ventilava che non vi fosse stato un ordine mandato dall'ala armata. Dal centro alla periferia. Stavolta, l'atteggiamento di Hamas sembra diverso dal passato.

Lo testimonia la dichiarazione del portavoce Sami Abu Zuhri, appena si è diffusa la notizia ufficiale del ritrovamento dei corpi dei ragazzi vicino a un villaggio, Halhul, dell'area di Hebron. "La scomparsa e l'uccisione dei tre israeliani è basata solo sulla versione di Israele", ha detto Abu Zuhri alla France Presse. "L'occupazione - ha proseguito - sta cercando di usare questa storia per giustificare una guerra ad ampio raggio contro il nostro popolo, la resistenza e Hamas".

Futuro del governo di unità nazionale palestinese
Hamas, sinora, rifiuta ogni responsabilità nell'uccisione dei tre ragazzi, che a questo punto le autorità israeliane ritengono essere stata compiuta già al momento del sequestro. D'altro canto, le mosse politiche compiute da Hamas negli ultimissimi mesi erano di segno completamente opposto, come dimostra l'accordo a sorpresa che ha condotto al governo di unità nazionale con Fatah, sotto egida Organizzazione per la liberazione palestinese.

Dopo anni di lungaggini, il governo di unità nazionale era diventato una realtà, e anche una minaccia per l'esecutivo israeliano, come sottolineato con durezza dallo stesso premier Bibi Netanyahu già all'indomani dell'intesa intra-palestinese e più volte nelle ultime settimane.

Hamas aveva accettato di far presiedere il governo da un uomo legato ad Abu Mazen, di cedere i ministeri più importanti, di lasciare almeno formalmente il controllo amministrativo di Gaza.

Indebolito dalla repressione dei Fratelli Musulmani in Egitto, Hamas ha cercato così di salvare il salvabile. Perché, allora, aprire un vaso di Pandora in Cisgiordania con l'uccisione di tre ragazzi israeliani? Un atto di questo genere non avrebbe neanche portato consenso, tra i palestinesi della Cisgiordania, fiaccati da una quotidianità già difficile, e tentati di più - semmai - da una pratica di confronto con gli israeliani basata su boicottaggi e manifestazioni locali.

Ora, però, questo periodo è dietro le spalle. Tutto sembra cambiato, in Cisgiordania. Anche lo status quo che finora aveva governato una quotidianità a tratti surreale.

Paola Caridi, (www.invisiblearabs.com) è giornalista e autrice di “Arabi Invisibili” e “Hamas”, editi da Feltrinelli.
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martedì 1 luglio 2014

Iraq: la matassa degli errori sempre più aggrovigliata

Medio Oriente
Sfatando gli equivoci sull’Iraq
Maurizio Melani
30/06/2014
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Vi sono alcuni equivoci nella narrativa delle vicende irachene che non aiutano nell'analisi e nella ricerca delle possibili soluzioni.

Il primo è che il Presidente statunitense Barack Obama abbia accelerato un non necessario ritiro delle forze americane. In realtà il ritiro era inevitabile considerate le risoluzioni del Consiglio di sicurezza, da rinnovare periodicamente, che disciplinavano anche lo stato giuridico delle forze ai sensi del Capitolo VII della Carta con i conseguenti poteri e immunità.

Ruolo Usa
Alla vigilia delle elezioni presidenziali del 2008, l'amministrazione di G.W.Bush ritenne che dopo la sostanziale emarginazione di qaedisti e baathisti, grazie all'arruolamento di forze tribali sunnite, e la neutralizzazione delle milizie sciite nel sud, grazie all'iniziativa politica e militare di Nuri Maliki , si dovesse accettare la fine del regime ex-Capitolo VII, sempre meno giustificabile e sempre più contestato dagli iracheni ansiosi di conseguire la pienezza della sovranità.

Fu quindi concordato, anche con solenni dichiarazioni congiunte di Bush e Maliki, di regolare i rapporti reciproci con accordi bilaterali, comprensivi di una intesa su una limitata presenza dedicata all'addestramento, al "mentoring" e all’anti-terrorismo.

Il governo e parlamento iracheno rifiutarono però di concedere le immunità per il personale militare e civile richieste degli statunitensi. Non vi erano più le condizioni per forzature o imposizioni, e le truppe della coalizione dovettero completare il ritiro alla fine del 2011.

Un secondo equivoco è che l'intervento militare in Siria sventato in extremis lo scorso anno dall’intesa russo-statunitense sulle armi chimiche avrebbe evitato gli attuali sviluppi. Nella migliore delle ipotesi i bombardamenti previsti avrebbero "punito" e disturbato il regime di Bashar Al-Assad, ma da questo non sarebbe derivato un indebolimento delle forze jihadiste. Un impantanamento con forze di terra avrebbe avuto effetti ancora più incerti.

Maliki uomo di Teheran?
Un terzo equivoco è che Maliki sia indiscutibilmente l'uomo di Teheran. In realtà la sua ascesa a Capo del governo e la gestione dei suoi due mandati sono stati il frutto di una convergenza competitiva tra Usa e Iran da lui abilmente utilizzata.

Questa convergenza si è manifestata nelle fasi cruciali dei laboriosi negoziati per la formazione dei governi dopo le elezioni del 2005 e del 2010, malgrado le preferenze dei due attori esterni per altri candidati, e quando Maliki liquidò nel 2008 senza l’opposizione di Teheran le milizie sciite nel sud dell'Iraq sostenute, armate e utilizzate dall'Iran che ritenne allora preferibile rafforzare il Primo ministro e dimostrare ad iracheni e americani di poter graduare la destabilizzazione.

Con il coinvolgimento iracheno si tennero allora incontri a Baghdad tra statunitensi e iraniani per verificare le possibilità di una collaborazione nella prospettiva del previsto ritiro della forza multinazionale sottoposta ad attacchi sostenuti da Teheran parallelamente all'appoggio iraniano al governo.

L'Iran chiedeva un riconoscimento del proprio ruolo in Iraq e nella regione che Washington non poteva evidentemente concedere allorché non vi era alcun segnale positivo sul fronte nucleare e cresceva la retorica anti israeliana dell’ex presidente Amadinejad.

Sopravalutando le proprie forze e abilità, Maliki ha poi voluto imporre il suo potere personale. Ha strumentalizzato e alimentato il settarismo, emarginando fino alla persecuzione le rappresentanze sunnite, ha contrastato i curdi, imbaldanziti dalla stabilità, dallo sviluppo e dai rapporti con la Turchia della loro regione autonoma, e ha marginalizzato componenti sciite diverse dalla sua, dopo che nelle elezioni del 2010 si era presentato come leader nazionalista che rifiutava il settarismo e si rivolgeva a tutta la società irachena.

Questa politica di esclusione, accentramento del potere, gestione clientelare dell'apparato statale e della sicurezza con sproporzionate misure repressive nei confronti dei sunniti motivate dalla lotta al terrorismo e dalla debaathificazione, ha aperto spazi alle forze jihadiste e baathiste accettate come male minore da una consistente porzione della popolazione sunnita.

Occorre ora vedere in quali direzioni muoversi considerata l'improponibilità di un nuovo intervento militare unilaterale statunitense, mentre il parlamento iracheno deve eleggere il Presidente della repubblica e legittimare un nuovo governo dopo le elezioni dell'aprile scorso.

Maliki, con una ridotta maggioranza relativa, ha difficoltà a formare un governo necessariamente inclusivo e con una adeguata partecipazione di tutte le componenti all'esercizio effettivo del potere. La sconfitta dei jihadisti e dei loro alleati richiede una soluzione politica irachena, ma anche un sostegno politico e di sicurezza dall'esterno con un ruolo cruciale dei paesi della regione, alcuni dei quali hanno sostenuto gli estremisti sunniti in una logica di contrapposizione all'Iran e allo sciismo.

Uniti per eliminare il jihad
Stati Uniti, Iran, Turchia, Russia, Unione europea ed altri hanno un convergente interesse all'eliminazione dei jihadisti. Per realizzarla occorre un pieno coinvolgimento dei sunniti nella gestione del potere e della sicurezza.

Una intesa su queste basi è possibile ed è ovviamente strettamente collegata all'atteso accordo per garantire in modo inequivocabile l'impossibilità di una conversione militare delle capacità nucleari iraniane. Occorre che, a queste condizioni, anche le monarchie del Golfo, cosi come Israele, se ne convincano e diano il loro contributo.

Se da parte occidentale non si persegue tempestivamente e intelligentemente questa opportunità di intesa globale vi è il forte rischio che la contrapposizione efficace al jihadismo e l'influenza maggiore nel Medio Oriente siano lasciate a Iran e Russia.

Maurizio Melani è Ambasciatore d'Italia.
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Iraq: dalla distruzione dell'Esercito di Saddam al fallimento di oggi

Iraq
L’esercito di terracotta di Baghdad
Mario Arpino
24/06/2014
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Sorpresa e sconcerto hanno colto quanti hanno osservato poche migliaia di jihadisti dello Stato islamico dell’Iraq e del Levante (Isil, o secondo altro acronimo Isis) intenti a occupare, con successo, Mosul, la seconda città dell’Iraq, e avanzare quasi indisturbate verso sud - lungo la valle del Tigri - fino a poche decine di chilometri da Baghdad.

Eppure, nelle province settentrionali dell’Iraq la consistenza di forze governative era ragguardevole. Si tratta comunque di tre divisioni dell’Esercito e una della Polizia federale, per un totale, a seconda del livello di completamento delle Unità, che oscilla tra i 30 mila e i 50 mila effettivi. Dove sono spariti? Perché non hanno reagito, o lo hanno fatto così poco e male?

Nessuna sorpresa ha colto invece coloro che seguono e valutano - inserendolo in un corretto contesto - ogni evento dell’area: siamo pur sempre in Medio Oriente, dove le logiche comuni e le usuali unità di misura hanno un significato molto relativo.

Dipende tutto dalle condizioni generali: la volontà di combattere delle truppe ne può essere facilmente influenzata, e quindi condizionata. Se le Unità più ideologizzate possono farlo con valore e perfino con ferocia, è normale che quelle meno motivate tendano a evitare l’ingaggio.

Iraq, stato fallito
Alcuni ricorderanno ancora le immagini della Cnn, alla fine della prima guerra del Golfo, quando mostravano reparti interi dell’esercito regolare iracheno (non stiamo parlando della Guardia Repubblicana) con le braccia alzate arrendendosi in massa persino ai giornalisti.

Quando a Safwan (Bassora) sotto la tenda del cessate il fuoco il generale iracheno Ahmad dichiarava una lista di 41 prigionieri, il generale statunitense Norman Schwarzkopf rispondeva di averne più di 60 mila. Si trattava per lo più di soldati di confessione sciita (la Guardia Repubblicana era formata solo da sunniti) che Saddam Hussein aveva votato al sacrificio, isolandoli nelle trincee delle prime linee.

Quando un esercito sbanda e collassa, i motivi sono sempre molteplici: anche noi, purtroppo, ne abbiamo avuto in passato qualche esperienza. Può aver ricevuto ordini confusi, o non averli ricevuti affatto. Calcoli politici sbagliati possono aver influenzato la situazione.

Lo stato cui questo esercito appartiene può enumerarsi nella categoria degli stati falliti, o in via di fallimento. Le strutture istituzionali del paese, e quindi quelle delle forze armate, possono essere non idonee. L’addestramento può essere carente, o non mirato alla missione. La coesione e la disciplina possono essere lacunose e gli ufficiali non all’altezza. Gli armamenti potrebbero essere non idonei e inferiori a quelli dell’avversario. Le Unità potrebbero percepire ostilità, o quanto meno estraneità nel territorio, o avere la sensazione di mismanagement da parte delle autorità centrali.

Conseguenze ritiro Usa
È probabile che, almeno nelle province in cui lo sfaldamento si è verificato, la maggior parte di questi fattori sussistano contemporaneamente, e non da oggi. Fatta salva, forse, l’inadeguatezza degli armamenti e dell’addestramento basico, di marca statunitense.

L’addestramento, tuttavia, in qualsiasi esercito produce i suoi effetti solamente se perfezionato con continuità e completato con i livelli superiori. In questo caso, si tratta di soldati di confessione prevalentemente sciita, arruolati dal premier Nouri al-Maliki, forse addestrati con eccessiva celerità dai militari Usa che, sotto la pressione del presidente Barack Obama e del Congresso, avevano fretta di completare il lavoro (our job is done) e tornarsene a casa.

Secondo alcuni analisti, dopo il rientro degli statunitensi l’attività addestrativa è rimasta paralizzata, fino quasi a cessare. Questo ha contribuito a peggiorare la situazione. In Afghanistan, a occhio e croce, si sta seguendo lo stesso percorso: pur di raggiungere nei tempi previsti i numeri concordati, può accadere che si chiuda un occhio sulla qualità. Non è escluso che tra qualche anno si possano vedere gli stessi risultati.

Risveglio sunnita
Nelle elezioni del 2009 gli Usa avevano sostenuto Al-Maliki nonostante - alla conta dei voti - la prova fosse stata vinta da Ayad Allawi, un laico a capo di un partito interconfessionale e interetnico. Il nuovo premier, autoritario e con lo sguardo rivolto all’Iran, ha deluso quelle minoranze sunnite che, ai tempi del generale Usa David Petraeus, lo avevano aiutato a combattere Al-Qaeda. Ha deluso anche Obama, che tardivamente piange sul latte versato.

Queste minoranze, nei cui ranghi militano numerosi ex appartenenti alla Guardia Repubblicana, si stanno strumentalmente unendo alle brigate internazionali degli jihadisti, cogliendo l’occasione per guidare una sorta di risveglio sunnita. Con le armi ci sanno fare più dell’esercito regolare, e, al momento, le conseguenze sono sotto gli occhi di tutti.

La situazione può essere ancora rimediabile, ma non senza il Governo regionale curdo (Krg) e l’Iran del presidente Hassan Rouhani. A chi conviene davvero?

Giornalista pubblicista, Mario Arpino collabora con diversi quotidiani e riviste su temi relativi a politica militare, relazioni internazionali e Medioriente. È membro del Comitato direttivo dello IAI
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Iraq:il successo dell'avanzata del ISIL

Iraq
L’onda d’urto dell’Isil in Medio Oriente
Ludovico Carlino
18/06/2014
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L’offensiva lanciata dai militanti dello Stato islamico dell’Iraq e del levante (Isil) nelle province settentrionali e centrali irachene ha chiarito in modo definitivo che Iraq e Siria sono oramai due poli inscindibili dell’arco di instabilità che attraversa i due paesi.

L’Isil controlla una vasta aerea che dalla Siria orientale arriva direttamente ai sobborghi settentrionali di Baghdad, un territorio diviso dal gruppo in una decine di province parte del proclamato Emirato islamico che hanno nei fatti cancellato la linea di confine tra Siria ed Iraq tracciata con l’accordo Sykes-Picot nel 1916.

Arsenale Isil
L’avanzata dell’Isil, che in queste ore minaccia la stessa capitale irachena, ha in parte sorpreso per la velocità con la quale è stata effettuata e per il notevole numero di defezioni registrate tra le file dell’esercito iracheno, circostanza che ha sollevato non poche perplessità sulla natura reale degli ordini impartiti dal governo di Baghdad alle forze armate di Mosul prima e Samarra dopo nelle fasi precedenti l’arrivo dei militanti.

Nei fatti l’Isil ha incontrato poche resistenze nella sua avanzata, riuscendo a mettere le mani su un ingente bottino di guerra fatto di armi, munizioni, veicoli corazzati e denaro e prendendo il controllo di ricche aree petrolifere del paese che con tutta probabilità garantiranno al gruppo un costante flusso di risorse per finanziare e sostenere le proprie operazioni.

Secondo le immagini e le informazioni diffuse dagli stessi combattenti dell’Isil negli ultimi giorni, parte di queste armi e queste risorse sarebbero già state trasferite nelle roccaforti del gruppo in Siria, a dimostrazione di come i militanti jihadisti considerino oramai Siria ed Iraq parte di un unico fronte nel quale si combatte per un obiettivo comune, difendere lo Stato Islamico.

Baghdad Belts
Il successo dell’Isil è il risultato piuttosto lineare di due dinamiche solo in parte collegate tra di loro, una propriamente strategico-militare e l’altra pienamente politica. Entrambe sono tuttavia in moto da diversi mesi, nonostante l’attenzione mediatica delle ultime settimane sia stata trainata dalla risonanza delle ultime azioni del gruppo.

Sul piano strategico si tratta di un’offensiva che ha le sue fondamenta nel consolidamento del territorio che l’Isil ha conquistato nelle province siriane di Al-Raqqa, Deir Al-Zur e Al-Hasakah, un’area che unita alla provincia occidentale irachena di Al-Anbar (conquistata in gran parte dall’Isil già a gennaio) ha funzionato da corridoio logistico per spostare armi e militanti e che ha aperto quasi letteralmente la strada verso Mosul.

In quest’ottica la presa della città di Fallujah nel gennaio di quest’anno non è meno rilevante della conquista di Mosul della scorsa settimana, ma è chiaro che l'espansione del controllo dell’Isil anche in aree nel nord del Paese rende più concreto l’obiettivo ultimo del gruppo, che appare essere quello di circondare Baghdad prima di lanciare un assalto da più fronti.

Il piano di accerchiamento di Baghdad non è tra l’altro nuovo, e pare ricalcare in quasi tutti i suoi dettagli il cosiddetto ‘Baghdad Belts’, la strategia che nel 2006 l’allora predecessore dell’Isil, lo Stato Islamico di Iraq (Isi), aveva pianificato per dare l’assalto alla capitale nel picco della guerra civile irachena.

Il piano si fermò alle prime fasi, che anche in quel caso prevedevano la presa di Fallujah, della provincia di Anbar per poi puntare subito dopo verso il nord e il sud di Baghdad, ma ci volle circa un anno ed il dispiegamento di circa 130 mila soldati statunitensi per costringere sulla difensiva i militanti dell’Isi.

A tutto ciò si aggiungono i proclami recenti del gruppo di voler colpire anche Kerbala e Najaf, città sante degli sciiti nel sud dell’Iraq, con il chiaro intento di scatenare una guerra settaria nel paese.

Fronte anti-Maliki
Questo elemento si collega alla dinamica politica alla base del successo dell’Isil, risultato di un costante processo di cooptazione delle tribù sunnite alienate dalle politiche del governo di Al-Maliki a guida sciita.

L’Isil era già riuscito ad inserirsi ad Al-Anbar stringendo accordi con le tribù e con vari gruppi insurrezionali sunniti in chiave anti-governativa e la stessa dinamica sembra essere stata replicata con successo anche nel nord.

Non è un caso che lo sheikh Ali Hatem al-Suleiman al-Dulaimi, della tribù Dulaim, una delle principali del paese, abbia dichiarato di recente che i combattenti dell’Isil rappresentano tra il 7 ed il 10% degli insorti che stanno combattendo contro l’esercito, e che includono tribù, ex militari dell’esercito di Saddam Hussein, e milizie baathiste come l’esercito degli Uomini dell'Ordine di Naqshbandi.

Il contesto attuale, unito al collasso dell’esercito iracheno, renderà complesso sradicare completamente la presenza dell’Isil nelle nuove aree finite sotto il suo controllo, con il rischio di spingere l’Iraq verso un’ulteriore situazione di caos in cui le alleanze e le traiettorie dei jihadisti diventeranno sempre più complesse da decifrare.

Al momento, l’unico elemento di certezza è che l’Iraq è sempre più parte del rompicapo siriano che le potenze occidentali non sono ancora riuscite a risolvere.

Ludovico Carlino è PhD Candidate in International Politics presso la University of Reading, Regno Unito. Ricercatore del Cisip (Centro Italiano di Studi sull’Islam Politico) ed analista per la Jamestown Foundation.
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Iraq: da un fallimento all'altro. ISIL avanza.

Iraq
Le vere dinamiche dell’avanzata dell’Isil su Baghdad
Roberto Iannuzzi
17/06/2014
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Con la sua incredibile avanzata nell’Iraq settentrionale, il gruppo jihadista noto come Stato islamico dell’Iraq e del Levante” (Isil, secondo l’acronimo inglese) ha stordito il governo di Baghdad e l’intera comunità internazionale.

Dopo mesi di sforzi armati per mantenere il controllo su Falluja e di parziali insuccessi nella campagna volta a estendere la propria influenza sulla provincia occidentale di Al-Anbar, l’Isil si è impadronito in pochi giorni di Mosul, la seconda città del paese, di parte della provincia di Ninive e di Tikrit, città natale dell’ex dittatore Saddam Hussein.

L’esclusiva attenzione riservata dai mezzi di informazione occidentali a questo gruppo jihadista coinvolto anche nel vicino conflitto siriano rischia tuttavia di fornire un quadro fuorviante rispetto a quanto sta realmente accadendo in Iraq.

L’avanzata dell’Isil appare tanto più inspiegabile se si pensa che il gruppo ha subito pesanti perdite negli ultimi mesi in Siria, dove ha dovuto arretrare a causa di una guerra fratricida con formazioni islamiste come Jabhat al-Nusra.

La disorganizzazione e la corruzione di cui soffre l’esercito regolare di Baghdad non sono sufficienti, da sole, a giustificare il fatto che poche migliaia di jihadisti hanno conquistato una porzione così ampia di territorio iracheno.

Sunniti arruolati dall’Isil
La dinamica degli eventi si chiarisce se si prende in considerazione la comunità sunnita irachena nel suo complesso. Molti abitanti di Mosul consideravano le forze regolari di Baghdad come un esercito sciita di occupazione e hanno perciò accolto i miliziani dell’Isil come dei liberatori. In aggiunta, a fianco del movimento jihadista stanno combattendo altre formazioni sunnite.

In questa bizzarra (e probabilmente temporanea) alleanza, spiccano gruppi baathisti come quello guidato da Izzat Ibrahim Aal-Douri, già comandante militare e braccio destro di Saddam, e l’esercito degli Uomini dell'Ordine di Naqshbandi. Ad essi si aggiungono l’Esercito islamico (una miscela di islamisti e nazionalisti), gruppi tribali ed altre milizie. Nelle file dell’Isil si sono addirittura arruolati ex militari baathisti.

L’offensiva dell’Isil e degli altri gruppi è stata salutata come una “primavera irachena” da Tariq Al-Hashemi, vicepresidente sunnita dell’Iraq fino al 2011, poi fuggito dal paese poiché accusato dal governo sciita di Nuri Al-Maliki di “sostegno al terrorismo”. Accolto con tutti gli onori a Doha e Riyadh, nemiche giurate di Maliki, Hashemi vive ora in esilio in Turchia.

L’Associazione degli ulema musulmani dell’Iraq, un’organizzazione che riunisce alcuni fra i più influenti religiosi sunniti del paese, ha anch’essa definito gli eventi di questi giorni come una “rivoluzione”, e ha ammonito che attribuirli esclusivamente all’Isil è un tentativo di infangare l’azione rivoluzionaria.

Molti esponenti dell’Associazione operano da Amman, in Giordania, dove negli ultimi anni si è organizzata buona parte dell’opposizione sunnita a Maliki. L’Associazione ha rapporti con numerosi capi tribali, a loro volta organizzatisi in un Consiglio militare unificato (affollato di ex generali dell’esercito di Saddam) che è presente soprattutto nella provincia di Al-Anbar, ma anche in quelle di Ninive e Salah Al-Din.

Monopolio sciita
La portata di questa mobilitazione spiega la reazione allarmata del governo Maliki e dei suoi alleati (tra cui l’Iran), e la loro necessità di arruolare migliaia di volontari sciiti per contrastarla. Sebbene il premier iracheno e Teheran abbiano interesse a stigmatizzare quanto sta avvenendo come un fenomeno puramente “terroristico”, la sfida che si profila per Baghdad va ben al di là di qualche migliaio di combattenti dell’Isil.

Tale sfida è il risultato della decisione di una parte consistente della comunità sunnita di abbandonare il processo politico, monopolizzato dal governo autocratico di Maliki. A questa decisione ha contribuito anche la disfatta sunnita nelle recenti elezioni legislative.

Non tutte le colpe dell’attuale stallo politico sono tuttavia imputabili al governo. Se è vero che le politiche discriminatorie da esso portate avanti all’insegna della “debaathificazione” dello stato hanno alienato la comunità sunnita, è anche vero che quest’ultima non è riuscita a dare una risposta rassicurante alle paure della maggioranza sciita del paese, lungamente perseguitata sotto Saddam.

Ingerenze internazionali
Al fallimento del processo di riconciliazione ha poi contribuito la riorganizzazione dello stato iracheno su base confessionale all’ombra dell’occupazione statunitense, a partire dal 2003. A ciò bisogna aggiungere le pesanti ingerenze di tutti i paesi vicini negli affari interni iracheni - non solo quelle dell’Iran a sostegno del governo Maliki, ma anche quelle di Turchia, Arabia Saudita e Qatar.

Questi ultimi due paesi, in particolare, hanno emarginato il governo sciita considerandolo una mera pedina di Teheran, malgrado le aperture compiute da Baghdad nei loro confronti. Essi hanno invece appoggiato le diverse componenti della frammentata opposizione sunnita in chiave anti-iraniana.

La prospettiva verso cui si avvia l’Iraq è ora quella di un rinnovato conflitto a sfondo settario, complicato dalle suddette ingerenze regionali, secondo un copione simile a quello siriano. Anzi, la crisi irachena e quella nella vicina Siria appaiono ormai legate in maniera crescente attraverso un confine sempre più virtuale, e potrebbero fondersi in un unico spaventoso conflitto regionale.

Roberto Iannuzzi è ricercatore presso l’Unimed (Unione delle Università del Mediterraneo). È autore del libro “Geopolitica del collasso. Iran, Siria e Medio Oriente nel contesto della crisi globale”, di recente pubblicazione.
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martedì 17 giugno 2014

Turkey's Energy Strategy and its Role in the EU's Southern Gas Corridor

IAI Working Papers
ISSN 2280-4331 (online)
Turkey's Energy Strategy and its Role in the EU's Southern Gas Corridor


by Erkan Erdogdu



IAI Working Papers 14|01
17 February 2014
Pages 15
ISBN 978-88-98650-06-4
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Paper produced within the framework of the IAI-Edison project "The changing regional role of Turkey and cooperation with the EU in the neighbourhood", February 2014.

Abstract
The Southern Gas Corridor (SGC) is a European Commission initiative aimed at facilitating the diversification of the routes and sources of gas imported into Europe. This paper is devoted to the analysis of Turkey’s role in this initiative. Following a summary of the current economic and energy situation in Turkey, the paper presents recent developments in the SGC and an analysis of Turkey's role in the EU's SGC vision. It concludes that although the newly-built infrastructure within the SGC framework will probably serve Azerbaijani and Turkish interests first in their future relations with the EU, rather than the other way round, as had been initially hoped by the EU, it still addresses the EU's basic strategic interests, namely, the diversification of gas supply routes and suppliers.

Keywords
Turkey | European Union | Energy security | Natural gas | Pipelines

Author(s)
Erkan Erdogdu holds a PhD from Judge Business School, University of Cambridge, and works as energy market specialist in the Energy Market Regulatory Authority of the Republic of Turkey (EMRA).

Contents

Introduction
1. Current economic and energy situation in Turkey
2. Southern Gas Corridor, TANAP & TAP decisions
3. An analysis of Turkish international gas policy
Conclusion
Annex
References


martedì 27 maggio 2014

Yemen: attacchi nel sud dello Yemen

Nelle ultime settimane, il sud dello Yemen è stato teatro di frequenti attentati da parte dei miliziani di Al-Qaeda nella Penisola Arabica (AQAP), i quali hanno colpito numerosi funzionari governativi, membri delle forze di sicurezza nazionali e civili sia yemeniti che stranieri. Lo scorso 16 maggio, nel corso di un attacco agli avamposti militari di Azzan e Gol al-Rayda nella provincia meridionale di Shabwa, sono morti oltre 30 militanti qaedisti e circa 8 soldati dell’Esercito yemenita. La rappresaglia armata dei jihadisti rappresenta la risposta alla decisione del governo di Adb Rabbuh Mansur Hadi di lanciare, a partire dalla fine di aprile, una violenta offensiva contro le roccaforti di AQAP nelle province meridionali dello Yemen, dove i qaedisti sono profondamente radicati. Un ulteriore fattore di destabilizzazione del sud del Paese è dato dalla presenza del movimento separatista Hirak, a sua volta accusato di aver compiuto attentati co! ntro le forze di sicurezza nazionali. Lo strumento militare, dunque, è servito sia per colpire l’organizzazione jihadista sia le violente istanze secessioniste, nonché per mandare un segnale sulla ripresa delle deboli istituzioni statali. Le operazioni finora condotte hanno ottenuto importanti risultati riuscendo a indebolire il movimento qaedista e, in taluni casi, a eliminare i vertici locali di AQAP. Ciononostante, la struttura dell’organizzazione appare ancora molto attiva e a tal proposito, un video reso pubblico di recente, mostra una riunione di una folta schiera di leader tribali yemeniti presieduta dal leader di AQAP Nasir al-Wuhayshi. In questa prospettiva, appare evidente come il rafforzamento delle istituzioni e del potere centrale potrebbe giovare al dialogo nazionale e permetterebbe, di conseguenza, di contrastare la contiguità tra jihadismo e realtà tribali.

Fonte CESI Roma

venerdì 23 maggio 2014

Egitto: l'opposizione al vincitore

Elezioni egiziane
La lunga marcia dell’anti-Sisi. Parla Hamdeen Sabahi 
Azzurra Meringolo
22/05/2014
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“L’Egitto dovrebbe tornare sulla scacchiera internazionale per giocare un ruolo attivo nelle dinamiche regionali. Finché è un satellite di altre potenze che hanno a cuore i loro interessi nazionali, tutto ciò non accadrà”.

Ne è convinto Hamdeen Sabahi, storico leader dell’opposizione di sinistra, candidato alle prossime elezioni presidenziali in Egitto, che propugna una politica estera più autonoma, non asservita a interessi stranieri. Poco importa se nella stanza dove ci riceve ha appena incontrato alcuni funzionari diplomatici occidentali.

Storico nasseriano che ha iniziato a fare politica nei corridori dell’università egiziane degli anni ’70, Hamdeen - come lo chiamano i suoi - è conosciuto per le sue posizioni coraggiose. Nel ’77 denunciò in diretta televisiva la corruzione del governo del presidente Anwar Sadat e la sua politica della porta aperta agli Usa e a Israele.

L’uomo che lunedì e martedì sfiderà alla presidenza Abdel Fattahel Sisi - l’ex capo delle Forze Armate - è stato il più giovane prigioniero politico caduto nella morsa repressiva di Sadat.

Il 95% degli egiziani all’estero ha già votato per Sisi. Perché ha deciso di sfidarlo, pur sapendo che l’ex generale otterrà una vittoria plebiscitaria? 
La mia performance elettorale non è già scritta dal destino. Dipende dalla reazione della società egiziana. Io rappresento i settori più poveri e i più giovani. Sulla carta, la maggioranza del paese. Tutta la mia carriera politica è stata dedicata a loro e il mio futuro, come quello del paese, dipende soprattutto dai giovani. È su di loro che sto puntando le mie energie, per creare una classe politica in grado di sfidare i nostri avversari. Le presidenziali sono la prima sfida di questa nuova epoca, ma non sono né l’unica, né l’ultima.

Alcuni di questi suoi giovani elettori boicotteranno le urne. Come risponde a chi l’accusa di legittimare, con la sua candidatura, il ritorno al potere dei militari?
Il boicottaggio è uno strumento politico che appartiene al passato, quando non vi erano i requisiti per una vera competizione politica. Ora il clima politico permette sfide reali. Partecipare alle elezioni è parte di una strategia politica che mette al centro l’inclusione della popolazione nelle dinamiche decisionali da cui è stata esclusa per troppo tempo. Nel corso della campagna elettorale, molte persone che avevano inizialmente dichiarato di aderire al boicottaggio sono tornate sui loro passi: hanno capito che mi sto assumendo le responsabilità di partecipare alle complesse dinamiche politiche. Sono pronto, nel caso, a fare un’opposizione responsabile.
Non sto legittimando il ritorno dei militari al potere. Sto legittimando il diritto degli egiziani di partecipare alla vita politica del loro paese e di farlo in maniera democratica per realizzare gli obiettivi della rivoluzione del 25 gennaio 2011.

Durante le parlamentari del 2011, il suo partito decise di entrare a far parte del blocco guidato dalla Fratellanza. Che ruolo avranno i Fratelli Musulmani - ora nuovamente clandestini - nel nuovo Egitto che ha in mente? 
Mi relaziono con i Fratelli Musulmani come con tutti gli altri egiziani. Quando loro sono stati repressi e incarcerati ingiustamente, li ho difesi. Quando, all’indomani del 25 gennaio, anche loro hanno deciso di partecipare alla rivoluzione li abbiamo accolti a braccia aperte. Quando hanno deciso di prendere parte al gioco politico egiziano, non solo noi, ma tutti gli altri partiti hanno accettato questa novità.
È quindi iniziata la normale competizione politica. Io ho sfidato Mohammed Mursi (il presidente islamista deposto il 3 luglio scorso, ndr) alle presidenziali del 2012. Quando mi ha offerto la carica di vicepresidente ho rifiutato, preferendo stare all’opposizione per dare suggerimenti. Mursi però non li ha mai ascoltati.
Impossessandosi del potere è diventato sempre più autoritario. Per questo abbiamo creato il Fronte di salvezza nazionale (un’alleanza di partiti di varia estrazione unita dalla comune opposizione al potere islamista di Mursi e del suo governo, ndr) per sfidarlo. Io sono stato tra coloro che hanno chiesto agli egiziani di scendere in strada il 30 giugno 2013 per iniziare una nuova rivoluzione indispensabile per realizzare gli obiettivi della rivolta del 2011.

Quanto è sostenibile la stabilità di un Egitto nei cui giochi politici non sono inclusi i Fratelli Musulmani?
I Fratelli Musulmani hanno perso legittimità politica. Non solo non hanno sostegno popolare, ma è la loro idea di democrazia ad aver perso credibilità. Hanno mostrato di voler realizzare una democrazia in grado di garantire i loro interessi, non di proteggere quelli dell’intera società. Quando il popolo egiziano è sceso in strada per chiedere l’uscita di scena di Mursi, la Fratellanza ha incitato i suoi alla resistenza violenta. Per questo penso che la decisione di bandirla nuovamente sia stata giusta. Non possiamo accettare partiti che fanno della violenza un’arma della battaglia politica.
In futuro però, qualora la Fratellanza si impegnasse a rispettare le regole della competizione democratica, accettando dinamiche pacifiche, io sarei pronto a darle gli stessi diritti garantiti agli altri egiziani. La Costituzione del 2014 vieta la formazione di partiti su base religiosa, ma qualora diventassi presidente, gli orientamenti islamisti pacifici non sarebbero ritenuti problematici.

La vittoria di Sisi mostrerà il trionfo dell’esercito, la più forte e stabile istituzione egiziana. Quale è l’ingrediente che manca al paese per trasformarsi in un regime civile?
Per completare il percorso, la rivoluzione deve andare al potere con i suoi valori e i suoi obbiettivi. Fino a quando questo non accadrà, in Egitto non ci saranno le condizioni per la creazione di uno stato civile, trasparente e democratico che accetta il ruolo di una società civile attiva.

Azzurra Meringolo è ricercatrice presso l’Istituto Affari Internazionali (IAI), e caporedattrice di Affarinternazionali. Coordinatrice scientifica di Arab Media Report. È autrice di "I Ragazzi di piazza Tahrir" e vincitrice del premio giornalistico Indro Montanelli 2013. Potete seguirla sul suo blog e su twitter a @ragazzitahrir.
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martedì 13 maggio 2014

Egitto: offensiva contro la Fratellanza Mussulmana

Medio Oriente
Guerra al terrorismo in terra egiziana
Ludovico Carlino
08/05/2014
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Mentre la magistratura egiziana prosegue nel suo giro di vite ai danni di centinaia di sostenitori della Fratellanza Musulmana, il processo di normalizzazione nei rapporti tra l’Occidente e il Cairo sembra aver preso definitivamente il via in nome della lotta al terrorismo.

Apache Usa al Cairo
A fine aprile, gli Stati Uniti hanno annunciato l’imminente consegna all’Egitto di 10 elicotteri d’attacco Apache, sofisticati equipaggiamenti militari che, secondo il Pentagono, mirano ad aiutare il governo egiziano a “contrastare gli estremisti che minacciano la sicurezza statunitense, israeliana ed egiziana” e supportare le operazioni di anti-terrorismo nella Penisola del Sinai.

La decisione di Washington, che aveva ridimensionato lo scorso anno il sostegno militare all’Egitto in seguito al golpe che ha deposto il Presidente Mohammed Mursi, rappresenta dunque un chiaro segnale di supporto per quella che il Governo egiziano sta presentando come la sua ‘guerra al terrorismo’, una vasta operazione militare che da più di otto mesi sta continuando senza sosta nel Nord del Sinai.

L’offensiva mira a sradicare le sacche di militanza jihadista che dallo scorso luglio hanno intensificato la loro campagna militante contro le forze di sicurezza, ma la guerra al terrorismo egiziana ha nei fatti un obiettivo ben preciso: Ansar Bait al-Madqis.

Ansar Bait al-Madqis 
Per le autorità egiziane, Ansar Bait è al momento la principale minaccia alla sicurezza del Paese, il gruppo responsabile di gran parte degli attacchi più cruenti lanciati negli ultimi mesi nelle città egiziane e nell’instabile Sinai oltre ad essere l’organizzazione ombrello che starebbe manovrando una miriade di fazioni jihadiste sorte di recente nel Paese, tra le quali Ajnad Misr e la Brigate Ansar al-Shari’a, impegnate in una incessante campagna di omicidi mirati ai danni di soldati e poliziotti.

L’intelligence egiziana ha anche suggerito di avere informazioni sui presunti legami, mai provati fino ad ora, tra il gruppo e la Fratellanza, ipotesi non pienamente condivisa dagli Stati Uniti che concordano ad ogni modo con il Cairo sulla portata regionale della minaccia posta da Ansar.

Ad inizio mese il Dipartimento di Stato statunitense ha sancito questa posizione inserendo il gruppo nella propria lista delle organizzazioni terroriste straniere, motivando la decisione sulla base di una serie di attacchi lanciati da Ansar ai danni di Israele nel corso del 2012 e dell’attentato di febbraio contro un bus turistico nel Sinai meridionale nel quale tre turisti sudcoreani hanno perso la vita.

Il comunicato del Dipartimento, che definisce Ansar come ‘gruppo che condivide alcuni aspetti dell’ideologia di al-Qaeda nonostante non ne sia un affiliato formale’, sottolinea ad ogni modo che l’organizzazione ha ‘obiettivi locali’, un’aggiunta che sembra quasi tendere a ridimensionare la portata regionale del gruppo.

Questo dettaglio racchiude nei fatti la posizione discordante degli analisti sulla natura di Ansar Bait, che in sintesi contrappone quanti considerano il gruppo un sotto-prodotto della repressione del Governo nei confronti delle forze islamiste egiziane e quanti leggono la rinascita jihadista nel Paese come il tentativo di veterani combattenti legati ad al-Qaeda di ricreare una roccaforte militante in Egitto, dal quale poi lanciare attacchi a livello regionale. La realtà, come spesso accade, sta probabilmente nel mezzo.

Dal Sinai o da Al-Qaeda 
Se da una parte il gruppo è sorto nel 2011, quindi prima della deposizione di Morsi, è anche vero che la presa del potere da parte dell’esercito e la successiva repressione ai danni della base islamista ha radicalizzato la posizione del gruppo.

Ansar è gradualmente passata da isolati attacchi contro gasdotti e soldati israeliani nel Sinai ad una persistente campagna diretta contro le forze di sicurezza nelle città egiziane e nella penisola, puntellata da una propaganda quasi esclusivamente volta ad accusare l’esercito di maltrattamenti e torture ai danni dei Musulmani egiziani.

D’altro canto è più che plausibile che ex militanti della Jihad islamica egiziana legati all’egiziano Ayman al-Zawahiri, leader di al-Qaeda, ricoprono posizioni all’interno del gruppo, ma parte di questi combattenti era già attiva nel Sinai ancor prima della stessa elezione di Morsi, mentre contatti diretti con la leadership di al-Qaeda sono rimasti al momento pure congetture.

Rischio crescita reclute
A prescindere dalla natura autoctona o esterna di Ansar al-Bayt, è evidente che il gruppo tende a presentare la propria azione militante come diretta ad evitare vittime civili ed esclusivamente finalizzata a colpire l’apparato di sicurezza egiziano. Ansar posta regolarmente sul proprio account Twitter appelli alla popolazione a rimanere lontana dagli edifici o caserme militari, una propaganda ben costruita che mira a presentare Ansar come il vero protettore degli Islamisti egiziani.

Il rischio più immediato è dunque che il giro di vite del Governo egiziano, con il tacito assenso occidentale, finisca per fare il gioco di questa propaganda, allargando potenzialmente la base di reclutamento per un gruppo che sta gradualmente spostando il suo baricentro dal Sinai alle aree urbane del Paese.

Ludovico Carlino è PhD Candidate in International Politics presso la University of Reading, Regno Unito. Ricercatore del Cisip (Centro Italiano di Studi sull’Islam Politico) ed analista per la Jamestown Foundation.
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domenica 4 maggio 2014

Turchia: la strumentalizzazione dell'Italia

Allargamento
Italia, possibile cavallo di Troia turco in Europa
Emanuela Pergolizzi
22/04/2014
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Nel dejà-vu dei decennali avanzamenti alternati da brusche battute d'arresto, il 2014 sembra aprirsi in una fitta nebulosa di interrogativi per i negoziati in atto tra Turchia ed Europa.

A poco più di dieci giorni dalle elezioni amministrative più contestate nella storia politica di Ankara, tra il 10 e l'11 aprile la commissione parlamentare mista turco-europea si è riunita in un clima vibrante di tensioni e speranze. Se Bruxelles tende la mano, sempre più incerta, oltre il fossato dell'antica “fortezza Europa”, non è più sicura di trovare l'alleato turco, oltre la sponda, pronto ad afferrarla.

Erdoğan tra corruzione e censura
Dopo le proteste di Gezi Park e un'estate gelida tra i due alleati, l'autunno scorso aveva preannunciato forti segnali di speranza, con l'apertura - favorita dall'elezione dei socialisti francesi - di un nuovo capitolo dei negoziati, dopo ben tre anni di stallo.

Il dialogo turco-europeo sembrava prendere nuovo respiro anche con la firma di una nuova road map per la liberalizzazione dei visti per i cittadini turchi verso i confini europei, in dicembre.

Il tutto, infine, era stato suggellato dalla preparazione di una visita del primo ministro Recep Tayyip Erdoğan per gennaio, dopo un'assenza di circa cinque anni dai corridoi istituzionali dell'Unione.

Come in un'antica profezia dai risvolti oscuri e incerti, alla ripresa delle relazioni turco-europee è sembrato seguire l'ennesimo sgambetto, l'ennesima brusca deviazione dal seminato.

Il 17 dicembre, lo scoppio del tentacolare scandalo di corruzione che ha colpito al cuore i vertici governativi turchi ha scosso i già fragili equilibri politici di Ankara, riversandosi con effetto-domino sull'inflazione e sulle preoccupazioni di Bruxelles.

L'Europa ha di nuovo aggrottato le ciglia di fronte all'introduzione della legislazione restrittiva su internet che da febbraio ha facilitato il blocco di siti web e social network da parte dell'autorità turca per le telecomunicazioni. L'oscuramento combinato di Twitter e YouTube e le ripetute denunce di brogli elettorali nel corso delle municipali di fine marzo hanno messo ulteriormente in allarme gli osservatori europei.

Timori europei per l’autoritarismo turco
Diffidenze reciproche e comuni sospetti si presentano come minacciosa spada di Damocle dei rapporti bilaterali, con singole dichiarazioni in grado di suscitare piccole e continue scosse nei fragili equilibri tra Turchia ed Unione europea.

Timore e sorpresa sono stati sollevati dalle recenti dichiarazioni del consigliere all'economia del primo ministro turco, secondo cui Ankara avrà sempre meno bisogno, in futuro, del vecchio continente in crisi. In tutta risposta, dall'altro lato, il commissario europeo per l'allargamento, Štefan Füle, ha reiteratamente espresso preoccupazione per gli sviluppi degli ultimi mesi e per un autoritarismo sempre più sordo ai richiami democratici e ai valori-guida di Bruxelles.

L'abolizione, con votazione all'unanimità dei giudici costituzionali, del divieto su Twitter, insieme alla determinata propensione all'apertura di nuovi capitoli da parte ministro per le politiche europee turco Çavuşoğlu sembrano mettere a tacere, temporaneamente, comuni timori, verso una nuova primavera di riforme.

Semestre italiano di presidenza Ue
A partire dalla seconda metà del 2014, la presidenza dell'Italia presso l'Unione - storico sostenitore e alleato turco - lascia presagire un positivo rilancio dei negoziati.

Le elezioni presidenziali d'agosto e i fragili equilibri della diplomazia danzante tra i due alleati lasciano tuttavia oscuri i destini della profezia europea di Ankara. Appare sempre più incerta, tra veloci avanzamenti e lenti passi indietro, la stretta di mano tra le due sponde del Bosforo.

Emanuela Pergolizzi è laureanda presso l'Università di Torino e Sciences Po Grenoble. Svolge un tirocinio presso l'IAI nel quadro del progetto “Global Turkey in Europe” (twitter: @empergolizzi).
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Iraq: difficli equilibri in un paese sconvolto

Medio Oriente
La quadratura del cerchio dell'Iraq 
Maurizio Melani
29/04/2014
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Secondo le regole non scritte del sistema politico iracheno, dalle elezioni parlamentari del 30 aprile dovrà scaturire una coalizione di governo centrata su una compagine a guida sciita che dovrà accordarsi con una credibile rappresentanza della variegata comunità sunnita e con il blocco curdo.

L’equilibrio di Maliki
Dopo le elezioni del 2005 e del 2010 e le complesse trattative nelle quali furono rilevanti le paradossalmente convergenti influenze statunitensi e iraniane, l'espressione di questi equilibri fu affidata a Nuri Al-Maliki, rappresentante di un partito sciita minore che alla fine del primo mandato divenne il primo ministro di un'ampia forza politica (Stato di Diritto) con pretese di composizione intersettaria.

Grazie a un abile uso del potere e ai successi sui piani della sicurezza e della ripresa economica, nelle elezioni del 2010 questa forza quasi uguagliò il blocco laico guidato da Ayad Allawi (Iraqiya) nel quale confluivano la larga maggioranza dei sunniti e fasce della popolazione sciita stanche dei conflitti interconfessionali.

Dopo le elezioni, Maliki recuperò con la facilitazione iraniana altre forze sciite ed in particolare i sadristi per ricomporre un fronte maggioritario in Parlamento e ottenere nuovamente l'incarico di formare un governo comprensivo delle altre forze politiche.

Power sharing fallito 
Nel secondo mandato, ancora più che nel primo, non si realizzò tuttavia il "power sharing" posto a base della grande coalizione faticosamente formata. Il potere fu sempre più accentrato attorno al Primo Ministro.

Autorevoli esponenti sunniti nelle istituzioni furono accusati di favorire il terrorismo rialimentato dal conflitto siriano, e il solco tra Maliki e il mondo sunnita fu allargato dalla violenta repressione di proteste, incoraggiate dalle primavere arabe, per le promesse non mantenute a forze politiche e milizie tribali che negli anni precedenti avevano sconfitto Al-Qaeda.

Anche i rapporti con i curdi si sono deteriorati, parallelamente a quelli con la Turchia diventata principale sponsor esterno degli stessi curdi e, in competizione con l'Arabia Saudita, di gruppi sunniti. Difficoltà sono infine emerse con gli altri grandi partiti sciiti ugualmente insofferenti dei metodi accentratori del Primo ministro.

Rispetto al 2010, una modifica alla legge elettorale, proporzionale con liste circoscrizionali e preferenze, ha abolito un premio ai grandi partiti nell'attribuzione dei resti a livello nazionale, contribuendo cosi ad una proliferazione delle liste.

Iraqiya si è frantumata in vari spezzoni tra i quali i due maggiori di chiara connotazione sunnita guidati rispettivamente dal Presidente del Parlamento, Al-Nujafi, forte soprattutto nella provincia di Mosul e a Baghdad, e dal vice Primo ministro Saleh Mutlak, nazionalista, con venature post baathiste, che nella sua provincia di Anbar dovrà fronteggiare la violenza jihadista e settori tribali recuperati da Maliki.

Dallo Stato di Diritto di Maliki sono uscite componenti più o meno rilevanti a livello locale. Alcune hanno deciso di correre da sole, mentre altre sono passate all'Isci (gia' Sciri), storico partito sciita di opposizione a Saddam Hussein, ancora guidato dalla dinastia religiosa degli Al-Hakim.

Nella prima fase del nuovo Iraq questa era la forza più consistente. Sensibilmente ridimensionata nelle elezioni locali del 2009 e nelle legislative del 2010 essa è di nuovo in ascesa, come ha dimostrato nelle provinciali del 2013.

Uscita di scena di Al-Sadr
Ugualmente in ascesa sono i sadristi. Il loro leader, Moktada Al-Sadr - noto per essere stato alla guida di una delle più temute milizie sciite (l'Esercito del Mahdi) durante l'occupazione americana e spina nel fianco di al-Maliki - ha annunciato l'uscita dalla politica per dedicarsi di nuovo al consolidamento della sua caratura religiosa e ad attività sociali sostenute da ingenti risorse.

I sadristi hanno comunque presentato proprie liste rinnovandole. Tradizionalmente rivali, con una storia anche di lotta cruenta tra le rispettive milizie e costante oggetto di attenzioni e sostegni degli apparati di sicurezza iraniani spesso in contrasto tra loro, Isci e sadristi si sono riavvicinati stabilendo in opposizione a Maliki una collaborazione con i sunniti di Al-Nujafi, assieme ai quali hanno conquistato l'Amministrazione provinciale di Baghdad nelle elezioni locali dello scorso anno.

Curdi al voto
I partiti curdi dovrebbero come al solito fare il pieno del loro elettorato etnico, anche se con nuovi equilibri che vedono un forte ridimensionamento del Puk, l’unione patriottica del Kurdistan del Presidente della Repubblica Talabani - ormai da tempo assente per motivi di salute - l’ascesa del movimento Goran, scissosi dal Puk e diventato secondo partito in Kurdistan, e il consolidamento del partito Democratico del Kurdistan, Kdp, di Massud Barzani.

La tradizionale ostilità reciproca con gli arabi sunniti delle regioni confinanti, in particolare con Al-Nujafi, si è notevolmente attenuata, grazie anche alla mediazione turca, ma il persistente problema delle aree contese, tra le quali la zona petrolifera di Kirkuk, potrebbe riattivare i contrasti.

In questo contesto, le probabilità di un terzo mandato a Maliki possono sembrare alquanto ridotte. Ma egli punterà verosimilmente sul compattamento religioso, mentre allo stato attuale non sembrano emergere personalità alternative in grado di coagulare i consensi necessari tra le forze sciite e al di fuori di esse.

Prima della formazione del governo occorrerà una convergenza per l'elezione di una personalità curda o sunnita a Presidente della Repubblica il cui ruolo non sarà irrilevante nelle trattative per i difficili equilibri da realizzare. Vi è quindi il rischio di un’instabilità istituzionale dopo le elezioni e di tempi lunghi, con i pericoli di un accentuarsi delle tensioni nelle quali potranno inserirsi ulteriori azioni stragiste per scatenare la guerra religiosa e imprevedibili rovesciamenti di alleanze.

Molto dipenderà dai comportamenti dei paesi vicini, non tutti convinti che un Iraq stabile, pienamente in grado di valorizzare al massimo il proprio potenziale di idrocarburi e di riassumere il suo ruolo negli equilibri mediorientali, sia nel loro interesse.

Questo sarà ancora più evidente se anche tra i grandi attori esterni alla regione mancherà, a causa degli sviluppi in Ucraina, quella convergenza che ha consentito l'avvio del negoziato con l’Iran e una prospettiva, oggi più difficile, di positiva gestione della crisi siriana.

Maurizio Melani è Ambasciatore d'Italia.
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Libano: ancora difficoltà.

Medio Oriente
Fumata nera per il nuovo presidente libanese 
Rocco Polin
26/04/2014
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Nulla da fare per il Parlamento libanese. Nelle prime votazioni del 23 aprile non è riuscito a eleggere un nuovo presidente. Il mandato dell’attuale capo di stato, Michel Sleiman, termina il 25 maggio, ma probabilmente per eleggere il nuovo raìs servirà più tempo.

Nulla di nuovo. Lo stesso Sleiman venne eletto nel maggio 2008, nonostante il mandato del suo predecessore, Emile Lahoud, fosse scaduto nel novembre 2007.

Competizione tra cristiani
Le elezioni presidenziali si svolgono in un clima di estrema difficoltà. La guerra civile in Siria rischia infatti di esacerbare le ostilità politiche e confessionali tra l’alleanza a guida sunnita 14 Marzo e quella a guida sciita 8 Marzo.

La dichiarazione di Baabda, nella quale i partiti politici libanesi si erano impegnati a preservare la naturalità del Libano rispetto alle crisi regionali, è stata ampiamente disattesa.

Hezbollah è infatti impegnato militarmente a fianco del regime di Damasco ed è riuscito a evitare che tale dichiarazione entrasse a far parte della piattaforma politica del nuovo governo di unità nazionale di Tammam Salam.

In tale situazione di conflitto tra sunniti e sciiti, un ruolo centrale è affidato ai partiti cristiani, presenti in entrambe le coalizioni. Gli accordi di power sharing che governano il Libano dal 1943 prevedono infatti che la Presidenza della Repubblica venga affidata a un cristiano maronita. I due candidati più accreditati sono stati fino ad ora Samir Geagea e Michel Aoun, divisi tra loro da aperta ostilità ed appartenenti ad opposti blocchi politici.

Geagea e Aoun, uomini di rottura
Geaga è il leader delle Forze libanesi, un partito facente parte della coalizione del Marzo 14. A causa del suo ruolo nella guerra civile, nel 1994 fu condannato a morte e, in seguito alla commutazione della pena in ergastolo, trascorse 11 anni di isolamento in carcere.

Nel 2005, nell’ambito di un tentativo di riconciliazione nazionale, Geagea venne perdonato e tornò ad essere un leader politico di primo piano. La sua è stata l’unica candidatura ufficiale nelle prime votazioni per l’elezione del nuovo presidente, ma ha ottenuto soltanto 48 voti.

Aoun è invece leder del Movimento patriottico libero, attualmente primo partito cristiano in parlamento. Egli è stato capo delle forze armate nell’ultima fase della guerra civile, impegnandosi tanto contro le milizie cristiane di Geagea quanto contro l’esercito siriano e infine auto-proclamandosi Presidente della Repubblica per due anni. Al termine della guerra civile, Aoun ha trascorso quindici anni di esilio in Francia, al ritorno dai quali è rientrato in politica schierandosi con l’alleanza 8 Marzo.

Se risultasse eletto, Aoun sarebbe il quarto Presidente ad aver precedentemente ricoperto la carica di capo delle forze armate, il terzo di seguito dopo Lahoud e Sleiman. Diversamente da questi due - che durante i loro mandati avevano tentato di fare dell’esercito un’istituzione neutrale al servizio dello Stato al disopra delle dispute confessionali - Aoun schierò apertamente l’esercito durante le ultime fasi della guerra civile. Arriverebbe quindi alla Presidenza non come figura di garanzia, ma dopo una lunga e controversa carriera politica.

Obeid, Kahwagi e Salameh, uomini del possibile compromesso
Per evitare l’elezione di figure così ingombranti e controverse, il Parlamento potrebbe orientarsi su candidati di compromesso, come Jean Obeid, già Ministro degli esteri e figura in grado di avere buoni rapporti tanto con la Siria che con l’Arabia Saudita.

Un’altra possibilità è l’elezione dell’attuale o capo delle forze armate, Jean Kahwagi, o del presidente della Banca centrale, Riad Salameh.

L’elezione di entrambi sarebbe però vietata dalla Costituzione. Questa prevede infatti che gli alti funzionari dello Stato per essere eleggibili debbano dimettersi dalla loro carica due anni prima delle votazioni. Tale norma è però stata emendata tanto nel caso di Lahoud che in quello di Sleiman, anche se questa volta l’aperta ostilità di Aoun a questa opzione potrebbe renderla più difficile.

Eco crisi siriana
Come di consueto, l’elezione del Presidente sarà determinata, oltre che dalle manovre politiche interne, dagli interessi e dalle pressioni degli attori esterni: Siria, Arabia Saudita, Francia, Stati Uniti, Iran e Vaticano tra gli altri. La decisione sarà dettata dalla necessità di evitare che il conflitto siriano e le tensioni regionali mettano a rischio la precaria stabilità del Libano.

Il prossimo Presidente dovrà avere l’autorevolezza e l’imparzialità necessaria per guidare il paese durante la difficile prova delle elezioni politiche previste per il prossimo novembre.

Negli ultimi anni, nonostante ricorrenti crisi politiche e preoccupanti episodi di violenza confessionale, sopratutto nel nord del paese, i politici libanesi, con l’incoraggiamento della comunità internazionale, sono riusciti a garantire al paese un minimo di stabilità istituzionale.

Vi sono fondate speranze che essi supereranno anche le difficili prove elettorali che li attendono, ma fino a quando non verrà trovata una soluzione alla crisi siriana, il Libano resterà sull’orlo del baratro.

Rocco Polin è dottorando in Relazioni Internazionali presso l’Istituto Italiano di Scienze Umane, Scuola Normale Superiore.
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mercoledì 16 aprile 2014

Crisi dell'Europa Orientale e ripercussioni in M.O.

Crisi ucraina 
La scossa di Kiev arriva in Medio Oriente
Maurizio Melani
07/04/2014
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La situazione mediorientale, con l'intreccio delle crisi per le quali si erano aperti diversi percorsi negoziali nei mesi scorsi, rischia di risentire sensibilmente della vicenda ucraina e della contrapposizione che questa ha determinato tra Stati Uniti ed Europa da un lato e Russia dall'altro. Su queste prospettive incideranno naturalmente gli esiti dei tentativi di componimento in corso tra statunitensi e russi.

Siria e Iran 
La gestione della crisi siriana, con lo smantellamento dell'arsenale chimico che è ora in affanno, e il negoziato con l'Iran sulla sua capacità nucleare sono basati sull'intesa tra i grandi attori esterni e sulla loro capacità di influire sugli attori regionali e locali riconoscendone e componendone gli interessi laddove ciò sia possibile e tali interessi siano politicamente e moralmente considerabili.

La rischiosa minaccia di intervento militare occidentale in Siria e l'adesione da parte di Bashar Assad alla provvidenziale, ma strumentale, pressione russa e iraniana affinché le sue armi chimiche siano distrutte hanno contribuito al suo rafforzamento e al sostanziale venir meno della possibilità di basare una soluzione negoziata sulla precondizione del suo previo allontanamento, posta quando gli equilibri nel paese erano alquanto diversi.

Al tempo stesso le forze jihadiste hanno consolidato la loro forza sul terreno mentre si sono accentuate le divisioni tra Turchia e Qatar da un lato e Arabia Saudita dall'altro all'interno del campo dei sostenitori dell'opposizione.

Resta il fatto che una riconduzione della Conferenza di Ginevra richiede una forte intesa tra Stati Uniti e Russia (e Iran), oggi più difficile. Soltanto una convergenza sulla priorità di combattere il jihadismo potrebbe modificare questa situazione.

Anche per il negoziato con l'Iran la convergenza e l'unità di intenti tra statunitensi, europei e russi, oltre ai cinesi, è essenziale. Il primo rischio è ovviamente che l'Iran approfitti di queste divisioni per svincolarsi dagli impegni che gli sono richiesti.

Ma in questo caso pagherebbe il prezzo di rafforzate sanzioni occidentali e l'intensificazione della instabilità nella regione il cui superamento sembra essere diventato un obiettivo prioritario per la dirigenza iraniana, sia pure in presenza di contrasti e di resistenze al suo interno, al fine di uscire dall'isolamento e spostare in suo favore gli equilibri nell'area.

È significativo che Teheran non abbia risposto in modo entusiastico alla richiesta russa di solidarietà sull'Ucraina ed abbia contestualmente offerto al pari degli Stati Uniti, con un certo irrealismo per il breve periodo considerati i tempi tecnici necessari, di diventare grande fornitore alternativo di gas all'Europa.

Le risorse del Medio Oriente
I due fattori della lotta al nemico comune jihadista per Occidente e Russia e di una volontà iraniana di diventare attore positivo e stabilizzante nella regione per valorizzare al massimo le proprie potenzialità economiche, non soltanto nel settore energetico, e rafforzarvi la propria influenza, potrebbero quindi ridare alimento alle volontà di grande intesa nella regione e forse anche favorire il mantenimento di un dialogo e di una collaborazione tra occidentali e russi utile ad alleviare le tensioni sul fronte europeo, ridiventato inaspettatamente il principale in questa fase.

Non è chiaro se una piena stabilizzazione del Medio Oriente e la piena agibilità delle sue risorse siano viste come una priorità dalla Russia quale grande esportatore di prodotti energetici, al di la di quanto crisi e processi negoziali possano offrigli per riaffermare presenza e ruolo nella regione. Certamente sembra esserlo per la Cina quale grande importatore di idrocarburi e sostenitore di un nuovo grande corridoio logistico tra Asia ed Europa attraverso il Medio Oriente.

Israele e Arabia Saudita
Restano però da convincere con soddisfacenti e credibili garanzie i due attori regionali più preoccupati da questa prospettiva, e cioè Israele e Arabia Saudita. Riguardo a quest'ultima, che non a caso ha recentemente attivato un canale di comunicazione con la Russia, non è ancora dato di sapere quanta diffidenza si sia potuta effettivamente dissipare nella visita del Presidente Barack Obama a Riad per ridare vigore ad una alleanza che ha profondamente marcato per molti decenni lo scenario energetico mondiale e le vicende mediorientali.

L'alternativa a questa grande intesa sarebbe prevedibilmente la continuazione e l'esasperazione delle crisi in corso con l'estensione del conflitto siriano al Libano, la continuazione di una pericolosa involuzione repressiva in Egitto e rischiosi sviluppi riguardo a una prosecuzione senza controlli del programma nucleare iraniano.

Le forti tensioni che ne seguirebbero avrebbero conseguenze anche sulla situazione afghana e sull'ulteriore peggioramento delle condizioni di sicurezza, di governance e quindi di effettiva ripresa economica in Iraq ove dopo le imminenti elezioni gli accordi inclusivi che si renderanno necessari, siano essi costituiti o meno attorno a Maliki, potranno essere sostenibili e riportare una pace definitiva nel paese soltanto se saranno favorite da tutti gli attori della regione.

Maurizio Melani è Ambasciatore d'Italia
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