venerdì 11 novembre 2016

Turchia. prospettive inquietanti

Lotta al Califfato
Da Mosul a Raqqa, la Turchia tra curdi buoni e cattivi
Mario Arpino
10/11/2016
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Da Mosul a Raqqa c’è un percorso di 470 km, che, in aree prevalentemente abitate dai curdi, scorre da est a ovest in modo parallelo al confine con la Turchia, lungo un migliaio di chilometri.

A Est di quest’ultimo c’è l’Iran, a Ovest il Mediterraneo, a Sud quattro territori un tempo indistinti, ma divenuti poi Libano, Siria, Iraq e Giordania a seguito della spartizione dell’Impero ottomano. All’epoca, a dire il vero, veniva anche ventilata la promessa di costituire, proprio in quella fascia, uno Stato patria dei curdi. Promessa dimenticata dai più, ma non da loro.

Un peccato geopolitico
Questo breve stacco storico-geografico può aiutare ad orientarci in una situazione conflittuale a dir poco inestricabile. Le foglie di fico per giustificare tutto ciò che sta accadendo sono almeno due: la fantomatica “responsabilità di proteggere”, lanciata dall’Onu, ma in realtà mai recepita dagli Stati, e la salvaguardia delle attuali frontiere, ancorché artificiali, che configurano l’attuale Medioriente.

C’è poi una terza foglia di fico, la guerra all’autoproclamatosi “stato islamico”, che in realtà interessa solo ad alcuni. Sotto questa copertura, i grandi registi cercano di perseguire, attraverso la proxi-war in atto, finalità tutte proprie.

L’Isis, con la proclamazione del Califfato nelle regioni a maggioranza sunnita dell’Iraq e della Siria, ha di fatto tentato di cancellare l’arbitraria architettura escogitata da inglesi e francesi per la spartizione di quella parte dell’Impero ottomano. Al di là delle ideologie e delle religioni, questo è un “peccato geopolitico” che andava senz’altro punito.

La Turchia vuole impedire l’unificazione dei curdi in uno Stato-Nazione
La recente “cacciata” dello “stato islamico”, dalla mitica Dabiq e la decisione della Coalizione di procedere alla riconquista di Mosul (Iraq) e di Raqqa (Siria), sono eventi che consentono di chiarire, almeno in una certa misura, schieramenti e finalità. È bene partire dagli attori regionali, Turchia ed Iran, prima di prendere in esame gli attori esterni, ovvero Russia, Stati Uniti, Gran Bretagna e Francia.

Il primo obiettivo di Ankara è impedire l’unificazione dei curdi in uno Stato-Nazione, che alla distanza verrebbe ovviamente a comprendere anche una parte della Turchia meridionale. A questo fine, per i turchi non tutti i curdi sono uguali: quelli iracheni sono “buoni”, quelli siriani “cattivi”. Con i primi, quelli della Regione autonoma curda governata da Masud Barzani, intrattengono rapporti accettabili, se non cordiali.

E qui entra in ballo il secondo obiettivo, quello che il presidente turco Erdogan non confessa, ovvero il perseguimento di una sorta di ritorno all’Impero, riportando nella propria orbita, oltre a Mosul, anche le aree petrolifere di Erbil e Kirkuk. Quindi, lo schieramento del loro esercito, che sconfina in territorio iracheno a nord di Mosul, per ora è solo di attesa. Ma Usa e Russia li tengono a freno.

L’ingresso in città dei peshmerga turco-iracheni, piuttosto che dell’esercito (a maggioranza sciita) di Bagdad e dei pasdaran iraniani è un segnale assai chiaro di quale sarà l’assetto futuro della regione.

In Siria, l’interesse turco per la conquista di Raqqa conferma il tentativo di Ankara di impedire l’unificazione dei tre cantoni curdi e rompere la continuità territoriale dei curdi siriani, mandando in frantumi il sogno di un’intera regione curda del Rojava lungo il confine settentrionale.

Il ritorno al passato di Trump in Medio Oriente
L’Iran, gran patron di Damasco e del governo di Bagdad, è interessato a mantenere la propria presenza in entrambi i Paesi, ma lo fa con discrezione, assieme agli Hezbollah libanesi, in modo da non turbare troppo gli interessi di Usa, Regno Unito e Francia, che compartecipano al sostegno dei curdi dell’Ypg, alleati dell’Sdf (syrian democratic forces). Per Erdogan è un pugno in un occhio.

La Russia ha un solo vero interesse: sostenere al-Assad per conservare le concessioni già ottenute dal padre Hafez: porti e aeroporti sul Mediterraneo. La testa di ponte per un’eventuale nuova proiezione verso i “mari caldi”, ambizione geopolitica atavicamente perseguita sin dai tempi degli Zar, ed ereditata oggi da Vladimir Putin. In pratica, i russi bombardano senza discriminare tutti coloro che si oppongono agli alawiti di Assad, siano essi curdi “buoni”, curdi “cattivi”, miliziani dell’Isis o truppe sunnite contrarie al regime.

Passando agli Stati Uniti, Barack Obama in questi ultimi anni ci ha mostrato in politica estera una certa varietà di atteggiamenti, non sempre allineati. Ora, pare che lo zelo (ereditato da Bush) nel voler cacciare dal Medio Oriente ogni dittatore, ovviamente caldeggiato dalle lobby degli armamenti e del petrolio, visti i risultati, stia esaurendo la spinta.

L’ottimo, da quanto si può percepire, sarebbe riuscire a ripristinare nella regione un rassicurante ritorno al passato, e questa - possiamo affermarlo con una certa sicurezza - sarà anche la tendenza del Presidente designato Donald Trump.

Il Presidente uscente in politica estera forse ha preso numerosi abbagli, ma ha anche affermato qualcosa di molto saggio. Ce lo racconta Jeffrej Goldberg, in un articolo pubblicato questa primavera su The Atlantic: “ … Barack Obama ha ormai maturato la convinzione che il Medio Oriente non possa essere aggiustato né sotto il suo mandato, né per la prossima generazione”. Trump ringrazia per l’assist.

Mario Arpino, ufficiale pilota in congedo dell’Aeronautica Militare, collabora come pubblicista a diversi quotidiani e riviste su temi relativi a politica militare, relazioni internazionali e Medioriente. È membro del Comitato direttivo dello IAI.

Turchia: i giri di vite della dittatura

Medio Oriente
Nuove purghe turche, nel mirino il partito filocurdo
Bianca Benvenuti
10/11/2016
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Retate e arresti. Così la polizia turca ha messo in carcere 11 membri del Partito Democratico del Popolo, Hdp, in primis il leader Selahattin Demirtaş, accusati di non aver testimoniato ai processi per terrorismo a loro carico, tra cui incitamento all’odio e partecipazione a proteste e funerali di persone considerate terroriste.

Per i membri di questo partito filo curdo, l’unico processo in corso è quello politico contro di loro e il sorprendente risultato ottenuto nelle elezioni dello scorso anno.

Hdp nel mirino del governo
Le retate del 3 novembre sono l’apice di un processo più lungo e già marcato, a maggio, dalla decisione del parlamento di approvare un disegno di legge per revocare l’immunità ai parlamentari sotto inchiesta, passato grazie ai voti del partito di governo Akp, appoggiato dagli ultra-nazionalisti del Partito del Movimento Nazionalista, Mhp, e dal Partito Popolare Repubblicano, Chp.

Con la firma presidenziale dell’emendamento, 50 dei 59 parlamentari del Hdp erano a rischio arresto, rischio concretizzatosi negli scorsi giorni. Il Partito per la Giustizia e lo Sviluppo, Akp, si giustifica accusando il partito filo curdo di legami con il Partito dei Lavoratori del Kurdistan, Pkk, che dagli anni ’80 conduce una guerriglia armata nel sud est del Paese e che Ankara, così come l’Unione europea, Ue, e gli Stati Uniti, considera un’organizzazione terroristica.

Dall’inizio degli anni ’90, la minoranza curda tenta di avere una rappresentanza politica in Turchia, ma agli occhi di Ankara il rapporto tra partiti legali e il Pkk sono sempre stati troppo stretti. Così, in circa 25 anni si sono succeduti sei partiti politici curdi, tutti chiusi perché accusati di sostegno alla guerriglia del sud est e attività separatista. Hep, Dep, Hadep, Dehap, Dtp, Bdp, fino ad arrivare all’attuale Hdp, che per primo riesce ad entrare in parlamento come partito unico, superando la soglia del 10%.

I leader e membri dell’Hdp hanno numerose volte condannato gli attacchi del Pkk e di alcune sue componenti più radicali, ma al contempo il rapporto tra i due non è semplice da definire.

Certo è che con i recenti arresti si allontana ancora una volta la possibilità di una soluzione politica alla questione curda, perché ad essere sotto attacco è proprio quella leadership che gioca un ruolo determinante nella mediazione tra Pkk e Ankara.

La deligittimazione di un partito democraticamente eletto e il conseguente indebolimento della componente politica nelle rivendicazioni del popolo curdo, porteranno inevitabilmente a una riacutizzazione del conflitto tra la minoranza e il governo centrale di Ankara, ad un anno dalla fine del cessate e il fuoco e dal conseguente naufragio del processo di pace tra il governo centrale e i guerriglieri curdi.

Erdogan sogna la riforma costituzionale
Il presidente Recep Tayyip Erdogan ha anche cruciali ragioni politiche per attaccare l’Hdp. L’ultima sua aspirazione è la riforma costituzionale per trasformare il Paese in una Repubblica presidenziale, legittimando il suo potere de facto.

L’opposizione alla riforma presidenziale è stato lo zoccolo duro della campagna elettorale del Hdp per le elezioni del 2015, mossa che ha garantito anche l’appoggio di alcune componenti della società turca che mai prima avrebbero pensato di sostenere un partito filo curdo.

In effetti, l’ingresso dell’Hdp in parlamento ha impedito all’Akp di ottenere la maggioranza necessaria all’approvazione della riforma. Ad oggi, il partito di governo ha 317 dei 550 deputati, mentre avrebbe bisogno dei due terzi del parlamento per emendare la costituzione senza bisogno di referendum.

Grazie al sostegno dei 40 deputati del Mhp, alleato politico dell’Akp dalle elezioni dello scorso anno, Erdogan ha la maggioranza necessaria per passare la riforma e poi sottoposta al parere popolare.

Il pugno duro di Ankara nei confronti della minoranza curda e l’opposizione al partito filo curdo è uno dei collanti della nuova alleanza dell’Akp con il partito ultra nazionalista Mhp.

D’altro canto, Erdogan potrebbe indire elezioni anticipate, se ritenesse che l’Hdp non fosse più in grado di superare la soglia del 10%. In questo caso, l’Akp riuscirebbe con buona probabilità ad ottenere sufficienti deputati per passare la riforma senza bisogno dei voti del Mhp.

Una riacutizzazione del conflitto e l’aggravarsi della polarizzazione nella società turca potrebbe far gioco all’Akp, dandogli modo di usare la carta della stabilità, in una Paese che è stanco di attacchi terroristici e guerre e aspira a riottenere un po’ dei quella prosperità economica e stabilità che proprio l’Akp aveva assicurato nei suoi primi anni di governo.

La Turchia tra Raqqa e Mosul
Le purghe politiche, combinate con l’arresto di centinaia di giornalisti e la chiusura dei maggiori media di opposizione, dipingono un quadro della situazione domestica turca a tinte fosche e in incessante peggioramento. A nulla sono valse le, seppur timide, lamentele da parte europea: il presidente turco ha rifiutato ogni critica, sostenendo di essere interessato solo all’opionione della “sua gente”.

Nel frattempo, il generale statunitense Joseph F. Dunford, in visita eccezionale ad Ankara, le promette un ruolo nella liberazione di Raqqa, spegnendo così le paure turche di un crescente ruolo delle milizie curdo-siriane Ypg, per Ankara ramo del Pkk, nella lotta contro il sedicente Stato Islamico.

Oggi più che mai, la Turchia è punto nevralgico di sfide e crisi di portata ben oltre i suoi confini nazionali e così anche le sue vicende domestiche potrebbero avere conseguenze inaspettate, contribuendo in prima istanza ad aumentare l’instabilità della regione. Insomma, quel che succede in Turchia non rimarrà di certo in Turchia.

Bianca Benvenuti è visiting researcher allo IAI.

mercoledì 2 novembre 2016

Giordania: verso il nuovo Parlamento

Medio Oriente
Elezioni giordane, Fratelli divisi ma in Parlamento
Eleonora Ardemagni, Paolo Maggiolini
25/10/2016
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Inclusione e frammentazione: ecco le parole-chiave per comprendere le elezioni politiche recentemente svoltesi in Giordania. Tra bassa affluenza e persistenza del voto tribale, la strutturazione del sistema multipartitico giordano è ancora lontana.

Tuttavia, grazie anche alla riforma della legge elettorale in senso proporzionale (con l’introduzione di liste distrettuali), i Fratelli Musulmani hanno detto no al boicottaggio e si sono presentati alle elezioni, seppur divisi in tre formazioni rivali: saranno ora rappresentati in Parlamento. La strategia attribuita al sovrano Abdullah II si è così rivelata efficace: il campo dell’Islam politico è più frammentato che mai, ma è al tempo stesso tornato nel gioco elettorale e istituzionale.

Nuovo Parlamento
Questa legge elettorale ha abolito il discusso principio “un uomo, un voto” (al-sawt al-wahid), ma il debuttante Parlamento è ancora legatissimo sia al voto per appartenenza tribale, determinante per circa il 50% degli eletti, che al ruolo degli indipendenti, che rappresentano circa l’80% dei deputati.

La Camera bassa giordana è stata eletta con un’affluenza ancora più ridotta (37% degli aventi diritto) rispetto alle ultime elezioni del 2013 (40%). Un dato che conferma la crescente disaffezione dei giordani verso le istituzioni elettive: perché la sensazione è che il processo decisionale avvenga altrove, nonostante le riforme, circoscritte, volute dal Re dopo le rivolte arabe.

Le aree rurali e a maggioranza beduina, molto fedeli alla monarchia, continuano a essere sovra-rappresentate in termini di seggi se comparate ai centri urbani (dove islamisti e liste di sinistra raccolgono invece più consensi), ma sono anche le meno toccate dall’astensione: a Karak, nel sud beduino che costituisce l’ossatura dell’esercito, l’affluenza è stata del 60%, mentre nella capitale Amman e a Zarqa la partecipazione si è attestata intorno al 20%.

Fratelli (musulmani) rivali
La nuova legge elettorale ha sì favorito l’aggregazione in liste, ma ha anche stimolato le candidature ‘tattiche’ di personalità capaci di attrarre consensi sul territorio, indebolendo così l’affiliazione partitica e massimizzando quella tribale. In questo contesto, l’Islamic Action Front, Iaf, braccio politico tradizionale degli Ikhwan, ha dato prova di buona tenuta, ottenendo il risultato migliore tra le formazioni che si rifanno alla Fratellanza Musulmana.

Presentatosi sotto l’insegna della National Alliance for Reform, lo Iaf ha messo tra parentesi i tradizionali slogan islamici e vinto dieci seggi, mentre gli altri cinque sono da attribuire alla lista (che includeva esponenti tribali, nonché la quota destinata alle minoranze cristiana, cecena e circassa).

L’alleanza fra Zamzam e la Società dei Fratelli Musulmani (oggi la sola riconosciuta), così come il Muslim Centre Party, esce ridimensionata dal confronto con le urne, vincitori di circa tre seggi ciascuno. Laddove questi movimenti si sono presentati da soli in lista la performance è stata deludente: Zamzam, da solo a Irbid, non ha vinto seggi, mentre la Società dei Fratelli Musulmani ne ha vinto uno ad Aqaba.

L’ennesima conferma che l’Islam politico più contiguo alla monarchia non viene premiato dall’elettorato giordano, ma necessita dell’appoggio di voto tribale e indipendenti.

Il prossimo Parlamento dovrà affrontare i molti temi irrisolti (crisi economica e occupazionale) che alimentarono le proteste iniziate nel 2011: la capacità delle opposizioni, anche islamiste, di incidere nel processo legislativo dipenderà soprattutto dalla tessitura di coalizioni parlamentari.

Di fronte all’intrecciarsi di minacce interne (malcontento sociale) e regionali (jihadismo), lo Stato di sicurezza giordano ha operato un’ulteriore stretta securitaria. In questo contesto iper-controllato, stanno quindi emergendo nuove forme di attivismo giovanile, più lontane dalla street politics del recente passato (come fu il Movimento 24 Marzo), ma tese a orientare il dibattito pubblico, insistendo sull’accountability di programmi e promesse elettorali dei candidati.

È il caso di Shagaf (Youths for an Active Tomorrow), movimento giovanile fondato nel giugno 2016, che punta a superare differenze ideologiche e territoriali per promuovere consapevolezza e partecipazione politica.

Fratelli Musulmani nel Golfo
Il ritorno dei Fratelli Musulmani in Parlamento, dopo i boicottaggi elettorali (2013 e 2010), contraddice la politica di stigmatizzazione degli Ikhwan perseguita da Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti, tra i principali donors delle esangui casse statali di Amman.

Tuttavia, la strategia inclusiva di Abdullah II nei confronti della Fratellanza non dovrebbe generare frizioni con Riyadh e Abu Dhabi: oltre alla specificità giordana, la rivalità intra-sunnita è da tempo secondaria per i sauditi rispetto alla competizione egemonica con l’Iran. Inoltre, la scelta pro-elettorale dei tre rivoli della Fratellanza Musulmana in Giordania riflette un trend partecipativo che sta investendo l’intero Golfo.

In Kuwait, l’Islamic Constitutional Movement (ICM o Hadas, non più formalmente affiliato all’organizzazione internazionale dei Fratelli) parteciperà alle elezioni politiche che si svolgeranno il prossimo 26 novembre, dopo aver boicottato le passate consultazioni (2012 e 2013). E in Bahrain, l’ala politica della Fratellanza, al-Minbar, è addirittura una preziosa alleata della dinastia sunnita degli al-Khalifa, in un paese a maggioranza sciita.

Eleonora Ardemagni, analista di relazioni internazionali del Medio Oriente per Aspenia e l’Istituto per gli Studi di Politica Internazionale (Ispi). Gulf Analyst, Nato Defense College Foundation, commentatrice di politica mediorientale per Avvenire.
Paolo Maggiolini, Assegnista di Ricerca e Professore a contratto presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano e Associate dell’Istituto Italiano per gli Studi di Politica Internazionale (Ispi). Si occupa del rapporto tra religione e politica all’interno dell’area mediorientale e mediterranea, con particolare attenzione ai contesti di Israele, Giordania e Palestina
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mercoledì 26 ottobre 2016

Orizzonti sempre turbolenti

Medio Oriente
Palestina, anno zero
Claudia De Martino
23/10/2016
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La Palestina è sempre più divisa al suo interno, complice la capillare politica di occupazione israeliana e il conseguente spezzettamento delle aree direttamente o parzialmente amministrate dall’Autorità Nazionale Palestina, Anp. E ancora più divisi sono i palestinesi il cui futuro politico è incerto.

Competizione tra Hamas e Fatah
Le istituzioni che storicamente li hanno rappresentati e tenuti insieme - come l’Organizzazione per la Liberazione della Palestina, Olp, fondata nel 1964 e da allora “organizzazione ombrello” della resistenza palestinese - appaiono sulla via della disintegrazione e non riescono più ad esprimere alcuna progettualità politica di contrasto all’occupazione.

Il ruolo conciliatorio di Arafat e di Fatah, che era quello di mediazione tra le varie fazioni palestinesi concorrenti tra loro, non è più assolto né dal suo successore Abu Mazen - che rincorre un riconoscimento ufficiale all’Onu ed altre iniziative simili che poco o niente influenzeranno la situazione sul terreno - né da nessun’altra forza politica. L’unico organo elettivo previsto dagli Accordi di Oslo - il Consiglio Legislativo Palestinese - non si riunisce più dal 2007.

Dismessa l’Olp, le due maggiori fazioni palestinesi - Hamas e Fatah - sono diventate due corpi reciprocamente estranei che si contendono - sulla più complessa e articolata scena palestinese - la palma della rappresentatività dell’intero popolo palestinese, offrendo i propri servizi al migliore offerente, al soldo delle potenze regionali e di Stati Uniti, Russia e Iran, all’interno di alleanze sempre più labili e fluide, soggette a rovesciamenti repentini.

Le principali vittime di questo confronto sono proprio i palestinesi della diaspora, rifugiati nei campi profughi ospitati dai Paesi arabi confinanti e ormai del tutto privati di rappresentanza, e quelli interni a Israele, spesso chiamati “arabi del’48”, che almeno con la creazione della “Lista Araba Unificata” e il suo nuovo leader Ayman Odeh hanno tentato di crearsi una propria identità politica indipendente.

I Palestinesi dei Territori occupati, invece, rimangono i più disillusi sulla possibilità di ravviare un processo politico con Israele, ma anche di assistere ad un rinnovamento interno della dirigenza Anp: secondo un sondaggio del Palestinian Center for Policy and Survey Research (Pcpsr) del settembre 2016, il 61% vorrebbe le dimissioni di Abbas e il 47% considera l’esistenza di un’Autorità Nazionale Palestinese un’istituzione inutile ed un peso, mentre ormai una solida percentuale del 50% rifiuta gli Accordi di Oslo e la soluzione dei due Stati a favore della ripresa di una resistenza armata.

Elezioni palestinesi ancora posticipate, con sollievo di Israele 
Vittima dello stallo è anche la vita politica palestinese, tenuta ostaggio dalle varie fazioni. Le votazioni politiche e presidenziali non si tengono rispettivamente dal 2006 e 2009. Le elezioni municipali previste per questo mese (le ultime risalgono al 2012) sono state posticipate per l’ennesima volta a data da destinarsi nonostante la volontà di Hamas di prendervi parte e Israele ha tirato un sospiro di sollievo, dal momento che tutti i sondaggi e i precedenti turni elettorali - tenutisi nelle maggiori università palestinesi, come Bir Zeit e il politecnico di Hebron - avevano dato Hamas vincente.

Fatah, a sua volta, non vuole nuove elezioni perché non accetta di confrontarsi con la sua perdita di popolarità e di centralità politica sullo scacchiere palestinese e perché non è d’accordo al proprio interno sull’imminente successione a Abu Mazen.

Il candidato più probabile alla carica di Presidente - appoggiato anche dal “Quartetto arabo” formato da Egitto, Emirati Arabi Uniti, Arabia Saudita e Giordania - è infatti Mohammed Dahlan, uomo forte della nuova generazione di Fatah, ex capo delle forze di sicurezza dell’Anp poi espulso dalla Cisgiordania nel 2011 proprio per la crescente rivalità con Abu Mazen.

Dahlan, figura politica controversa, ha buoni rapporti con personalità politiche israeliane di estrema destra come Avigdor Lieberman ed è appoggiato dagli Stati Uniti, che vorrebbero sostituire Abu Mazen con una leadership più giovane e più energica.

In effetti la Presidenza Abbas ha progressivamente logorato Fatah e indebolito l’Anp, la cui capacità di sopravvivenza è ormai esclusivamente legata al controllo di istituzioni-chiave come l’immenso apparato burocratico e le forze di sicurezza, nonché agli ingenti finanziamenti del Qatar ed all’appoggio esterno di Israele e Stati Uniti.

Hamas elegge il successore di Meshaal
Hamas, dal canto proprio, è stabilmente insediato a Gaza e non teme più il confronto con fazioni rivali di stampo salafita all’interno della Striscia. Si presenta come un’organizzazione più attiva politicamente e più democratica al suo interno: ogni quattro anni organizza infatti le proprie elezioni interne per l’ufficio politico e per il Consiglio della Shura.

Entro ottobre eleggerà il successore di Khaled Meshaal, attualmente a capo dell’ufficio politico, che non può più ricandidarsi per limiti di mandato. Le elezioni vedono affrontarsi Ismael Haniyeh, attuale leader di Hamas a Gaza, Musa Abu Marzuq, vice-presidente dell’Ufficio Politico e, meno noto, Yahya Sinwar, uno dei fondatori dell’ala militare di Hamas e vicino a Mohammed Deif, che ne è a capo: il primo appoggiato dall’Iran e da Hezbollah, il secondo da Qatar e Turchia e il terzo candidato delle brigate Izz ad-Din al-Qassam.

I dirigenti di Hamas sostengono che, ancora una volta, già solo per il fatto di tenere elezioni interne regolari e permettere una vivace dialettica politica interna, il Movimento islamico dimostri una maturità politica superiore al concorrente Fatah, che teme qualsiasi test elettorale.

Il profilo di Hamas è anche cresciuto internazionalmente, adottando una posizione di equidistanza dalle parti in conflitto in Siria, toni moderati nei confronti di alleati problematici come la Turchia - che ha recentemente ripristinato le proprie relazioni diplomatiche con Israele rinunciando a rimuovere l’assedio e costruire un porto a Gaza - e di vicini ostili come l’Egitto, con il quale Hamas dà prova di forte pragmatismo.

Tuttavia la vera sfida per Hamas e Fatah non è più quella che dieci anni fa si poneva allo storico leader Arafat, ovvero come sfruttare meglio le rivalità interne agli Stati arabi per far avanzare la causa palestinese, ma piuttosto quella di non esser trascinati, come fazioni e attraverso la strumentalizzazione della questione palestinese tout court, nella guerra regionale in corso tra l’”asse iraniano” e l’ “asse saudita”, che rischia di mettere in secondo piano la questione palestinese dall’agenda internazionale nel XXI secolo.

Il tutto mentre il nemico per eccellenza, Israele, sembra guadagnare tra i nuovi equilibri regionali una sorprendente legittimazione grazie al profilarsi dell’alleanza con l’Arabia Saudita e all’intensa cooperazione con il Cairo, che sostanzialmente accreditano il Paese ebraico a pieno titolo come un attore regionale.

Claudia De Martino è ricercatrice presso Unimed, Roma e autrice di “I mizrahim in Israele”, Carocci editore.

domenica 23 ottobre 2016

Turchia.una situazione in divenire

Medio Oriente
Il doppio volto della Turchia dopo il golpe
Andrea Carteny
18/10/2016
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La visita del ministro degli esteri italiano Paolo Gentiloni in Turchia il 6 ottobre, e l’incontro con l’omologo turco Mevlut Cavusoglu, si presenta come un passo verso il superamento della crisi tra Unione europea, Ue, e la Turchia, determinata dagli eventi della scorsa estate.

La stagione apertasi all’indomani del tentato golpe del 15 luglio scorso, è infatti caratterizzata da elementi anche contraddittori, in cui la Turchia di Racep Tayyip Erdogan trova un indiscutibile punto di svolta.

Le tensioni interne, combinate al contesto internazionale, hanno condotto Ankara verso uno dei momenti più drammatici della sua storia contemporanea: si è aperta dunque una nuova fase nel complesso contesto vicino e medio-orientale.

Turchia e Russia si riavvicinano
Il governo turco, dopo il tentativo di colpo di stato, si caratterizza non solo per le estensive purghe dei suoi avversari, ma anche per un attivismo in campo internazionale incentrato nel tessere di nuovo buoni rapporti con altre potenze, globali e regionali, con cui i rapporti si erano deteriorati o interrotti.

Il maggiore atto simbolico del nuovo corso è stato la riapertura di un canale privilegiato con la Russia, il tradizionale rivale sul Mar Nero e sul Caucaso, che compensa la tensione con gli Stati Uniti.

Infatti dopo il duro scontro consumatosi all’interno del ginepraio siriano - sugellato dall’abbattimento, il 24 maggio, di un Sukhoi Su-24 russo al confine turco-siriano da parte di un F-16 turco - i due vecchi nemici sembravano riavvicinarsi. A mostrarlo non solo la visita di Erdogan in Russia, il 9 agosto scorso, ma anche quella più recente di Putin in Turchia.

Gli Stati Uniti e l’Ue sono avvisati: sebbene il conflitto siriano veda Mosca ed Ankara su fronti opposti, l’ambiguità che secondo Ankara le cancellerie occidentali hanno dimostrato durante la drammatica notte di metà luglio a favore di soluzioni alternative al “sultano” Erdogan, sono un ottimo alibi per riaprire un canale privilegiato con Mosca.

La repressione contro la rete di Fetullah Gulen, che fa riferimento al leader spirituale ancora residente negli Stati Uniti, ha dunque effetti anche sulle relazioni esterne della Turchia.

Golpe e contro golpe
Internamente, il fallito golpe si è risolto con una forte reazione, un vero e proprio contro-golpe, capace di risolvere la situazione di stallo creatasi con i risultati elettorali dello scorso anno di fronte al progetto presidenziale di Erdogan, obiettivo del suo Adalet ve Kalkınma Partisi, il Partito per la giustizia e lo sviluppo, Akp.

Le elezioni del 7 giugno 2015, infatti, non avevano dato all’Akp il risultato sperato: con il 41% dei voti, il partito del presidente raccoglieva solo 258 seggi, il partito kemalista del Partito popolare repubblicano (in turco Cumhuriyet Halk Partisi, Chp) si confermava la seconda forza con 132 seggi, ma soprattutto il turchista ed euroscettico Partito di azione nazionalista (in turco Milliyetçi Hareket Partisi, Mhp) e il Partito democratico dei popoli (Hdp, che non si limitava a replicare il continuamente sciolto "partito curdo" ma si allargava ideologicamente alla sinistra libertaria e allo spirito di Gezi Park) raccoglievano 80 seggi ognuno.

Dopo una campagna elettorale tutta tesa a dimostrare i rischi dell’instabilità di governo nel Paese, con in atto una nuova escalation militare di repressione nel sud-est anatolico contro il Partito dei lavoratori del Kurdistan, Pkk, le nuove elezioni del 1̊ novembre riportano l’Akp al 49% dei voti a quindi alla maggioranza assoluta in parlamento (con 317 su 550 seggi della grande assemblea nazionale).

L’inverno del 2015 e la primavera 2016 permettevano dunque di riprendere il progetto di rafforzamento presidenziale al governo Akp traghettato nelle mani di Ahmet Davutoğlu, fino al maggio 2016, quando il contrasto tra il dinamico primo ministro e il presidente Erdogan provocano la sua sostituzione con il più allineato Binali Yildirim.

Demirtas e l’Hdp, baluardi dell’opposizione
In seguito al tentato golpe di metà luglio, l’Hdp rimane l’unico partito che, pur avendo rifiutato qualsivoglia appoggio ai golpisti e confermato il proprio sostegno al legittimo governo, non viene coinvolto dalla leadership di Erdogan per la giornata di consenso nazionale che celebra la sconfitta dei golpisti.

I suoi leader, la giornalista Figen Yüksekdağ e l’avvocato Selahattin Demirtaş, si sono distinti per la loro attività in difesa delle donne e dei diritti umani: Demirtas, già candidato alle elezioni presidenziali, si profila così come l’unico reale oppositore alla leadership di Erdogan.

Infatti anche il Mhp, è da sempre avversario del “separatismo” di armeni e curdi (i “lupi grigi” sono la formazione paramilitare non ufficialmente legata agli ambienti dell’Mhp).

L’ultra-nazionalismo dell’Mhp trova nell’attuale criminalizzazione pubblica dell’intera galassia del movimento curdo (dal Pkk al Dhp) il principale motivo di supporto alla leadership di Erdogan.

Anche il Chp e il suo leader Kemal Kılıçdaroğlu, nonostante il naturale ruolo di opposizione che la cultura di partito occidentalista e socialdemocratico, pur criticando gli eccessi nella “purga” seguita al fallito golpe contro magistrati, funzionari, insegnanti, giornalisti, ha assunto un atteggiamento di istituzionale sostegno al regime di Erdogan, definendo quella del post-golpe una “nuova Turchia” in cui si è aperta una “nuova porta per il compromesso”.

La foto del 7 agosto, quando un milione di persone si radunavano a Istanbul per sostenere il presidente e il governo turco, vedeva riuniti sul palco a fianco di Erdogan e del capo del governo Yildirim, proprio i leader del Chp Kılıçdaroğlu e del Mhp Bahceli. Il solo assente, Demirtas, sembra essere l’unico isolato oppositore della Turchia post-golpe.

Andrea Carteny è docente di Storia dell'Eurasia presso la Sapienza Università di Roma.

giovedì 13 ottobre 2016

Siria: crocivia di interessi

Usa, Russia e Siria
Lo scontro Est-Ovest si gestisce in Siria
Roberto Aliboni
19/10/2016
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All'inizio di ottobre, l'amministrazione americana ha sospeso la sua iniziativa di cessazione delle ostilità in Siria, concordata con la Russia fra luglio e settembre. Ha quindi anche ritirato la proposta di costituire coi russi un “Joint Implementation Group” per gestire insieme le operazioni belliche e favorire l’avvio di una transizione politica.

La fragilità dell'accordo Usa-Russia, messa in luce da diversi commentatori, si è perciò palesata nei fatti. In particolare, è chiaro che Damasco e Mosca non intendono accedere a nessuna cessazione delle ostilità prima di aver spostato l’equilibrio sul terreno con la conquista di Aleppo. L'amministrazione ha studiato qualche replica armata, ma poi - in vista della corrente transizione elettorale - ha preferito fare semplicemente un passo indietro.

La reazione spropositata della Russia
In questa situazione l'elemento nuovo è la spropositata reazione di Mosca alla decisione americana. Putin ha immediatamente replicato emettendo un decreto presidenziale che cancella l'accordo sul riciclaggio del plutonio ad uso militare stipulato con gli Usa nel 2000 nonché l'accordo di cooperazione nel campo della ricerca, in essere fra i settori nucleari dei due Paesi.

È da un pezzo che Mosca sta smantellando il sistema di sicurezza strategica costituito fra l'Atlantico e gli Urali durante la guerra fredda. Questo nuovo contributo non è di per sé il più inquietante, ma sono inquietanti le dichiarazioni e gli atti che lo hanno accompagnato.

Putin ha pubblicamente spiegato la decisione di cancellazione degli accordi con “l'emergere di una minaccia alla stabilità strategica a seguito di non amichevoli azioni verso la Russia da parte degli Stati Uniti”.

Il testo del decreto presentato per la conversione alla nuova Duma stabilisce come condizioni per l'eventuale ripresa degli accordi cancellati da Mosca che nei Paesi che aderirono alla Nato nel 2000 gli Stati Uniti riportino la loro presenza militare ai livelli precedenti, che gli Usa ritirino il Magnitsky Act e l’Ukraine Freedom Support Act, che annullino tutte le sanzioni alla Russia e che la compensino per i danni inflitti alla sua economia, inclusi quelli subiti per le contro-sanzioni russe a quelle americane. Una sorta di Trattato di Versailles preventivo.

La iper-reazione “globale” della Russia rivela che l’obiettivo di ripristinare un condominio di potenza con gli Stati Uniti è stato il motivo più rilevante del suo intervento in Siria, più del suo rafforzamento nella regione e della minaccia transnazionale jihadista.

In questo senso la rottura dell'accordo da parte degli Usa è stato un fallimento per la Russia, che non è riuscita a riplasmare il suo ruolo globale. Tuttavia, è anche vero che gli Stati Uniti, nel ritirarsi dall'accordo, hanno dovuto prendere atto che la Russia ha un potere di interdizione sulla loro politica estera.

Questo è un fallimento degli Usa che modera l'insuccesso della Russia e lascia una grossa spina nel fianco di Washington, riflettendo l'andamento generale delle relazioni russo-occidentali di questi ultimi anni.

Russia potenza globale o regionale?
Questi sviluppi suggeriscono due osservazioni. Una è che la crisi siriana è diventata una crisi legata a doppio filo al rapporto fra Stati Uniti e Russia, di quelle che durante la guerra fredda venivano caratterizzate dal loro potenziale di “escalation” orizzontale.

L'altra è conseguenza della prima: la crisi siriana e quella più ampia del Medio Oriente hanno una dimensione globale che però deve ancora essere chiarita e ridefinita (1) alla luce degli sviluppi di questi ultimi anni. E la prima domanda da porsi è quale sia il ruolo reale della Russia.

È vero che è difficile definire la Russia una superpotenza globale, ma certamente la definizione di Obama della Russia come potenza regionale non collima con la realtà.

D'altra parte, è vero che il mondo è dominato da una tendenza al multipolarismo che rende impensabile un ritorno al bipolarismo della guerra fredda, ma i poli hanno pesi assai diversi e alcuni, come la Russia, pur non essendo superpotenze economiche al livello degli Usa, hanno attributi militari e nucleari che interdicono la libertà di movimento degli altri, in particolare degli Usa.

Regolare il disordine multilaterale?
Il mondo multilaterale vagheggiato da Obama (per il quale in verità non ha preso alcuna iniziativa concreta) nella sua mente era più diretto a scaricare gli Usa come polizia del mondo che non a stabilire un nuovo equilibrio politico effettivo nel sistema internazionale. L'evanescenza della struttura globale del mondo attuale e le sue intrinseche asimmetrie suggeriscono invece che stabilire questo equilibrio è necessario e prioritario.

Per cominciare va restaurato il sistema di sicurezza globale che nell'euforia della fine della guerra fredda è stato dato per scontato e si è invece assai degradato, a cominciare dalla sua comprensione intellettuale.

Come abbiamo detto, Putin ha fatto non poco per deteriorarlo e l'uso improprio che ha fatto del concetto di “stabilità strategica” nel suo decreto ben lo attesta.

La stabilità strategica è la rimozione degli incentivi ad un primo colpo nucleare. Non è una generica ferita alle percezioni di sicurezza e prestigio dell'avversario (a meno di non pensare che una ferita del genere possa costituire per Putin un incentivo a vibrare un primo colpo nucleare: speriamo di no!). Come tutti gli impianti che invecchiano, il sistema può improvvisamente cedere. Ciò richiede uno sforzo diplomatico verso il governo russo ma anche l'insieme della sua società.

Potremmo far mostra di più coerenza
In generale c'è un'incoerenza strutturale nel rapporto con la Russia che richiede massima attenzione: una difficile diplomazia che deve dare soddisfazione alla Russia e alle sue percezioni di sicurezza onde impedire che il suo nazionalismo pericolosamente trascenda, ma, al tempo stesso, fare sì che queste soddisfazioni siamo edificanti - in senso democratico - e non vadano a rafforzare il partito favorevole allo scontro.

C'è molto lavoro da fare in Europa, in Ucraina e nel Baltico, ma la crisi siriana è ugualmente parte di questo stesso cimento. In Siria è necessario riprendere la strada della collaborazione Usa-Russia.

Perché questa collaborazione non naufraghi di nuovo, gli Usa dovranno chiarire i propri obiettivi. La politica attuale degli Stati Uniti è basata su alleanze opportunistiche loro proprie (i curdi siriani) e dei loro protetti (talché a un gruppo salafita come Jabhat al-Islam accade di essere un membro prominente della High Negotiang Commission).

Questo non serve né a sbalzare di sella Assad né a permettere una transizione politica nella quale Assad e la sua cerchia possano avere un ruolo, cioè non porta a alcuna soluzione. La ripresa di un dialogo richiede maggiore chiarezza da parte degli Usa. Naturalmente, per fare chiarezza nella poltiglia di alleanze e coalizioni che caratterizza oggi la Siria ci vuole tempo. Questa transizione va regolata e contemplata dal nuovo accordo.

Come che sia, in attesa del nuovo presidente americano, tutto è in mente Dei, ma la diplomazia, anche europea, può cominciare a muoversi anche da subito.

(1) Paolo Calzini “Il nuovo ruolo della Russia”, Il Mulino, n. 4, 2016, pp. 676-683.

Roberto Aliboni è consigliere scientifico dello IAI.

giovedì 6 ottobre 2016

Irak: battaglie

Medio Oriente
La problematica liberazione di Mosul
Maurizio Melani
12/10/2016
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Un aspetto cruciale degli sviluppi in Iraq in vista della liberazione di Mosul dall’autoproclamatosi “stato islamico” è costituito dai solidi rapporti stabiliti da diversi anni tra Turchia e regione del Kurdistan iracheno, Krg, guidato da Massud Barzani.

Il legame è soprattutto economico. Gli investimenti turchi e l'interscambio con la Turchia sono alla base della forte crescita negli scorsi anni nella regione autonoma. Il Krg ha bisogno della Turchia per esportare il suo petrolio in mancanza dell'attuazione di una intesa con il governo di Baghdad per la gestione di contratti e proventi, impedita dalla paralisi decisionale del Parlamento iracheno.

La Turchia utilizza e smercia il petrolio curdo ottenuto a prezzi ridotti. Per quanto sia solido questo asse non è però inossidabile. Regge fin quando Barzani è allineato nella sostanza, al di la del detto e non detto, alla politica complessiva di Ankara nella regione. Di tale politica sono componenti centrali la lotta al Pkk e ai suoi alleati del Pyd in Siria e il confronto con l'Iran.

In questo quadro si collocano anche le riemergenti rivalità tra i curdi iracheni e le loro interazioni con la lotta politica in corso a Baghdad. Nel Kurdistan iracheno vi è inoltre un malcontento popolare, sfruttato dall'opposizione a Barzani, causato dopo il boom degli anni precedenti da una crisi economica dovuta alla guerra con lo “stato islamico”, alla gestione di quasi due milioni di rifugiati, al rallentamento dell'economia turca e anche, in misura rilevante, ai problemi di trasferimenti di fondi dal governo centrale a quello di Erbil per il pagamento degli stipendi a centinaia di migliaia di dipendenti pubblici.

Forze turche nella base di Bashika
La presenza da oltre un anno di forze turche nella base di Bashika nella provincia di Niniwa, ove i peshmerga del Krg e milizie arabo-sunnite e turcomanne controllano parti del territorio strappato allo “stato islamico”, è motivo di duro contrasto con il governo di Baghdad che ne chiede il ritiro.

Ankara sostiene che questa presenza - diretta all'addestramento delle forze anti “stato islamico”, ma con capacità di combattimento - ha luogo su richiesta del governo di Erbil che a sua volta né conferma né smentisce e che peraltro non ha legalmente una giurisdizione su quell'area.

Sta di fatto che per il Krg le forze turche costituiscono una assicurazione contro le Popular Mobilisation Units (PMUs) sciite, sostenute dall'Iran, che nella loro parallela marcia verso Mosul sono quelle più in grado di cacciare i peshmerga dalle aree a popolazione mista araba e curda occupate nella fase di resistenza all'avanzata dello “stato islamico” e dopo.

In questo momento esse sono ritenute dal Krg più pericolose delle milizie arabo-sunnite locali, tradizionali avversarie dei curdi, con le quali invece Barzani ha stabilito una convergenza favorita dalla Turchia che non intende dare spazio alle forze sostenute dall'Iran contro le quali si è esplicitamente espresso il Presidente turco Racep Tayyip Erdogan.

Lotta di potere a Baghdad
Sullo sfondo vi è la lotta di potere in corso a Baghdad, dove l’ex-Primo Ministro Noori Al-Maliki è in grado non soltanto di impedire al Parlamento di dare la fiducia a nuovi Ministri proposti da Al -Abadi, ma anche di far sfiduciare Ministri chiave per la gestione e gli equilibri del Paese.

Benché non sia esplicito l’appoggio a queste manovre da parte dell'Iran, che nel 2014 aveva sostenuto parallelamente agli Usa l’avvento di Al Abadi, appare difficile che Al-Maliki operi senza le coperture da Teheran che egli è accusato di avere.

Di fronte a questi sviluppi, comprensivi dell’intensificazione dei rapporti tra Maliki e i curdi del Puk, secondo partito della Regione autonoma, Al-Abadi e Barzani si sono incontrati a fine settembre a Baghdad ed hanno annunciato la volontà di risolvere tutti i contenziosi tra governo centrale e Krg.

Non è la prima volta che questo accade con seguiti raramente conclusivi, ma appare sempre più evidente un interesse comune a convergere in questa fase. Sia di fronte a milizie sciite riattivate per contrastare lo “stato islamico” che sfuggono al pieno controllo del Primo Ministro e manifestano volontà di autonomia politica e insofferenze per la presenza militare statunitense. Sia di fronte alle manovre di Al-Maliki destabilizzatrici del quadro politico a Baghdad e a Erbil.

Attori regionali ed esterni
Come sempre, un ruolo cruciale sarà giocato dalle potenze regionali: la Turchia - formalmente alleata degli Usa, ma che ignora l'invito di Washington a lasciare il suolo iracheno se non vi è un accordo con quello di Baghdad e non si cura delle preoccupazioni per le conseguenze sulle risorse idriche in Iraq della costruzione della grande diga di Ilisu sul Tigri.

L'Iran - alleata della Russia in Siria, che sostiene contemporaneamente il governo legittimo a guida sciita, ma anche le azioni sul terreno e probabilmente gli intrighi parlamentari che limitano la stabilità di Al-Abadi, lanciando agli Usa il segnale che senza Teheran non può esservi stabilizzazione della regione.

E infine l'Arabia Saudita- che sostenendo gruppi arabo-sunniti di varia natura, inclusi i più estremisti, continuerà presumibilmente ad operare affinché la stabilizzazione dell'Iraq e la conseguente piena agibilità delle sue enormi risorse petrolifere non raggiungano livelli tali da insidiare la sua supremazia nella regione e nel mercato mondiale degli idrocarburi.

Per tanti motivi politici, economici, umanitari e migratori, favorire tutte le possibili intese funzionali ad una piena stabilizzazione della regione e i dividendi economici della pace resta un interesse primario della diplomazia statunitense, degli europei e delle Nazioni Unite, in un contesto nel quale anche la Cina è interessata a soluzioni pacifiche.

Occorre però la consapevolezza della natura spesso tattica, temporanea e precaria di allineamenti tra attori che malgrado non possano vincere sono ancora distanti da una logica di composizione cooperativa dei diversi interessi.

Maurizio Melani è Ambasciatore d'Italia.

domenica 2 ottobre 2016

.TURCHIA: ancora emergenza

Turchia, curdi nuovamente nel mirino 
Bianca Benvenuti
09/10/2016
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Il 28 settembre il Consiglio di sicurezza nazionale turco ha deciso di rinnovare per altri tre mesi lo stato di emergenza proclamato a seguito del tentato colpo di stato del 15 luglio. Non accennano a fermarsi le purghe che ad oggi hanno già colpito migliaia di persone, in una guerra senza esclusione di colpi contro il terrorismo.

Nel mirino i militanti dell’autoproclamatosi “stato islamico” e i membri dell’organizzazione dell’imam Fetullah Gulen, Fetö, accusata di aver orchestrato il tentato golpe. La stretta è aumentata anche contro l’acerrimo nemico dello stato turco, il Partito dei lavoratori del Kurdistan, Pkk. Sono ormai lontane le speranze, accese nel marzo 2013 dall’inzio del processo di pace, di veder concluso un conflitto che si protrae dagli anni ‛80. Da quando, nel luglio 2015, è stato violato il cessate il fuoco, la tensione tra le parti è tornata alle stelle.

Ankara si affida ai guardiani di villaggio
Ciononostante, il primo ministro Binali Yıldırım ha recentemente negato l’esistenza di un “problema curdo”, sostenendo la sola esistenza di un “problema terrorismo” a causa dell’esistenza del Pkk. Il Presidente della Repubblica Recep Tayyip Erdoğan, dal canto suo, ha dichiarato che le operazioni contro i militanti del Pkk continueranno fino all’uccisione dell’ultimo ribelle.

Nel frattempo, dal carcere di massima sicurezza dove è rinchiuso, il leader del Pkk, Abdullah Öcalan ha ribadito la necessità di riprendere i colloqui di pace, ma Ankara non sembra pronta a scendere a compromessi. Negli ultimi mesi, il conflitto armato si è rispostato nelle zone rurali, dopo la fine della strategia urbana del Pkk che aveva portato il conflitto in città come Diyarbakır, Cizre e Sirnak.

Per stanare ogni militante, Ankara ha deciso affiancare all’esercito regolare anche i “guardiani di villaggio”, una forza paramilitare composta per lo più da curdi leali al governo (per loro scelta o non), creata agli inizi del conflitto per impedire il sostegno al Pkk da parte dei villaggi del sud-est turco. Il ministro dell’interno Süleyman Soylu ha recentemente deciso di rafforzare questa forza paramilitare, creando tra l’altro un Dipartimento dei guardiani di villaggio: ad oggi, ci sono circa 47 mila guardiani temporanei e 22 mila permanenti al soldo del governo di Ankara.

Vita dura per l’Hdp
A ridurre le speranze di chi auspica una soluzione politica all’impasse curdo in Turchia concorrono anche gli attacchi contro il filo curdo Partito democratico del popolo, Hdp, entrato in parlamento a novembre 2016, dopo aver superato l’alta soglia di sbarramento del 10%.

Nel maggio 2016, è stata approvata una legge per revocare l’immunità parlamentare, aprendo la strada a numerosi processi contro deputati del Hdp accusati di vicinanza o sostegno al Pkk. Inoltre, con un decreto di emergenza approvato il 1̊ settembre, il governo ha assunto l’autorità di nominare direttamente amministrazioni fiduciarie, rimuovendo sindaci accusati di favoreggiamento al terrorismo.

Il decreto è stato utilizzato per la prima volta l’11 settembre, quando Ankara ha commissariato 28 amministrazioni locali nel sud est del Paese: 24 dei sindaci erano membri dell’Hdp mentre i restanti 4, accusati di appartenenza all’organizzazione Fetö, erano membri dell’Akp e del partito ultra-nazionalista Mhp. Di nuovo a fine settembre, altre tre città nella provincia di Şanlıurfa hanno visto rimossi i loro sindaci, democraticamente eletti, e nominate nuove amministrazioni fedeli al governo di Ankara, in una mossa definita “golpe amministrativo” dall’Hdp.

Ma non è solo il Partito democratico del popolo a essere preso di mira. L’8 settembre Ankara ha sospeso 11.285 insegnanti curdi, nuovamente con l’accusa di sostenere l’attività del Pkk. Le purghe post golpe hanno preso di mira anche mezzi di informazione curdi: da ultimo, ha destato sgomento la decisione di chiudere 23 tra stazioni radio e TV, compreso il primo canale di cartoni animati in lingua curda, Zarok TV.

La ripresa del conflitto e la stretta contro chi viene accusato di avere legami diretti o di sostenere indirettamente il Pkk, sta allontanando ogni giorno di più la possibilità di raggiungere una soluzione democratica a questa guerra, da molti considerata civile.

Sebbene il governo dichiari che il problema non è con la minoranza, ma solo con i militanti del Pkk, sminuendo il sostegno dei curdi al partito illegale,il tentativo di isolare i primi sta radicalizzando la frattura con i curdi e al contempo delegittimando l’Hdp. Ne è dimostrazione il fatto che, malgrado dichiarazioni di vicinanza ad Ankara a seguito del tentato golpe, l’Hdp sia stato escluso da ogni manifestazione congiunta dell’Akp con altri partiti di opposizione a sostegno della democrazia turca.

La dimensione internazionale della guerra al Pkk
Altri fattori contribuiscono ad allontanare la prospettiva di una soluzione democratica. L’intervento di Ankara in Siria lo scorso 24 agosto evidenzia che la guerra con il Pkk sta assumendo una portata non più solo nazionale, ma anche regionale: sarà difficile trovare una soluzione al caos domestico turco e tornare ai colloqui di pace senza al contempo risolvere anche l’equazione siriana.

Sul fronte interno, il crescente nazionalismo, istigato dal governo a seguito del tentato colpo di stato per legittimare misure spesso considerate autoritarie, non fa che aggravare la polarizzazione nella società.

Questa fine del processo di pace ha simbolicamente marcato l’inizio di un periodo di profonda instabilità in Turchia. D’altra parte la questione curda è barometro della situazione domestica turca e dello stato della sua democrazia sin dalla fondazione della Repubblica. Per questa ragione, è proprio dalla questione curda che occorre ripartire per sbrogliare la matassa del caos turco degli ultimi mesi.

Bianca Benvenuti è visiting researcher allo IAI.

martedì 20 settembre 2016

Turchia. Accordo sui migranti

La gestione dei migranti avvicina Ankara a Bruxelles
Gerardo Fortuna
19/09/2016
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La notizia positiva per l’Europa è che l’accordo con la Turchia sui migranti è salvo, almeno per ora. Quella negativa è che l’equilibrio precario su cui si fonda l’intesa rischia di sbilanciarsi a favore di Ankara col passare dei mesi. La questione dei rifugiati sta ribaltando i ruoli e ora sembra essere l’Europa nella posizione di dover rincorrere la Turchia.

L’azione della macchina diplomatica europea è diventata evidente a fine agosto, quando è arrivata in Turchia una missione con funzioni esplorative, guidata dal viceministro tedesco agli affari europei Michael Roth, accompagnato da una delegazione di tecnici della Commissione e del Seae. A inizio settembre hanno fatto tappa ad Ankara anche il commissario alle migrazioni Dimitris Avramopoulos e il presidente del Parlamento europeo Martin Schulz.

L’apice dell’azione diplomatica si è però avuto con l’incontro di alto livello di venerdì 9 settembre, che ha visto contrapporsi da una parte il capo della diplomazia turca Mevlüt Çavusoglu e il ministro per gli affari europei Ömer Çelik, dall’altra l’Alto rappresentante Federica Mogherini e il commissario all’allargamento Johannes Hahn.

Liberalizzazione dei visti
L’accordo è ad oggi l’unica proposta di contenimento del fenomeno migratorio messa effettivamente in piedi dall’Ue e ha portato risultati operativi, congelando, nei fatti, la rotta balcanica. La stessa cancelliera Angela Merkel ha difeso più volte il patto e ha anche recentemente presentato l’ipotesi di un utilizzo come modello per Tunisia ed Egitto.

In cambio, la Turchia ha chiesto all’Europa la liberalizzazione dei visti all’ingresso in Ue per i propri cittadini e l’assistenza finanziaria nella gestione dei rifugiati sul suolo turco. Anche se la revoca del regime dei visti era prevista entro ottobre 2016, le parti hanno già convenuto di rimandare la questione a fine anno.

Tutto è bloccato finché gli Stati membri non si riterranno soddisfatti, e cioè finché la Turchia non rispetterà i 72 parametri posti a condizione per l’abolizione del regime dei visti. Ma da maggio sono sempre ferme a 5 le richieste ancora da adempiere, delle quali una, quella relativa alla nuova legge antiterrorismo di cui Ankara dovrebbe dotarsi, sembra davvero lontana dal poter essere mai soddisfatta.

Arrivano le carte elettroniche per i profughi
Se la questione dei visti rappresenta la vera spada di Damocle per Bruxelles, procede, seppur con qualche ritardo, la cooperazione per fornire assistenza, non solo umanitaria. Il sostegno finanziario alla Turchia rappresenta l’aspetto sgradito all’opinione pubblica europea e gli aiuti vengono ancora percepiti come un assegno in bianco da 3 miliardi intestato a Erdogan.

In realtà la somma è destinata al finanziamento di un complesso programma di assistenza che vede tra i principali beneficiari gli storici partner umanitari dell’Ue, tra cui diverse agenzie Onu come l’Unhcr e il Wfp e alcune importanti Ong come la Croce Rossa.

Alla Turchia spetta il coordinamento operativo sul campo e una piccola parte di finanziamento diretto, principalmente indirizzata al proprio Ministero dell’istruzione per il rimborso dei programmi educativi. Ankara non può però disporre liberamente della somma e ogni euro stanziato è soggetto a una procedura di controllo di effettiva destinazione da parte degli audit europei.

In virtù della scarsa popolarità dell’aspetto finanziario, si è potuto notare almeno da luglio un cambiamento nella strategia comunicativa della Commissione. Dai primi comunicati stampa contenenti solo freddi numeri sull’impiego delle risorse, viene ora dato più spazio ai diversi progetti approvati. L’ultimo dei quali è stato entusiasticamente presentato come il più grande programma d’aiuto nella storia dell’Ue sia per la somma record destinata, 348 milioni di euro, sia per le modalità operative.

L’obiettivo è infatti quello di consegnare la maggior parte della somma in modo diretto, e cioè tramite delle carte elettroniche che saranno date a quasi 1 milione di profughi, che vedranno così preservata la loro dignità di scelta nel decidere come utilizzarli.

Una relazione più dinamica 
In questi mesi dunque la cooperazione tra Turchia e Ue non si è fermata, anzi sono stati messi in cantiere grossi progetti per l’immediato futuro. Questo mostra come le relazioni bilaterali si stiano evolvendo: tradizionalmente statiche, stanno ora acquisendo dinamicità, grazie anche a un pragmatismo politico bilaterale.

La condivisione di interessi comuni, in primis la questione dei rifugiati, sta contribuendo a far evolvere in senso politico un rapporto che finora si era fondato su un sistema di aspettative reciproche funzionali a determinati obiettivi. In questo senso, l’azione diplomatica di inizio settembre dell’Ue è stata necessaria, perché ha mostrato quella vicinanza politica che era stata disattesa negli scorsi mesi e che adesso la Turchia ritiene importante tanto quanto l’ingresso nel mercato comune.

Gerardo Fortuna è ricercatore Istrid e collaboratore di Limes e Ispi.

lunedì 19 settembre 2016

Turchia: industria della difesa rafforza i legami tra Ankara e Waschington

L’azienda aerospaziale turca TAI (Turkish Aerospace Industries), assieme al Sottosegretariato per le Industrie della Difesa ed altre tre aziende nazionali, ha siglato un importante contratto per la coproduzione in loco dell’elicottero da trasporto tattico T-70 Black Hawk con l’azienda americana Sikorsky/Lockheed Martin. La commessa, dal valore pari a 3,5 miliardi di dollari, mira alla costruzione iniziale di 109 esemplari del velivolo in oggetto per le forze di Esercito, Aeronautica, Comando Generale della Gendarmeria, Forze Speciali e di Sicurezza e Corpo Forestale. Sulla base delle previsioni fatte dal Sottosegretariato del governo di Ankara sul fabbisogno interno dei prossimi anni, si prevede che verranno raggiunti i 300 esemplari prodotti per le sole esigenze nazionali. L’accordo ha previsto anche importanti licenze per l’export che permetteranno al governo turco introiti di oltre un miliardo di dollari derivanti dalla vendita dell’elicottero a Paesi terzi.
Vista la possibilità di installare una vasta di gamma di mitragliatrici, razziere e missili controcarro Hellfire, il velivolo S-70 è idoneo a condurre non solo missioni di trasporto ma anche di appoggio tattico e di evacuazione feriti.
La scelta della produzione su licenza dei Black Hawk rafforza i legami tra Ankara e Washington in una fase di rapporti politico-militari piuttosto delicati. Inoltre, permette alla Turchia di incrementare il proprio know-how elicotteristico portando avanti il processo di sviluppo dell’industria locale in vista di una maggiore indipendenza del comparto aerospaziale del Paese che rimane tra i principali obiettivi del Presidente Erdogan.
Fonte C.E.S.I. Intelligence e defence Upgrade n. 65

sabato 17 settembre 2016

Turchia: continua il clima di repressione

Turchia
Ankara e la caccia agli omosessuali
Fazila Mat
15/09/2016
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In una Turchia reduce da un colpo di stato fallito, dove dallo scorso 21 luglio è in atto lo stato d’emergenza, la Convenzione europea sui diritti umani risulta sospesa e l’attualità è segnata da migliaia di arresti e licenziamenti.

Un omicidio di estrema violenza e crudeltà ha portato alla ribalta un altro stato d’emergenza, quella della comunità Lgbt (Lesbiche, gay, bisessuali, transessuali). La vittima è Hande Kader, una ventitreenne transessuale il cui corpo mutilato e bruciato è stato ritrovato il 12 agosto scorso a Zekeriyaköy, alla periferia di Istanbul.

Kader era un'attivista Lgbt e lo scorso giugno si era trovata in prima linea nei Trans e Gay Pride di Istanbul, brutalmente ostacolati dalla prefettura della città. L’attivista, per potersi mantenere, faceva la prostituta così come la maggior parte delle transessuali in Turchia cui raramente sono aperte altre strade di impiego.

Nessuna legge contro l’omofobia
In Turchia non è considerato reato avere rapporti omosessuali o transessuali, ma mancano leggi specifiche che tutelino i diritti degli Lgbt, rendendoli estremamente vulnerabili. Nell’ultimo decennio, la lotta condotta da parte di diverse associazioni per il riconoscimento di tali diritti ha coinvolto anche alcuni partiti politici, in particolare il partito filo-curdo e progressista Hdp (Partito democratico dei popoli, che nel 2015 ha presentato anche un candidato Lgbt alle elezioni politiche) e parte del Partito repubblicano del popolo (Chp), contribuendo a dare maggiore legittimazione alle richieste della comunità.

Tuttavia, considerate le posizioni del governo conservatore islamista dell’Akp, le rivendicazioni delle persone Lgbt appaiono una lontana chimera. Il Partito della giustizia e dello sviluppo (Akp) ha infatti sempre escluso l’introduzione di una legge che punisca i crimini di matrice omofoba, mentre in anni più recenti ha bocciato la proposta, sostenuta dall’Hdp e dal Chp, di inserire nella nuova Costituzione una norma che vieti qualsiasi tipo di discriminazione sulla base all’orientamento sessuale.

Eppure nel 2002, proprio all’inizio dell’ascesa politica dell’Akp, il presidente Recep Tayyip Erdoğan (allora unicamente leader della formazione) aveva affermato che era “obbligatorio tutelare con la legge gli omosessuali all’interno del quadro dei loro diritti e delle loro libertà”. Parole che si trovavano in linea con l’impegno preso in quegli anni da Ankara di perseguire l’obiettivo di adesione all’Unione europea, Ue.

Gay Pride di Istanbul 
A partire dal 2003 Istanbul ha ospitato numerose edizioni del Gay Pride, riflesso dell’atmosfera positiva creata dalla prospettiva di ingresso nell’Ue. Nel 2013, anno delle proteste di Gezi Park, i trenta manifestanti che avevano preso parte alla prima edizione dell’evento erano diventati 50mila. Gli ultimi due anni sono stati caratterizzati da uno strenuo braccio di ferro tra le organizzazioni Lgbt e le autorità, nonché dal massiccio intervento della polizia contro i manifestanti, ma fino al 2015 è stato comunque possibile realizzare i Pride.

Quest’anno invece, per la prima volta dopo 13 anni, la manifestazione è stata vietata. La principale argomentazione per giustificare il divieto è stato “non urtare la sensibilità religiosa dei cittadini”, motivata dalla coincidenza del Gay Pride con il Ramadan, mese sacro per i musulmani. Una novità, vista la coincidenza delle due ricorrenze anche in anni passati.

L’edizione del 2016 sono state manifestate anche altre nuove “sensibilità” di carattere ultranazionalista. Così il gruppo Gioventù dell’Anatolia musulmana (Mülsüman Anadolu Gençliği) che ha lanciato un appello per una contro-manifestazione per fermare “i pervertiti privi di orgoglio”, e i membri dei Focolai Alperen (Alperen Ocakları, braccio giovanile dell’ultranazionalista BBP-Partito di Grande Unione) che si sono detti pronti ad impedire il Pride “ad ogni costo” perché “ci prendono in giro, ignorando i nostri valori in un mese sacro”.

Dai köçek alla discriminazione
Va tuttavia ricordato che, paradossalmente, il travestitismo è sempre esistito nella cultura ottomana, dove i köçek erano dei giovani maschi che avevano il compito di compiere delle danze con abiti femminili in occasione delle feste e delle cerimonie. Una tradizione che sopravvive anche oggi in alcune località anatoliche tra cui Kastamonu, dove uomini abbigliati con gonne, continuano l’usanza nei matrimoni e in altre celebrazioni.

Al di fuori della società turca elitaria e i quartieri alla moda di Istanbul dove i turchi omosessuali e transgender vivono all’interno di un ambiente relativamente confortevole, la vita degli Lgbt in Turchia non è per niente facile. Nella società caratterizzata spesso da tratti patriarcali e maschilisti, l’emarginazione comincia già a partire dalla famiglia di origine e si estende all’ambito della scuola, dell’università fino al mondo del lavoro.

Sono numerose le persone che a causa della pressione sociale preferiscono non esplicitare la propria identità sessuale. I transgender risultano essere tra quelli maggiormente discriminati. Secondo il rapporto di Transgender Europe sugli omicidi commessi contro i trans negli ultimi 8 anni (la ricerca arriva fino all’aprile 2016), la Turchia risulta al nono posto al mondo e al primo in Europa con 43 omicidi (seguita dall’Italia con 34).

A fare sempre più i conti con la violenza e le discriminazioni c’è un altro gruppo, quello dei profughi Lgbt fuggiti in Turchia dalle persecuzioni dei propri Paesi. Alla lunga lista dei crimini impuniti contro gli Lgbt si è aggiunto lo scorso luglio l’omicidio di un profugo siriano, Wisam Sankari, omosessuale, da un anno in Turchia.

Secondo la testimonianza degli inquilini, Sankari era già stato rapito e violentato una volta, ma la denuncia alla polizia non aveva sortito alcun risultato. Sequestrato per la seconda volta, Sankari è stato ucciso con diverse pugnalate ed è stato ritrovato con la testa tagliata.

Nel clima di repressione emerso dopo il tentato golpe del 15 luglio scorso la comunità Lgbt continua lo stesso a chiedere giustizia, anche se la sensazione di vulnerabilità è ancora più marcata.

Fazila Mat è corrispondente per la Turchia di Osservatorio sui Balcani e Caucaso. Giornalista freelance, collabora con l'agenzia di stampa Askanews. È coautrice di #GeziPark, coordinate di una rivolta (2013), Alegre Editore.

giovedì 15 settembre 2016

Siria: la difficile tregua

Medio Oriente
Siria, punti chiave della fragile intesa
Roberto Aliboni
12/09/2016
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Mettere fine alle ostilità e inaugurare negoziati politici fra le parti siriane secondo quanto deciso il 18 dicembre 2015 dal Consiglio di Sicurezza con la Risoluzione 2254. È questo l’obiettivo del faticoso accordo raggiunto tra Russia e Stati Uniti a Ginevra.

L’oggetto immediato dell’accordo non è il negoziato fra i siriani bensì un’intesa fra Russia e Usa affinché le parti si convincano a negoziare. Il bipolarismo sembra di nuovo aleggiare sul mondo. Sarà in grado quest’accordo di raggiungere il suo obbiettivo e aprire la porta al processo di pacificazione della Siria? L’inviato Onu per la Siria Staffan De Mistura lo ha inflessibilmente appoggiato, ritenendolo la chiave della soluzione. Molti altri non ne sono così sicuri.

Azioni congiunte e contenimento dell’aviazione siriana
Il contenuto dell’accordo risale alla proposta di collaborazione avanzata nel luglio scorso dagli Usa, dopo diversi passi con la Russia rimasti senza effetto nel corso del semestre precedente. Si prevede una campagna congiunta delle forze russe e statunitensi sia contro l’autoproclamatosi “stato islamico”, sia contro Jabhat al-Nusra (diventata nel frattempo Jabhat Fateh al-Sham) e altre minori forze jihadiste dell’opposizione a Assad.

A tal fine, si prevede la costituzione di un comando congiunto (“Joint Implementation Center”) nel cui ambito i due governi scambierebbero intelligence e tutto il necessario a procedere a operazioni militari integrate. In cambio la Russia non colpirebbe forze siriane non jihadiste e terrebbe a bada l’aviazione siriana, limitandone l’intervento ad aree e obbiettivi decisi congiuntamente dalle due parti.

Il relativo ritardo con il quale la proposta Usa è stata approvata è dovuta a due motivi. Innanzitutto, l’esecuzione della proposta richiede una mappatura assai problematica per distinguere le aree occupare da Jabhat Fateh al-Sham da quelle occupate dai gruppi non jihadisti posto che molti di questi gruppi combattono in coalizione con Jabhat (e che le coalizioni cambiano nel tempo). In secondo luogo, l’accordo si scontra con numerosi e importanti settori dell’amministrazione e dell’opinione pubblica statunitense.

Negli Stati Uniti c’è una sostanziale sfiducia nei russi, giustificata dal fatto che la vittoriosa pressione militare che il presidente Bashar Assad ha esercitato impedendo all’Onu di mettere in pratica la Risoluzione 2254 in definitiva è stata resa possibile dall’appoggio aereo costantemente fornito da Mosca.

L’amministrazione lo sa bene, tanto che Kerry nelle dichiarazioni rese ai media dopo la sottoscrizione dell’accordo ha esordito dicendo che “ the United States is going the extra mile here because we believe that Russia and my colleague [Lavrov] have the capability to press the Assad regime to stop this conflict and to come to the table and make peace”. Ma possono farlo proprio quelli che finora hanno promosso con una mano il negoziato e con l’altra le forze di Assad?

Jabhat Fateh al-Sham nel mirino: l’alienazione dei sunniti
L’accordo si scontra soprattutto con le sue importanti implicazioni politiche. Innanzitutto, finisce di alienare il campo sunnita, cioè i maggiori alleati tradizionali degli Usa nella regione. La concentrazione contro Jabhat Fateh al-Sham, che finora gli Usa hanno compreso nella lista dei “terroristi” ma non in quella degli obbiettivi militari, è un grave colpo per le opposizioni non jihadiste - incluse quelle più vicine agli Usa - perché la loro capacità militare a combattere Assad dipende in modo determinante proprio da Jabhat Fateh.

L’accordo è perciò visto dall’opinione sunnita come uno sviluppo disastroso, destinato a dare ad Assad ancora maggiori probabilità di vincere la guerra e reimporre la sua tirannia ai sunniti (potrebbe fare eccezione la Turchia, che negli ultimi sviluppi ha fatto cenno a un suo cambiamento verso Assad, probabilmente preparandosi a trattare la fine dell’appoggio russo e soprattutto americano ai curdi).

Ma dall’Arabia Saudita all’Egitto l’accordo appare come l’ultimo grave episodio del distacco degli Usa dai suoi alleati sunniti a partire dalla guerra contro l’Iraq del 2003. Agli occhi di molti statunitensi, non solo repubblicani, appare una seria perdita d’influenza degli Usa nella regione a favore di una Russia che sembra invece acquisire in essa un ruolo autorevole e crescente.

Acquisire questo ruolo è stato sin dall’inizio uno degli obbiettivi strategici di Mosca. L’accordo conferma il raggiungimento di questo obbiettivo. Molti negli Usa e in Europa non sono poi tanto impressionati dall’ascendente che Mosca acquista in Medio Oriente (qualcuno lo ritiene anche positivo) ma dal risultato che ciò può avere in Ucraina, nel vicinato orientale dell’Ue, in Turchia e quindi sulla stessa Europa.

Assad e il suo regime nel futuro della Siria
Perciò, l’accordo suscita molte perplessità. Le opposizioni alla sua conclusione negli Usa, sia pure con grandi difficoltà, sono state superate ma forse solo perché chi ha detto sì guarda alla prossima presidenza e inoltre pensa che l’accordo è fragile, che la sua attuazione incontra una forte opposizione in Siria e nella regione e che la sua esecuzione è affidata a un partner inaffidabile che lo farà fallire.

In effetti, l’accordo è fragile. Esso entrerà in vigore dal 12 settembre con l’aspettativa che le operazioni militari di Damasco, che l’accordo reprime, saranno severamente contenute, permettendo così l’inizio dei negoziati.

Ma tutto ciò è appeso a un filo: non è sicuro che Assad si conformi ai piani; non è sicuro che i russi possano o vogliano veramente costringerlo ad attenersi a quanto sarebbe deciso dal “Joint Implementation Centre”; non è sicuro che Iran e Hezbollah appoggino l’accordo (tutto è andato avanti come se non esistessero, ma è noto che ci sono divergenze sul futuro della Siria). Infine, è certo che le opposizioni non jihadiste non accetteranno di negoziare su queste premesse e non pochi raggiungeranno Jabhat Fateh.

Da Londra, l’opposizione ha recentemente proposto un piano che prevede una transizione in cui ci sia ancora Assad per arrivare alla transizione prevista dalla Risoluzione 2254 dalla quale il presidente dovrebbe essere invece completamente escluso.

In realtà, è ormai chiaro che Assad e il regime faranno parte della transizione con il consenso dell’amministrazione Usa. Ma, ancora una volta, ciò potrebbe non andare oltre le elezioni di novembre. Perciò, non solo siamo di fronte a un accordo politicamente dubbio, ma anche molto fragile. Potrebbe essere questo il motivo per cui Lavrov l’ha siglato.

Roberto Aliboni è consigliere scientifico dello IAI.
 

mercoledì 14 settembre 2016

Turchia: politica estera turca in evoluzione

Siria
Erdogan e l’incubo Rojava
Bianca Benvenuti
07/09/2016
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La Turchia, primo Paese, il 24 agosto, ad intervenire via terra nella polveriera siriana, sin dall’inizio della guerra civile si era dimostrata riluttante a prendere parte al conflitto per ragioni al contempo politiche e militari: intervenire nella guerra siriana, da tempo confermatasi una guerra per procura, avrebbe rischiato di peggiorare le relazioni regionali turche, in particolare con Russia, Iran e Iraq.

L’esplosione di un kamikaze il 20 agosto a Gaziantep ha fornito il casus belli per questo cambio di rotta: il presidente Recep Tayyip Erdoğan ha definito indispensabile l’ingresso in Siria per combattere il terrorismo. La Turchia ha subito 15 attacchi terroristici negli ultimi 14 mesi, di cui sei imputati, seppur mai rivendicati, all’autoproclamatosi “stato islamico”. Ma ci sono altre ragioni che spiegano la decisione turca.

L’unione dei cantoni curdi che fa paura
Il 14 agosto, dopo due mesi di scontri, le forze curde del Ypg hanno liberato la città di Manbij dall’assedio dei jihadisti, varcando la linea rossa dell’Eufrate e alimentando le preoccupazioni di Ankara verso l’espansione della zona di controllo curda. I tre cantoni curdi nel nord della Siria, autoproclamatisi regione federale nel marzo di quest’anno, sono separati da un corridoio controllato dallo “stato islamico”di circa 110 chilometri che si estende dall’Eufrate fino al cantone di Afrin.

Le speranze di una continuità territoriale per le zone sotto controllo curdo si sono accese con la liberazione di Manbij, primo passo delle forze del Ypg ad ovest dell’Eufrate. Per la Turchia, l’unione dei tre cantoni del Rojava, così come viene chiamata la zona a maggioranza curda in Siria, è un incubo da scongiurare, perché determinerebbe l’avvicinarsi della prospettiva di una Siria federale al termine della guerra civile e la conseguente nascita di una regione autonoma curda con la quale la Turchia condividerebbe buona parte dei suoi confini nel sud est.

Oltre lo “stato islamico”
Considerando la ormai consolidata presenza del governo regionale del Kurdistan in Iraq, ad un passo dal divenire uno stato autonomo, Ankara teme che una soluzione simile in Siria alimenterebbe le spinte irredentiste della minoranza curda in Turchia, oltre che a rafforzare militarmente il Partito dei Lavoratori del Kurdistan(Pkk).

Il governo non fa segreto di questo obiettivo durante l’avanzata verso Jarablus: il ministro della Difesa turco Fikri Isik, a poche ore dell’inizio dell’operazione, ha dichiarato che è una priorità del governo turco ripulire la zona dai jiihadisti, ma è al contempo indispensabile assicurarsi che la stessa non sia occupata dalle forze del Ypg/Pyd.

Di fatti, la richiesta del governo turco di assicurarsi il controllo di quella striscia di terra che va da Afrin a Jarabulus non è nuova: già nel luglio 2015, Erdoğan aveva promosso l’idea di definire una no-flying zoneper creare una zona cuscinetto proprio nel corridoio dove in questi giorni combattono i carrarmati turchi. Questa sarebbe servita anche per assicurare una zona sicura per i profughi siriani ed evitarne così l’esodo in Turchia.

Politica estera turca in evoluzione
L’ingresso in Siria rischia di gettare la Turchia in un’instabilità peggiore di quella attuale. Sul fronte interno sta già producendo una ri-radicalizzazione del conflitto con la minoranza curda e i guerriglieri del Pkk, a poco più di un anno dalla fine del naufragato processo di pace.

Molti osservatori, inoltre, si interrogano sulla capacità dell’esercito di mantenere questo fronte, considerate le epurazioni nei ranghi militari avvenute a seguito del tentato golpe del 15 luglio. Al contempo, la Turchia rischia di complicare le sue relazioni regionali e internazionali, a soli due mesi dalla nuova direzione in politica estera volta ad uscire dal crescente isolazionismo regionale che aveva permesso la riapertura delle relazioni con Israele e Russia e aveva fatto ben sperare in un riavvicinamento anche all’Egitto e alla Siria.

L’intervento della Turchia in Siria apre numerosi scenari e interrogativi sul futuro della guerra, ma anche della situazione domestica turca. Al tempo stesso, però, questa scelta rivela molto delle priorità di Ankara. L’eventualità di una enclave curda nel suo sud est è percepito dallo stato turco come il più temuto pericolo per la sicurezza nazionale.

Nessun governo vorrebbe mai essere accusato di aver permesso ai curdi di creare un nuovo stato, a maggior ragione l’Akp di Erdoğan che ha da mesi adottato una retorica nazionalista per legittimare il suo crescente autoritarismo. Il pragmatismo politico finisce lì dove comincia la questione curda e questa sembra essere una regola d’oro dei governi turchi.

Bianca Benvenuti è visiting researcher allo IAI.