Blog di sviluppo per l'approfondimento della Geografia Politica ed Economica attraverso immagini, cartine, grafici e note.Atlante Geografico Statistico Capacità dello Stato.Parametrazione a 100 riferito al Medio Oriente. Spazio esterno del CESVAM - Istituto del Nastro Azzurro. (info:centrostudicesvam@istitutonastroazzurro.org)
venerdì 30 agosto 2019
mercoledì 21 agosto 2019
mercoledì 14 agosto 2019
venerdì 9 agosto 2019
giovedì 1 agosto 2019
lunedì 29 luglio 2019
giovedì 25 luglio 2019
I Combattenti Venuti da Fuori 2°
FOREIGN
FIGHTER
I “foreign fighters” hanno una
lunga tradizione nella storia delle guerre, a partire dalle crociate ad oggi.
Il principe turco Orhan I,
comandante di una guarnigione islamica che era in protezione del fianco
meridionale della capitale dell’Impero romano d’Oriente, nei giorni
dell’assedio del maggio 1453, è l’archetipo del foreign fighter. Questi
difatti, non è né un mercenario, né un coscritto, ma uno studioso ed un amante
della civiltà bizantina.
Durante la guerra civile
spagnola[1],
uomini e donne viaggiarono dal Nord e Sud America, Nord-Africa, Europa e
Australia per combattere in entrambi i lati del conflitto. Alcune di queste
persone si unirono a uno dei reparti più famosi, la Brigata Internazionale,
costituita da gruppi di volontari stranieri, in appoggio all'esercito
della seconda repubblica spagnola, per combattere nella guerra civile
spagnola le forze nazionaliste comandate dal Generale Francisco Franco.
Per arrivare ai giorni nostri,
è lecito ricordare che “combattenti stranieri” sono anche i miliziani di
Hezbollah e i volontari iraniani che contrastano Jabat al-Nusra[2] in
Siria. Hezbollah è un’organizzazione libanese di matrice iraniana nata nel 1982
come milizia durante il conflitto del Libano meridionale. I suoi leader si
ispirarono all’Ayatollah Khomeini[3].
La guerra in Afghanistan avvenuta
tra il 1979-1989 è quella che più ha caratteristiche simili a ciò che sta
accadendo attualemente.
Nel contesto della guerra
fredda, l’Afghanistan attuò nel dopoguerra una politica estera distante dai due
blocchi, cercando di ristabilire delle frontiere ufficiali al confine con URSS
e Cina, e al sud con il neonato Pakistan. Dal punto di vista interno
l’instabilità politica provocò numerosi cambi di regime fino a quando l’URSS,
il 27 dicembre del 1979, condusse un intervento militare e impose come primo
ministro B. Karmal[4].
I paesi del blocco
occidentale, “invitarono” gli afghani a dichiarare la “jihad” contro l’invasore
russo, cosicché giovani musulmani provenienti dal Medio-Oriente si recarono in
Afghanistan per combattere una parte di guerra fredda in delega al posto delle
super potenze. Il rappresentante più conosciuto fu Abdullah Azzam[5], che
viene ancora oggi riconosciuto come padre dei combattenti islamici
transnazionali[6]. Gli
oppositori si organizzarono in gruppi armati conosciuti come mujaheddin[7], e al
contempo sostenuti dal presidente statunitense J. Carter che approvò l’invio di
aiuti bellici ed economici a questi gruppi.
I mujaheddin al loro interno
erano composti da un’ala moderata e una fondamentalista, quest’ultima
influenzata dal vicino Pakistan, nella quale fece la sua apparizione O. bin
Laden, tra i maggiori organizzatori e finanziatori di questi combattenti.
La ritirata dell’URSS dopo 10
anni di guerra lasciò quel territorio immerso in una profonda ideologia
jihadista che aprì le porte al regime dei talebani, nel quale individui come
Osama Bin Laden e altri avrebbero vissuto per anni.
Molti uomini di ritorno dalla
jihad afghana crearono il primo nucleo del jihadismo europeo tra la fine degli
anni Ottanta e inizio anno Novanta. Di origine medio-orientale e nord-africana,
dopo aver richiesto asilo politico all’occidente, cominciarono a radicalizzarsi
e a mobilitarsi per essere ingaggiati in azioni violente, usando l’Europa come base
logistica per condurre propaganda, reclutare neofiti, e raccogliere fondi per
le loro attività, osservati con poca attenzione e interesse dall’intelligence
europea.
Questi gruppi dirigevano le
loro attenzioni verso i regimi dei paesi d’origine o Israele, la violenza verso i paesi che li accoglievano
iniziò quando questi gruppi riconobbero i diversi paesi europei come parte
attiva e partecipante dei conflitti nel mondo arabo.
Una nuova fase per il
jihadismo si ebbe a metà degli anni Novanta quando Bin Laden e al-Zawahiri[8]
generarono al-Qaeda in Afghanistan, e l’inizializzazione quindi di un islamismo
paramilitare, sviluppatosi nei campi addestrativi afghani, ceceni, del kashmir,
bosniaci e in alcune moschee europee.
Lo Stato Islamico si sviluppa
nella sua forma primitiva nel 2006 in Iraq conosciuto come ISI (Islamic State
in Iraq) nato dalla successione di AQI (al-Qaeda in Iraq). Il proselitismo
venne incanalato sfruttando il malcontento nei confronti del governo centrale
iracheno, con a capo lo sciita Nuri al-Maliki, accusato di discriminazione nei
confronti della popolazione sunnita, contribuendo all’arruolamento delle
maggiori tribù sunnite irachene alla causa jihadista. Il ritiro delle truppe
statunitensi, deciso dall’ex presidente Barack Obama, avrebbe favorito
l’adesione di ex militari dell’era Hussein alla causa del Califfato, che grazie
al loro addestramento all’uso di sistemi d’arma, alle conoscenze strategiche e
la pianificazione e condotte di operazioni militari avrebbero contribuito ai
rapidi successi militari
Dopo un susseguirsi di leadership
si arriva fino ad Abu Bakr al Baghdadi, che diviene nel 2014 il vero fondatore
del gruppo terroristico in Siria, luogo in cui ISI si estenderà in seguito alla
guerra civile, venendo riconosciuto come ISIS (Islamic State in Iraq and
Siria). Grazie alle sue innumerevoli vittorie militari, tra cui la conquista
delle provincie che costeggiano l’Eufrate, è riuscito a ribaltare i rapporti di
forza con al-Qaeda, disconoscendo la sua originaria forma, e rinnegando le sue
origini jihadiste.
Sin dal principio questo
gruppo ha ricevuto grande consenso e adesioni soprattutto grazie alla sua
capacità propagandistica, sviluppata con strutture concettuali simili a quella
occidentali, pubblicando sui loro canali video in alta definizione e con
tecniche di montaggio affinate, riuscendo a divulgare on-line persino una
rivista, “Dabiq”, che come impaginazione ricorda molto il “Time”. Tutto questo
fa comprendere il grande contributo dei foreign fighter alla causa del Califfato.
In Siria le proteste contro il
Presidente Bashar al-Assad iniziarono il 15 marzo del 2011 a Dar’a, città a sud
di Damasco, in segno di protesta contro un governo che durava da quarant’anni.
In realtà inseriti nella rivolta c’erano anche dei facinorosi che provocarono
violenze e diedero fuoco alla sede del partito Baath. Le rivolte si estesero
fino alle zone rurali dove la presenza dello Stato era meno marcata,
raggiungendo città come Hama, Homs, Deir al-Zor, fino a giungere un anno dopo
anche Damasco, e provocando in totale migliaia di morti.
Le ramificazioni di ISIS
lavorano per esacerbare tensioni settarie esistenti in diverse località
sfruttando governi deboli e politiche economiche fragili. Questo è quello che sta
accadendo in Libia.
[1] Conflitto svoltosi tra il
luglio del 1936 e l’aprile del 1939 tra i nazionalisti fautori
dell’insurrezione militare ai danni della Repubblica spagnola, e i repubblicani
composti da truppe fedeli al Governo legittimo.
[2] Noto come “Fronte del soccorso al popolo della Grande
Siria” è un gruppo armato jihadista salafita nato nel 2012 nel ambito della
guerra civile siriana. Affiliato ad al-Qaeda fino al 2016, quando il loro
leader, al-Jawlani ne annunciò la
scissione.
[3] Capo spirituale e politico iraniano dal 1979 al 1989. Il
suo Governo si ispirava alla religione islamica sciita duodecimana, legato ad
un orientamento fondamentalista; fu lui il fautore della “Rivoluzione Islamica”
che portò alla nascita dei “Pasdaran”
(composta da 120.000 uomini suddivisi in forze di terra, acqua e aria e milizie
volontarie di giovani ragazzi) nati per proteggere questa e assistere i
religiosi, appena giunti al potere, nell’applicazione di nuovi codici e
moralità.
[4] Uomo politico afghano, fondatore del Partito Democratico
Popolare.
[5] Di origine giordano-palestinese, fu uno dei primi ad
elaborare la strategia del jihad moderna, usò l’invasione sovietica
dell’Afghanistan come pretesto per incitare alla guerra santa.
[6]
Attori globali in concorrenza con Stati e istituzioni. Sono non-territoriali e
decentrati, la loro caratteristica è la non-identificabilità, in quanto operano
in segreto e in modo imprevedibile; i loro bersagli sono altresì ignoti.
[7]
Indica il “combattente impegnato nella jihad”.
[8]
Terrorista egiziano, divenuto capo di al-Qaeda inseguito alla morte di O. bin
Laden.
martedì 16 luglio 2019
sabato 6 luglio 2019
domenica 30 giugno 2019
venerdì 28 giugno 2019
.Il ritorno alla vocazione internazionalistica dell'IS
Matteo Bortolani
Sono in molti negli ultimi
giorni a festeggiare la sconfitta dell'IS a Baghouz, in Siria, ma non tutti
hanno accolto con gioia questo annuncio.
In particolare tutti quei
miliziani che sono scappati in altri paesi, quelli che stazionano nei campi
profughi siriani immischiandosi alla popolazione civile e i temuti Foreign
Fighters su cui l'intelligence occidentale dedica la maggior parte delle sue
attenzioni.
Se la sicurezza passiva dei
vari stati europei è ben rodata per quel che riguarda i volti più o meno conosciuti del terrorismo siriano e
mediorientale, desta più preoccupazione l'esodo dei radicalizzati alla ricerca di nuove opportunità nello
scenario mondiale e questo rappresenta un alto potenziale di rischio per i
paesi di destinazione.
La Libia è uno di quelli
scenari attrattivi per nuovi e vecchi appartenenti alle file jihadiste, è
importante notare come l'LNA (Libyan national army) di Khalifa Haftar si stia
impegnando nel Fezzan negli ultimi tempi.
L'attenzione è molta e rappresenta grande preoccupazione per lo
state-building di Haftar, per giustificare manovre militari così ampie.
Il comportamento in generale
del modus operandi dell'IS libico è cambiato di molto, passando dalla fase
statuale di Derna 2016, per ridimensionarsi in cellule e piccole cittadine nel
deserto e adottare tecniche da “state-like” a “guerrilla warfare”. Come evidenzia il rapporto del recente dossier
statunitense, del Centro antiterrorismo di West Point, che ha pubblicato nei
giorni scorsi, un rapporto sull’ “attivazione dell’organizzazione dello Stato
islamico in Libia e sulla guerra di logoramento scoppiata dopo il 2016”.
La struttura
mostra un'ammirabile componente di “adattability” che amplia il concetto di
pericolosità, quindi il passaggio all'insurgency vera e propria ri-alimenta il
problema che ha afflitto i paesi occidentali, ovvero la counterinsurgency.
Difficile da combattere, prevederne l'evoluzione ed impedire l'afflusso di
nuove reclute, tanto più quando questa colpisce paesi già distrutti come la
Libia, come abbiamo visto con gli attentati terroristici del 2017-2018 alle
istituzioni centrali a Tripoli.
Il nuovo ISBS, al
centro tra Libia, Ciad e Niger sta attuando una guerra di logoramento ad alto
potenziale e basso costo, ha
impiegato attacchi con scariche a basso costo (nel deserto) e attacchi
spettacolari (sulla costa). Le fonti di finanziamento rimangono il contrabbando e il traffico
di migranti oltre che una parte (non quantificabile) delle ricchezze rimaste da
Sirte.
Questo
rimodellamento implica naturalmente nuove preoccupazioni in ambito analitico,
poiché se il mondo vede con preoccupazione/attenzione la riunificazione della
Libia, al momento lontana, la riorganizzazione in “Insurgency – Terrorism” può
rappresentare una problematica tanto più ampia, quanto questa è collegata col
traffico di migranti, e l'esodo di jihadisti verso l'Europa deve mantenere alta
l'allerta.
Ricercatore
Cesvam, Dott. Matteo Bortolamiiche da “state-like” a “guerrilla warfare”. Come evidenzia il rapporto del recente dossier
statunitense, del Centro antiterrorismo di West Point, che ha pubblicato nei
giorni scorsi, un rapporto sull’ “attivazione dell’organizzazione dello Stato
islamico in Libia e sulla guerra di logoramento scoppiata dopo il 2016”.
La struttura
mostra un'ammirabile componente di “adattability” che amplia il concetto di
pericolosità, quindi il passaggio all'insurgency vera e propria ri-alimenta il
problema che ha afflitto i paesi occidentali, ovvero la counterinsurgency.
Difficile da combattere, prevederne l'evoluzione ed impedire l'afflusso di
nuove reclute, tanto più quando questa colpisce paesi già distrutti come la
Libia, come abbiamo visto con gli attentati terroristici del 2017-2018 alle
istituzioni centrali a Tripoli.
Il nuovo ISBS, al
centro tra Libia, Ciad e Niger sta attuando una guerra di logoramento ad alto
potenziale e basso costo, ha
impiegato attacchi con scariche a basso costo (nel deserto) e attacchi
spettacolari (sulla costa). Le fonti di finanziamento rimangono il contrabbando e il traffico
di migranti oltre che una parte (non quantificabile) delle ricchezze rimaste da
Sirte.
Questo
rimodellamento implica naturalmente nuove preoccupazioni in ambito analitico,
poiché se il mondo vede con preoccupazione/attenzione la riunificazione della
Libia, al momento lontana, la riorganizzazione in “Insurgency – Terrorism” può
rappresentare una problematica tanto più ampia, quanto questa è collegata col
traffico di migranti, e l'esodo di jihadisti verso l'Europa deve mantenere alta
l'allerta.
Ricercatore
Cesvam, Dott. Matteo Bortolami
sabato 1 giugno 2019
martedì 21 maggio 2019
giovedì 16 maggio 2019
I Combattenti venuti da fuori
FOREIGN
FIGHTER
I Foreign Fighter sono combattenti transnazionali appartenenti politicamente
a Nazioni terze, che partecipano ad un conflitto armato in atto in territorio
diverso dal proprio, e che si uniscono a insorti appartenenti a quest’ultimo
Stato durante un conflitto civile, confluendo e operando entro i margini di un
insorgenza[1],
provocata da un vasto e profondo vuoto sociale, avendo legami con le fazioni in
lotta, però senza un affiliazione diretta ad un organizzazione militare e senza
ricevere una remunerazione.
I primi a parlare dei foreign fighters in ambito
internazionale sono stati i membri dello ICCT[2]
nel settembre del 2012 mostrando come il numero dei combattenti subisse un incremento
nel conflitto siriano, e come questo fenomeno apportava un processo di
radicalizzazione più veloce sui combattenti locali anti-governativi.
Nel giro di un anno, nel
febbraio del 2013, l’ICSR[3]
completa uno studio[4] nel quale sottolinea che
il fenomeno si stava estendendo a sempre più paesi occidentali, e sarebbe
continuato a crescere, diventando in futuro una grave problematica che avrebbe
colpito gli stessi paesi dai quali provenivano i combattenti.
Il Segretario di Stato Britannico
per gli Esteri e per gli Affari del Commonwealth,
William Hague, evidenziava il pericolo potenziale di quello che stava
accadendo, poiché riteneva che questi individui addestrati in Siria, avrebbero
tentato, una volta terminato il conflitto medio-orientale, la condotta di
attacchi su obiettivi di interesse occidentale in medio-oriente, o negli stessi
Stati d’origine.
Nel dicembre del 2013 l’ICSR
pubblica un secondo studio[5]
nel quale era riportato che il numero dei “FF”
aveva raggiunto le 11.000 unità, confermando la provenienza dai paesi
Occidentali.
Nel giugno 2014 un rapporto[6]
del “Soufan Group[7]” aveva rivelato
che altri 12.000 combattenti avevano raggiunto la Siria, e che 3.000 di questi in
seguito avevano fatto ritorno nei paesi occidentali.
La cosa più allarmante è che,
una volta tornati dal conflitto, questi combattenti avrebbero tentato di unirsi
a gruppi che ostentavano una propensione alla violenza e all’estremismo.
Capire da che parte del mondo
provengano i diversi combattenti stranieri è un compito ostico a causa della tendenza
di questi ad offuscare la loro vera identità a causa della natura clandestina
della loro attività, e diventa cosi problematico capire le provenienze e lo
studio di questo fenomeno. Sono musulmani o neo convertiti, con cultura diversitficata
e con legami di vario genere con la regione geografica in conflitto.
Un rapporto iniziale[8] del giungo del 2014 stimava il numero dei “FF” presenti in Siria e unitisi dal 2011
a ISIL, Jabhat al-Nusra e Ahrar al-Sham[9],
approssimativamente di 12.000 unità, provenienti da 81 paesi; la stessa fonte
stimava a fine del 2015 che questi passavano a 30.000 da 86 paesi, fino a
raggiungere il 2016 con 42.000 reclutati, palesando che questo fenomeno non è
solo numerico ma anche di natura globale, toccando numeri mai raggiunti da
nessun altro conflitto dalla guerra afghana degli anni ’80. La maggior parte di
questi sono mediorientali e circa 4.000 europei.
In Russia il fenomeno ha avuto
una crescita esponenziale passando da 800 nel 2014, a 3.400 nel settembre 2016;
la maggior parte provenienti dalla Cecenia e dal Daghestan; sarebbero 5.300
quelli proveniente dalle ex repubbliche sovietiche.
Tra il Nord-Africa e il
Medio-Oriente i numeri aumentano vertiginosamente, si parla di 14.000
combattenti, di cui il maggior contribuito è fornito dalla Tunisia con 4.000, e
segue l’Arabia Saudita con 3.200, Giordania 3.000, Marocco 1.500, Libano 900,
Libia 600, Egitto 600, Algeria 200.
Anche la Turchia ha
contribuito con 2.100 combattenti, di cui molti sono tornati nella madrepatria,
e 500 di questi sono stati già arrestati per la loro adesione a ISIL, e 100 per
aver combattuto con Jabhat al-Nusra.
Il Sud-Est asiatico non è
immune da questo fenomeno, e in accordo con le fonti ufficiali Indonesiane si
passerebbe dai 45 combattenti nel 2014 a 700 nel 2015.
Usa e Canada rimarrebbero
stabili dal 2014, e secondo fonti dell’FBI sono 150 gli americani che hanno
viaggiato fino in Siria, mentre 100 sarebbero stati arrestati nel tentativo,
mentre sarebbero 130 i canadesi che avrebbero intrapreso lo stesso viaggio.
Da ricerche effettuate[10]
il numero di “FF” proveniente
dall’Europa si aggira nel 2015 intorno ai 4.000 soggetti, e di questi 3.000
sono provenienti da soli quattro paesi: Gran Bretagna, Germania, Francia e
Belgio. Proprio quest’ultimo paese è un caso anomalo poichè colpito da diversi
attentati e quello con un più alto numero di “FF” in rapporto alla popolazione, cioè 41 per milione di abitanti.
Il paese europeo con il più
alto numeri di combattenti è con 1000 individui la Francia, di cui 246
ritornati nel paese; dalla Germania 800 di cui 250 tornati; dal Regno Unito 800
e più della metà è rientrata; dal Belgio 450 di cui 100 sono rientrati.
Dall’Austria 300 persone; 300
dalla Svezia; dall’Olanda 220 con 40 ritorni; 204 persone dalla Spagna con 25
rientri; 125 dalla Danimarca, di cui fanno parte anche diversi di origine
danesi convertitisi all’Islam; dall’Italia 125 foreign fighters; 70 dalla
Finlandia; 30 rispettivamente dall’Irlanda e Polonia; 10 dal Portogallo; 6
rispettivamente dal Lussemburgo e Slovacchia; 5 dalla Bulgaria; 3 dalla
Slovenia; 2 dall’Estonia; Lettonia e Croazia 1 persona.
Dei 4.000 foreign fighter
europei il 14% sono deceduti in combattimento, il 23% è costituito da
neo-convertiti all’Islam, di cui molti inoltre hanno subito una
radicalizzazione estremamente rapida, e il 17% sono donne.
Secondo l’Europol i potenziali
terroristi rientrati nel 2016 negli Stati adottivi sono da considerarsi una
minaccia alla sicurezza e sono il 30%, cioè circa 1.200[11].
Un dato che spicca è che molti
di questi provengono dai medesimi quartieri urbani europei, suggerendo cosi che
i flussi dei combattenti siano gestiti da network locali pre-esistenti,
composti principalmente da cerchie di amici o famigliari, conoscenti
radicalizzati che vivono in contesti condivisi.
Un fattore che risalta è che
la maggior parte dei provenienti dall’Europa non hanno una base militare
pregressa; questi infatti una volta arrivati in Siria vengono sottoposti ad una
fase addestrativa della durata di 45 giorni, a differenza dei combattenti provenienti
dai paesi arabi, dal Caucaso e dall’Asia che già arriverebbero in possesso di
una preparazione di base. Ad alcuni occidentali sarebbe stato impedito di
partecipare ai combattimenti esattamente per la loro scarsa preparazione
militare, venendo reimpiegati in incarichi di supporto e logistica.
Al fine di integrare queste
informazioni bisogna evidenziare il fatto che hanno partecipato al conflitto
dei veterani reduci dell’Afghanistan, Pakistan, Iraq, Somalia, Cecenia, Bosnia,
Libia e Irlanda, contribuendo fattivamente all’innalzamento dello standard
operativo generale.
[1] Combattimento armato entro i confini di un’entità sovrana
riconosciuta tra parti soggette a comune autorità all’inizio delle ostilità
[2] International Center for
Counter-Terrorism – The Hague. The Foreign Fighters Phenomenon in the European
Union
[6] Beyond The Caliphate: Foreign Fighters and the Threat
of Returnees
[7]
Gruppo che fornisce servizi a organizzazioni
governative e multinazionali relative a sicurezza strategica e intelligence
[8] Foreign Fighters
in Syria - Richard Barrett,Senior Vice
President of The Soufan Group. June 2014
[10]
Centro
Studi Internazionali: Identikit Dei Foreign Fighters Europei,
22 Marzo 2017 - Luca Bregantini
[11] Dati forniti dall’
International Center for Counter-Terrorism dell’Aja
venerdì 3 maggio 2019
mercoledì 24 aprile 2019
giovedì 18 aprile 2019
Festa del Libro Ebraico,
Museo Nazionale dell'Ebraismo Italiano e della Shoah - MEISHOP
Via Piangipane, 81 - Ferrara
PROFILI DI EBREI ITALIANI (incontri a ingresso gratuito)
9.30 Gabriella Steindler Moscati, La mia vita incisa nell’arte. Una biografia di Emma Dessau Goitein(Mimesis, Milano, 2018). L'autrice ne parla con la storica dell'arte Martina Corgnati
10.15 Marcella Filippa, Rita Levi Montalcini. La signora delle cellule (Pacini Fazzi, Lucca, 2018). L'autrice ne parla con il genetista e scrittore Guido Barbujani
11.00 Marta Nicolo, Un impegno controcorrente: Umberto Terracini e gli ebrei, 1945-1983 (Zamorani, Torino, 2018). L'autrice ne parla con Fausto Ciuffi, Direttore della Fondazione Villa Emma
DUE CASI LETTERARI
(incontri a ingresso gratuito)
11.30 Giovanni Grasso, Il caso Kaufmann (Rizzoli, Milano, 2019). L’autore ne parla con la storica Anna Foa
12.30 Alain Elkann, Anita (Bompiani, Milano, 2019). L'autore ne parla con il critico d'arte Vittorio Sgarbi
LIBRI PROIBITI (ingresso gratuito)
Museo Nazionale dell'Ebraismo Italiano e della Shoah - Giardino delle Domande
Via Piangipane, 81 - Ferrara
15.30 Inaugurazione dell’installazione dell’artista Manlio Geraci, a cura di Ermanno Tedeschi: 774 libri bruciati rappresentano i 774 deportati ad Auschwitz che partirono dal binario 21 della Stazione Centrale di Milano con il primo convoglio
il Teatro Comunale apre al pubblico alle 16.30
DAVID GROSSMAN: IL MIO RAPPORTO CON LA LINGUA E I TESTI EBRAICI
Conversazione con Simonetta Della Seta (ingresso gratuito)
Teatro Comunale di Ferrara
Corso Martiri della Libertà, 5 - Ferrara
17.00 Lo scrittore israeliano rivela come dalla lingua ebraica nascano i suoi personaggi (intervento in lingua inglese con traduzione)
MEIS APERTO NON-STOP 9.00-18.00
Museo Nazionale dell'Ebraismo Italiano e della Shoah
Via Piangipane, 81 - Ferrara
In occasione della Festa del Libro Ebraico, il MEIS è aperto fin dalle 9.00.
Visite guidate alla mostra Il Rinascimento parla ebraico e al percorso espositivo Ebrei, una storia italiana. I primi mille anni partiranno in questi orari: 10.00, 12.00, 14.00 e 16.00. È gradita la prenotazione al numero 0532 1912039. Il costo della visita è di 5,00 € più il prezzo del biglietto di ingresso.
A introdurre il pubblico ai temi del MEIS, lo spettacolo multimediale Con gli occhi degli ebrei italiani.
Da non perdere, anche i totem de Lo Spazio delle Domande, il Giardino delle Domande, che aiuta a comprendere le regole della casherut, e il docufilm Eravamo Italiani, con le testimonianze dei sopravvissuti italiani alla Shoah
La Festa del Libro Ebraico è organizzata in collaborazione con il Teatro Comunale di Ferrara e con il patrocinio della Regione Emilia-Romagna, del Comune di Ferrara, dell’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane e della Comunità Ebraica di Ferrara
domenica 24 marzo 2019
Israele:Benjamin Netanyahu rischia il processo
Un caso veramente anomalo si sta montando in Israele alla vigilia delle elezioni politiche generale. IL prcuratore generale ha annunciato la sua intenzione di rinviare a giudizio il premier israeliano. Le accuse riguardo la frde ed abuso d'ufficio per aver ricevuto regali dal produttore di Hollywood ARnon MIlchan in cambio di favori politici e per un accordo stretto con Arnon Mozes editore del quotidiano Vedoth Ahronoth in base alle quali i premier avrebbe accordato una copertura giornalistica favorevole in cambio di iniziative per danneggiare il giornale rivale Israel Hayon. Inoltre vi sono altre accuse delle stesso genere che però sembrano rilevare più il degrado della politica israeliana che reali eventi criminali.
venerdì 15 marzo 2019
lunedì 4 marzo 2019
venerdì 8 febbraio 2019
Iscriviti a:
Post (Atom)















