mercoledì 29 giugno 2016

Giordania: elezioni il 20 settembre 2016

Medio Oriente
Giordania, crisi della Fratellanza in stato di sicurezza
Eleonora Ardemagni, Paolo Maggiolini
28/06/2016
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In Giordania, le elezioni parlamentari si terranno il 20 settembre: sarà un test di valutazione sia per la monarchia che per i Fratelli Musulmani. Re Abdullah misurerà l’impatto popolare delle decisioni e delle riforme attuate per arginare le multiformi proteste del 2010-2013: riuscirà a riportare i giordani alle urne?

Gli Ikhwan di Amman si confronteranno con gli effetti della crescente frammentazione politica: le tre Fratellanze hanno molti nodi da sciogliere, come il rapporto di subalternità del partito (Islamic Action Front, Iaf) nei confronti dell’associazione caritatevole e la dicotomia fra East-Bankers (transgiordani) e palestinesi che riflette l’irrisolta questione dell’identità giordana. Tra afflusso di profughi siriani, crisi finanziaria e pressione islamista, il baricentro dello stato di sicurezza giordano è in continuo riposizionamento, tra pulsioni interne e minacce regionali.

Amman e gli altri Fratelli
La vicenda dei Fratelli Musulmani in Giordania è sempre stata una storia a parte, che non rientra né nel paradigma egiziano-saudita (esclusione-repressione), né in quello integrato del Marocco (dove il Pjd guida dal 2011 un governo di coalizione). Dal 1993, anno di nascita dello Iaf, i Fratelli Musulmani giordani hanno diviso, su richiesta della monarchia, le attività di predicazione ed educazione (dawa, tarbiyya, di competenza dell’associazione), da quelle della politica (siyyasa, delegate al partito).

Nel Congresso appena conclusosi, anche i Fratelli tunisini di Ennahda hanno sancito questa suddivisione: seppur nella specificità dei due contesti, il partito tunisino si propone dunque di percorrere la medesima strada, ma dovrà evitare di ricadere nelle contraddizioni che in Giordania hanno ingabbiato la dialettica interna allo Iaf, favorendo il boicottaggio elettorale.

Le tre Fratellanze
Oggi, la tendenza più vistosa nella Fratellanza giordana è la frammentazione politica, nel rispetto però delle ˊlinee rosseˋ del sistema monarchico, con il quale gli Ikhwan hanno un rapporto assai dialettico dalla metà degli anni Ottanta. Almeno tre soggetti si contendono il ruolo di legittimo rappresentante della Fratellanza Musulmana: il movimento originale fondato nel 1942 (ora privo di licenza), la Società dei Fratelli Musulmani (registrata nel 2015 e non affiliata alla casa madre) e l’iniziativa riformatrice Zamzam.

In questo quadro, il Consiglio dei Saggi, formato da fuoriusciti dello Iaf, ha cercato invano di ricucire lo strappo, anche generazionale, con la Società. Nel 2012, i promotori transgiordani (poi espulsi) della cosiddetta Zamzam initiative elaborarono una proposta riformatrice alternativa, a sostegno di una concezione civica e partecipativa dello stato (dawlamadaniyya), mettendo al centro sensibilità e temi ˊpan-giordaniˋ. Questa riflessione su Islam e pluralismo, pronta a cooperare con soggetti altri (sinistra, liberali), è poi sfumata al crescere delle proteste, ma si riaffaccia ora alla vigilia del voto.

I gruppi che guardano alla Fratellanza potrebbero presentarsi divisi alle elezioni, allontanando però il tradizionale spettro del boicottaggio. Zamzam e la neo-registrata Società (più dialoganti, “nazionali” e a prevalenza transgiordana) si sono subito dichiarati a favore della partecipazione; l’Islamic Action Front, il partito afferente al nucleo originario degli Ikhwan (più intransigente, “internazionalista” e a maggioranza palestinese) ha successivamente deciso, a schiacciante maggioranza interna, di presentarsi alle urne.

La monarchia auspica che il ˊmarchioˋ dei Fratelli Musulmani partecipi alle elezioni: una strategia che è insieme di legittimazione interna e internazionale. Complice il conflitto siriano, Amman ha alzato la guardia sul fenomeno jihadista: dopo gli arresti del 2014 a Maan, una cellula del sedicente Stato Islamico è stata smantellata a Irbid in marzo, portando all’arresto di nove persone.

Sicurezza prima di riforme
Secondo gli emendamenti costituzionali appena approvati dalla Camera bassa, re Abdullah sceglierà i membri della Corte Costituzionale e il capo della forza di polizia militare (per il controllo del dissenso interno) senza esame parlamentare: di fatto era già così, ma ora vengono meno i contrappesi formali. Inoltre, non è più prevista la contro-firma del primo ministro o dei ministri sui decreti reali.

Queste misure sono in apparente contrasto con quelle del 2011, quando la monarchia optò per timide aperture in senso costituzionale, conferendo maggiori poteri al Parlamento. L’intrecciarsi costante di minacce esterne e interne scandisce le regole e i tempi dello stato di sicurezza giordano: la sicurezza nazionale sembra ora prevalere sul processo di riforma politica. Tuttavia, la legge elettorale del 2015 introduce elementi di novità, come la ripartizione proporzionale a livello provinciale che potrebbe favorire l’aggregazione in liste, pur nel mantenimento del voto per appartenenza tribale.

Eleonora Ardemagni è analista di relazioni internazionali del Medio Oriente. Gulf Analyst, Nato Defense College Foundation, collaboratrice di Aspenia e Ispi. Autrice di “The Importance of Being Local. Framing AQAP’s intra-jihadi Hegemony in Yemen”, Italian Team for Security, Terroristic Issues and Managing Emergencies (ITSTIME), UniversitàCattolica, Milano.
Paolo Maggiolini è Research Fellow all’interno del Programma Mediterraneo e Medio Oriente presso l’Istituto Italiano per gli Studi di Politica Internazionale (Ispi) e collabora con le attività del corso di Storia e Istituzioni dell’Asia presso l’Università Cattolica di Milano. Si occupa del rapporto tra religione e politica all’interno dell’area mediorientale e mediterranea, con particolare attenzione ai contesti di Israele, G

martedì 28 giugno 2016

Nuovi orizzonti nelle alleanze in Medio Oriente

Medio Oriente
Se l’Arabia Saudita si avvicina a Israele
Rodolfo Bastianelli
13/06/2016
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L’intesa sul nucleare iraniano ha spinto indirettamente Israele ed Arabia Saudita ad avvicinarsi vista la comune ostilità verso il regime iraniano e le sue ambizioni atomiche. Da tempo si era comunque assistito a un “allineamento” informale tra i due Stati.

Stando infatti a quanto riportato dal quotidiano israeliano “Haaretz”, già sei anni fa il direttore del “Mossad” si sarebbe incontrato in Arabia Saudita con i vertici dell’intelligence e della difesa sauditi per pianificare una possibile opzione militare per fermare il programma nucleare di Teheran, mentre secondo quanto riportato dalla rivista statunitense “The Atlantic”, tra il 2014 ed il 2015 rappresentanti dei due Paesi avrebbero avuto dei colloqui “riservati” sempre allo scopo di valutare le eventuali contromisure da adottare per contrastare i progetti atomici iraniani.

Inoltre, lo scorso anno l’ex-Ambasciatore israeliano a Washington Dore Gold e l’ex-Generale saudita Anwar Bin Eshki hanno poi partecipato ad una conferenza organizzata dal “Council on Foreign Relations” nel corso della quale entrambi hanno sottolineato i rischi che presenta per la regione la politica seguita dal regime iraniano, tanto che lo stesso Gold ha auspicato che le differenze tuttora esistenti tra Riad e Gerusalemme possano essere superate negli anni a venire.

I contatti sono andati intensificandosi a inizio di gennaio dopo la rottura delle relazioni diplomatiche tra Arabia Saudita e Iran innescata dall’esecuzione del predicatore sciita Nimr al-Nimr da parte di Riad.

Non a caso pochi giorni dopo la rottura tra Teheran e Riad, Dore Gold, divenuto direttore generale del Ministero degli Esteri israeliano, parlando ad una conferenza dell’“Institute of National Securities Studies” dichiarava come “Israele fosse in contatto con ogni Stato arabo”. Una dichiarazione alla quale faceva seguito quella del Ministro degli Esteri sudanese Ibrahim Ghandour per il quale un accordo di pace con Israele poteva ora anche essere preso in considerazione.

Tiran e Sanafir
La conferma della “cooperazione strategica” in corso tra Riad e Gerusalemme è arrivata ad aprile, quando l’Egitto ha restituito all’Arabia Saudita la sovranità su Tiran e Sanafir, due isole disabitate situate nel Golfo di Aqaba. Trasferite nel 1950 sotto il controllo egiziano - anche se il governo saudita non ne aveva mai ceduto la sovranità - per proteggerle maggiormente in caso di un eventuale attacco israeliano, le isole sono state occupate da Israele nel 1967 e poi restituite all’Egitto nel 1982 secondo le clausole degli accordi di Camp David.

E la conferma di come tra Gerusalemme e Riyad sia in corso una sorta di “cooperazione strategica” per fronteggiare il regime di Teheran, è venuto lo scorso aprile dall’accordo con cui l’Egitto restituiva all’Arabia Saudita la sovranità su Tiran e Sanafir, due isole disabitate situate nel Golfo di Aqaba, un accordo che ha però suscitato forti proteste in Egitto in quanto considerato come un segno di debolezza da parte del Paese.

Ora l’intesa raggiunta tra le quattro parti interessate - Egitto, Arabia Saudita, Israele e Stati Uniti - se da un lato permette al regime di al-Sisi di ottenere 16 miliardi di dollari d’investimenti da Riyad, dall’altro segna appunto un ulteriore segnale di distensione tra Israele ed Arabia Saudita, visto che il governo saudita ha dato formale assicurazione scritta che intende preservare il diritto per le navi israeliane di attraversare lo Stretto di Tiran che costituisce la sola via d’accesso alla città di Eilat, anche se, va sottolineato come in base all’articolo V dello stesso Trattato di Pace, lo Stretto di Tiran ed il Golfo di Aqaba devono comunque considerarsi acque internazionali aperte senza limitazioni alla navigazione.

Svolta per la politica estera israeliana
Sul piano geopolitico, il riavvicinamento tra Gerusalemme e Riad rappresenterebbe una svolta storica per la politica estera israeliana che fin dalla nascita dello Stato ebraico aveva stretto relazioni strategiche con l’Iran e considerato al contrario con ostilità il regno saudita vista anche la sua forte impronta religiosa wahabita.

Ora però il quadro è radicalmente cambiato. Lo sviluppo del programma nucleare da parte del regime iraniano e l’appoggio che da tempo Teheran forniva al movimento sciita libanese degli “Hezbollah”, pur se appoggiato anche da Riyad nel corso del conflitto del 2006, hanno spinto Gerusalemme a riorientare la sua politica verso l’Arabia Saudita che, al pari di Israele, guarda con preoccupazione alla politica iraniana e con sfavore alle aperture attuate da Obama nei confronti di Teheran.

Non è quindi un caso che in Israele, pur permanendo in alcuni commentatori lo scetticismo verso questa apertura nei confronti del regime saudita, l’atteggiamento dell’opinione pubblica stia cambiando, come dimostra un sondaggio realizzato lo scorso anno nel quale il 53% degli intervistati ritiene come sia oggi l’Iran il maggior pericolo per la sicurezza nazionale contro appena il 18% che invece considera l’Arabia Saudita una potenziale minaccia per lo Stato ebraico.

Netanyahu riapre al piano di pace saudita
Ed un’ulteriore segnale di apertura nelle relazioni tra i due Paesi è venuto dalla disponibilità espressa dal premier israeliano Benjamin Netanyahu a discutere il piano di pace saudita che riprende la proposta avanzata da Riad nel 2002 in base alla quale gli Stati arabi erano pronti a riconoscere Israele se questo si ritirava nei confini esistenti prima del 1967.

Allora criticato da Israele, il piano avanzato oggi, secondo Netanyahu, contiene invece elementi positivi capaci così riaprire il dialogo israelo-palestinese. Tuttavia, pur accogliendolo positivamente Netanyahu, che poco prima aveva nominato alla Difesa l’esponente ultraconservatore Avigdor Lieberman, ha comunque affermato come il piano debba essere “revisionato” per tenere conto dei cambiamenti avvenuti nella regione in questi ultimi quattorici anni, una proposta che però è stata però respinta dal Ministro degli Esteri saudita Adel al-Jubeir.

Nonostante i segnali positivi, gli analisti ritengono però che il percorso verso una normalizzazione completa dei rapporti rimanga comunque ancora lungo e numerose questioni dovranno essere risolte prima che si giunga ad un formale riconoscimento diplomatico tra i due Paesi.

Rodolfo Bastianelli, giornalista e professore a contratto di storia delle relazioni internazionali, collabora con “L’Occidentale”, “Informazioni della Difesa”, “Rivista Marittima”, “Limes” ed “Affari Esteri”. Ha curato la politica estera per “Ideazione” e la rivista “Charta Minuta” della fondazione “Fare Futuro”.

giovedì 23 giugno 2016

Stato Islamico: occorre l'ultimo sforzo

Medio Oriente
Il Califfato barcolla, ma non molla
Roberto Iannuzzi
15/06/2016
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Proprio nel giugno di due anni fa, l’autoproclamatosi “stato islamico” catturava la città di Mosul e si impadroniva di altri centri abitati iracheni con un’impressionante avanzata, giungendo quasi alle porte di Baghdad. Oggi la situazione è ben diversa. Una campagna su più fronti, in Iraq e Siria, sta gradualmente sottraendo territorio al sedicente califfato.

Daesh mostra segni di logoramento, potendo contare su minori introiti anche a causa della parziale distruzione del suo business petrolifero. A rendere ancora lontana la vittoria finale sul califfato non è la forza di quest’ultimo, ma la debolezza e la frammentazione dei suoi avversari.

Falluja, simbolo del conflitto iracheno
Lo scorso 23 maggio, il governo iracheno annunciava un’offensiva contro Falluja, roccaforte di Daesh a meno di 70 km da Baghdad. L’azione, fortemente voluta dalle milizie sciite e dall’Iran oltre che dal governo, ha scontentato parzialmente Washington che avrebbe preferito dare la precedenza alla liberazione di Mosul, capitale irachena del califfato.

Sebbene la distruzione dello stato islamico sia obiettivo condiviso da iraniani e americani, la competizione per l’influenza in Iraq ha la meglio sulla cooperazione nella lotta contro di esso. Falluja è una spina nel fianco per il governo iracheno, che la considera uno dei principali centri da cui Daesh semina il terrore, inviando attentatori suicidi e autobomba nella vicina capitale.

La città riveste un ruolo simbolico. Essa fu una roccaforte dell’opposizione baathista e dell’insorgenza sunnita durante l’occupazione Usa. Dal 2012 fu sede di continue proteste contro il governo. Nel 2014 fu la prima città a cadere nelle mani di Daesh. Diversi leader tribali locali hanno giurato fedeltà all’organizzazione.

Washington teme perciò che la liberazione di Falluja possa portare a vendette a sfondo settario, che a loro volta complicherebbero la campagna di Mosul. La valenza simbolica della città travalica le contrapposizioni locali, acquisendo una dimensione regionale.

Dall’Arabia Saudita stanno arrivando tonnellate di aiuti a Falluja e alla provincia di Anbar che la ospita. Gli aiuti, pur avendo finalità principalmente umanitarie, sono dettati dalla solidarietà intra-sunnita e dalla rivalità con l’Iran. E per ammissione delle stesse autorità saudite, fra essi si infiltrano anche finanziamenti agli uomini del califfato.

Nel frattempo l’offensiva contro Mosul, annunciata con enfasi lo scorso marzo, non registra progressi. E i sanguinosi scontri verificatisi ad aprile fra curdi e sciiti turcomanni nella cittadina di Tuz Khurmatu, 90 km a sud di Kirkuk, sono solo un assaggio dei conflitti etnico-settari che la conquista della capitale del califfato potrebbe far esplodere.

La “corsa verso Raqqa”
Quasi contemporaneamente al lancio dell’offensiva contro Falluja, le Forze democratiche siriane (Fds) annunciavano l’inizio della campagna contro Raqqa, epicentro di Daesh in Siria. Sostenute da Washington, le Fds hanno una crescente componente araba al loro interno, ma rimangono forze a maggioranza curda. È questa la ragione principale per cui l’azione verso Raqqa si è ben presto trasformata in un’offensiva diretta a ovest, verso Manbij, con l’obiettivo di isolare Daesh dal confine turco-siriano.

I curdi sognano da tempo di unire l’enclave occidentale di Afrin al resto del territorio curdo, situato a est dell’Eufrate. Questo progetto è fortemente osteggiato dalla Turchia. Per il momento, Ankara sembra aver accettato a malincuore l’offensiva sponsorizzata dagli americani, solo perché i gruppi ribelli appoggiati dai turchi stavano a loro volta soccombendo al califfato. Questo non significa però che la Turchia abbia dato il via libera alle ambizioni curde.

Per contro, un’offensiva dei curdi verso Raqqa non solo non interessa a questi ultimi, ma è osteggiata da molte tribù arabe della regione, ostili alla presenza curda. Sono Daesh e il regime di Damasco a contendersi la lealtà di queste tribù. Le truppe del regime hanno anch’esse intrapreso un’avanzata verso Raqqa, da sudovest, nella speranza di contendere alle forze filo-americane il controllo della Siria orientale quando il califfato sarà sconfitto.

Daesh sopravvive grazie ai suoi nemici
Così come in Iraq vi è una concorrenza tra forze rivali nella lotta contro Daesh, la “corsa verso Raqqa” in Siria è una gara fra attori in competizione tra loro. Sia le Fds che le forze leali a Damasco sono dispiegate su un fronte troppo esteso e perciò non sono in grado di minacciare seriamente Raqqa senza esporsi ad attacchi nelle retrovie.

In Iraq, un’ulteriore complicazione è data dalla debolezza del governo iracheno, che rischia di sprofondare sotto il peso delle tensioni intra-sciite. La recente occupazione del parlamento da parte di una folla di sostenitori del leader Muqtada al-Sadr ha rappresentato un chiaro campanello d’allarme a tale riguardo.

Nei prossimi mesi il califfato continuerà probabilmente a perdere terreno, e a ricorrere sempre più ad azioni strettamente terroristiche come attentati e attacchi suicidi, rinunciando alle precedenti azioni militari su vasta scala.

Ciononostante, né la caduta di Raqqa né tantomeno quella di Mosul paiono imminenti. Ed anche quando ciò accadrà, grazie alle rivalità locali e regionali a cui si è accennato, Daesh potrà riemergere di volta in volta come formazione terroristica o dando vita a piccoli emirati temporanei, comunque mantenendo in vita la sua ideologia.

Roberto Iannuzzi è ricercatore presso l’Unimed (Unione delle Università del Mediterraneo). È autore del libro “Geopolitica del collasso. Iran, Siria e Medio Oriente nel contesto della crisi globale (Twitter: @riannuzziGPC).

martedì 7 giugno 2016

Israele: i costi della non pace

Conflitto israelo-palestinese
Due popoli, una pace, malgrado tutto
Giorgio Gomel
06/06/2016
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Il conflitto israelo-palestinese è quasi “relegato” in secondo ordine dalla disgregazione del Medio Oriente - a un secolo esatto dagli accordi Sykes-Picot con cui Inghilterra e Francia stabilirono i confini interstatuali della regione - dal terrorismo islamista, dal cataclisma politico e umanitario che investe quell’area del globo.

Tanto più meritorio quindi l’impegno della Francia nel riunire, la settimana scorsa, in un summit la comunità delle nazioni per muovere le parti a una soluzione negoziata basata sul principio di “due stati per due popoli”.

La storia lunga e accidentata dei rapporti fra Israele e i palestinesi dimostra che le due parti in lotta sono incapaci di giungere a un accordo senza l’impegno fattivo di un mediatore. La retorica cara agli israeliani e soprattutto all’attuale governo che la “pressione” esterna significa imporre una soluzione e che solo negoziati bilaterali possono produrre frutti è logicamente e storicamente falsa.

Per l’Europa in particolare una soluzione di pace è un obiettivo che combina interessi e valori. Interessi che vanno dalla stabilità nella regione alla battaglia contro l’estremismo islamista e alla violenza terroristica che colpisce le sue città. Valori che sono la tutela dei diritti umani, della democrazia e dell’autodeterminazione dei popoli.

I costi della non pace
Nell’attuale frangente è importante decifrare quanto accadrà in Israele, con il potere straripante della destra nazionalista e i contrasti acuti fra ministri dell’attuale governo - Avigdor Lieberman, in particolare, da pochi giorni alla Difesa - e i vertici dell’esercito circa l’etica delle armi.

Quanto accade in Israele, data l’asimmetria di potere effettivo sul campo rispetto ai palestinesi, è difatti determinante per il corso degli eventi. I palestinesi hanno compiuto errori immani, dal terrorismo suicida contro i civili israeliani all’inutile guerriglia mossa dalla striscia di Gaza, ma sono oggi divisi fra Cisgiordania e Gaza, Autorità nazionale palestinese e Hamas, osteggiati dal mondo arabo, largamente impotenti.

Essi non sono cittadini dello stato in cui vivono, Cisgiordania o la striscia di Gaza, dove non esercitano il diritto di voto da dieci anni, né votano per le istituzioni dello stato - Israele - che di fatto controlla la loro esistenza quotidiana.

Ma ritenere che il conflitto fra Israele e Palestina sia meno rilevante e che lo status quopossa essere sostenuto indefinitamente è un errore . La convinzione prevalente in Israele che il conflitto possa essere contenuto in forme a “bassa intensità” senza essere risolto è illusoria così come l’idea che nel disordine regionale convenga a Israele non assumere un’iniziativa di pace.

I costi umani e materiali della “non pace” sono infatti enormi, come attestano gli orrori della guerra di Gaza del 2014 o le aggressioni a colpi di coltello che insanguinano da mesi le strade di Israele e della Cisgiordania e la minaccia crescente di un degrado della democrazia e della stessa convivenza fra arabi ed ebrei in Israele.

Oltre allo stallo politico, vi è una profonda separazione fra le due società, quella ebraico-israeliana e quella arabo-palestinese. Nella psicologia dei palestinesi Israele è l’occupante, l’aggressore; per gli israeliani i palestinesi sono il nemico omicida, ingrato e irriducibile che non merita fiducia né diritti di popolo e stato. Per questo è importante guardare a iniziative innovative che scaturiscono dalla società civile, tentando di scalfire l’immobilismo che domina la sfera politica.

Ecopeace Middle East
Due esempi, fra i tanti. L’uno riguarda il tema ambientale e delle risorse idriche. Ecopeace Middle East è una Ong tripartita israelo-giordano-palestinese, un unicum del genere nel vasto universo delle Ong in cui israeliani e palestinesi cooperano per superare la separazione “disumanizzante”, nonostante l’opposizione del fronte palestinese di “antinormalizzazione” - che rifiuta ogni forma di cooperazione con Israele, fino a quando perdura l’occupazione e il negoziato di pace è bloccato - e da un’attitudine dell’attuale governo israeliano che discrimina le Ong israeliane attive nel campo dei diritti umani e della pace.

Israele, in virtù della tecnologia avanzata in materia di trattamento delle acque di scarico e di impianti di desalinizzazione, ha un surplus di produzione rispetto al consumo con cui potrebbe risolvere il dramma della scarsità di acqua potabile che grava invece sulla Cisgiordania e soprattutto sulla striscia di Gaza , dove la situazione sanitaria è a forte rischio di epidemie.

La questione dell’acqua che dagli accordi di Oslo è uno dei cinque oggetti del negoziato, insieme ai confini, gli insediamenti, i rifugiati, lo status di Gerusalemme, potrebbe essere risolta in modo equo, efficace e benefico per le parti in causa e offrire anche un esempio per la soluzione delle altre questioni contese.

Sostegno regionale a una soluzione di pace
Il secondo viene dalla Israeli Peace Initiative, un’associazione di esponenti dell’accademia, imprenditoria, esercito, intelligence che intende sollecitare quella parte dell’opinione pubblica di centro e pragmatica, ma scettica o rassegnata all’idea di un conflitto irrisolvibile, a mobilitarsi ed agire per giungere a una soluzione pacifica.

Una soluzione che può scaturire soltanto se al negoziato fra le due parti si affianca un accordo regionale che lo sostenga sia sul piano economico, per la riabilitazione dei rifugiati palestinesi da integrarsi in parte in un futuro stato di Palestina e in parte nei paesi arabi, sia su quello strategico per fornire a Israele le necessarie garanzie di sicurezza in una regione ora scossa da acuti sconvolgimenti.

A questo fine Israele dovrebbe accettare di negoziare sulla base dell’offerta di pace avanzata dalla Lega araba nel 2002 e riaffermata in anni recenti, reagire al crescente isolamento diplomatico, e cogliere le opportunità offerte da un oggettivo convergere di interessi con l’Autorità palestinese e gli stati arabi, soprattutto Arabia Saudita, Giordania, Egitto, ed emirati del Golfo, per opporsi all’estremismo islamista da un lato e alla minaccia iraniana dall’altro.

Giorgio Gomel, economista, è membro del Comitato direttivo di Jcall, un’associazione di ebrei europei impegnata nel sostegno ad una soluzione “a due stati” del conflitto israelo-palestinese. Il tema dei rapporti politico-economici fra l'Europa e Israele è stato ampiamente trattato in “Europe and Israel: a complex relationship.

venerdì 27 maggio 2016

Turchia: sempre più lontana da standard occidentali

L’ultimo uomo del sultano
Marco Guidi
18/05/2016
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Quello che inizierà il 22 maggio, salvo molto improbabili rinvii, non sarà un congresso, sarà una duplice incoronazione.

L’Akp (Adalet ve Kalkinma partisi - Partito della giustizia e dello sviluppo) dovrà accettare le dimissioni del basbakan, cioè del primo ministro e segretario, Ahmet Davutoglu e questa sarà una cosa rapida. Poi dovrà decidere il nome del suo successore alla segreteria del partito. Successore che quasi certamente sarà anche poi nominato primo ministro.

Un primo ministro che non dovrà nemmeno pensare di non essere un premier “a mezzo servizio”, come ha cercato di essere Davutoglu, forte di una esplicita promessa del presidente Racep Tayip Erdogan al momento del suo insediamento. Il nuovo premier dovrà essere un fedele esecutore dei desiderata del presidente-padrone.

I tre B
I tre politici che sono giudicati eleggibili sono i cosiddetti Tre B: Binali Yildirim, ministro dei Trasporti, Bekir Bozdag già vicepremier e ministro della Giustizia e soprattutto Berat Albayrak, ministro dell’Energia e genero di Erdogan di cui nel 2004 ha sposato la figlia Esra.

Distaccato, ma non del tutto fuori dalla gara potrebbe essere anche il vicepresidente Numan Kurtulmus. In ogni caso si tratterà di fedeli esecutori dei voleri del capo. Un capo che, in teoria, dovrebbe svolgere più che altro funzioni di rappresentanza e di guardiano della costituzione, ma che in realtà la costituzione vuole cambiarla in senso presidenziale.

Referendum per modificare la costituzionale turca
Già ora Erdogan dirige la politica turca, sbarazzandosi di chi, anche minimamente, cerca di ostacolarlo come è successo a Davutoglu e, prima ancora, a Abdullah Gul.

Solo che il numero dei deputati dell’Akp in parlamento non è sufficiente per poter indire un referendum costituzionale. Ci vorrà un aiuto, aiuto che potrebbe venire da qualche parlamentare del Mhp, il Partito di azione nazionalista di estrema destra che è squassato da fortissimi dissidi interni.

E un’altra azione pro referendum potrebbe venire dal tentativo di Erdogan di togliere l’immunità parlamentare ai deputati del Hdp, il Partito democratico del popolo, filocurdo e laico.

Insomma, salvo sorprese su cui non scommetteremmo nemmeno un centesimo di lira turca, il prossimo congresso compatterà ancora di più la squadra del presidente-padrone-sultano e aspirante uomo-tutto di una Turchia sempre meno laica e democratica.

Europa, piano B sull’immigrazione
E pazienza se i rapporti con l’Unione europea, Ue, nonostante i numerosi cedimenti di fronte al ricatto turco di lasciare arrivare in Europa milioni di disperati in fuga da guerre e dittature, si guasteranno.

La dimostrazione è arrivata quado l’Ue ha chiesto alla Turchia di rivedere la sua legge antiterrorismo (una legge che colpisce in pratica chiunque osi opporsi all’Akp e al suo duce) e Ankara ha risposto picche.

A quel punto niente eliminazione dei visti per i turchi diretti in Europa (battaglia quasi vinta da Davutoglu) e via libera ai profughi per rappresaglia. L’Ue sta studiando un piano B per sistemare campi di raccolta in Grecia, destinando a lei i 6 miliardi di euro promessi alla Turchia.

E Erdogan forse fisserà nuove elezioni per spazzare via le opposizioni e fare finalmente tutto ciò che vuole.

Marco Guidi è giornalista esperto di Medio Oriente e Islam, a lungo inviato di Il Messagero, in Turchia e nel mondo arabo. Dalla sua fondazione insegna alla Scuola di giornalismo dell’Università di Bologna.
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lunedì 16 maggio 2016

Alla ricerca di soluzioni

Medio Oriente 
Siria-Libia, un valzer a Vienna
Michela Mercuri
13/05/2016
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Mentre nella “Palmira liberata”, tra i resti della furia iconoclasta del califfato, l’orchestra del teatro Mariinski di San Pietroburgo suonava “la che musica dà vita”, nel campo profughi siriano di Kamouna, nella provincia settentrionale di Idlib, aleggiavano venti di morte, dopo un raid aereo che ha causato quasi 30 vittime tra i civili.

Immagine paradossale, ma che racchiude tutta la contraddittorietà di ciò che sta accadendo negli ultimi anni nel quadrante levantino e nordafricano. ̊Con questo pesante fardello sulle spalle i leader del Gruppo di sostegno internazionale alla Siria si recheranno a Vienna il 17 maggio per discutere, di nuovo, del futuro del paese, mentre un altro incontro sulla Libia è stato fissato per il giorno precedente. Così si cercherà di esperire l’ennesimo tentativo di trovare difficili soluzioni a situazioni oramai degenerate.

Libia, strani giochi di alleanze internazionali
In Libia, nonostante il recente insediamento del governo di concordia nazionale voluto e creato dall’Onu, continua a regnare il caos.

Mentre il premier Fayez al Serraj dal confino tripolino di Abu Sita si ostina, inascoltato, a lanciare appelli all’unità nel Paese, dall’est libico il generale Khalifa Haftar, armato e sostenuto da Egitto ed Emirati, avanza verso Sirte con l’obiettivo dichiarato di abbattere l'autoproclamatosi "Stato islamico" ma, in realtà, con la malcelata intenzione di assurgere al ruolo di attore indispensabile nella partita libica.

A fare da sfondo la frammentazione del paese, affatto risolta dall’arrivo di Serraj, ma anzi esacerbata dalla spaccatura in atto che rischia di risolversi in uno scontro fratricida tra est ed ovest, in cui il Califfato appare sempre più un mero epifenomeno.

Il quadro si fa ancora più a tinte fosche osservando gli strani giochi di alleanze degli attori internazionali. A iniziare dalla Francia che con un equilibrismo a dir poco funambolico, o se si preferisce appellandosi alla realpolitik, con una mano in sede Onu sostiene il governo unitario, mentre con l’altra continua a sostenere Tobruk, anche affiancando le milizie del generale con corpi di intelligence ancora presenti. Il tutto assieme a personale inglese e non solo, nella base di Benina.

Siria, tregua di facciata
Non va certamente meglio nella martoriata Siria. Qui nonostante la tregua entrata in vigore lo scorso 27 febbraio, la guerra tra le forze del regime e le variegate fazioni di ribelli continua pressoché indisturbata.

D’altra parte quegli stessi attori seduti al tavolo delle trattative, Stati Uniti e Russia in primis, se da un lato lanciano appelli per il rispetto del cessate il fuoco, prospettando una road map politica per la risoluzione del conflitto, una volta abbandonato il tavolo negoziale continuano a sostenere i due fronti opposti della guerra siriana.

In compagnia di altri attori regionali - Iran e Turchia solo per fare dei nomi - stanno tracciando, de facto, una partizione del Paese in zone di influenza.

Incognite
Davanti a questo scenario non è semplice far luce sui possibili risultati di questi vertici. Le informazioni che giungono sulle intenzioni delle diplomazie internazionali sono scarse. Un silenzio presumibilmente dovuto più ad assenza di idee e di linee politiche unitarie che ad una circostanziale “cautela diplomatica”.

I nodi da sciogliere restano però numerosi. In primo luogo, nel quadrante libico sarà necessario capire “cosa fare” di Haftar che appare sempre più una presenza obbligata.

L’ipotesi di una sua possibile inclusione nella partita sembra oramai realistica, ma nulla potrà essere fatto senza il riconoscimento, da parte del generale, del governo di unità nazionale e per questo sarà indispensabile una forte pressione sul presidente egiziano Abdel Fattah al-Sisi, deus ex machina che muove i fili di Tobruk. Solo da questi presupposti sarà possibile procedere alla creazione di una guardia presidenziale libica, altro tema nell’agenda viennese.

Le incognite sul tavolo siriano sono ancora più complesse e ruotano intorno alla spinosa questione del ruolo dei curdi nel tavolo delle trattative, ipotesi sostenuta soprattutto dalla Russia ma osteggiata, per ovvi motivi, dalla Turchia e che rischia di creare una frattura insanabile a discapito di ogni soluzione politica.

Cosa aspettarsi dunque da Vienna? Seppure nella diversità delle due situazioni alcune ipotesi possono essere avanzate. In primo luogo qualunque soluzione diplomatica e politica senza una benché minima e preliminare pacificazione dei contesti operativi rischia di essere l’ennesimo buco nell’acqua.

In secondo luogo, e cosa forse più importante, nessuna opzione sarà davvero realizzabile fintanto che gli attori che siederanno al tavolo negoziale continueranno a mostrare la faccia presentabile in sede diplomatica, ma ad agire in ordine sparso nel perseguimento dei singoli interessi nazionali una volta sul terreno.

La storia libica e siriana degli ultimi anni ci dimostra, senza mezzi termini, che non c’è più spazio per la politica del minimo denominatore.

Michela Mercuri insegna Storia contemporanea dei paesi mediterranei all’Università di Macerata ed è editorialista per alcune testate nazionali, tra cui Huffington post, sui temi della storia e della geopolitica del Medio Oriente e del Nord Africa.
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Arabia Saudita: diversificazione economica e riallineamenti dinastici

Medio Oriente
Il petrolio e il trono saudita
Eleonora Ardemagni
11/05/2016
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Diversificazione economica e riallineamenti dinastici: la partita per la successione al trono dell’Arabia Saudita si gioca soprattutto sull’economia post-oil.

Il rimpasto di governo, in cui spicca la nomina del nuovo ministro del petrolio Khalid al-Falih, ha l’obiettivo di accompagnare l’attuazione delle ambiziose riforme economiche tratteggiate dal vice principe ereditario e ministro della difesa Mohammed bin Salman (e dai suoi consulenti anglo-americani).

La parola d’ordine è diversificazione economica, come delineato dal “Piano di Trasformazione Nazionale” (dicembre 2015) e dalla recente “Vision for 2030” (aprile 2016). Il fine è l’autonomizzazione graduale dalla rendita da idrocarburi.

La caduta del prezzo del petrolio (e la stessa politica petrolifera promossa da Riyadh contro i competitor Iran e Stati Uniti) mette sotto pressione le tradizionali geometrie stato-società del regno.

Così, il percorso di transizione economica diviene un’esigenza anche per i sauditi: mentre Qatar ed Emirati Arabi lo hanno già avviato da tempo, le entrate di Riyadh dipendono ancora per il 90% da risorse naturali.

Decostruire per ricostruire insomma, ma fra molte incognite interne e geopolitiche: governance sarà la parola-chiave, poiché tutto dipenderà da come verrà gestita la trasformazione della struttura economica saudita e fino a che punto le riforme andranno a incidere nel tessuto sociale. Perché se per Mohammed bin Salman c’è in palio il trono di domani, l’Arabia Saudita si gioca molto di più.

Cambio al ministero del petrolio
Ali al-Naimi, ministro saudita del petrolio dal 1995, è stato sostituito da Khalid al-Falih, che lascia l’incarico di ministro della sanità. Laureato in ingegneria meccanica in Texas, al-Falih è un uomo di punta della Saudi Aramco, la compagnia petrolifera nazionale, da oltre trent’anni ed è considerato tra i più stretti consiglieri del vice principe ereditario.

Le crescenti divergenze strategiche tra Mohammed bin Salman e l’ex ministro erano emerse anche nel corso dell’ultima riunione Opec di Doha. Staffetta anche alla banca centrale saudita, dove il vice governatore Ahmed al-Kholifey prende il posto di Fahd al-Mubarak.

Il cambio al ministero del petrolio fornisce almeno tre indizi. Innanzitutto, Mohammed bin Salman vuole accentrare su di sé il coordinamento dei dossier economici, mediante la creazione di un proprio circolo di fidatissimi. Il ricambio in posti-chiave del mosaico saudita dovrebbe così favorire l’attuazione delle riforme annunciate, che dovranno comunque affrontare la resistenza di nicchie consolidate di potere nonché di gruppi d’interesse.

L’ingresso di al-Falih è anche l’occasione per rimodellare un ministero essenziale come quello del petrolio, che ora includerà anche industria, risorse minerarie ed elettricità, come nell’aggiornata denominazione del dicastero.

Il riferimento al nuovo corso economico è lampante: l’energia non dovrà più essere ˊfulcroˋ (rendita diretta) ma ˊvettoreˋ (es. fondi sovrani, investimenti nel settore industriale e terziario) della crescita e del benessere sociale, provando a mantenere inalterato lo status quo politico.

Yemen, il pantano saudita
Dopo l’ascesa al trono del padre, il re Salman, l’enigmatico principe Mohammed bin Salman aveva puntato tutto sull’immagine del ˊcomandante in capoˋ: regista della controversa guerra in Yemen contro i miliziani sciiti e ispiratore di ˊfumoseˋ alleanze contro il terrorismo (in aperta competizione con il cugino Mohammed bin Nayef, primo erede designato e ministro degli interni).

Adesso, il 30enne candidato al trono coltiva invece l’aura del ˊmodernizzatoreˋ, presentandosi come l’uomo che porterà l’Arabia Saudita nel mondo di domani. La rendita petrolifera si è contratta, ma le spese militari continuano a crescere (specie l’import di armi): la guerra in Yemen, popolare in patria, impopolare fuori, è divenuta il ˊpantano sauditaˋ.

Alcuni osservatori si interrogano, data la politica estera militarmente assertiva intrapresa da Riyadh, sul legame che si potrebbe instaurare fra diversificazione economica e sviluppo di un’industria militare indigena (cui serve però un know-how ora carente). Di certo, l’attenzione mediatica si è già spostata dai rovesci geopolitici alle riforme economiche.

Sobrietà, non austerità, economica
L’effetto delle riforme economiche dell’Arabia Saudita influenzerà, in positivo o in negativo, la stabilità regionale: per esempio, Bahrein, Giordania ed Egitto dipendono fortemente dagli aiuti economici e militari di Riyadh. Chi scrive non riesce a utilizzare la parola “austerity” per definire il nuovo corso saudita e delle monarchie del Golfo, poiché il termine è troppo legato alla vicenda europea e greca in particolare.

Senza dubbio, un’era di “sobrietà economica” si è però aperta per i sauditi: taglio dei sussidi, licenziamenti (la Bin Laden costruzioni ha annunciato 50mila esuberi, non solo indiani e filippini ma anche sauditi) e introduzione dell’Iva al 5% entro il 2018, esclusi alimentari, sanità ed educazione.

Gestire la transizione economica nel mezzo di una transizione generazionale sarà una sfida enorme: il tradizionale patto sociale “assenza di tassazione-assenza di rappresentazione” dovrà essere rimodulato, ma non potrà subire cambiamenti radicali.

Eleonora Ardemagni, analista di relazioni internazionali del Medio Oriente, collaboratrice di Aspenia, Ispi, Storia Urbana. Gulf Analyst, Nato Defense College Foundation.
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lunedì 9 maggio 2016

Yemen: in vigore la tregua






YEMEN


 
A partire dalla mezzanotte dello scorso 10 aprile, in Yemen è entrata in vigore una tregua, promossa e negoziata dalle Nazioni Unite, tra i ribelli di religione sciita Houthi (alleati dell’ex-Presidente Ali Abdullah Saleh) e le forze fedeli all’attuale Presidente Abdrabbuh Mansour Hadi, in lotta dal 2014 per il controllo del Paese. Entrambe le fazioni hanno accettato l’accordo in attesa di riprendere i negoziati di pace, previsti in Kuwait per il prossimo 18 aprile.
Le premesse della guerra in Yemen risalgono al 2011, quando a seguito della rivolta popolare scoppiata sull’onda delle Primavere Arabe, l’allora Presidente Ali Abdullah Saleh è stato destituito a favore dell’attuale Capo dello Stato Abdrabbuh Mansour Hadi, sostenuto dalla Comunità Internazionale. Approfittando del caos politico e istituzionale del Paese, la popolazione Houthi, tradizionalmente discriminata, era insorta contro il governo centrale nel tentativo di ottenere maggiori benefici politici e rinegoziare gli equilibri di potere nel Paese. L’offensiva del fronte ribelle ha raggiunto il proprio apice nel 2014 con la conquista della capitale Sanaa e la fuga di Hadi.
Questi eventi hanno determinato la decisione dell’Arabia Saudita di intervenire nel conflitto quale leader di una vasta coalizione internazionale di Paesi sunniti (marzo 2015) in sostegno del Presidente Hadi. Tale intervento ha permesso alle forze lealiste di riconquistare una consistente porzione di territorio meridionale yemenita, finito precedentemente sotto il controllo ribelle, e di stabilire ad Aden la capitale provvisoria del Paese.
Tuttavia, a distanza di un anno, l’intervento saudita sembra non aver sortito gli effetti desiderati, lasciando il conflitto in una situazione di stallo. Inoltre, all’impasse nei combattimenti e al perdurare del vuoto di potere politico è corrisposto il rafforzamento dei gruppi di ispirazione jihadista in tutto il Paese.
In particolare, negli ultimi mesi, al-Qaeda nella Penisola Arabica (AQPA) è riuscita a rafforzare in maniera significativa la sua presenza nel Paese, consolidando gradualmente il proprio controllo sulla maggior parte della provincia meridionale di Hadramawt, facendo del capoluogo al-Mukalla la sua roccaforte. Contemporaneamente, anche lo Stato Islamico ha sfruttato la forte destabilizzazione del contesto yemenita per affermare il proprio modello di jihad, profilando la possibilità che anche in Yemen si ripeta la dinamica dello scontro tra le due diverse leadership jihadiste.  Ne è l’emblema l’attentato ad Aden dello scorso 11 aprile, prontamente rivendicato sia da al-Qaeda che dallo Stato Islamico.
Conseguentemente, emerge la necessità di trovare una soluzione tempestiva al conflitto, prima che il perpetuarsi delle conflittualità e del vuoto politico possano definitivamente trasformare lo Yemen  in  un ulteriore bacino di diffusione del jihad nella regione mediorientale. Oltre alla tenuta della tregua e alla propensione al compromesso da parte delle due fazioni in lotta, sull’andamento dei prossimi negoziati peserà notevolmente la postura assunta dagli attori internazionali coinvolti direttamente o indirettamente nel conflitto, in primis Arabia Saudita e Iran che vedono sempre più nel dossier yemenita uno dei principali banchi di prova per testare le rispettive capacità di proiezione egemonica nella regione. 

Fonte CESI- Geopolitical 214

Iran: la vittoria delle forze riformiste

Medio Oriente
Iran, il bis di Rohani al ballottaggio
Nicola Pedde
02/05/2016
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Una vittoria netta delle forze pragmatiche e riformiste che sostengono il presidente in carica, cui si aggiungono le non poche preferenze espresse a favore delle liste a sostegno di Hassan Rohani anche da parte dei conservatori tradizionalisti, che confermano in tal modo il risultato del primo turno elettorale.

È questo, in sintesi, il verdetto che proviene dalle urne iraniane, dove il 29 aprile si è tenuto il ballottaggio per l’elezione degli ultimi 68 deputati del Parlamento. Si è votato nei 55 collegi dove nessun candidato aveva raggiunto il 25% delle preferenze al primo turno, completando in tal modo l’organico dei 290 membri del Parlamento.

Secondo i dati diramati a partire dal giorno seguente, sarebbero risultati vincitori 38 candidati della coalizione “Lista della Speranza”, vicina al presidente Rohani, 18 candidati delle liste conservatrici indipendenti ed ultraconservatrici, e 12 candidati indipendenti.

Hanno vinto i riformisti o conservatori?
Ancora una volta la stampa internazionale si è affrettata a interpretare il risultato elettorale cercando di attribuirlo alle forze riformiste, commettendo tuttavia il medesimo errore interpretativo del primo turno elettorale.

I 38 parlamentari eletti nei ranghi della “Lista della Speranza” rappresentano infatti anche questa volta un insieme distinto di posizioni ideologiche, che spazia dal riformismo sino alle posizioni conservatrici tradizionali. Tutti sono accomunati dal sostegno alla piattaforma politica del presidente Rohani, ma non per questo possono essere assimilati nell’ambito della stessa matrice ideologica, appartenendo al contrario ad espressioni della politica e del sociale spesso anche molto diverse tra loro.

Tra questi, inoltre, possono essere individuati sostenitori convinti e decisi della linea politica del presidente, ma anche assertori di un sostegno più moderato e pragmatico, di fatto vincolato al rispetto delle promesse elettorali e soprattutto del successo delle politiche di rilancio dell’economia.

Un insieme quindi alquanto eterogeneo che, sebbene coeso in questa tornata elettorale, esprime posizioni diverse che possono quindi configurare una lettura del dato elettorale meno dogmatica e netta di quella che la stampa si affretta a ricondurre al solo riformismo.

Majlis, coalizioni in divenire
È necessario poi segnalare come le liste pre-elettorali a sostegno delle coalizioni, di fatto si sciolgano una volta terminate le elezioni ed insediatisi i parlamentari, con la definizione di nuove alleanze non necessariamente identiche a quelle pregresse.

In tal modo, una lettura precisa degli equilibri parlamentari risulta ad oggi estremamente affrettata, rendendosi invece necessario attendere l’insediamento vero e proprio e soprattutto l’avvio dell’attività parlamentare, che andrà a quel punto a definire con maggiore chiarezza gli spazi delle coalizioni.

Il prossimo parlamento conterà anche 85 deputati ad oggi definiti come indipendenti, e quindi non apertamente schierati con nessuna coalizione in particolare. Un numero non indifferente, questo, su cui andranno a concentrarsi gli sforzi delle principali componenti politiche nel tentativo di ricondurli in tutto o in parte nell’ambito delle proprie schiere.

Non è quindi a oggi possibile stabilire con chiarezza quale sia la componente politica dominante del prossimo parlamento, diviso tra due insiemi quasi paritari di forze conservatrici, pragmatiche e riformiste, che si intrecciano tra loro dando vita ad interpretazioni multiple circa le possibili percentuali di ogni schieramento.

A questi devono sommarsi anche gli 85 indipendenti, che da soli rappresentano poco meno di un terzo del Parlamento e che avranno in tal modo una grande rilevanza nei lavori del prossimo Majlis.

Accordo sul nucleare difficile da implementare
Le elezioni del secondo turno si sono tenute in un clima del tutto differente rispetto alle precedenti di febbraio, dove ancora si respirava l’euforia dei recenti successi negoziali e dell’implementazione del Joint Comprehensive Plan of Action, il piano d’azione risultate dall’accordo sul nucleare.

Il dibattito politico è infatti dominato dalle difficoltà nell’avvio del Jcpoa. Mentre gli Stati Uniti vogliono bloccare i fondi iraniani congelati, il sistema bancario internazionale è titubante nel sostenere le transazioni in direzione della Repubblica islamica.

La Guida ha apertamente accusato gli Stati Uniti di non aver rispettato i termini dell’accordo sottoscritto lo scorso 14 luglio, favorendo l’azione di quelle forze che si oppongono con ogni strumento possibile alla revoca delle sanzioni.

Non solo è stata infatti ventilata l’impossibilità di sblocco dei fondi congelati negli Stati Uniti, accogliendo in tal modo le richieste dei parenti di alcuni americani uccisi tempo addietro in Libano - assassinati secondo l’accusa dalle forze di Hezbollah con la complicità dell’Iran - ma è stata anche riscontrata la scarsa collaborazione del sistema bancario internazionale che - a detta dell’Iran - ha subito e continua a subire costanti pressioni da parte dei funzionari del Tesoro Usa. Questi minacciano ritorsioni a tutti quegli istituti che saranno impegnati nella gestione delle transazioni finanziarie con l’Iran.

Nicola Pedde è Direttore dell'Institute for Global Studies, School of Government.
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lunedì 2 maggio 2016

Yemen: il conflitto non si risolve

Yemen
Operazione anti-Al Qaeda, manovre e negoziati
Eleonora Ardemagni
26/04/2016
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Il conflitto in Yemen attraversa un tornante decisivo. Insorti huthi e Arabia Saudita avviano contatti informali, corroborando la ripresa dei negoziati intra-yemeniti dell’Onu in Kuwait: sul campo, nessuna fazione riesce a prevalere militarmente.

Quale soluzione unitaria per il futuro dello Yemen dalle tante identità regionali-tribali? Gli abitanti di Aden scendono in piazza per l’indipendenza, mentre esercito yemenita e coalizione saudita-emiratina lanciano un’inedita offensiva contro Al-Qaeda nella Penisola arabica (Aqap). E chiedono aiuto militare a Washington.

Onu e mediazione tribale
Il governo yemenita e gli insorti sciiti zaiditi del nord, ovvero i miliziani huthi del movimento Ansarullah e i fedeli dell’ex presidente Ali Abdullah Saleh, hanno ripreso i colloqui targati Onu. I delegati dei ribelli hanno raggiunto in ritardo Kuwait City. Si negozia sulla base della risoluzione 2216: ritiro degli insorti (Sana’a compresa) e restituzione delle armi, ovvero l’improbabile resa dei miliziani sciiti. Sono già fallite due tornate diplomatiche in Svizzera (giugno e dicembre 2015).

Nel marzo 2016, i miliziani huthi e l’Arabia Saudita hanno avviato una trattativa informale per la messa in sicurezza del confine. Attraverso una discreta quanto preziosa opera di mediazione tribale, sauditi e ribelli sciiti zaiditi hanno effettuato scambi di prigionieri.

Ansarullah ha verbalmente preso le distanze dall’Iran, ma tre nuovi carichi di armi pro-ribelli sono stati intercettati via mare. Lungo il confine, i bombardamenti della coalizione guidata da Riyadh sono notevolmente diminuiti, così come l’azione di guerriglia dei miliziani yemeniti (soprattutto lanci di missili e incursioni di terra).

Finora, la mediazione tribale ha dato risultati più concreti delle trattative capeggiate dall’Onu. Tuttavia, il cessate il fuoco (con dispiegamento di osservatori) raggiunto tra governo e insorti nella città contesa di Taiz non è ancora entrato in vigore.

Vecchio regime e al Qaida nella Penisola arabica
Su pressioni saudite, il presidente ad interim Abd Rabu Mansur Hadi ha licenziato il primo ministro, nonché vicepresidente, Khaled Bahah, frettolosamente liquidato per i “fallimenti economici e di sicurezza del governo”.

Bahah, uomo del sud non sgradito però agli insorti, è stato sostituito da Ahmed bin Dagher, socialista del sud già segretario del partito di Saleh, promuovendo a vicepresidente il generale Ali Mohsin Al-Ahmar, appena nominato vice comandante delle Forze armate.

È una restaurazione: entrambi appartengono all’establishment del vecchio regime (il Generale è dello stesso clan tribale di Saleh, i Sanhan, contro il quale si era poi schierato nel 2011). Il futuro dell’ex presidente rimane un rebus per la diplomazia.

Dal marzo 2016, esercito yemenita, milizie sunnite, Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti hanno lanciato un’offensiva militare nel sud (aerea e di terra) contro Aqap e l’affiliata Ansar Al-Sharia: una dinamica nuova, che dà il senso del livello raggiunto dalla minaccia jihadista in Yemen, con implicazioni per l’intero Golfo.

jihadisti si sono frettolosamente ritirati da Mukalla (dove la coalizione araba sta imponendo l’embargo solo ora) dopo l’ingresso di truppe yemenite ed emiratine. Per l’operazione, gli Emirati avrebbero richiesto sostegno, anche militare, agli Stati Uniti.

Quando l’esercito yemenita riesce a strappare alcuni centri urbani ad Aqap, le milizie jihadiste ripiegano nell’entroterra, preparando future offensive: fuggiti da Mukalla, i jihadisti ripiegano ora a ovest, tra Shabwa e Al-Bayda.

É lo stesso schema del 2012: i sette proto-emirati islamici della regione meridionale di Abyan, allora smantellati, sono poi tornati sotto il controllo di Aqap. Adesso, le cellule yemenite del sedicente Stato Islamico competono con Aqap su propaganda e reclutamento, finora con scarsi risultati: Al-Qaeda in Yemen ha una storia di militanza che dura da almeno tre decenni e una rete collaudata di alleanze tribali.

Sud, tante autonomie
Gli abitanti di Aden sono massicciamente tornati in piazza, con le bandiere dell’ex Repubblica del Sud, invocando la secessione da Sana’a. A Mukalla (500 mila persone), il capoluogo dell’Hadramaut, i jihadisti hanno guadagnato consensi co-amministrando il territorio con le tribù locali, desiderose di autonomizzarsi dalla capitale e di trarre vantaggi economici e occupazionali dall’industria petrolifera qui concentrata.

Né con Sana’a, né con Aden, molti clan del sud, attori e arbitri dell’economia informale locale, vogliono autogovernarsi, come de facto avviene. È il caso delle tribù di Al-Mahra, la regione più orientale del paese, dove l’80% della popolazione non ha accesso diretto ad acqua ed elettricità.

Se la bozza di riforma federale approvata dal governo di transizione prima del conflitto venisse applicata, Shabwa, Hadramaut, Al-Mahra (e l’arcipelago di Socotra) formerebbero un'unica regione. Una soluzione rigettata dalle tribù e che potrebbe dunque innescare ulteriore violenza. Data l’incognita Aqap, il vicino Oman sta ergendo barriere per proteggere il Dhofar omanita da traffici illegali e infiltrazioni jihadiste.

Eleonora Ardemagni, analista di relazioni internazionali del Medio Oriente. Gulf Analyst per la Nato Defense College Foundation, collaboratrice di Aspenia, Ispi. Autrice di “The Yemeni Conflict. Genealogy, Game-Changers and Regional Implications” Ispi Analysis, 2016 e di “The Yemeni Factor in the Saudi Arabia-Sudan Realignment”, Arab Gulf States Institute in Washington, 2016.
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mercoledì 27 aprile 2016

Emirati Arabi: prospettive future

Medio Oriente
La stagione militare degli Emirati Arabi
Eleonora Ardemagni
17/04/2016
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Negli Emirati Arabi Uniti (Eau) la dimensione militare è sempre più protagonista: non solo in politica estera, ma anche a livello socio-culturale.

Dal 2014 è stato introdotto il servizio militare obbligatorio per la creazione di una riserva nazionale (con incentivi per le reclute e sanzioni, anche penali, previste per chi non si presenta), mentre la Guardia presidenziale emiratina, il corpo d’élite su base volontaria che guida le controverse operazioni di terra della coalizione araba in Yemen, punta a una crescente professionalizzazione.

A guidare gli Emirati in questa direzione è Mohammed bin Zayed Al-Nayhan, 54 anni, principe ereditario di Abu Dhabi (di fatto la guida politica degli Eau) e vice comandante supremo delle forze armate federali: allievo della Royal Military Academy britannica di Sandhurst, già pilota e capo dell’aereonautica, egli è (insieme al Sultano dell’Oman) tra i pochissimi sovrani del Golfo con esperienza militare.

Coscrizione
Negli Eau (dove solo il 20% della popolazione è emiratina) la coscrizione militare riguarda i cittadini maschi fra i 18 e i 30 anni: 9 mesi di servizio per chi ha frequentato almeno le scuole superiori (ma un recente emendamento alla Legge federale 6/2014 ha già elevato il periodo a 12 mesi), due anni per coloro che hanno un livello di istruzione meno elevato.

Dopo una prima fase di studio e allenamento, le reclute vengono assegnate alla Guardia presidenziale per l’addestramento pratico. Per le donne emiratine della stessa fascia d’età, il servizio militare - facoltativo - dura nove mesi e necessita dell’autorizzazione familiare. La 2015-2017 Emirati Strategy for the National Service prevede tre turni di arruolamento annui, per un totale di 5000-7000 coscritti.

Identità nazionale
Dagli Anni Novanta, la riforma del settore militare è stata un veicolo di federation-building per gli Eau, permettendo ad Abu Dhabi di consolidare l’egemonia neo-patrimoniale sui restanti sei emirati: un ruolo che negli Anni Settanta aveva svolto la rendita energetica.

Le Forze armate ambiscono ora a divenire il motore dell’identità nazionale, tramite la leva obbligatoria e la commemorazione dei militari caduti all’estero. Il 4 settembre 2015, 54 soldati (di cui 45 emiratini) sono morti in Yemen a causa di un razzo lanciato dagli insorti huthi: un episodio inedito che ha profondamento colpito l’opinione pubblica degli Emirati.

Le autorità politico-tribali hanno abilmente trasformato il lutto collettivo in un’occasione di celebrazione nazionale, esaltando “gli eroi” e le loro famiglie: “un’epica del sacrificio” che vuole proporre e contrapporre il modello alternativo del martire in divisa a quello dello shahid che si auto-immola per colpire “gli infedeli”.

Una contro-narrativa rivolta anche ai tanti foreign-fighters partiti dalle monarchie del Golfo. Tuttavia, la lista completa dei militari degli Eau caduti in Yemen (quasi un’ottantina) non è mai stata diffusa: tra di loro vi sarebbero molti stranieri. Prima dei fatti del 4 settembre, alcuni coscritti avrebbero preso parte alle operazioni della Guardia presidenziale in Yemen.

Prestigio, affari e politica
Oltre che da un’attiva cooperazione con la Nato e i partner occidentali, il processo di professionalizzazione delle Forze armate emiratine passa soprattutto dal coinvolgimento di ufficiali stranieri, incaricati di trasmettere l’expertise necessario per valorizzare le ingenti spese militari.

Il comandante della Guardia presidenziale è l’australiano Mike Hindmarsh, già veterano dell’Iraq, mentre Markku Koli, già generale finlandese, è consigliere diretto del principe ereditario. Legando sicurezza e business, gli Eau stanno inoltre sviluppando un military-industrial complex indigeno: Abu Dhabi ha cominciato a produrre il blindato Nimr nel 2005, avviandone la fabbricazione anche in Algeria.

Il prestigio militare sta divenendo anche uno strumento politico. Nel 2015, la campagna elettorale per il Consiglio nazionale federale (Cnd, per metà elettivo), accostata dalle autorità a “missione nazionale”, ha visto la candidatura di numerosi (ex) esponenti delle forze di sicurezza: 46 su 341 candidati provenivano dalla carriera militare o di polizia, cui appartengono cinque dei 20 eletti finali, come il rieletto ex pilota Hamad Al-Rahoomi Al-Muhairi (Dubai) o l’ex ufficiale dell’esercito KhalfanHumaid Al-Ali (Umm Al-Quwain).

Alcuni, come l’eletto ex capo della polizia di Abu Dhabi, Matar bin Amira Al-Shamsi, hanno fatto della diade “servizio militare-patriottismo” il fulcro del loro programma elettorale; e le immagini di Khalifa Al-Hamoodi, soldato di Fujairah ferito in Yemen, che si reca in carrozzina a votare hanno riempito i media locali.

I 20 seggi elettivi del Cnd vengono assegnati grazie al voto di grandi elettori: un meccanismo che premia i network informali e che, dunque, potrebbe favorire la formazione di una ‘nicchia di potere militareˋ in seno all’élite degli Eau.

Eleonora Ardemagni, analista di relazioni internazionali del Medio Oriente. Gulfanalyst per la Nato Defense College Foundation, collaboratrice di Aspenia, ISPI. Autrice di “United Arab Emirates’ Armed Forces in the Federation-Building Process: Seeking for Ambitious Engagement”, International Studies Journal 47, vol.12, no°3, Winter 2016, (ISSN: 1735-2045), pp.43-62.
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lunedì 18 aprile 2016

Iran: le nuove prospettive

Medio Oriente
Iran: ballottaggi, conservatori vogliono riscatto
Anna Vanzan
09/04/2016
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Dopo la firma del trattato sul nucleare e le elezioni per il rinnovo del Parlamento, l’Iran pare avviato a una nuova era. La domanda che tutti si pongono è se e come cambierà la politica iraniana.

Dal punto di vista delle relazioni esterne, importanti mutamenti sono già all’opera: da ogni angolo del mondo, ministri e delegati di ogni tipo di impresa si sono letteralmente precipitati sull’altopiano iranico in cerca accordi che dovrebbero fornire all’Iran investimenti, merci e know how in cambio, ovviamente, di quelle materie prime di cui il paese è ricco. Non tanto il greggio (il cui prezzo è ai minimi storici), ma, soprattutto, il gas, di cui l’Iran detiene la seconda maggior riserva al mondo dopo la Russia.

Tempi d’oro per Teheran
Il momento è favorevole, non solo in virtù della pace firmata da Teheran e le sei potenze mondiali, ma anche perché, in quel marasma che è divenuto il Medio Oriente, l’Iran appare essere il Paese più sicuro.

Già prima della firma del trattato sul nucleare, l’Iran aveva riscoperto il potere del turismo e nel 2015 milioni di visitatori sono entrati in quello che per decadi era stato bollato come “stato canaglia”. Da sottolineare, peraltro, che, anche nei tempi duri della presidenza Ahmadinejad, quando la popolarità della Repubblica Islamica era scesa ai minimi storici e il Paese era stretto tra la corruzione e la repressione, l’Iran non si è mai dimostrato una terra inospitale o pericolosa nei riguardi degli stranieri, statunitensi compresi.

Ulteriori speranze di distensione interna ed esterna sono state alimentate dai risultati della tornata elettorale di febbraio, volta a ridisegnare il parlamento iraniano. In questo caso, però, il wishful thinking supera la realtà: ovvero, il desiderio degli occidentali di ridisegnare la politica mediorientale iniziando dall’Iran e, soprattutto, di ritessere trame politiche e economiche sdrucite dai tempi dello shah, rischia di fare più danni piuttosto che concretizzare possibili risultati positivi.

Tradizionalisti al palo, per ora
Da un lato, è vero che queste elezioni hanno segnato un’importante novità: se, infatti, nell’attuale Parlamento i gruppi conservatori detengono circa il 70% dei seggi, l’assemblea entrante è, al momento, occupata dai conservatori solo al 26,9%. Al momento, però: perché il 29 aprile gli iraniani torneranno a votare per assegnare quel 21,1% di seggi che sono rimasti sospesi e legati al ballottaggio.

Ad oggi, è stato assegnato alla compagine che si stringe più o meno compatta attorno al presidente della Repubblica, il riformista Rouhani, il 28,7% dei seggi, mentre il 20,7% è stato conquistato dagli indipendenti.

È bene, quindi, mantenere un cauto atteggiamento di speranza in attesa dei risultati definitivi post-ballottaggio. Inoltre, bisogna tenere a mente che i conservatori, quando si vedono stretti alle corde, spesso risolvono la situazione con altri sistemi: proprio a un mese dal conteggio della prima fase elettorale, infatti, il Consiglio dei Guardiani ha comunicato di voler cancellare l’elezione di una delle 14 donne neo-deputate, Minu Khakeghi, votata nella circoscrizione di Isfahan nel gruppo riformista.

Il Consiglio dei Guardiani non ha motivato la sua decisione, che, peraltro, ha provocato sconcerto e preoccupazione. Pare proprio trattarsi di una rabbiosa reazione al fatto che gli elettori di Isfahan, città tradizionale e conservatrice, abbiamo invece consegnato al Parlamento ben cinque deputati riformisti, due dei quali donne.

Rouhani, un successo dietro l’altro
Altro aspetto di cui tener presente è il gioco di potere, soprattutto economico, che si svolge fuori dal Parlamento: il presidente Rouhani risulta vittorioso sui conservatori grazie ai successi riportati tanto con la firma dell’accordo sul nucleare quanto con il nuovo assetto del Parlamento, ma ciò non significa che i poteri forti siano intenzionati a lasciargli campo libero.

Anzi, proprio pochi giorni fa, nientemeno che la Guida Suprema, l’ayatollah Khamenei, augurando buon anno nuovo alla popolazione (iniziato il 21 marzo scorso), ha ribadito come gli Stati Uniti stiano a suo giudizio vanificando l’accordo sul nucleare mantenendo in vita molte delle pastoie economiche messe in atto dalla pratica delle sanzioni.

Ancora economia della resistenza
Khamenei ha quindi chiamato i suoi ad attuare una “economia della resistenza”. Ovvero, un’economia basata ancora una volta sull’isolamento dell’Iran dal resto del mondo, Cina esclusa, visto l’enorme giro di affari che la Repubblica islamica ha tessuto con Pechino e che non diminuirà neppure dopo la firma del trattato sul nucleare, ma che è invece destinato ad aumentare fino a raggiungere parecchie centinaia di miliardi di dollari.

Fra l’atteggiamento delle potenze mondiali e le lotte di potere intestine giocherà un ruolo cruciale la società civile iraniana, che si è dimostrata poco incline a ricorrere a mezzi cruenti per affermare la propria volontà: la storia dell’Iran del 1900 è disseminata di guerre esterne e interne per le quali gli iraniani hanno già pagato un prezzo altissimo.

Piuttosto, gli iraniani confermano la loro grande duttilità nei confronti di ogni tipo di avversità e il loro pragmatismo, anche nell’adottare leader che certo non rispecchiano appieno la loro volontà, ma che sembrano poter garantire loro accettabili condizioni di vita materiali, culturali e sociali.

Anna Vanzan, iranista e islamologa, Ph.D. in Near Eastern Studies presso la New York University. Insegna Cultura araba alla Statale di Milano.
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Verso nuovi equilibri tra i sunniti

Medio Oriente
Qatar, tramonto della guerra intra-sunnita?
Eleonora Ardemagni
07/04/2016
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Di nuovo al fianco dell’Arabia Saudita. Dopo una stagione di sfide incrociate, il Qatar ha prudentemente ricalibrato la sua politica regionale. Il tempo della rivalità intra-sunnita sembra un ricordo lontano; d’altronde, era il 2014 e la bilancia del potere mediorientale sembrava pendere, con decisione, in favore del gigante saudita.

Poi, il sedicente “stato islamico” si autoproclamava califfato fra Siria e Iraq, l’Iran tornava al centro della geopolitica mediorientale, il regime di Assad prendeva sempre più “fiato” mano a mano che la guerra civile siriana si trasformava in conflitto a partecipazione regionale.

Il fronte sunnita, capeggiato dai sauditi, si è così ricompattato, fino a includere la Turchia, mettendo temporaneamente tra parentesi le diffidenze reciproche: sullo sfondo, un quadrante sempre più polarizzato lungo linee di faglia settarie.

Dopo aver sperimentato l’isolamento, il Qatar cerca la sua terza stagione di politica estera: diplomazia attiva sì, ma senza interferire apertamente con gli interessi dell’Arabia Saudita.

Dalla diplomazia pirotecnica all’avventurismo geopolitico
Fino alle rivolte arabe del 2011, il Qatar era il mediatore per eccellenza. Le trattative di pace, formali o informali, passavano tutte per Doha (dove persino i talebani avevano aperto un ufficio politico) e/o per emissari qatarini.

Una diplomazia personale corroborata dalle ingenti risorse finanziare del piccolo emirato, come nel caso della ricostruzione della Striscia di Gaza. Complice il ˊmegafonoˋ di Al-Jazeera, la TV panaraba, il Qatar rappresentava così il crocevia mediatico della diplomazia mediorientale, assai diverso da Kuwait e Oman, mediatori fattivi, ma discreti.

Il passo dalla ˊdiplomazia pirotecnicaˋ all’‛avventurismo geopolitico’ è stato quindi breve: il passaggio dalla prima alla seconda stagione della politica estera del Qatar ha avuto il volto della Fratellanza Musulmana che l’emirato ha fortemente finanziato e sostenuto, specie in Egitto, tra il 2011 e il 2014.

Gli eventi si sono poi inanellati con grande rapidità: la competizione saudita-qatarina per il controllo politico e militare dell’opposizione siriana, il colpo di stato del generale Al-Sisi in Egitto e la conseguente repressione della Fratellanza, fino alla scelta di Arabia Saudita, Bahrein ed Emirati Arabi Uniti di ritirare i loro ambasciatori da Doha (2014), accusata di interferire negli affari interni delle altre monarchie del Consiglio di Cooperazione del Golfo, Ccg.

Nuovo equilibrio cercasi
L’odierna politica estera qatarina sembra recuperare l’attivismo diplomatico, ma rifuggire il confronto-scontro diretto con gli interessi dell’Arabia Saudita: ricostruire un profilo di neutrale credibilità sarà però impossibile.

Il riavvicinamento è in atto: Doha si allinea a Riyadh nella condanna dell’assalto alle ambasciate saudite in Iran dopo la condanna a morte del religioso sciita saudita Nimr Al-Nimr (pur limitandosi al solo richiamo del proprio ambasciatore), mentre l’Arabia Saudita fa organizzare a Doha il vertice Opec sul tema della produzione petrolifera mondiale.

Stare in equilibrio fra iniziativa diplomatica e adesione alle linee guida saudite non è facile. Per esempio, il Qatar è interessato a mantenere relazioni cordiali con l’Iran, causa il comune giacimento di gas naturale North Dome-South Pars; sullo Yemen, i qatarini hanno inviato truppe di sostegno alla coalizione sunnita, ma stanno provando a ritagliarsi il consueto ˊprofilo solidaleˋ organizzando, attraverso il Qatar Charity, una maxi-conferenza sulla crisi umanitaria yemenita, aggravata però da bombardamenti ed embargo imposti da Riyadh e condivisi da Doha.

Alleanze e diffidenze
Ora che è l’asse militarista di Mohammad bin Salman-Mohammad bin Zayed (rispettivamente vice principe e principe ereditario di Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti) a muovere i fili della strategia regionale del Ccg, lo spazio per la diplomazia qatarina si fa più stretto. E la diffidenza nei confronti di Doha persiste, specie da parte degli emiratini, i più intransigenti nei confronti della Fratellanza Musulmana, considerata una minaccia alla sicurezza nazionale.

Non è un caso che sia stato il Kuwait, unica monarchia del Golfo ad aver istituzionalizzato la presenza dei Fratelli, a provare a smussare le asperità politiche fra Abu Dhabi e Doha.

La popolarità del Qatar è in ribasso fra tutti gli alleati: secondo un recente sondaggio kuwaitiano riportato dal Washington Institute for Near East Policy, i cittadini del Kuwait valutano con le stesse percentuali negative il comportamento politico di Stati Uniti, Russia e Qatar; al netto dell’opinabilità dei sondaggi, il risultato dà il senso dell’umore locale.

Base militare turca in Qatar
La Turchia aprirà una base militare permanente in Qatar (3000 militari): Ankara contribuirà anche all’addestramento delle forze armate di Doha. Il Qatar è un ponte diplomatico fra Arabia Saudita e Turchia in chiave anti-Iran: è anche questa la ˊdote politicaˋ cui i sauditi oggi aspirano per provare a raddrizzare equilibri geopolitici sfavorevoli, serrando i ranghi nel fronte sunnita.

Eleonora Ardemagni, analista di relazioni internazionali del Medio Oriente. Gulf analyst per la Nato Defense College Foundation. Autrice di “United Arab Emirates’ Armed Forces in the Federation-Building Process: Seeking for Ambitious Engagement”, International Studies Journal 47, vol. 12, no.3, Winter 2016, pp.43-62.
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martedì 12 aprile 2016

Turchia: la gestione dei profughi

Ue-Turchia
Migranti, spiragli nella rotta balcanica 
Enza Roberta Petrillo
31/03/2016
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Ora che il controverso accordo Ue-Turchia per contenere la crisi umanitaria è passato, ci si chiede cosa accadrà sul campo, lì al confine greco dove più di 30.000 migranti forzati premono alla frontiera macedone al ritmo del countdown disperato per entrare in Europa. Dal 21 marzo, l’entrata in vigore del piano ha cambiato di fatto le carte in tavola sovvertendo potenzialmente l’approccio adottato fino ad ora.

Grecia ancora nel caos
Potenzialmente, appunto. Visto che ad oggi restano indefiniti i dettagli tecnici con cui la Grecia dovrà gestire i 47.536 migranti forzati bloccati nel paese, 926 dei quali registrati il giorno dopo la sottoscrizione dell’accordo.

Se, in teoria, il piano prevede che per i migranti scatti l’identificazione in uno degli hot spot greci non appena superato il confine turco, in realtà, la catena operativa che dovrebbe scremare le loro richieste di ingresso, suddividendole tra titolari di protezione umanitaria e migranti irregolari, è tutt’altro che definita. Analogamente restano dubbie le modalità con cui la Turchia potrà rimpatriare nei paesi di provenienza i migranti espulsi dalla Grecia.

L’affermazione del principio ‘uno a uno’, in base al quale, per ogni migrante irregolare respinto dalla Grecia e accolto in Turchia, le autorità europee accoglieranno e ridistribuiranno un rifugiato siriano proveniente direttamente dai campi profughi turchi, secondo le organizzazioni internazionali e non governative rischia di trasformarsi in un flop colossale.

Hot spot, incertezza sulle procedure
Per ora a farla da padrone è il caos. Secondo gli attivisti dell’associazione Forgotten in Idomeni, l’implementazione dell’accordo sta avvenendo senza una strategia unitaria che riguardi la rotta balcanica nella sua interezza. Ad oggi, il primo effetto evidente di questo deficit organizzativo si registra nelle isole egee. A Lesbo, Kavala, Chios ed Efesina l’evacuazione di 8.254 rifugiati si è svolta senza che i migranti venissero informati sulle procedure di evacuazione e sul luogo di destinazione.

Le informazioni a disposizioni dei volontari parlano di un trasferimento di massa dei migranti nei due hot-spot inaugurati lo scorso venerdì a Katsikas‬‬ vicino Ioannina e a Petropoulakis nei pressi di Filippiada. Qui, in teoria, commissioni formate da funzionari ellenici e dell’Ufficio europeo di sostegno per l’asilo, l’Easo, avrebbero dovuto smistare le richieste di asilo individuale. Attività che però è rimasta in standby visto che ad oggi la richiesta greca di potenziare la struttura umanitaria governativa con 4.000 funzionari europei in più è rimasta inascoltata.

Ad oggi, l’unica certezza è che gli hot spot, contrariamente a quanto immaginato dall’Agenda Europea sull’Immigrazione dello scorso autunno, sono stati di fatto trasformati in centri di identificazione ed espulsione.

Un cambio di mandato che ha spinto Agenzia Onu per i rifugiati (Unhcr), Medici Senza Frontiere, International Rescue Committee, Consiglio norvegese per i rifugiati e Save the Children a sospendere tutte le attività sulle isole greche in attesa che si faccia chiarezza sulle procedure e sulle implicazioni umanitarie del piano.

I valichi alternativi
Nel caos, però, non ci sono soltanto i 50.000 migranti fermi in Grecia. Per ora la rotta balcanica non è del tutto estinta. Se è vero che formalmente Macedonia, Croazia, Slovenia e Bulgaria hanno già blindato i confini, è altrettanto vero, che, a dispetto delle dichiarazioni roboanti che si sono avvicendate dopo l’ultimo Consiglio europeo con la Turchia, valichi alternativi o meno protetti hanno continuato a garantire il passaggio verso nord sia sul fronte macedone che su quello albanese.

I 1.100 migranti bloccati in Serbia da tre settimane, come quelli fermi in Slovenia, Croazia e Macedonia, dimostrano che risalire verso il nord Europa è difficile ma non impossibile. A Slavonski Brod, in Croazia, il Centar za Mirovne Studies ha documentato numerosi episodi di detenzione forzata all'interno del campo di transito.

Stando al rapporto circa 600 migranti non autorizzati a proseguire il viaggio verso nord sarebbero stati detenuti senza ricevere alcuna informazione né legale ne logistica sulla loro situazione.

Scenario non dissimile da quello macedone, dove, nel centro di transito di Tabanovtse, al confine con la Serbia, più di 1.000 migranti afghani e 437 rifugiati siriani sono bloccati da due settimane senza possibilità di proseguire il viaggio.

Intanto, l’Albania, ultimo paese rimasto accessibile lungo la rotta, si prepara ad una escalation dei flussi. Per quanto al momento nessun dato attesti un aumento dei flussi al confine greco-albanese, il governo di Tirana ha giocato di anticipo chiedendo rinforzi all’Italia. Dal 15 marzo su richiesta del ministro dell’interno Saimir Tahiri, poliziotti di frontiera italiani pattugliano i confini con la Grecia insieme alla polizia albanese.

Se, per ora, l’accidentato percorso montuoso e l’assenza di infrastrutture viarie hanno scoraggiato i migranti dal tentare la rotta alternativa, in molti ritengono che l’arrivo della stagione calda potrebbe modificare gli scenari. Per questo, a Kapshticë, a ridosso del confine con la Grecia, le autorità locali hanno già individuate due aree di accoglienza che potrebbero ospitare i migranti che deviano dal percorso macedone.

Enza Roberta Petrillo è ricercatrice post-doc presso l’Università “Sapienza” di Roma. Esperta di politica e geopolitica est-europea, si occupa dell’analisi dei flussi migratori con particolare attenzione al ruolo svolto dalla criminalità organizzata transnazionale nei traffici illeciti transfrontalieri (enzaroberta.petrillo@uniroma1.it).
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