mercoledì 26 aprile 2017

Iraq: verso spiragli di pace

Opzioni di pace
Iraq: il buio oltre la presa di Mosul
Ludovico De Angelis
22/04/2017
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Dopo circa sei mesi dall’inizio dell’operazione per la riconquista del governatorato di Ninewa e il suo capoluogo Mosul, l’esercito regolare, la polizia federale, le forze speciali irachene - le Golden Division - e le Pmu, l’organizzazione ombrello che racchiude decine di milizie figlie della longa manus iraniana, hanno conquistato circa il 75% della roccaforte del sedicente Stato islamico, Isis o Daesh, tagliando il collegamento tra altre due importanti roccaforti: Tal Afar e al-Ba’aj.

Recentemente, dopo uno stallo durato un mese, le forze irachene hanno avviato una nuova offensiva nella città vecchia di Mosul, che per lungo tempo era rimasta impermeabile a causa della morfologia del territorio e la tenace resistenza dei combattenti Daesh.

La Gran moschea di al-Nuri, dalla quale Abu Bakr al-Baghdadi proclamò il Califfato nel giugno del 2014, s’avvicina progressivamente, così come il crollo della roccaforte jihadista. Tuttavia, in una comunicazione interna del Daesh rinvenuta di recente, l’organizzazione anticipa la sconfitta negli agglomerati urbani, promettendo che “Il Califfato non finirà con la perdita del suo territorio”.

Al momento, data la centralità del progetto di costituzione di uno Stato, condizionato all’esercizio di un effettivo controllo territoriale, non è dato sapere se, o come, Daesh rivisiterà la propria ideologia per far fronte alle sfide della nuova, verosimile, realtà.

Ciò che oggi sappiamo però, è che la nascita del Daesh è il frutto di complesse logiche sociali e politiche che dalla fine dell’invasione statunitense in Iraq del 2003 sono progressivamente venute ad intersecarsi nei territori dell’antica Mesopotamia. Ora che Mosul si appresta ad esser conquistata, evitare il riaffermarsi di tali variabili potrebbe rappresentare una delle chiavi di volta per una pace duratura in Iraq.

L’esclusione della comunità sunnita
Sin dell’invasione americana del 2003, gli insorti che si opponevano al nuovo assetto politico del Paese riuscirono a penetrare la società arabo sunnita, da sempre maggiormente vicino all’ex Raìs Saddam Hussein: anzi, eccetto per la minoranza salafita-jihadista - il cui passaggio in territorio iracheno veniva tacitamente tollerato, quando non incoraggiato, dal regime iraniano e da quello siriano di Bashar al-Assad -, essi erano reale espressione di quella stessa società.

I laici saddamisti ed arabo-nazionalisti appartenenti al partito Ba’th (smantellato da Paul Bremer e Ahmed Chalabi), gli elementi collegati ad unità tribali, gli islamisti moderati e radicali, acquisirono un “vantaggio morale” rispetto al governo centrale a causa del senso di insicurezza ed incertezza generatosi nella comunità della Sunnah sin dal 2003.

Per i membri delle forze di sicurezza e del partito Ba’th, tali frustrazioni erano causate dalla perdita di status economico e sociale, per alcune tribù, dalla fine di incentivi economici elargiti dal passato regime e, per i sunniti in generale, dal timore di un governo di lungo corso a guida sciita che avrebbe inesorabilmente marginalizzato economicamente e politicamente la suddetta minoranza.

Ad oggi, tali preoccupazioni risultano giustificate. Infatti, con l’elezione a premier nel 2006 dello sciita e filo iraniano Nouri al-Maliki, l’embrione delle politiche corrotte, settarie e discriminatorie verso la minoranza sunnita, che si acuiranno dopo il ritiro statunitense nel 2011 e con l’inizio del suo secondo mandato, era già in grembo.

Le responsabilità di al-Maliki
Negli anni successivi infatti, egli accentrò il potere militare e politico nella figura del premier che, assieme alla politica del divide et impera nei confronti della leadership arabo sunnita, nonché alla dilagante corruzione, contribuì a generare quel risentimento che riaccese nel tardo 2012 l’ondata di proteste pacifiche contro il governo nelle regioni della Sunnah, che si trasformarono da un movimento di protesta, violentemente represso, a una vera e propria lotta armata.

Fu in tale contesto macchiato da eccidi settari che l’allora Isi, dal 2013 Stato Islamico dell’Iraq e del Levante, riuscì a plasmare l’insorgenza, proclamando nel giugno del 2014 il Califfato.

Con tutta probabilità, questa storia sarebbe potuta andare diversamente se solo la minoranza sunnita non fosse stata marginalizzata negli anni addietro: difatti, nel 2008 il ramo di al-Qaeda in Iraq - ribattezzatosi Isi dal 2006 - si trovava nel mezzo di un inesorabile declino.

A dircelo era il successore di Osama bin Laden Ayman al-Zawahiri, in accese missive con l’allora leader di al-Qaeda in Iraq (Aqi), Abu Ayyub al Masri - successore di al-Zarqawi - che l’organizzazione aveva compromesso la propria credibilità agli occhi dei cittadini arabi sunniti iracheni.

Il motivo risiedeva nella brutalità delle operazioni terroristiche compiute, le quali, mietendo ingenti vittime tra la popolazione civile ed elevandone a dismisura la percezione d’insicurezza, contribuirono a delegittimare l’operato jihadista: tale fattore, assieme alla rivolta delle tribù sunnite nella provincia di Anbar del 2007 - l’Anbar Awakening - e la capacità delle forze di sicurezza volontarie ad essa associate - i Sons of Iraq - di escludere progressivamente dal territorio Aqi, ridusse notevolmente il raggio d’azione ed influenza di quest’ultima: in definitiva, fu proprio il ritrovato empowerment della comunità arabo sunnita ad espellere Aqi, considerata un corpo estraneo.

Uno spiraglio per la pace
La storia recente irachena ci insegna che l’assenza di un’alternativa politica, securitaria ed economica alla violenza armata ha favorito il proliferare di gruppi estremisti. Ma nel pantano iracheno, il flebile fuoco della pace continua ancora ad ardere. Difatti, ricerche dimostrano che la popolazione irachena ha storicamente avuto, più che un concreto supporto, una diluita acquiescenza nei confronti del Daesh: la natura etnico-settaria è più una conseguenza che la vera causa del conflitto, la quale è insita più che in antiche e millenarie rivalità tra gruppi, nella governance discriminatoria, e corrotta, del governo centrale.

Per tali ragioni, una reale risoluzione del conflitto dovrà necessariamente passare da un’adeguata partecipazione della minoranza sunnita all’interno dei meccanismi politico-governativi centrali, ma anche dalle concessioni alle istituzioni delle province sunnite, quale quella di Mosul, che dovranno rafforzare gli organi di governance locale – sia securitari che politici - in un concreto e progressivo processo di decentramento che sappia offrire strumenti autonomi di gestione alle realtà sunnite indigene.

Ludovico De Angelis studia Relazioni Internazionali ed ha effettuato un tirocinio presso lo IAI ed il Ministero degli Affari Esteri. (@__Ludovico).

mercoledì 19 aprile 2017

Petrolio e geo-politica
Iraq: le ambizioni sulla pipeline Bassora-Aqaba
Enrico Mariutti
11/04/2017
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Dopo una fase preparatoria durata oltre quattro anni, il progetto per la costruzione della pipeline Bassora-Aqaba sembra essere entrato nella fase di attuazione.

A dicembre 2016 il governo iracheno ha invitato le dodici compagnie e joint ventures preselezionate nel 2013 a far pervenire le offerte per il finanziamento e la costruzione del primo segmento della linea di trasmissione, che si estenderà per 350 Km da cinque nuovi giacimenti localizzati nell’area di Bassora a un hub di collegamento e smistamento a Najaf. La linea di trasmissione si comporrà di un oleodotto e di un gasdotto e, originariamente, doveva essere divisa in due tronconi principali.

Mutamenti di percorso dettati dalla sicurezza
Il primo troncone, di circa 680 Km, avrebbe dovuto collegare i campi petroliferi meridionali alla stazione di Haditha, nel nord del Governatorato di Al-Anbar, e avereuna capacità di trasmissione pari a 2,25 milioni di barili di greggio e oltre 100 milioni di metri cubi di gas al giorno.

Il secondo troncone, di oltre 1000 Km, avrebbe dovuto congiungere la stazione di Haditha al porto giordano di Aqaba e, tramite la derivata D, alla raffineria giordana di Zarqa e avere una capacità di trasmissione pari a un milione di barili di greggio e oltre 100 milioni di metri cubi di gas al giorno.

Tuttavia, i persistenti problemi di sicurezza nel Governatorato di Al-Anbar, la grande regione orientale a maggioranza sunnita che doveva essere attraversata dalla condotta, sembrano avere dirottato il percorso della pipeline verso Sud. Attualmente, il progetto prevedrebbe un accorciamento del primo troncone, che dovrebbe arrestarsi a Najaf senza proseguire verso Nord, e un allungamento del secondo, che costeggiando i confini sauditi dovrebbe raggiungere quelli giordani.

Mentre la prima sezione del progetto sarà finanziata tramite uno schema di Engineering, Procurement and Construction Management (EPC), la seconda sarà data in concessione tramite uno schema di Build, Own, Operate and Transfer (BOOT). La stima iniziale del costo complessivo dell’infrastruttura era di oltre 18 miliardi di dollari, ma s’è ora ridimensionata a sei.Non sono esclusi ulteriori aggiustamenti. L’inizio dei lavori è programmato per la seconda metà del 2017.

Un disegno ambizioso e articolato
Il progetto appare particolarmente ambizioso tanto sotto il profilo tattico, quanto sotto quello strategico. La scelta di limitare la prima gara d’appalto al segmento Bassora-Najaf, invece di procedere sino a Haditha, è evidentemente legata all’attuale instabilità regionale. Ma la decisione di mantenere la capacità del primo troncone a 2,25 milioni di barili testimonia l’intento del governo iracheno di ristabilire rapidamente il controllo su tutto il Paese e, quindi, ripristinare il collegamento tra gli impianti settentrionali e quelli meridionali.

Per quasi 20 anni, dal 1975 al 1990/1991, è stata la Strategic Pipeline, una doppia condotta reversible da 1,4 milioni di barili al giorno, a garantireil collegamento tra i giacimenti dell’area di Kirkuk e la Penisola araba, assicurando quindi la possibilità di indirizzare alternativamente i flussi petroliferi verso la Turchia, i terminals nel Golfo Persico o le raffinerie nel cuore del Paese. La Prima Guerra del Golfo ha però gravemente danneggiato la linea di trasmissione, che non è mai più tornata alla capacità iniziale.

Attualmente, dopo oltre un decennio di sconvolgimenti, l’Iraq appare in fase di stabilizzazione, la produzione petrolifera procede a ritmi forzati verso la meta degli otto milioni di barili al giorno fissata dal Governo per il 2020 e lo sviluppo infrastrutturale colma rapidamente le lacune del comparto petrolifero iracheno.

L’aumento della produzione ha reso prioritario e renderà sempre più necessario nell’immediato futuro il potenziamento delle infrastrutture logistiche, al fine di diversificare i mercati di sbocco. Al momento, infatti, le esportazioni sono veicolate quasi integralmente dai terminal marittimi meridionali.

La capacità della prima sezione di 2,25 milioni di barili al giorno, eccedente di oltre un milione di barili rispetto alle necessità della seconda sezione, testimonia perciò l’intenzione di ricollegare i giacimenti meridionali quantomeno con il polo petrolchimico situato nell’area della Capitale, mentre le dichiarazioni del Governo di voler ripristinare la Strategic Pipeline sembrerebbero indicare l’intenzione di riattivare in tutta la sua lunghezza la direttrice Nord-Sud. Progetto su cui però evidentemente pesa l’incognita politica dei rapporti con la realtà curda.

“Tra i due litiganti, il terzo gode”
D’altronde, solo allargando lo sguardo allo scacchiere regionale è possibile comprendere a fondo la valenza strategica dell’iniziativa. Il progetto si inserisce in una fase molto delicata della proxy war che contrappone l’Arabia saudita e l’Iran in Medio Oriente, segue di poco meno di un anno la nomina dell’Iraq a vicepresidente del summit dei Paesi Non Allineati, si interpone nelle trattative tra Tel Aviv e Amman per le forniture di metano israeliano alla Giordania e risponde, indirettamente, al taglio delle forniture petrolifere saudite all’Egitto.

Il costante aumento dell’output di greggio sta garantendo al Governo iracheno un crescente afflusso di risorse con cui stabilizzare il Paese e ricostruire una rete di rapporti privilegiati nella regione attraverso la diplomazia energetica.

Lo scontro tra le due maggiori potenze islamiche della regione, infatti, si traduce in crescenti ingerenze nelle scelte strategiche degli alleati e dei clientes, e le forniture energetiche sono gli strumenti di pressione abituali con cui si consuma questo condizionamento. Creando le condizioni ideali perché l’Iraq possa cogliere i frutti di una postura sostanzialmente equidistante tra i due contendenti mettendo nuovamente a frutto, economicamente e politicamente, le proprie straordinarie risorse naturali.

Enrico Mariutti, laureato in storia antica presso la Sapienza, ha conseguito un Master di II livello in Geopolitica e Sicurezza Globale; attualmente collabora con l’Istituto Alti Studi di Geopolitica e Scienze Ausiliarie (IsAG).

Siria. Armi chimiche e incertezza politica

Bombardando la Siria
Missili che sparigliano la scena
Jean-Pierre Darnis
08/04/2017
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Il bombardamento della base aerea di al Shayrat da parte degli Usa risuona come il tuono di un fulmine in un cielo (non) sereno. Richiama in modo diretto l’agosto 2013, quando Barack Obama rinunciò a un’azione del genere nei confronti del regime di Assad dopo l’uso ripetuto di armi chimiche nel conflitto in Siria. La Russia fece allora da garante, spingendo per uno smantellamento delle armi non convenzionali.

Quel disarmo è stato ufficialmente completato nel 2016, ma i recenti episodi mostrano che s’è trattato di un’operazione perlomeno incompiuta, il che mette in evidenza la poca affidabilità del regime siriano e della Russia. Con l’accordo sullo smantellamento dell’arsenale chimico, Mosca s’era garantita un rinnovato ruolo nel gioco mediorientale. L’investimento era poi proseguito con l’invio di caccia e truppe per spalleggiare Damasco, un regime che deve la sua sopravvivenza all’aiuto russo ma anche iraniano.

All’epoca, il boccone risultò a molti amaro. Possiamo ricordare la posizione francese, talmente convinta della necessità di contrastare militarmente il regime di Assad da accarezzare l’idea di un intervento nazionale. Tra l’altro, il fatto di non avere punito tempestivamente la Siria per l’uso di armi chimiche nel 2013 è rimasto un rammarico costante della presidenza di François Hollande, convinto che quell’impunità abbia lasciato troppo spazio al regime di Assad e abbia anche sminuito la credibilità dell’Occidente di fronte a una Russia bellicosa.

Trump fa rispettare l’altrui linea rossa
E quindi assai paradossale costatare oggi che il presidente Donald Trump punisce la Siria per avere superato una linea rossa fissata dal suo predecessore. La logica della campagna per le presidenziali statunitensi sembrava consegnare la presidenza Trump a un relativo isolazionismo, con l’aggiunta d’una buona dose di pragmatismo internazionale, lasciando spiragli di convivenza se non di intesa con russi e siriani.

Ma dopo una prima fase di spoil sistem ieratica, l’inserimento di ex generali nei posti chiave della difesa e della sicurezza ha dato un volto decisionista all’Amministrazione Trump. Nella decisione dell’attacco della notte tra giovedì e venerdì, c’è anche una componente psicologica collegata al piglio autoritario del neo-presidente statunitense, che ha iniziato a manifestare insofferenza nei confronti di regimi percepiti sia come ostili sia come inadempienti ai richiami americani.

Ed è particolarmente il caso della Corea del Nord che, con lo sviluppo delle capacità missilistiche, viene percepita come una minaccia intollerabile da parte degli Usa.

Segnali in molte direzioni
Vari nodi sono dunque venuti al pettine per la presidenza Trump, con un problema di fondo: la credibilità degli Stati Uniti e la loro influenza diretta sugli affari del Mondo. Trump non ha fatto altro che manifestare la sua insoddisfazione nei confronti di una serie di situazioni internazionali.

Il bombardamento di civili a Khan Sheikun è stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso, ma ha anche aperto una finestra di opportunità per affermare il nuovo corso della politica americana. La dittatura di Assad, prigioniero della sua arroganza, ha fatto un passo falso, proprio quando era giunto il momento per Washington di calare le carte per uscire dalla spirale di messe in guardia delle ultime settimane.

Non va sottovalutato l’effetto psicologico, con un Trump che nella sua conferenza stampa notturna dichiarava di essere stato colpito dalle immagini di bambini soffocati dai gas. Gli Stati Uniti tornano, dunque, a colpire con lanci di tomahawk; e il loro attacco raggiunge vari bersagli.

Prima di tutto, rafforza la credibilità della presidenza. Poi, colpisce la Siria, ma manda anche un segnale forte sia alla Russia che all’Iran. E il messaggio viene anche inviato ai nord coreani, e più in generale a tutti coloro con cui gli Usa hanno rivendicazioni aperte. Tra l’altro la decisione di lanciare i missili è stata presa ai margini di un vertice con il presidente cinese Xi Jinping, un’utile coincidenza.

Una batosta per Mosca, scenari europei
Anche se la Russia è stata avvisata dall’attacco americano, si tratta di una batosta per Mosca che certamente protesterà, ma che alla fine dovrà assorbire il colpo, avendo assimilato l’informazione che il presidente Trump ha il grilletto facile. Mentre nel periodo precedente il regime di Putin aveva interiorizzato che poteva usare la forza per ricattare un’Occidente percepito come debole, adesso il rischio di risposta militare si alza notevolmente, il che riduce in modo automatico gli spazi di azione della Russia.

Ma anche dal punto di vista europeo questo intervento apre nuovi scenari. La presidenza Trump è stata osteggiata da parte della stragrande maggioranza dei governi e delle opinioni pubbliche europee. Questa ostilità poggia su motivi comprensibili come la politica restrittiva di Trump in materia di visti e immigrazione, la sua volontà di smantellare il sistema di sanità pubblica creato da Obama nonché la posizione contraria alla tutela dell’ambiente di un presidente che di fatto abbandona gli accordi di Parigi sul clima.

Nel caso del bombardamento in Siria gli Stati Uniti si sono però mossi in sintonia con le opinioni pubbliche europee, anche quelle più pacifiste e inclini al rispetto dei diritti dell’uomo. S’è così potuto constatare un contenuto ma sostanziale sostegno sia da parte dei singoli governi europei che dell’Unione che individua nella Siria il colpevole. È pure ovvio che alcune capitali, come Parigi, abbiano espresso soddisfazione per il colpo inferto ad Assad.

Quest’episodio non risolve la questione siriana. Potrebbe anche avere effetti collaterali negativi se il regime di Assad riuscisse ad apparire come vittima di un’aggressione degli Usa. Non chiarisce nemmeno il ruolo di Washington nella zona, in quanto l’operazione sembra destinata a restare isolata. Però riporta gli Stati Uniti a un ruolo attivo e a una valutazione più articolata delle situazioni complesse: una svolta nei confronti dei toni della campagna elettorale.

Jean Pierre Darnis è Direttore Programma Sicurezza e Difesa IAI.

venerdì 31 marzo 2017

Iraq: il futuro è molto incerto

Dopo il sedicente Stato islamico
L’Iraq tra legge elettorale e milizie armate
Emanuele Bobbio
30/03/2017
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Mentre le forze armate irachene combattono per strappare i quartieri ovest della città di Mosul agli jihadisti del sedicente Stato Islamico (Isis), si è già aperta la discussione, tra le varie forze politiche irachene, su che cosa ne sarà del Paese dopo l’eradicazione dell’autoproclamato Califfato.

Le forze politiche in Iraq si sono sempre divise lungo direttrici religiose, sciiti e sunniti, o etniche, come nel caso dei curdi. In questo momento si aggiungono però molte divisioni anche interne ai diversi blocchi che condannano il Paese allo stallo.

Tre sono i temi chiave di questo dibattito: la legge elettorale, la gestione dei territori riconquistati all’Isis e il ruolo futuro delle milizie irregolari.

Una nuova legge elettorale
Attualmente in Iraq la legge elettorale è proporzionale e permette una grande rappresentanza ai partiti che hanno un forte consenso concentrato in alcuni dei 18 distretti in cui è diviso il territorio nazionale. Questo sistema non premia i partiti che riescono a raccogliere un buon livello di consenso su base nazionale, ma sostiene partiti e movimenti politici che si strutturano su linee identitarie e religiose.

Proprio sulla legge elettorale si scontrano i due esponenti più conosciuti della maggioranza sciita del Paese: l’attuale vice presidente Nouri al Maliki, ex primo ministro iracheno dopo l’occupazione americana, e il religioso sciita Muqtada Al Sadr.

Al Maliki mira a riconquistare il potere perso alle scorse elezioni e a riassicurarsi la guida del Paese, usando come strumento di consenso le vittorie militari contro l’Isis, presentandosi come ideatore del piano militare e cercando di attrarre allo stesso tempo anche una parte della popolazione sunnita attraverso l’alleanza silenziosa con Salim al-Jubouri, presidente del Parlamento iracheno.

L’ intenzione dell’ex primo ministro sarebbe quella di lasciare la legge elettorale com’è attualmente, preferendo accordi, anche inter-identitari, tra i partiti, volti a difendere il potere e i privilegi dell’elite irachena a Baghdad.

Personalità e programmi a confronto
Al Sadr, invece, è il leader dell’opposizione sciita ad al Maliki: nipote del noto Ayatollah Al Sadr, esercita un grande potere di attrazione sulla popolazione, in particolare nella capitale e nel Sud. Gli ultimi mesi hanno visto numerose grandi manifestazioni, all’interno della zona verde di Baghdad, organizzate dai seguaci di Al Sadr per chiedere riforme in tema di lotta alla corruzione, considerata il vero male dell’Iraq, e in tema di legge elettorale.

Il religioso vorrebbe una modifica della legge elettorale con un’apertura reale a tutti i partiti, sapendo di poter attirare grande consenso in tutte le parti del Paese e sapendo di potere anche contare sul supporto di diversi partiti minori.

La visione di Al Sadr trova consenso nella popolazione del Sud dell’Iraq, in maggioranza sciita, che spera in un cambio di rotta politica che possa garantirle un grado di benessere e un grado d’attenzione della politica maggiore.

Il ruolo dell’Iran e la società civile
D’altra parte i gruppi minoritari, come quello curdo e anche quello sunnita, sono più vicini alla posizione dell’ex primo ministro Al Maliki, che permette loro di avere garantita una rappresentanza forte senza cercare di attirare consenso in altri gruppi.

Bisogna tenere conto anche della posizione del governo di Teheran, che molto conta nelle vicende irachene. Il governo Rohani formalmente sostiene un totale sviluppo del Paese, che avverrebbe attraverso la misura proposta da Muqtada Al Sadr, ma le forze più conservatrici, l’esercito e il leader supremo, Ali Khamenei, riterrebbero utile non minare il sistema identitario, che rende più facile la gestione del Paese.

In questo clima è stata avanzata la proposta del partito Coalizione dei Cittadini: un accordo nazionale per formare un governo di coesione con all’interno tutte le forze politiche e cercare di rinnovare la costituzione, combattere la corruzione e ammodernare il Paese.

Il movimento di Muqtada Al Sadr ha aderito alla proposta, ma tutte le altre forze politiche si sono rifiutate di sostenerla. A decretare la morte dell’iniziativa è arrivata la condanna della più importante figura religiosa sciita in Iraq, il Grande Ayatollah Ali al-Sistani, che ha definito inutile la formazione di un nuovo governo di coalizione nazionale, che riporterebbe solo il Paese indietro nel suo percorso.

Le regioni liberate e le milizie irregolari
La gestione dei territori liberati e il ruolo delle milizie irregolari sono due questioni chiave per il futuro dell’Iraq, che però vanno affrontate insieme per poter essere capite a fondo. Anche su questi temi, le visioni che si scontrano e che fanno schierare, con una o con l’altra, le altre forze politiche sono quelle di Nouri al Maliki e Muqtada Al Sadr.

Il religioso sciita ha chiesto ripetutamente che le bande irregolari vengano sciolte, che le armi vengano consegnate alle forze armate e che i soldati ritornino alle regioni native lasciando la gestione dei territori recentemente liberati allo Stato.

Al Maliki, che sostiene e foraggia alcune delle più importanti milizie sciite, vede questa questione in modo totalmente differente. Teme infatti che, senza la forza delle milizie sciite armate, potrebbe essere sopraffatto dalla forza popolare che il leader religioso può scatenare; e teme inoltre di perdere gli alleati sunniti e curdi, che in questo momento voglio mantenere attive tutte le proprie milizie. I primi per difendersi da eventuali vendette sciite e gli altri per capitalizzare politicamente lo sforzo bellico che hanno portato avanti contro l’Isis.

Di conseguenza, le regioni liberate restano tenute in scacco da brigate di miliziani che instaurano un controllo diretto sul territorio, che durerà almeno fino alla totale sconfitta del sedicente Stato Islamico.

Come si può vedere da questo quadro l’ostacolo più grande allo sviluppo dell’Iraq restano le divisioni identitarie, che, assumendo un carattere settario, flagellano il Paese dal 2003 e restano prepotentemente presenti all’interno del panorama politico.

Emanuele Bobbio è laureato all’Università di Roma la Sapienza in Scienze politiche e Relazioni internazionali, collabora con diversi giornali universitari mentre porta a termine la magistrale in International Relations presso l’Alma Mater Studiorum di Bologna.

martedì 21 marzo 2017

Turchia sempre più lontana

Elezioni e diplomazia
Ue-Turchia: una crisi prevedibile ma inevitabile?
Anja Palm
20/03/2017
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L’innesco dell’attuale crisi diplomatica fra Europa e Turchia sembra essere stato nel ritiro, da parte dei Paesi Bassi, dell’autorizzazione precedentemente concessa ad alcuni ministri turchi per tenere dei comizi elettorali in vista del referendum turco. Nel momento in cui tali ministri hanno tentato di entrare in Olanda, si sono dunque visti negare l’ingresso per “ragioni di sicurezza ed ordine pubblico”.

Questo rifiuto ha infiammato l’ira dei turchi, soprattutto del presidente Erdoğan, il quale si è lanciato in un crescendo di offese, arrivando a paragonare gli olandesi ai nazisti e attribuendo loro la responsabilità del massacro di Srebrenica, fino a minacciare la rottura dell’accordo Ue-Turchia.

Il presidente turco si è poi spinto oltre il confine del ridicolo rescindendo il gemellaggio Istanbul-Rotterdam ed invitando i cittadini turchi in Europa a fare cinque figli a coppia “come risposta all’ingiustizia subita”.

Una crisi diplomatica che pare trovare pretesto nel tentativo di salvataggio di due situazioni politiche nazionali critiche, che hanno visto da un lato, il neo-rieletto premier olandese Marc Rutte non volere perdere troppo terreno a favore di Geert Wilders e delle sue posizioni anti-Islam in occasione delle elezioni olandesi, dall’altro il presidente Erdoğan in cerca di consensi nella diaspora turca in Europa onde favorire il sì all’imminente referendum.

Sono infatti 2,5 milioni i cittadini turchi in Europa che potranno votare alla consultazione del 16 aprile e, con i sondaggi che indicano un leggero vantaggio del no, pare che Erdoğan stia utilizzando la vecchia strategia della creazione di un nemico comune per rafforzare la propria posizione: sembra avere sempre questo scopo la sua dichiarazione sulla recente sentenza della Corte di Giustizia europea che consente ai datori di lavoro di stabilire norme interne di ‘neutralità’, vietando qualsiasi simbolo religioso. Erdoğan ha commentato che tale sentenza aprirà “una guerra fra religioni” in Europa.

Ma questa crisi diplomatica rappresenta veramente un colpo di scena inaspettato oppure gli ultimi sviluppi sono solo la goccia che ha fatto traboccare un vaso già colmo di insoddisfazione, mancanza di fiducia e promesse vuote?

Uno scontento reciproco covato a lungo
Le radici di tale scontento sono da cercare molto prima dei recenti fatti. La Turchia è da sempre un ‘ponte fra Ovest e Est’, con un’identità frammentata e alla continua ricerca di un difficile equilibrio fra culture ed ideologie diverse.

È però la scelta di una rinnovata stagione di cooperazione nel 2015 che maggiormente influenza i fatti accaduti negli ultimi giorni. Tale cooperazione pone al centro la dimensione migratoria con il patto Ue-Turchia e la promessa europea non solo di notevoli fondi, ma anche della liberalizzazione dei visti e del rinvigorimento del procedimento di adesione.

Promesse irrealistiche e infatti mai realizzatesi: se ad oggi solo 750 milioni sui tre miliardi pattuiti sono stati effettivamente erogati, la liberalizzazione dei visti, ma soprattutto l’adesione, è un miraggio lontano.

La negoziazione di adesione della Turchia ha sempre rappresentato un caso unico, trascinatosi da più di un decennio, con solo 16 capitoli aperti su 35, spesso riportata in vita senza vere prospettive di successo e invero con dubbia convinzione da entrambi i lati.

Se questo da un lato ha contribuito ad una forte delusione e perdita di fiducia in Turchia nei confronti dell’Unione, dall’altro lato la conclusione dell’accordo Ue-Turchia ha posto l’Unione in una posizione debole e di ricatto, alla ricerca di accordi esterni in alternativa alla fallita cooperazione infra-Ue e con la disponibilità a soprassedere su aspetti umanitari, ai fini di ottenere una riduzione dei flussi che minava l’equilibrio politico interno. Una politica poco lungimirante, un pericolo da cui organizzazioni umanitarie ed esperti avevano subito messo in guardia.

Parallelamente ai passi falsi dell’Unione, in Turchia la stagione di autoritarismo, in costante crescita da alcuni anni, ha trovato il suo apice nelle purghe successive al fallito golpe dell’estate 2016, con attacchi mirati all’opposizione e alla stampa.

Questo periodo è stato segnato da un forte raffreddamento delle relazioni diplomatiche, con la Turchia che accusava l’Europa di non aver condannato adeguatamente il tentato golpe e l’Unione che, seppur non con molta forza, rimproverava la violazione di fondamentali libertà individuali.

Quali possibili passi per il futuro?
Questo impasse pone l’Europa nuovamente davanti alla domanda cruciale su quale approccio scegliere nelle relazioni con Paesi terzi ‘difficili’. Infatti, se tagliare completamente i rapporti o lasciar passare gravi fatti senza reazione sono entrambe opzioni non percorribili, la ricerca di un difficile equilibrio che consenta il mantenimento delle relazioni diplomatiche, pur difendendo i propri valori fondamentali, è tutt’ora aperta.

La Turchia, soprattutto per la sua posizione geografica, ma anche per la sua cultura, è e sempre sarà un ponte cruciale fra l’Europa e il Medio Oriente. Ciò nonostante è importante ricordare che se la Turchia rappresenta un partner fondamentale per l’Unione, in particolare in ambito geopolitico, l’Unione è il primo partner commerciale di Ankara. Trovare un punto d’incontro è quindi imperativo.

Ma soprattutto è fondamentale chiedersi se l’Unione voglia voltare le spalle alla Turchia proprio in un momento così delicato, con un paese polarizzato in vista di un referendum che potrebbe sconvolgere il sistema di governo attuale, nonché in prolungato stato di emergenza (che prevede, fra altro, la sospensione della Cedu), o se voglia piuttosto tentare di utilizzare tutti i propri mezzi diplomatici per favorire un ravvicinamento.

In un’analisi a lungo termine, una Turchia politicamente sempre più isolata rappresenta un pericolo. La domanda è quindi se la strategia migliore sia veramente quella di reagire alle provocazioni di Erdoğan con toni simili aumentando ulteriormente le distanze, oppure se sia necessario piuttosto tentare il dialogo su altri aspetti.

Particolarmente urgente è insistere sulla necessità che la consultazione referendaria possa svolgersi in un clima politico meno teso e soprattutto che sia garantito un voto democratico. È tardi per assicurare che il referendum avvenga in condizioni di libertà di stampa e di opposizione, ma, quantomeno, l’Unione può tentare di mostrarsi compatta nella difesa dei valori che dovrebbero renderla un esempio, non solo per la Turchia, ma per il mondo intero.

Anja Palm è stagista dell’Area Mediterraneo-Medio Oriente presso lo IAI, dove concentra la sua ricerca sulla dimensione esterna dell’Unione europea in ambito migratorio e l’esternalizzazione dei controlli migratori.
 

lunedì 20 febbraio 2017

IRAN: la marcia verso la bomba

Polemiche vivaci
Iran: un test missilistico contestato
Emanuele Bobbio
10/02/2017
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L’Iran ha effettuato un test missilistico il 31 gennaio, lanciando un vettore a medio raggio nell’Oceano indiano. L’evento ha scatenato le reazioni della comunità internazionale, soprattutto d’Israele e degli Stati Uniti, mentre la Russia si è schierata con l’Iran, affermando che il test non viola l’accordo sul nucleare.

Il missile testato è stato lanciato da una base nella regione del Khorramshahr e ha volato per 600 miglia prima di esplodere in mare. Le prime indicazioni venute dagli Stati Uniti, sono state presto confermate dal generale Hossein Dehghan che ha respinto l’accusa di avere violato i patti, perché il test non riguardava missili balistici ed era in linea con il programma militare iraniano.

Il generale ha inoltre chiesto agli altri Paesi di non interferire con le decisioni del governo iraniano.

Israele e Usa guidano le proteste
La prima reazione è arrivata da Israele: il ministro dell’intelligence Kartz ha definito il test una “flagrante violazione” della Risoluzione 2231, che contiene l’accordo sul nucleare iraniano concluso nel 2015, ed ha proposto nuove sanzioni contro la Repubblica islamica.

Il premier Netanyahu non si è espresso sull’accaduto, ma il giorno precedente in un intervista aveva promesso che avrebbe chiesto, nel bilaterale che vi sarà il 15 febbraio, al presidente Trump di ristabilire le sanzioni su Teheran, ritirate dopo l’approvazione dell’intesa sul nucleare.

Neppure la reazione degli gli Stati Uniti si è fatta aspettare. L’accaduto è stato commentato da Michael Flynn, consigliere per la Sicurezza nazionale del nuovo presidente Donald Trump. Flynn ha definito il lancio come l’ennesimo atteggiamento ostile di Teheran che continuerebbe a minacciare gli Usa e i loro alleati con azioni di vario tipo, dal sostegno ai ribelli Houthi in Yemen alle forti tensioni nel Golfo Persico.

Flynn ha fortemente criticato la precedente Amministrazione, definendola troppo morbida verso l’Iran, e l’accordo sul nucleare, che lascia troppa libertà a Teheran. Ha inoltre affermato che il Pentagono sta portando avanti ricerche per provare il coinvolgimento dell’Iran nel rifornimento di gruppi terroristici e ha sostenuto la possibilità che gli Stati Uniti colpiscano i rifornimenti in transito.

Gli altri Paesi, che hanno sostenuto e firmato l’accordo contenuto nella Risoluzione 2231, cioè Gran Bretagna, Francia, Germania, Russia e Cina, hanno avuto un atteggiamento più cauto. Molti hanno commentato l’evento come secondario, mentre la Russia ha rimarcato, nelle parole del ministro degli Esteri Sergej Lavrov, come il lancio del missile non abbia violato l’accordo nucleare, trattandosi di un missile a medio raggio incapace di trasportare testate atomicher.

La risoluzione 2231 e i precedenti
La Risoluzione Onu 2231 non comporta un divieto assoluto di portare a termine test missilistici. Il testo vieta di intraprendere alcuna attività concernente la costruzione o lo sviluppo di missili balistici, inclusi lanci di vettori capaci di trasportare testate nucleari, per almeno otto anni a partire dalla data della firma dell’accordo o finché l’Agenzia di controllo dell’Onu, l’Aiea, non confermi che l’Iran abbia portato a termine a tutti i suoi obblighi.

Non è il primo test che l’Iran realizza dal luglio 2015, quando venne firmato l’accordo sul nucleare. Prima del 2015, secondo la risoluzione Onu 1929, votata a giugno del 2010, era assolutamente vietato qualsiasi test missilistico alla Repubblica islamica iraniana, pena dure sanzioni. Dopo l’accordo, il progetto militare iraniano era ripartito e l’ultimo test era stato portato a termine pochi giorni prima dell’insediamento del presidente Trump alla Casa Bianca.

La nuova Amministrazione americana ha preso provvedimenti e sembra abbia chiesto ai suoi alleati e alle altre potenze se fosse percorribile la strada di nuove sanzioni internazionali per Teheran.

La difficoltà percepita dagli Usa nel formare una nuova grande coalizione anti-Iran, dato lo scetticismo riscontato nei contatti con altri Paesi, sta portando il presidente Trump a valutare, dopo avere non a caso incluso l’Iran nei sette Paesi da cui è proibito entrare negli Usa per 90 giorni, di imporre nuove sanzioni unilaterali.

Nel frattempo è stata richiesta dalla nuova ambasciatrice di Washington presso l’Onu, Nikki R. Haley, una riunione straordinaria del Consiglio di Sicurezza per discutere del test missilistico iraniano.

Le intenzioni di Teheran e le conseguenze internazionali
Alcuni analisti affermano che l’atteggiamento più aggressivo da parte dell’Iran è dovuto anche alla volontà di testare quanto la nuova mministrazione possa spingersi nel suo comportamento manifestamente ostile all’Iran.

Il presidente Rohani che, negli ultimi anni, ha lavorato come un partner con l’Amministrazione Obama, deve rivalutare la posizione americana e capire il grado di ostilità per poi decidere come muoversi, anche per cercare di tenere a bada le componenti integraliste che vi sono all’interno delle forze armate e del governo iraniano.

In questo scenario si inserisce il comportamento russo di sobria difesa della posizione di Teheran. Putin ha trovato nella Repubblica Islamica un prezioso partner, insieme alla Turchia, nello scenario siriano, e di conseguenza cerca di difenderne le posizioni. La questione iraniana sarà sicuramente uno dei temi sul tavolo dell’incontro che vi sarà tra Russia e Stati Uniti in giugno, il primo tra Putin e Trump.

Emanuele Bobbio è laureato all’Università di Roma la Sapienza in Scienze politiche e Relazioni internazionali, collabora con diversi giornali universitari mentre porta a termine la magistrale in International Relations presso l’Alma Mater Studiorum di Bologna.

venerdì 10 febbraio 2017

ISRAELE: la spina della West Bank

Stallo israeliani-palestinesi
MO: l’impatto degli insediamenti israeliani 
Luigi Cino
10/02/2017
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Il 7 febbraio la Knesset, il Parlamento israeliano, ha approvato una legge che regolarizza circa 4000 alloggi israeliani che si trovano in Cisgiordania (chiamata anche West Bank), che con la Striscia di Gaza forma i Territori Palestinesi.

Ai sensi della legge appena approvata, i palestinesi che si sono visti espropriate le proprie terre potranno scegliere tra nuove assegnazioni o una retta annuale superiore al valore di mercato, ma ciò non è sufficiente a placare le polemiche anche interne allo stesso Stato israeliano, con il procuratore generale che ha affermato che alcuni giudici potrebbero impugnare tale legge.

Il governo Netanyahu ha atteso, per l’approvazione definitiva della legge, il passaggio di consegne alla Casa Bianca, dato che l’approvazione in prima lettura aveva provocato la condanna da parte delle Nazioni Unite. E in risposta all’astensione nel Consiglio di Sicurezza degli Stati Uniti sulla condanna, il premier israeliano aveva fatto sapere tramite un tweet di non vedere l’ora di lavorare con l’allora presidente eletto Donald Trump.

Netanyahu e Trump si incontreranno presto a Washington: uno tra i primi punti dell’incontro potrebbe essere l’Iran, Paese recentemente oggetto dell’ordine esecutivo del neo presidente Usa che impedisce viaggi negli Stati Uniti a cittadini di sette Paesi e che rientra nelle preoccupazioni di Israele a causa della questione atomica. Ma anche la Siria e il sedicente Stato Islamico saranno tra i punti che verranno discussi dai due presidenti, i quali non si sono risparmiati manifestazioni di simpatia reciproche.

Un conflitto storico
Sono passati esattamente cento anni dall’accordo Sykes-Picot del 1917 che definiva le rispettive sfere di influenza in Asia Minore tra Francia e Regno Unito e dalla Dichiarazione Balfour (poi inserita nel Trattato di Sèvres) che guardava con simpatia alla creazione di un “focolare ebraico” in Palestina.

Dopo la prima guerra mondiale il territorio della Palestina finì sotto mandato britannico, almeno fino al 1947 quando il Regno Unito passò la responsabilità alle Nazioni Unite. Già l’anno seguente scoppiava la prima guerra arabo-israeliana, come risposta alla dichiarazione d’indipendenza israeliana. Nel 1956 la guerra scoppiava tra Israele ed Egitto e nel 1967 si consumava un nuovo conflitto, la cosiddetta “guerra dei Sei Giorni”, portando per la prima volta la West Bank sotto controllo Israeliano.

L’Unione europea, allora Comunità economica europea, non riusciva ad adottare una posizione comune, ma nel 1971 il “Documento Schumann” richiamava Israele al ritiro dai Territori occupati. Così nel 1973 il conflitto si riaccendeva con la guerra dello “Yom Kippur”; e i Paesi dell’Opec ponevano un embargo verso la Cee portando alla prima crisi petrolifera.

Lo stesso anno il vertice arabo di Algeri riconosceva l’Organizzazione per la Liberazione della Palestina come l’unico e legittimo rappresentante del popolo palestinese e nel 1978 si arrivava agli accordi di pace di Camp David tra Israele ed Egitto.

Una lunga serie di tentativi di pacificazione e nuove ostilità seguiva negli anni ’80 e ’90: la guerra del Libano nell’82, la prima Intifada nel 1987, il processo di pace di Oslo nel 1993 durante il quale fu scattata la famosa fotografia in cui Yasser Arafat e Yitzhak Rabin si stringono la mano di fronte all’allora presidente degli Stati Uniti Bill Clinton. Ma nel 2000 parte la seconda Intifada, seguita nel 2005 dal conflitto di Gaza che si trascina fino ad oggi.

Le reazioni internazionali
Dopo il 7 febbraio, le diplomazie internazionali non hanno atteso a farsi sentire. Certamente un ruolo di primo piano sarà giocato, come sempre, dagli Stati Uniti che, proprio nell’ultima fase della presidenza Obama, si erano astenuti al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite consentendo l’approvazione della risoluzione 2334 - sancisce che le attività di insediamento sono contrarie al diritto internazionale.

Tuttavia, il recente cambio di guardia alla Casa Bianca porta incertezza sul ruolo che gli Stati Uniti vorranno perseguire nella questione, tenuto pure coto delle dichiarazioni del neo-presidente Trump di volere spostare l’ambasciata americana da Tel Aviv a Gerusalemme, città con status internazionale.

Il presidente dell’Associazione nazionale palestinese (Anp) Abu Mazen ha denunciato, tramite il suo portavoce, che la legge appena approvata è contraria alla recente risoluzione delle Nazioni Unite, le quali hanno già condannato quanto avvenuto tramite il segretario generale Antonio Guterres. Ugualmente l’Ue ha preso posizione, esortando Israele a non attuare la nuova legge, mentre la Turchia ha dichiarato che tale risvolto mette a rischio le prospettive di pace.

La questione presto toccherà anche l’Italia, dato che nel 2017 siede nel Consiglio di Sicurezza, dopo l’accordo con l’Olanda per dividere il biennio di copertura di un seggio non permanente. Nel manifesto del suo mandato al Consiglio di Sicurezza, l’Italia dichiara di voler favorire il ruolo del Consiglio nel processo di pace in Medio Oriente tra Israele e Palestina, incoraggiando la ripresa di negoziati diretti tra le due parti volti a favorire una pace basata sulla soluzione a due Stati.

Una simile posizione è stata adottata anche dal Consiglio dei Ministri dell’Ue in formazione Esteri, cui il ministro Alfano ha partecipato il 6 febbraio e le cui conclusioni vedono un’Ue preoccupata dalla situazione, mentre l’Alto rappresentante per la Politica estera e di Sicurezza Federica Mogherini dichiara che l’Unione è pronta a continuare a lavorare con le Nazioni Unite, i Paesi arabi e gli Stati Uniti per favorire il processo di pace.

Luigi Cino, Dottorando presso la Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa.

ISRAELE: dimentica quando gli ebrei erano respinti da tutti gli Stati

Netanyahu & Trump
Israele: nazione d'immigrati e diritto d’asilo
Giorgio Gomel
04/02/2017
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Il mondo politico e la società civile in Europa e altrove, in buona parte, in alcuni casi con celata e sommessa ipocrisia, hanno condannato il presidente Usa Donald Trump per i divieti e i limiti imposti all’ingresso di immigrati e rifugiati negli Stati Uniti, da Paesi a popolazione in prevalenza musulmana, e per la decisione di rafforzare ed estendere il muro fra gli Stati Uniti e il Messico.

Il premier israeliano Benjamin Netanyahu no, e nel linguaggio primitivo di Twitter, ha anzi fatto un impudente e trionfalistico paragone con quanto costruito sul confine fra Egitto e Israele che avrebbe “fermato l’immigrazione clandestina”.

Un proclama inutile, insensato, irritante per gli ebrei americani e messicani che hanno protestato e che ha costretto il presidente di Israele Reuven Rivlin ad esprimere le scuse al suo omologo messicano per un’ingerenza negli affari interni del Paese.

Uno sguardo prammatico ai fatti
Ironia amara e tragica, per una nazione come Israele composta di immigrati e rifugiati dalle persecuzioni antiebraiche. Un proclama reso pubblico per di più il giorno successivo a quello in cui il mondo ricorda la Shoah, che promana dal governo di un Paese voluto, fondato e difeso come luogo di rifugio dalle persecuzioni e di riscatto di un popolo oppresso e discriminato.

Esso riflette un’ideologia che contraddice in modo vistoso tradizione e valori universalistici dell’ebraismo, quali la dignità dello straniero, la difesa dei più deboli.

Il muro vantato da Netanyahu come “grande successo” è in verità una barriera di 250 km, completata nel 2013, costata al bilancio pubblico di Israele circa 500 milioni di dollari, diretta a impedire l’ingresso nel Paese di immigrati africani che andassero ad aggiungersi ai circa 60.000 già in Israele, in larga parte rifugiati dall’Eritrea e dal Sudan, giunti dopo una fuga disperata attraverso l’Egitto e il Sinai da guerre ed eccidi di massa nelle loro patrie.

Gente che vive nei quartieri diseredati di Tel Aviv, Arad e Eilat, priva di infrastrutture per un minimo di accoglienza e integrazione; soggetta a un grande caos legislativo, alle vessazioni della polizia, alle proteste xenofobe dei vicini nelle aree metropolitane più povere; difesa solo dal coraggio di Ong israeliane - come la Hotline for Refugees and Migrants - e da giudici illuminati.

Le contraddizioni della legislazione
Israele, che pure ha ratificato la Convenzione sui Rifugiati del 1951 e che afferma di attenersi ai principi delle Nazioni Unite in materia, non riconosce i rifugiati africani come aventi diritto all’asilo. La legislazione in materia risale alla “legge sulla prevenzione degli infiltrati”, introdotta nel 1954 contro il tentativo di “ritorno” di palestinesi dai campi profughi dispersi nei Paesi arabi dopo la guerra di indipendenza di Israele del 1948-49.

Dal 2005 sono giunti nel Paese profughi dal Darfur (Sudan) e dall’Eritrea, inizialmente in numeri esigui, poi via via crescenti. In quanto richiedenti asilo ricevono un visto valido appena due mesi, poi rinnovabile: possono risiedere in Israele, ma senza usufruire di alcun diritto circa il lavoro, la casa, l’assistenza sanitaria.

Fino al 2014, secondo un’indagine condotta da Galia Sabar e Elizabeth Tsurkov (Israel’s policies towards asylum-seekers: 2002-2014, IAI Workingpaper, 2015), su circa 9000 sudanesi rifugiati in Israele nessun ha ottenuto l’asilo, su 34.000 eritrei appena quattro.

Dal 2012 in virtù di una legge restrittiva, poi emendata e resa ancora più stringente nel 2014, gli immigrati, detti “infiltrati”, sono detenuti in stato d’arresto per tre mesi, seguito da un lungo periodo di detenzione (in genere 20 mesi) nel campo di Holot nel Negev - dove pur liberi durante le ore del giorno non possono lavorare; poi, vengono rilasciati.

Inoltre Israele ha negoziato con Paesi africani come l’Uganda e il Ruanda accordi per una loro “volontaria” deportazione in cambio di aiuto finanziario. L’intero meccanismo regolamentare è concepito per agire da deterrente per futuri tentativi di ingresso e per spingere i richiedenti asilo già nel Paese a lasciare Israele.

In questo senso Netanyahu ha cinicamente ragione: la barriera è servita, ormai pochissimi la superano.

Giorgio Gomel, economista, è membro del Comitato direttivo di Jcall, un’associazione di ebrei europei impegnata nel sostegno ad una soluzione “a due stati” del conflitto israelo-palestinese.

mercoledì 25 gennaio 2017

Stato Islamico: dopo la caduta di Aleppo

Lotta al Califfato
Fine sedicente stato islamico non passa per Raqqa
Lorenzo Kamel
17/01/2017
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La “caduta” di Aleppo e l’attacco terroristico di Berlino sono coincisi con la pubblicazione di un ampio numero di articoli focalizzati principalmente sulla sicurezza dei paesi europei e sul futuro della guerra in Siria.

Molti studiosi sostengono che la minaccia terroristica in Europa non cesserà fino a quando non cadrà Raqqa, la capitale de facto dell’autoproclamato “stato islamico”. Parafrasando lo storico francese Jean-Pierre Filiu, “as long as Raqqa stands as the operational command center for ISIL terror attacks, Europe will be struck again and again”.

A quasi sei anni dallo scoppio della guerra civile siriana, sintomi, cause e soluzioni vengono ancora oggi sovente confusi. L’evoluzione dello “stato islamico” ha in realtà poco a che spartire con le sorti di Raqqa: il suo futuro si deciderà in larga parte a migliaia di chilometri di distanza dalla città siriana.

Da Al-Wahhab ad Al-Baghdadi
Da un punto di vista ideologico, non si potrà dire di aver sconfitto i terroristi fedeli ad Abu Bakr Al-Baghdadi fino a quando non si assisterà a una presa di coscienza più ampia riguardo l’influenza che ancora oggi esercita il wahhabismo in relazione alla moderna identità saudita.

È significativo in questo senso che il “califfato” continui a distribuire copie dei testi del fondatore del wahhabismo, Ibn ʿAbd al-Wahhab, nelle aree dell’Iraq e della Siria sotto il suo controllo e che si rifaccia a molte delle sue tesi più influenti.

L’identità saudita moderna è legata a due componenti di base. La prima è ricollegabile a Ibn ʿAbd al-Wahhab e alle dinamiche attraverso le quali il “puritanesimo” di cui si fece portatore venne adottato da Muhammad ibn Saud nella metà del Settecento. Le seconda è riconducibile a re Abd-al Aziz, il quale negli anni ’20 del Novecento istituzionalizzò l’originario impulso wahhabita attraverso la fondazione dello Stato.

Per una percentuale non trascurabile di sauditi, l’ascesa dello “stato islamico” rappresenta un ritorno alle origini del progetto saudita-wahhabita. Ciò contribuisce a spiegare la ragione per la quale un numero così ampio di sauditi abbia deciso di partire per la Siria e l’Iraq, dove costituiscono il secondo maggior numero di combattenti stranieri.

Kasserine, dove i jihadisti reclutano tra il disagio 
Da un punto di vista più pratico e operativo, il futuro dello “stato islamico” verrà in larga parte deciso nelle periferie tunisine (e in quelle di altri paesi nella regione), da dove proviene il più ampio numero di combattenti stranieri (“foreign fighters”) attualmente presenti in Siria e Iraq.

Come spiegò Shams Talbi, un 55enne di Kasserine, “molti giovani della nostra zona considerano l’Isis come un mezzo utile a riconquistare la loro dignità”. Fino a quando l’integrazione economica e sociale di aree marginalizzate come Kasserine non sarà percepita come una priorità, un numero crescente di giovani tunisini (e non solo) vedranno in gruppi criminali come l’Isis degli “equalizzatori socioeconomici”.

Banlieues e secolarismo 
Il futuro dello “stato islamico” continuerà ad avere molto a che fare anche con le banlieues in Francia, un Paese in cui il 70% della popolazione carceraria è musulmana (sebbene solo l’8% del totale dei francesi sia musulmano) e da dove viene il più ampio contingente di combattenti stranieri provenienti dall’Europa.

Come notato da William McCants e Christopher Meserole, la Francia è il solo Paese in Europa, insieme al Belgio, a vietare il velo integrale nelle scuole pubbliche ed è l’unico Paese nell’Europa occidentale (insieme al Belgio) a non ottenere il voto più alto per la sezione democrazia nei punteggi del “Polity score”.

L’approccio oltremodo aggressivo della Francia nei riguardi della laïcité, che ha trasformato la “francité” in una sorta di religione post-religiosa basata sul presupposto che una persona non possa essere parte integrante della società senza essere laica, contribuisce a spingere i musulmani meno integrati verso l’isolamento: un assist prezioso alle politiche di reclutamento portate avanti da estremisti di varia provenienza sul suolo europeo.

Regimi come parte del problema
Ultimo ma non meno importante, la caduta di Raqqa non decreterà la fine delle criminali strategie dello “stato islamico”, in quanto quest’ultimo seguiterà ad alimentarsi (probabilmente assumendo nuove forme nuove) dei risvolti delle politiche attuate da numerosi Paesi - Russia inclusa - che continuano a considerare regimi oppressivi come l’Arabia Saudita o l’Egitto come parte della “soluzione”, piuttosto che una componente del “problema”.

Parafrasando quanto riferito da un ex generale israeliano all’ex ambasciatore israeliano a Washington Michael Oren (2015), “Why won’t Americans face the truth? To defend Western freedom, they must preserve Middle Eastern tyranny”.

La caduta di Raqqa segnerà un importante successo, ma non sarà sufficiente a rovesciare il paradigma che sta alla base di questo modo di ragionare, né a minare il retroterra ideologico che continua ad alimentare lo “stato islamico”.

Lorenzo Kamel è responsabile di ricerca allo IAI, Marie Curie Experienced Researcher all’Università di Friburgo/FRIAS e non-resident Associate al CMES dell’Università di Harvard.

lunedì 16 gennaio 2017

Insediamento alla casa Bianca di Trump


L'America di Trump
Trump e il conflitto israelo-palestinese
Lorenzo Kamel
21/11/2016
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L’Università di Ariel (ex “Ariel College”) è sita in un insediamento israeliano posto nel cuore dei territori occupati da Israele a seguito della Guerra dei sei giorni del 1967.

Stando al quotidiano israeliano Calcalist, dal 2007 a oggi ha ricevuto fondi pari a 42 milioni di dollari dalle autorità israeliane, una cifra considerevole se paragonata ad esempio ai 600mila dollari elargiti nello stesso periodo all’Università Ben-Gurion del Negev (dove insegnano numerosi docenti critici delle politiche adottate nei territori occupati).

Per collegare Gerusalemme con i maggiori insediamenti e con istituti come l’“Università di Ariel”, in questi mesi le autorità israeliane stanno investendo per lo sviluppo di una nuova fitta rete tranviaria e ferroviaria.

A dispetto di quanto sovente sostenuto, queste politiche non porteranno (né sono finalizzate) alla creazione di un unico stato tra il fiume Giordano e il mar Mediterraneo in cui tutti i cittadini godano di pari diritti civili e politici.

Risulteranno invece nell’annessione della sola percentuale dei territori occupati ritenuta “utile” (risorse naturali) e funzionale (in termini demografici e di sicurezza) alle politiche israeliane. Come accaduto, mutatis mutandis, nella Striscia di Gaza, milioni di palestinesi e di riflesso gran parte delle loro risorse naturali ne resteranno ermeticamente esclusi.

Trump e il conflitto 
L’elezione di Donald Trump alla presidenza degli Stati Uniti sembrerebbe rappresentare il tassello in grado di concretizzare i processi di “annessione selettiva” che si stanno delineando. Nelle parole del ministro dell’Economia Naftali Bennett, “Trump’s victory is an opportunity for Israel to immediately retract the notion of a Palestinian state in the center of the country”.

Le dichiarazioni rilasciate dal candidato repubblicano nella parte finale della campagna elettorale sembrerebbero in effetti lasciare poco spazio a dubbi. Oltre a esprimersi in favore del trasferimento dell’ambasciata statunitense da Tel Aviv a Gerusalemme (Washington sarebbe a quel punto l’unico Paese al mondo ad avere un’ambasciata a Gerusalemme), Trump ha chiarito che gli “insediamenti non rappresentano un ostacolo alla pace”, esortando Israele a costruirne altri.

Fino a marzo del 2016, Trump dichiarava di voler restare “neutrale” e di non volersi esprimere circa i torti e le ragioni delle due parti.

Solo a seguito di enormi finanziamenti elargiti da maggio 2016 dal magnate dei casinò Sheldon Adelson, principale finanziatore della campagna di Trump, si è assistito a un cambiamento netto nel tenore delle dichiarazioni. La pratica e le dichiarazioni elettorali saranno dunque, ancora di più di quanto avviene abitualmente, tutte da verificare.

Un approccio pragmatico
Quanto sta avvenendo in ciò che anche il Dipartimento di Stato Usa indica come “territori occupati” è in parte ricollegabile a questioni connesse alla sicurezza di Israele.

Esse possono tuttavia fare luce solo su un frammento di una realtà più complessa. È sufficiente ricordare che circa il 94% dei materiali prodotti annualmente nelle cave israeliane costruite in Cisgiordania è trasportato in Israele e che milioni di palestinesi - a differenza di quanto accade con i coloni, soggetti a legislazione israeliana - sono giudicati da corti militari israeliane: il 99,74% dei processi si conclude in condanne.

Le autorità israeliane giustificano tale sperequazione di trattamento sostenendo che la Convenzione di Ginevra proibisce di alterare lo status legale di persone presenti in territori occupati. La medesima Convenzione - così come quella dell’Aja del 1907 in relazione allo sfruttamento delle materie prime - viene tuttavia ignorata per quanto concerne il divieto imposto a una potenza occupante di trasferire (ad esempio tramite enormi finanziamenti) parte della propria popolazione in un territorio da essa occupato.

A ciò si sommano considerazioni di carattere più pratico. Caso unico al mondo, milioni di palestinesi sono sprovvisti da mezzo secolo tanto di uno stato quanto di una cittadinanza. Le “potenze occupanti” presenti in contesti come ad esempio il Tibet, Cipro del Nord o il Western Sahara - aventi caratteristiche politiche, economiche e legali peculiari rispetto al contesto palestinese - mantengono sì i benefici connessi alle loro “occupazioni”, ma si sono assunte anche alcune responsabilità nei riguardi delle popolazioni assoggettate.

Visti da Washington
Washington è consapevole di questi aspetti e, a dispetto di un sostegno sovente incondizionato, ha adottato alcune contromisure significative. Lo scorso 23 gennaio la U.S. Customs and Border Protection ha pubblicato ad esempio una dichiarazione ufficiale ribadendo che qualsiasi prodotto proveniente dalla Cisgiordania non può essere legalmente etichettato come “Israel”, o “Made in Israel”.

Per l’occasione le autorità statunitensi, pur consapevoli che alcuni insediamenti possano essere mantenuti da Israele nell’ambito di un accordo tra le parti (dunque non stabilito ex ante), hanno citato una nota del Dipartimento del Tesoro del 1997 in cui veniva chiarito che i “goods produced in the West Bank or Gaza Strip shall be marked as originating from ‘West Bank,’ ‘Gaza,’ ‘Gaza Strip,’ ‘West Bank/Gaza”. Le politiche adottate dall’Unione europea e da Washington presentano in questo senso alcuni punti di contatto.

È troppo presto per sapere se l’amministrazione Trump indebolirà o smantellerà questo approccio legale e normativo. Molti segnali lo lasciano supporre, inclusa la presenza di Steve Bannon come capo stratega della nuova amministrazione.

Tuttavia, storicamente, a differenza di quanto si potrebbe presumere, alcuni degli approcci più pragmatici al conflitto sono stati registrati con amministrazioni a guida repubblicana. Per rimanere alle ultime tre decadi, nel 1991 George H.W. Bush fu il primo presidente a trattenere 400milioni di dollari come “rappresaglia” per le politiche israeliane legate agli insediamenti: per contro, nel febbraio 2011, l’amministrazione Obama ha posto il veto a una risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell’Onu che indicava gli insediamenti come “illegali” e ha accordato ad Israele una cifra mai toccata in precedenza in finanziamenti militari (3,8 miliardi di dollari l’anno).

L’amministrazione di Bush padre avviò anche il “processo di pace” a cui fu ammessa a prendere parte l’Organizzazione di liberazione della Palestina (Olp). Quella di “Bush figlio” fu invece la prima amministrazione statunitense a riconoscere il diritto del popolo palestinese a costituirsi in Stato.

L’amministrazione Trump e l’establishment repubblicano si muoveranno sullo stesso solco? Dopo la Brexit e l’elezione di Trump è forse più saggio evitare previsioni e trovare conforto nell’ironia di Churchill: “L’abilità in politica consiste nella capacità di prevedere ciò che accadrà domani, la settimana prossima, il mese prossimo, l’anno prossimo. E successivamente nell’essere in grado di spiegare perché non è avvenuto”.

Lorenzo Kamel è responsabile di ricerca allo IAI e Marie Curie Experienced Researcher al Frias. Il suo ultimo libro, "Imperial Perceptions of Palestine: British Influence and Power in late Ottoman Times", ha vinto il Palestine Book Award 2016.

venerdì 23 dicembre 2016

Israele: le visioni di Trump avanzano

Conflitto israelo-palestinese 
Il tramonto della formula dei 2 Stati? 
Laura Mirachian
11/01/2017
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Il cambio della guardia a Washington, che qualcuno definisce per analogia “regime change”, è destinato a registrare vistose modifiche nella proiezione esterna statunitense che si preciseranno nel tempo.

Ma sul conflitto israelo-palestinese i parametri della politica che verrà sono già piuttosto chiari, a partire dall’annunciato trasferimento dell’Ambasciata Usa da Tel Aviv a Gerusalemme e dalla designazione del nuovo Ambasciatore David Friedman il cui profilo e connessioni - ivi incluso il sostegno agli insediamenti tramite le associazioni Beit El Institution e American Friends of Beit El Yeshiva - non lasciano dubbi.

Il solo annuncio del trasferimento dell’Ambasciata ha già suscitato vivo allarme nella compagine palestinese, che ha messo in guardia dal rischio di compromettere le relazioni di Israele e Stati Uniti non solo con i palestinesi ma con l’intero mondo arabo. Anche nelle parole di Kerry si tratterebbe di una ‘assoluta deflagrazione’, che danneggerebbe non poco gli interessi Usa.

Risoluzione 2334: l'inedita astensione Usa
Status di Gerusalemme, insediamenti, destino dei rifugiati, sono il filo conduttore del pluridecennale conflitto israelo-palestinese, della spirale di ribellioni e repressioni, della costruzione di muri lungo un tortuoso percorso ‘di sicurezza’, e non ultimo delle tappe di un processo di pace che rimane, nonostante i molti tentativi esperiti, incompiuto e da oltre un decennio ‘in sonno’.

In larga sintesi, le Risoluzioni 242 e 338, a conclusione delle guerre dei Sei Giorni e del Kippur, sanciscono - con qualche ambigua discrepanza di linguaggio tra la versione francese e quella inglese - il ritiro di Israele sulle linee pre-1967, e fin dagli Accordi di Oslo del 1994, sulla base del principio ‘land for peace’, l’idea dei due Stati, con Gerusalemme Est capitale dello Stato palestinese, si è fatta strada quale posizione bi-partisan negli Usa e caposaldo dell’approccio internazionale.

L’inedita decisione Usa di astenersi il 23 dicembre sulla Ris 2334 - introdotta da Malesia, Nuova Zelanda, Senegal, Venezuela dopo che l’Egitto, probabilmente sensibile alla pressione di Trump, ha ceduto il passo - anziché allinearsi alle posizioni di Israele come da tradizione nelle votazioni in CdS, e in tal modo di avvallare la condanna della politica degli insediamenti nei Territori Occupati, nonché il discorso di John Kerry nei giorni successivi rappresentano un colpo di coda (non è il solo) dell’Amministrazione uscente.

Si è inteso lanciare un severo monito al governo israeliano e prima ancora ai seguaci dell’approccio-Trump, e non ultimo precostituire una sorta di piattaforma per la Conferenza di Parigi, opportunamente calendarizzata il 15 gennaio, giusto in tempo prima della Presidenza Trump, per rilanciare il processo di pace confermando la soluzione dei due Stati.

Il discorso di Kerry
Il pressoché contestuale intervento di Kerry è suonato come un vero lascito dell’Amministrazione Obama a fine mandato. In primo luogo, dice Kerry, gli interessi degli Stati Uniti sono una priorità assoluta, e la soluzione dei due Stati è quella che meglio li garantisce, l’unica che può condurre ad una pace duratura. Gli insediamenti pregiudicano questa soluzione e sono dunque un ostacolo alla pace. Un solo Stato implicherebbe milioni di palestinesi in condizioni ‘separate and unequal’, e condurrebbe a inevitabili violenze.

In secondo luogo, questo è il solo modo per Israele di affermarsi come Stato al contempo democratico ed ebraico, ‘a Jewish democratic State’, secondo una visione che gli Stati Uniti condividono.

In terzo luogo, gli insediamenti aggravano e non alleggeriscono i problemi di sicurezza di Israele. In ogni caso, il diritto internazionale sancisce il divieto di colonizzare territori conquistati.

Non ultimo, i termini dell’accordo finale devono essere concordati, e non pre-determinati, seguendo principi ben noti e universalmente riconosciuti: confini sicuri lungo le linee del 1967 con possibili scambi territoriali; risposta realistica al problema dei rifugiati con opzioni che includano possibili compensazioni; Gerusalemme capitale dei due Stati con libertà di accesso ai Luoghi Santi; rafforzata sicurezza regionale verso una nuova era di coesistenza arabo-israeliana.

Ineccepibile. Ma ci si chiede se, al di là della coerenza con posizioni internazionalmente acquisite, ivi incluso dagli europei e dal mondo arabo, le statuizioni in parola non si pongano in contro-tendenza rispetto agli umori israeliani e degli stessi americani. Alimentati anche dalla situazione di stallo nel Processo di Pace che ha preservato ad Israele le prerogative di potenza occupante, consentito di fatto l’espansione degli insediamenti, e reso sempre più remoto lo scenario dei due Stati.

Negli Stati Uniti, il problema israelo-palestinese è rimasto sostanzialmente ai margini della campagna elettorale. I sondaggi di opinione rivelavano in entrambi i partiti una crescente sintonia con le istanze di Israele a partire dall’attacco alle Torri Gemelle, tanto da indurre i Repubblicani a stralciare il riferimento ai due Stati nella piattaforma elettorale e i Democratici a non sottolineare troppo la natura illegale degli insediamenti.

L’Aipac e altre associazioni confessionali si sono impegnate in una robusta campagna contro l’iniziativa Bds (boycott, disinvestment, sanctions) e per l’eliminazione della distinzione tra Israele e insediamenti con riferimento alla sovranità israeliana. Non è un caso che il Congresso abbia ora respinto la Risoluzione 2334 con voto bi-partisan e il Senato si accinga a farlo.

In Israele, Netanyahu, pur convenendo in principio sull’idea dei due Stati, è sempre più soggetto alle pressioni dei coloni e di quanti privilegiano considerazioni storico-bibliche e di sicurezza rispetto a una pace rispettosa dei diritti dei Palestinesi.

Oggi, a forza di espropri, demolizioni, sgomberi forzati, incentivi finanziari, gli insediamenti autorizzati sono oltre 130, e altrettanti sono gli ‘avamposti’ che attendono di esserlo. Bennet si accinge a proporre l’annessione dell’insediamento strategico di Maale Adumin, periferia di Gerusalemme Est, ‘per cominciare’.

Particolarmente sensibile la questione dello status di Gerusalemme, dichiarata ‘capitale indivisibile di Israele’. Né le organizzazioni per i diritti umani, assai vivaci nel paese, riescono ad incidere sullo scenario. Il clima generale è pervaso da paure e spunti razzisti, alimentati dai rischi connessi alle turbolenze che investono il vicinato arabo. La pronuncia del CdS è considerata un vulnus alla sicurezza, se non un vero e proprio incoraggiamento al terrorismo, e comunque un’indebita ‘interferenza’ in un conflitto che semmai va risolto tramite negoziati diretti.

Verso la conferenza di Parigi
Nelle circostanze date, anche i settori più aperti dello schieramento israeliano si interrogano se la formula dei due Stati sia davvero ancora attuale: come sgomberare, dopo tutto, oltre mezzo milione di coloni ormai insediati nei Territori Occupati? e per contro, come mettere fine allo scenario di occupazione e apartheid ? e più oltre, come sventare la formula di un solo Stato in cui i palestinesi sarebbero prima o poi maggioranza?

Ipotesi di tipo federativo, a partire dalla concessione ai palestinesi di un permesso di residenza e di benefici sociali a pari merito con gli israeliani quantomeno in talune aree, stanno emergendo all’insegna di un compromesso graduale che considera prioritario il risanamento della situazione umanitaria.

Nel frattempo i Palestinesi stanno tentando con qualche successo la ‘scorciatoia’ del riconoscimento internazionale dello Stato pur in assenza di delimitazione territoriale. Nel 2012, grazie ad una Risoluzione dell’Assemblea Generale, lo Stato di Palestina è diventato ‘osservatore permanente’. In vista della Conferenza di Parigi e più oltre, stanno comprensibilmente facendo ricorso alla sponda russa.

Molto incerta appare l’efficacia dei richiami di Obama. Trump sembra fortemente intenzionato a ricalibrare la posizione americana a favore delle componenti oltranziste, forse calcolando che la reazione di paesi arabi alle prese con i loro problemi epocali non sarebbe incontrollabile, forse semplicemente cedendo a propensioni personali o pensando di poterla ignorare. È imperativo che gli europei facciano sentire la loro voce. La Conferenza di Parigi è la prossima occasione utile.

Laura Mirachian, Ambasciatore, già Rappresentante permanente presso l’Onu, Ginevra.

giovedì 22 dicembre 2016

Iraq: prospettive di turbolenza

Medio Oriente
Iraq, rischio naufragio per la riconciliazione nazionale 
Maurizio Melani
28/12/2016
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Rischiano ancora una volta di naufragare i tentativi di avviare un effettivo processo di riconciliazione nazionale in grado di superare le divisioni settarie tra arabo-sunniti e sciiti, che con rilevanti interferenze esterne lacerano l’Iraq.

Un piano per un Iraq unito
Un piano annunciato lo scorso ottobre dall'Alleanza nazionale irachena - contenitore di forze sciite comprendente a fasi alterne anche i seguaci di Moqtada Al-Sadr - mira a disegnare l'assetto della gestione condivisa del Paese dopo l'attesa presa di Mosul.

Il piano affida alla Missione delle Nazioni Unite in Iraq, Unami, guidata dallo slovacco Jan Kubis, un duplice ruolo: di facilitare la definizione dei contenuti e della partecipazione delle forze politiche, e di ottenere il sostegno al processo di riconciliazione sia dei paesi della regione, che della Lega araba e dell'Organizzazione della conferenza islamica, affinché nei confronti di chi lo ostacola possano essere usati strumenti di cui dispone l’Onu.

Al processo, secondo quanto annunciato, dovrebbero partecipare tutte le forze politiche inclusi i gruppi armati, con l'esclusione dell'autoproclamatosi “stato islamico”. Il fine è di concordare, in attuazione della Costituzione irachena, la distribuzione dei poteri e l'uso delle risorse tra Governo federale, Governo Regionale del Kurdistan (Krg), e Governi provinciali, e di risolvere i problemi del ritorno dei milioni di profughi interni o espatriati e della ricostruzione delle aree distrutte.

Il progetto è stato un investimento politico per il leader dell'Alleanza nazionale (sciita), Hamar al-Hakim, ma soprattutto per il primo ministro Haider al-Abadi che ha varato in agosto una legge sull'amnistia e ha gestito con relativo successo, almeno finora, l'unità di azione nella lotta allo “stato islamico” con il suo comando dell'esercito, dei peshmerga curdi e delle milizie sciite e sunnite.

Almeno a parole, Abadi è stato sostenuto dall'ex-Primo Ministro Nouri al-Maliki, che ha però ostacolato in Parlamento molte iniziative del governo, promuovendo anche la sfiducia dei Ministri della Difesa e delle Finanze.

Le Unità di mobilitazione popolare
Questo ambizioso programma, visto con favore dalla Comunità internazionale, è ora messo in pericolo dall'approvazione parlamentare, a fine novembre, di un provvedimento voluto soprattutto da Al-Maliki.

La misura attribuisce formalmente alle Unità di mobilitazione popolare, le Ump (eterogenei gruppi armati comprendenti le tradizionali milizie sciite come il Badr Corps ed altre formazioni, molte operanti con una diretta assistenza iraniana) il ruolo di terzo attore della sicurezza nazionale assieme all'esercito e alla polizia.

Dopo l’approvazione, i partiti sunniti hanno abbandonato il Parlamento, come lo stesso Presidente dell'assemblea, Salim al-Jabouri. Diversi sono stati gli annunci di ritiro dal processo di riconciliazione.

La consistenza delle Ump si è rafforzata numericamente dopo l'appello del 2014 del Grande Ayatollah Al-Sistani ad unire le forze contro l’autoproclamatosi “stato islamico” quando questo, sfondate le precarie resistenze dell'esercito iracheno, era sulla via di Baghdad.

Alle formazioni sciite si aggiungono, sotto la stessa denominazione, alcuni modesti gruppi sunniti impegnati nella lotta all'Isis: quelli tribali della Provincia di Anbar e quelli della Provincia di Ninive prevalentemente organizzati dall'ex-Governatore di Mosul Athel al-Nujafi.

I partiti arabo-sunniti vorrebbero che gli appartenenti alle Ump - in alcuni casi responsabili di efferate azioni di rappresaglia e punizioni collettive a danno delle popolazioni sunnite nelle aree sottratte al sedicente “stato islamico” - siano integrati individualmente nelle forze armate e di polizia invece di essere costituite terza forza di sicurezza del Paese.

Contrarietà condivisa dal leader sciita Moqtada Al Sadr - spesso sensibile alle posizioni arabo-sunnite inquadrate nel nazionalismo iracheno -, in questa fase avversario di Al-Maliki, delle sue mire di ritorno al potere e della sua intenzione di impiegare le Ump in Siria una volta liberata Mosul.

Moqtada sta cercando assieme al Presidente della Repubblica, il curdo Fuad Masum, una mediazione che possa evitare il naufragio del piano di riconciliazione nazionale attraverso una revisione emendativa della legge. Quest’ultima potrebbe consistere nell’aumento della percentuale di arabo-sunniti nella nuova forza armata (che richiederebbe nuovi reclutamenti), nell'esclusione dei responsabili di violenze ai danni della popolazione e l'esclusione delle Ump sciite dal controllo delle zone liberate.

Incognita Trump
Senza un accordo sulle Ump è assai probabile che il processo di riconciliazione nazionale, accolto inizialmente in modo positivo anche dalle forze arabo-sunnite, diventi rapidamente un'altra occasione perduta.

Un ruolo importante lo avranno, come sempre, i Paesi limitrofi. In particolare l'Iran, che dopo aver accettato assieme agli Usa la sostituzione di Al-Maliki con al-Abadi nel 2014 sembra ora voler mantenere un ruolo autonomo per le Ump, dotate delle capacità militari fornite da Teheran.

Altro attore cruciale potrebbe essere l'Arabia Saudita, qualora non volesse favorire il processo di riconciliazione tra arabo-sunniti e sciiti ritenendo che questo avvantaggi l'Iran.

Ed infine c’è la Turchia, che sostiene gli arabo-sunniti di Al-Nujafi per tenere lontane le milizie sciite e contenere i curdi iracheni, ora suoi alleati sotto la leadership di Massud Barzani. Un’alleanza che potrebbe vacillare se Barzani decidesse di dare seguito all'annuncio di un referendum per la costituzione di uno stato indipendente.

Su tutto pesa l'incognita di quale sarà la politica della nuova Amministrazione Trump, che si preannuncia contro l’Iran e contemporaneamente desiderosa di trovare un’intesa con la Russia.

Al-Maliki sembra cercare appigli ricordando i buoni rapporti che aveva con i repubblicani di Bush, suoi co-sponsors parallelamente ai loro nemici iraniani. E al tempo stesso il Presidente eletto suscita aspettative nei curdi che starebbero intensificando i loro rapporti sotterranei con Israele. Anche sugli sviluppi in Iraq pesa inevitabilmente la grande imprevedibilità introdotta nello scenario internazionale dall'elezione di Trump.

Maurizio Melani è Ambasciatore d'Italia.