sabato 7 novembre 2015

Turchia: verso l'autoritarismo

Elezioni in Turchia
Il trionfo di Erdogan che spiana la strada al presidenzialismo 
Marco Guidi
02/11/2015
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E così Recep Tayyip Erdogan ce l’ha fatta. La repressione di stampa, oppositori e intellettuali critici ha pagato. Così come il clima di tensione e i sanguinosi attentati degli ultimi mesi. Il suo partito Akp ha conquistato la maggioranza assoluta.

Tutti gli altri tre partiti che alle elezioni dello scorso giugno avevano superato la soglia di sbarramento del 10% non sono andati bene, perdendo voti a vantaggio dell’Akp. È uscito sconfitto il Chp di centro sinistra, ha perso la destra estrema del Mhp e ha perso soprattutto l’Hdp, il partito democratico dei popoli che ha ceduto una fetta considerevole dei suoi voti (circa il 3%) presi nelle scorse votazioni proprio a vantaggio dell’Akp. Perché anche molti curdi hanno preferito votare per la stabilità “imperiale” di Erdogan piuttosto che per l’Hdp.

Ora Erdogan ha in mano le chiavi non solo del Parlamento, ma del Paese. A questo punto la revisione costituzionale che permetterà di trasformare la Turchia in un regime presidenziale è non solo possibile, ma nell’ordine delle cose.

Scontro intra curdo: Hdp contro Pkk
Alla sconfitta dei curdi “moderati” ha contribuito anche lo scontro sotterraneo, ma forte, tra l’Hdp e il Pkk, il partito armato che continua a riconoscersi nel suo leader prigioniero, Abdullah Ocalan. Ocalan non ha evidentemente gradito la linea di Demirtas, uomo alla guida dell’Hdp che si è opposto duramente a Erdogan, colui che aveva intrapreso una lunga trattativa proprio con Ocalan.

Trattativa conclusa nel 2013 e fatta saltare proprio questa estate da Erdogan e che si sostanzia nella formula: autonomia amministrativa (delle regioni curde) in cambio di voti.

Paradossalmente dopo la rottura delle trattative e dopo la ripresa dei bombardamenti turchi sulle basi del Pkk in Siria e in Iraq molti elettori turchi che, pur non essendo necessariamente di etnia curda, avevano votato per l’Hdp, hanno scelto l’Akp. È probabile che, abbastanza a torto, abbiano ritenuto l’Hdp una semplice emanazione del Pkk.

Erdogan e l’appello alla stabilità che conquista
La cosa che risalta in modo evidente è che l’appello alla stabilità di Erdogan ha fatto breccia sia a destra sia a sinistra: solo così si possono spiegare le flessioni dei tre partiti concorrenti. L’Akp ha riscosso consensi a destra grazie alla sua politica nazionalista, anticurda e repressiva di una stampa che rifiutava di allinearsi. E ne ha riscossi a sinistra, sfruttando la stanchezza, il terrore di molti elettori curdi delle zone orientali del Paese, vessati da coprifuoco continui, da azioni di commando armati filogovernativi e dall’insicurezza dilagante.

Risalta poi la continua diminuzione di consensi del Chp che ormai non riesce più a trovare le parole d’ordine, le alternative di governo alla linea dell’Akp.

L’Hdp è certamente riuscito a superare lo sbarramento e a spedire una pattuglia di parlamentari nel nuovo parlamento. E questa rappresenterà la sola vera opposizione allo strapotere di Erdogan.

Poiché la propaganda, la repressione l'appello alla stabilità non sembrano di per sé ragioni sufficienti a spiegare il successo di Erdogan rimane il sospetto che non tutto in queste elezioni sia andato correttamente: le opposizioni conculcate e quasi ammutolite, i troppi seggi spostati in zone controllate dai militari, la stessa stupefacente rapidità dello scrutinio, l’insistere ossessivamente su bisogno di sicurezza e di stabilità hanno certamente influito, ma, crediamo, non sostanzialmente determinato un risultato sorprendente per lo stesso Akp.

Ankara più lontana dall’Ue 
Quello che è certo che ora Erdogan ha in mano non solo le chiavi del potere interno, ma può anche rilanciare la sua politica estera che pareva del tutto fallita. Con la forza dei risultati, la Turchia potrà far valere il suo peso nella trattativa sulla Siria e nei rapporti con i curdi dell’Iraq, legati economicamente e diplomaticamente alla Turchia.

Ma se sul dossier siriano la voce turca si farà sentire, il futuro del dossier europeo è molto più dubbio. La Turchia che esce da queste elezioni sembra infatti allontanarsi non solo dall’Unione europea, ma dallo stesso Occidente. Ma questo è un problema che si presenterà in futuro. Per ora Erdogan è il vincitore assoluto. Il sultano è tornato sul trono.

Marco Guidi è giornalista esperto di Medio Oriente e Islam, a lungo inviato di Il Messagero, in Turchia e nel mondo arabo. Dalla sua fondazione insegna alla Scuola di giornalismo dell’Università di Bologna.
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venerdì 6 novembre 2015

Siria: il confronto est-ovest

Medio Oriente
Siria, echi di una nuova guerra fredda
Roberto Iannuzzi
21/10/2015
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In una sorta di riedizione della guerra afghana degli anni ottanta, sul fronte siriano forze governative armate da Mosca e sostenute dagli aerei russi si scontrano con gruppi ribelli dotati di sofisticati missili anticarro“made in Usa”.

Secondo autorevoli quotidiani statunitensi, tali missili stanno giungendo ai ribelli tramite Riyadh, con il tacito consenso di Washington. Il presidente Barack Obama aveva escluso la possibilità che gli Usa si impegnassero in una “guerra per procura” con i russi in Siria, ma le cose sembrano andare diversamente.

La rischiosa scommessa di Mosca
Sebbene l’intervento russo abbia l’obiettivo primario di puntellare militarmente il vacillante regime del presidente Bashar al-Assad, il Cremlino punta tuttora su un processo diplomatico per risolvere la crisi.

Mosca è consapevole della necessità di riformare il regime secondo criteri più inclusivi, ed è pronta a fare a meno di Assad a un certo punto della transizione, purché essa garantisca la sopravvivenza di uno stato laico che rimanga nell’orbita russa.

I punti deboli del piano di Mosca stanno nella riluttanza del regime a intraprendere un percorso di riforma, e nella difficoltà di trovare all’interno della maggioranza sunnita un interlocutore sufficientemente rappresentativo disposto a negoziare una condivisone del potere con l’élite alawita.

Inoltre, se l’intervento militare russo punta ad evitare un tracollo delle strutture dello stato, esso tuttavia polarizza ulteriormente il conflitto. Il sostegno dato ad Assad, la ventilata collaborazione con i curdi contro il sedicente Califfato, e l’ostacolo militare posto al progetto turco di no-fly zone, pongono Mosca in rotta di collisione con Ankara.

L’alleanza stretta da Mosca con l’Iran ed Hezbollah, e il bombardamento russo di gruppi come Al-Nusra e Ahrar al-Sham, riconducibili all’Islam radicale, ma appoggiati da Turchia e Qatar, suscitano la collera di Riyadh e Doha oltre a quella di Ankara. Questi tre paesi sono intenzionati in diversa misuraa rafforzare il loro sostegno a tali gruppi.

Il patto tra Russia ortodossa e Iran sciita a difesa di Assad è poi destinato a suscitare una nuova mobilitazione spontanea di “combattenti stranieri” dai paesi sunniti verso la Siria.

Se Mosca dà l’impressione di schierarsi dalla parte degli sciiti nel conflitto settario regionale, ciò potrebbe avere ricadute all’interno della Russia stessa, che ospita 15-20 milioni di musulmani principalmente sunniti.

Il Cremlino sta cercando di limitare i rischi attraverso sforzi diplomatici, proponendosi anche a Israele come contrappeso all’influenza iraniana in Siria.

Usa ago della bilancia
Tuttavia, solo con l’appoggio degli Stati Uniti il piano russo avrebbe speranze di successo. Solo insieme Washington e Mosca sarebbero in grado di garantire il giusto mix di incentivi e fattori deterrenti in grado di tenere a bada Arabia Saudita, Qatar e Turchia da un lato e l’Iran dall’altro.

Una simile collaborazione appare però difficile. Gli Stati Uniti hanno sempre fatto parte del fronte che voleva rimuovere Assad, per allontanare Damasco dalla sfera d’influenza iraniana prim’ancora che da quella russa.

Solo recentemente si sono mostrati disponibili a ipotizzare una temporanea permanenza al potere dell’attuale presidente durante la transizione politica.

Il bombardamento russo dei cosiddetti ribelli “moderati” ha gettato nuova luce sull’impegno statunitense contro Assad. Un piano segreto della Cia, ben più corposo di quello “pubblico” e fallimentare del Pentagono per combattere il sedicente Califfato, ha addestrato e armato 10mila uomini negli ultimi due anni in chiave anti-regime.

Tali ribelli rimangono tuttavia subordinati a gruppi estremisti come Ahrar al-Sham e Al-Nusra, verso i quali si è registrato un costante travaso di uomini e armi.

Secondo Mosca, il piano statunitense ha solo contribuito a prolungare il conflitto, erodendo ulteriormente quelle istituzioni statali che anche a giudizio di Washington dovrebbero essere preservate.

Con l’apporto determinante delle monarchie del Golfo e della Turchia, ciò ha portato al radicamento in Siria di un estremismo che non rappresenta alcuna reale alternativa alla brutalità di Assad.

Schiaffo di Mosca a Washigton
L’intervento militare russo, però, è stato uno schiaffo nei confronti di Washington, riducendo ulteriormente le possibilità di convergenza fra le due potenze. Esso ha colto di sorpresa l’intelligence statunitense per rapidità ed efficienza.

L’impressionante lancio di missili cruise dal Caspio per colpire postazioni ribelli in Siria è un messaggio che va ben al di là del conflitto siriano, e lascia intendere che il Cremlino è pronto a sfidare anche militarmente il “primato” di Washington.

Come sottolineato dal presidente Vladimir Putin nel suo recente discorso all’Assemblea generale dell’Onu, Mosca ritiene gli Stati Uniti responsabili del caos mediorientale e non li considera più un partner affidabile nella definizione di un ordine mondiale giusto e condiviso. Lo strappo siriano va a sommarsi a quello consumatosi in Ucraina.

Dal canto suo Washington, oltre a permettere all’alleato saudita di inviare missili anticarro statunitensi ai gruppi anti-Assad, ha allentato i criteri di selezione dei ribelli, accrescendo così il rischio di “arruolare” jihadisti tra le file dei “moderati”.

Tutto ciò fa temere una nuova radicalizzazione del conflitto e un’ulteriore destabilizzazione regionale, in un panorama di accresciute tensioni internazionali.

Roberto Iannuzzi è ricercatore presso l’Unimed (Unione delle Università del Mediterraneo). È autore del libro “Geopolitica del collasso. Iran, Siria e Medio Oriente nel contesto della crisi globale”.
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giovedì 29 ottobre 2015

Israele: alle prese con l'ennesima rivolta

Medio Oriente
La decostruzione della terza intifada
Lorenzo Kamel
19/10/2015
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Na’alin, Bil’in, Nabi Salih. Sono solo alcuni dei villaggi palestinesi dove da anni è in atto una protesta popolare che coinvolge, ogni venerdì, migliaia di persone, per lo più palestinesi, ma anche israeliani e cittadini di paesi occidentali.

Eppure larga parte dei nostri mezzi di comunicazione tende a notare o a riferirsi a una sollevazione o ‘intifada’ solo quando ci sono dei morti, in particolare se si tratta di morti non-palestinesi.

Dunque se nell’ultimo mese non si fossero registrati otto morti israeliani e trentuno palestinesi - incluse quattordici persone individuate dalle autorità israeliane come terroristi - in pochi avrebbero fatto riferimento a una ‘terza intifada’.

Ciò a cui stiamo assistendo, in realtà, è forse l’implosione o il fallimento di una lotta popolare, poco visibile sui nostri mezzi di comunicazione ma non per questo meno significativa, in atto da tempo. Simone Weil sosteneva che “la guerra rivoluzionaria è la tomba della rivoluzione”: parole che appaiono più che mai attuali.

Un’anomalia storica
Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu lo ha ribadito più volte: le radici della lotta in corso non sono riconducibili all'occupazione dei territori palestinesi. Al di là dei diversi punti di vista che si possono avere sulla questione, non si può negare che questa occupazione rappresenti un’anomalia storica.

A differenza dei curdi, dei baschi, dei tibetani e di altri popoli soggetti all’autorità di paesi esterni, i palestinesi sono sprovvisti da decenni tanto di uno Stato quanto di una cittadinanza. Le “potenze occupanti” presenti nei contesti citati mantengono sì i benefici connessi alle loro “occupazioni”, ma si sono assunte delle responsabilità nei riguardi delle popolazioni assoggettate.

È corretto sostenere che l’occupazione della Cisgiordania garantisca allo Stato di Israele alcuni benefici in termini di sicurezza. Ciò che accade al di là della “Linea Verde” va tuttavia molto al di là di questo aspetto.

Ad esempio, circa il 93% della pietra e delle risorse minerarie estratte da ditte israeliane nei territori palestinesi viene trasportato e utilizzato in Israele. A ciò si aggiunga che centinaia di migliaia di palestinesi sono ancora oggi giudicati da tribunali militari e che per percorrere anche solo pochi chilometri all’interno dei territori palestinesi sono sovente obbligati a impiegare ore e ad attraversare numerosi check-point.

Milioni di persone non possono continuare a vivere sine die in questi condizioni; chiunque pensi il contrario, scrisse il sociologo israeliano Baruch Kimmerling, sta sognando.

Muri ad personam?
Cessare ogni tipo di violenza è una priorità assoluta, così come centrale è la garanzia della sicurezza dello Stato d’Israele e dei suoi cittadini. Ciò, tuttavia, deve essere accompagnato anche da altre priorità. Sigillare interi quartieri e i suoi abitanti è parte e la continuazione del problema, non certo una componente della sua soluzione.

Per rendersene conto basterebbe fare pochi passi nel campo profughi di Shuafat. Sembra un luogo dimenticato dal mondo. Eppure è ad appena 4 km dal centro di Gerusalemme, la città più contesa della terra. Un posto spettrale, con case dissestate ammassate una sull’altra, spazzatura ovunque, strade sterrate. Fa parte della municipalità di Gerusalemme, ma è divisa tanto da quest’ultima quanto dalla Cisgiordania da un muro che la avvolge. Nel campo vivono circa 30mila persone, molti dei quali profughi.

Radicalismo e religione
A dispetto delle apparenze, il ruolo della religione può spiegare molto poco ciò che sta avvenendo. Si noti ad esempio che movimenti oltranzisti come quello di Hamas hanno poco a che spartire con l’autoproclamatosi “Stato islamico” e altri gruppi islamisti.

Al contrario di questi ultimi, privi di legami profondi con le società che controllano e ispirati da ideologie obsolete, le fazioni palestinesi sono fermamente radicate nella storia della loro terra. Sono il prodotto di numerose decisioni e ideologie sbagliate, ma anche e forse soprattutto di un secolo di sofferenza, oppressione e lotta per l’autodeterminazione.

A ciò si aggiunga che oggi più che mai i leader palestinesi, non eletti e poco rappresentativi, hanno scarsa presa sulla loro gente. La grande maggioranza dei palestinesi non è motivata da ciò che sostiene un dato esponente politico o religioso, bensì da ciò che vive nella propria vita quotidiana.

Sciiti-sunniti e la marginalizzazione del conflitto
Sunniti e sciiti, ma anche cristiani, ebrei e altri gruppi religiosi hanno vissuto per secoli nel Mediterraneo orientale raggiungendo un livello di coesistenza superiore a quello registrato in gran parte del resto del mondo.

La tesi dell’esistenza di un conflitto tra sunniti e sciiti che dura da “1400 anni”, sempre più diffusa ai nostri giorni, è in questo senso problematica e tende a non considerare il fatto che l’appartenenza ad una data confessione religiosa è stata per secoli solo uno dei tanti modi e sovente non il più significativo adottati dagli esseri umani presenti nella regione per esprimere le loro identità.

Le fratture religiose non sono dunque in grado di spiegare ciò che sta avvenendo nella regione, meno ancora le dinamiche legate al contesto israelo-palestinese. Premesso ciò e sebbene sia innegabile che l’attualità abbia spostato l’attenzione su altri fronti, la questione israelo-palestinese rimane uno dei fulcri su cui verrà deciso il futuro della regione.

Lorenzo Kamel è Research Fellow (2013-16) al CMES di Harvard e consulente di ricerca dello IAI.
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lunedì 19 ottobre 2015

Israele: l'incapacità di convivere

Medio Oriente
Errori e orrori a Gerusalemme
Giorgio Gomel
18/10/2015
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Dopo una sequela di aggressioni a colpi di coltello da parte di palestinesi contro soldati, agenti di polizia e civili israeliani, seguita dalle ritorsioni israeliane, un sentimento di angoscia e insicurezza permea Gerusalemme, impedendo la normalità del vivere quotidiano.

Quasi un ritorno al clima dei primi anni 2000 quando le fazioni palestinesi più oltranziste, illuse di poter piegare Israele con l’azione armata, intrapresero la strada nichilista e impotente del terrorismo suicida. Ne seguirono anni di violenza con un numero immane di vittime dell’una e dell’altra delle due parti in lotta, attanagliate in un’orgia di reciproca brutalità.

Oggi i manovali del terrore sono giovani, residenti in larga parte nei quartieri arabi della città, senza precedenti criminali e non affiliati a movimenti organizzati. Giovani che vivono in una parte degradata di Gerusalemme, soggetti alle quotidiane vessazioni della confisca di terreni, della demolizione di case, della spoliazione di diritti.

In quella città che la retorica del governo di Israele proclama “unita e indivisibile”, ma che resta divisa sul piano dell’istruzione, dei servizi sociali, della sanità. Giovani che non intravedono un futuro normale: la speranza di un lavoro decente , un orizzonte politico che contempli la nascita di uno stato palestinese degno di questo nome, una vita che meriti di essere vissuta. La loro è una risposta violenta, sospinta da un’ideologia integralista che glorifica gli omicidi, esaltandoli come atti di martirio.

Provocazioni sulla Spianata delle Moschee
Gli eventi scatenanti dell’ondata di violenza sono stati soprattutto la reazione esasperata all’assassinio di una famiglia nel villaggio di Duma, Cisgiordania, da parte di sospetti estremisti ebrei che a più di due mesi dal fatto non sono ancora stati arrestati.

A questo si aggiunge il ripetersi di provocazioni di israeliani, inclusi ministri del governo in carica, sulla Spianata delle Moschee - o Monte del Tempio. Per i palestinesi, tali provocazioni minacciano lo status quo vigente dalla guerra del 1967 quando Israele, estesa la sovranità sulla parte araba della città, riconobbe la giurisdizione su quei luoghi sacri del Wakf - l’autorità religiosa giordana - consentendo in misura limitata ad israeliani di visitare l’area.

Si noti che il dettame rabbinico proibiva agli ebrei osservanti di visitare o pregare nell’area nel timore di poter profanare la sacralità del Santuario, quella parte del Secondo Tempio, distrutto dai Romani nel primo secolo e.v., che era riservata ai sacerdoti.

In anni recenti alcune correnti fondamentaliste ritengono invece di avere individuato il luogo delle rovine del Tempio e insistono nel visitare altre parti della Spianata. Alcuni parossisticamente minacciano di distruggere le moschee e di riedificare il Tempio.

Escalation di violenza 
La domanda è quindi come contenere gli episodi di violenza.

Proprio per il loro carattere non organizzato è difficile prevenirli. Anche se né Israele né l’Autorità Palestinese e né Hamas hanno interesse a esacerbare la situazione, il rischio è che vi sia un’ulteriore escalation. La situazione già esplosiva può degenerare qualora si inneschi un ciclo di azioni e reazioni, di atti di ritorsione anche da parte di estremisti ebrei ansiosi di “fare giustizia da soli”, come accaduto in episodi recenti.

Anche il ricorso massiccio alla forza repressiva, la demolizione delle case delle famiglie degli attentatori, la revoca dei loro diritti in quanto residenti di Gerusalemme, i posti di blocco imposti ai quartieri arabi non bastano a debellare la violenza. Al contrario l’esperienza dei primi anni 2000 dimostra che queste misure sono spesso detonatori di ulteriore violenza.

Nascita di uno stato palestinese
La cosa importante è che da un lato i servizi di sicurezza israeliani e palestinesi preservino la loro cooperazione a fini di intelligence e prevenzione e dall’altro che le due parti riprendano i negoziati diretti a porre fine all’occupazione e alla creazione di uno stato palestinese.

Era questa la filosofia degli accordi di Oslo del 1993, il riconoscimento reciproco, cioè, di diritti di pari dignità: il diritto degli israeliani alla pace e alla sicurezza come specchio di quello dei palestinesi all’indipendenza.

È ovvio dalla storia recente di negoziati abortiti che le due parti sono incapaci di un passo siffatto: gli Stati Uniti, i paesi della Unione europea e alcuni stati firmatari dell’offerta di pace della Lega araba dovrebbero agire di concerto in tal senso, premendo con forza sulle parti anche attraverso una risoluzione al Consiglio di sicurezza, come la Francia da tempo propone.

Infine, anche sul fronte dei luoghi santi e al fine di prevenire la degenerazione del conflitto israelo-palestinese in “guerra di religione”, è forse necessaria una confluenza di volontà ragionevoli di governi, uomini di fede e istituzioni religiose di più paesi del mondo che, al di là di buoni intenti circa il rifiuto dell’intolleranza, concordino precise regole del gioco di visite, riti e liturgie di mussulmani, ebrei e cristiani in quell’area contesa e in tutta la città vecchia di Gerusalemme.

Giorgio Gomel, economista, è membro del Comitato direttivo di Jcall, un’associazione di ebrei europei impegnata nel sostenere una soluzione “a due stati” del conflitto israelo-palestinese (www.jcall.eu).
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mercoledì 14 ottobre 2015

Turchia: dopo l'attetato.

Medio Oriente
Turchia, violenza pensando alle urne
Marco Guidi
12/10/2015
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Chi è stato? Ma soprattutto a chi giova? Il terzo e più sanguinoso attentato che ha funestato la Turchia (prima Diyarbakir, poi Suruç e ora Ankara) pone queste domande.

Secondo il governo turco la responsabilità è del Daesh, l’autoproclamatosi “stato islamico” che vuole destabilizzare il Paese. Ma l’opinione comune di tanti turchi, non necessariamente laici e di sinistra, identifica nello stato profondo, quel misto di servizi segreti, estremisti di destra, poliziotti, magistrati, ambienti governativi, il vero responsabile degli attentati.

Hdp, ostacolo al progetto di Erdogan
Al di là dei diversi pareri, è chiaro che colpire i curdi moderati dell’Hdp, il Partito democratico dei popoli, fa il gioco dell’Akp (Partito giustizia e sviluppo) del presidente Racep Tayyip Erdogan. Le elezioni del giugno scorso hanno visto l’Akp perdere il 9% dei voti e l’Hdp superare di un balzo lo sbarramento del 10%, raggiungendo oltre il 13% dei consensi.

Perché dal risultato del partito curdo moderato, che alle ultime elezioni ha raccolto centinaia di migliaia di voti non curdi, ma di turchi laici, giovani, imprenditori, intellettuali, dipende la partita che Erdogan sta giocando.

Se l’Akp riuscirà a ottenere la maggioranza assoluta sarà possibile impostare quella riforma costituzionale che farebbe della Turchia una repubblica presidenziale (simile alla Russia di Putin) con Erdogan che vuole essere presidente nel 2023, quando la Turchia repubblicana festeggerà il suo primo secolo di vita.

E l’Hdp è il principale ostacolo a questo progetto. Anche perché il Chp (Partito repubblicano del popolo) fondato da Kemal Ataturk, non appare competitivo. In quanto all’estrema destra, rappresentata dal Mhp (Partito di azione nazionalista) con il suo 16% dei voti viene visto come un possibile alleato di Erdogan piuttosto che come un rivale politico.

Come del resto si è dimostrato negli ultimi mesi quando proprio lo Mhp ha fatto fallire ogni tentativo di arrivare a un esecutivo di coalizione che comprendesse gli odiati membri dell'Hdp.

Tra repressione ed epurazione
Del resto è l’agire stesso di Erdogan e della magistratura da lui completamente asservita che negli ultimi tempi ha destato, non solo in Turchia, ma in tutto il mondo civile fortissime preoccupazioni.

L’agguato a un giornalista di Hurriyet, portato a termine da un commando di militanti dell’Akp seguito dall’arresto del direttore dell’edizione inglese di Zaman, “colpevole” di aver espresso in un twitter dubbi sull’onestà di Erdogan, sono solo gli ultimi episodi di una vera e propria pulizia etnica del presidente e del suo partito nei confronti di chiunque non si allinei servilmente alla loro politica.

Le epurazioni massicce tra le fila della polizia, dell’esercito, della magistratura, degli imprenditori (famoso l’attacco al gruppo editoriale Dogan con una serie di processi per presunte evasioni fiscali e con multe multimiliardarie), la repressione selvaggia delle manifestazioni di Gezi Park sono la prova lampante della situazione che si vive in Turchia.

Solo che la repressione non basta, solo che la crisi economica che ha colpito il Paese anatolico dopo gli anni del boom, la disoccupazione, l’inflazione a due cifre hanno eroso la posizione dell’Akp.

Che però va avanti nelle sue prevaricazioni e nella lotta senza quartiere anche contro altri islamici, quelli del movimento Hizmet (servizio) fondato da Fethullah Gulen. Gulen, predicatore di una forma aperta e moderna di Islam, vive da anni negli Stati Uniti, ma ha aperto scuole, filiali, imprese non solo in Turchia, divenendo una vera potenza nel campo della cultura, dell’istruzione e conquistando larghe fette di opinione pubblica e nelle file di polizia e magistratura.

Agli inizi Gulen sostenne Erdogan, poi di fronte alla radicalizzazione imposta a tutta la società i rapporti tra i due si sono guastati, degenerando in una guerra senza esclusione di colpi (fino alla richiesta agli Usa di estradarlo per terrorismo). Una guerra che Erdogan sta vincendo, ma che lascia i segni.

Politica estera turca
Per finire va velocemente esaminata la situazione della politica estera turca. Caduto il progetto dell’allora ministro degli Esteri Ahmet Davutoglu di fare dei Paesi confinanti degli alleati se non dei clienti della Turchia “neottomana” oggi Erdogan conduce una guerra senza quartiere contro il siriano Bashar al Assad e ne ha iniziata una altrettanto dura contro i curdi non solo del Pkk. Questo anche in funzione anti-Hdp, tesa a dimostrare che tutti i curdi sono terroristi.

Guerra molto meno dura contro il Daesh, che peraltro è stato favorito in molti modi dalla Turchia, dai permessi di passaggio ai volontari stranieri che raggiungevano lo Stato islamico, ai rifornimenti di ogni tipo.

Rifornimenti svelati da un servizio del quotidiano Cumhuriyet (Repubblica). In questo quadro chi appare confusa è l’Unione europea, i cui atteggiamenti sono perlomeno stravaganti. Una Unione al cui ingresso la Turchia, peraltro, non aspira più.

Marco Guidi è giornalista esperto di Medio Oriente e Islam, a lungo inviato di Il Messagero, in Turchia e nel mondo arabo. Dalla sua fondazione insegna alla Scuola di giornalismo dell’Università di Bologna.
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venerdì 9 ottobre 2015

Turchia: all'orizzonte elezioni ad alto indice di turbolenza

Medio Oriente
Elezioni ad alto rischio in Turchia 
Emanuela Pergolizzi
01/10/2015
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La tregua non regge più. Il cessate il fuoco raggiunto nel 2013 tra l'esercito turco e il Partito dei lavoratori del Kurdistan, Pkk, è stato interrotto da un violento ritorno alle armi non solo nelle basi del Pkk, sulle montagne a confine tra Turchia ed Iraq, ma anche tra strade, quartieri ed intere città, scuotendo alle fondamenta la pacifica convivenza tra le molteplici anime della società turca.

Il partito di governo, l’Akp di Recep Tayyip Erdoğan, che dal 2010 si era reso autore di un processo di dialogo senza precedenti nei confronti della minoranza curda, ora volta loro le spalle, in un violento dietro-front politico e militare.

Spina nel fianco 
L’ottimo risultato elettorale ottenuto il 7 giugno dal Partito Democratico del Popolo, Hdp - un balzo oltre la soglia di sbarramento - rischia infatti di ostacolare i sogni super-presidenziali di Erdoğan.

Riconosciuta tanto l'impossibilità di una grande-coalizione con i kemalisti-repubblicani del Chp quanto di un esecutivo di minoranza con gli ultra-nazionalisti del Mhp, il primo ministro Ahmet Davutoglu ha indetto nuove elezioni in novembre. Ma nel conto alla rovescia che separa dalle urne, un nuovo lacerante scontro interno sembra spaccare a metà il paese.

L'operazione bicefala degli F-16 turchi
Il 20 luglio, la morte di 33 giovanissimi attivisti durante una conferenza della Federazione delle associazioni dei giovani socialisti a Suruc ha portato all'apice le già violente tensioni elettorali.

L'attentato, rivendicato dall'autoproclamatosi stato islamico cinque giorni dopo la vittoria delle milizie curde YPG-YPJ a Tel Abyad, sul confine turco-siriano, aveva messo in primo piano la sicurezza del paese.

Dopo un round di colloqui con gli Stati Uniti e la cessione della base di Incirlik alla coalizione internazionale, Ankara ha annunciato l'inizio della sua operazione anti-terrorismo.

Gli attacchi degli F-16 turchi, tuttavia, si sono riversati su due fronti: tanto verso gli jihadisti al confine siriano, quanto verso le basi del movimento di guerriglia turco, il Pkk, nelle montagne al confine con l'Iraq.

La fine ufficiale dello storico e sudato cessate-il-fuoco raggiunto nel 2013.

Più di mille gli arresti tra militanti di sinistra e curdi solo nei primi cinque giorni della campagna anti-terrorismo, mentre Twitter e 96 siti di informazione d'opposizione - in maggioranza curdi - sono stati oscurati.

Gli scontri tra militari e i guerriglieri del Pkk, inizialmente concentrati nella Turchia meridionale, si sono presto estesi a tutto il paese, toccando anche obiettivi sensibili, come il gasdotto tra Iran e Turchia, nella provincia di Agri, e l'oleodotto Kiruk-Ceyhan.

Lupi grigi 
L'esplosione delle violenze militari ha risvegliato tensioni civili profonde, soprattutto tra le frange ultra-nazionaliste della società turca, con un ritorno all'attivismo dei cosiddetti "lupi grigi", organizzazione nazionalista militante fondata negli anni Sessanta.

L'8 settembre, in risposta ad uno degli attacchi più violenti del Pkk nella provincia di Hakkari, la manifestazione dei lupi - "onore ai martiri, condanna ai terroristi" - si è trasformata in un assalto congiunto alle sedi dell'Hdp in 56 province, con negozi di proprietari curdi distrutti o dati alle fiamme.

Sebbene sia il leader degli ultra-nazionalisti del Mhp, Davlet Bahceli, che il rappresentante dei lupi, Kilavuz, abbiano richiamato esplicitamente all'ordine, gli episodi di violenza tra civili hanno avuto luogo durante tutto l'arco di settembre. Scontri tra militari e guerriglieri, nel frattempo, hanno portato a lunghi coprifuoco in diverse città curde come Cizre, dove per nove giorni 120 mila abitanti sono rimasti senza elettricità, acqua e aiuti sanitari.

Media in silenzio
Nel mezzo degli scontri anche la libertà di stampa in Turchia.

Assalito più volte dai manifestanti filo-nazionalisti il quotidiano Hurriyet, da anni critico del governo. Molti i giornalisti a perdere il lavoro negli ultimi due mesi, soprattutto tra i quotidiani gestiti da conglomerati mediatici filo-governativi, come il Milliyet.

In settembre, la polizia ha fatto irruzione anche negli uffici di Ankara del gruppo Koza-Ipek, proprietario di reti televisive e quotidiani vicini ad un altro dei critici del presidente turco, il predicatore islamico residente negli Stati Uniti, Fetullah Gulen.

Fermato anche il direttore esecutivo del giornale Nokta, per una copertina ironica nei confronti di Erdoğan, e sorte peggiore per tre giornalisti stranieri - due di VICE news, insieme all'olandese Frederike Geerdink - esplusi dal paese sotto l'accusa di propaganda al terrorismo.

Non è certo se il volta faccia politico-militare verso i curdi farà scivolare verso l'Akp i voti filo-nazionalisti desiderati per una maggioranza assoluta nelle prossime elezioni di novembre.

Il timore maggiore è rappresentato da una delle parole più frequenti del settembre nero turco: il "kutuplasma", la frattura profonda tra le diverse anime della società civile turca, sempre più difficile da sanare.

Emanuela Pergolizzi è stata stagista IAI nel quadro del programma Global Turkey in Europe (twitter: @empergolizzi).
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martedì 29 settembre 2015

Turchia: elezioni il 1 novembre 2015

Di nuovo alle urne
La Turchia e il vicinato verso le elezioni
Laura Mirachian
24/09/2015
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È tempo di pensare alla Turchia. Paese-cerniera tra Occidente ed Oriente, tra Europa ed Asia, tra Mar Nero e Mediterraneo, idealmente posizionato per esercitare un importante ruolo geopolitico e interprete fino a tempi recenti di un Islam dialogante portato ad esempio per il travagliato mondo arabo, la Turchia di Erdogan andrà a nuove elezioni il 1̊ novembre, dopo appena tre mesi dalle consultazioni di agosto, in un contesto molto problematico.

Il progetto, fallito in prima istanza, è riuscire a comporre la maggioranza di 2/3 necessaria ad emendare la Costituzione in senso presidenziale. Ma, è davvero realistico?

Le sfide e i risultati di Erdogan
Erdogan sta affrontando tre sfide: la gestione dei curdi del sud-est e di quelli oltre confine in Siria e Iraq; una stabilizzazione del Medio Oriente che non vanifichi le ambizioni di influenza su cui ha tanto investito nell’ultimo decennio; un sufficiente contrasto al sedicente Stato islamco (Is), che l’attentato kamikaze a Suruc dimostra essere giunto alle sue porte.

I tre capitoli sono vistosamente interconnessi. In aggiunta, il progressivo deterioramento degli standard democratici, culminato nella repressione della ribellione giovanile a Gezi Park e nel duro contrasto con l’antagonista Gulen e con lo “Stato profondo” che egli è accusato di fomentare, conferma l’impressione che il Paese fatichi a reperire un equilibrio.

Eppure, vanno riconosciuti i meriti della prima gestione di Erdogan. In dieci anni, ha portato il Paese a uno straordinario successo economico tanto da farne la 14a economia mondiale, con un Pil prossimo alla media europea (stime Eurostat 2012).

Ha perseguito un appeasement con il Pkk mediante un abile utilizzo del detenuto a vita Ocalan; e, all’insegna di “zero problems with neighbourood”, ha rilanciato le relazioni con il vicinato arabo sulla scorta del passato ottomano e delle sintonie confessionali conseguendo una notevole espansione di commerci e influenza politica.

Ha anche mantenuto, nelle statuizioni, l’obiettivo dell’adesione alla Ue, di nuovo citata nella piattaforma che gli ha fruttato l’elezione alla presidenza nell’agosto 2014.

La crisi in Siria e l’irrompere dell’Is
Poi qualcosa è andato per il verso sbagliato. Allo scoccare dei sovvertimenti arabi nel vicino quadrante mediorientale, e in particolare in Siria. È in quel momento che Erdogan, dopo aver esercitato invano pressioni politiche su Assad per l’apertura del sistema ai sunniti, si è trovato davanti il dilemma se, e in che misura, sostenere le istanze di ribellione.

Ha deciso che Assad è il primo obiettivo da abbattere. E ha optato per il fiancheggiamento degli oppositori senza troppe distinzioni, fornendo sostegno logistico e organizzativo, santuari anche ai gruppi più radicali, facilitazioni di transito ai ‘foreign fighters’ e - non ultimo - offrendo un’accoglienza umanitaria fin troppo generosa al massiccio flusso di rifugiati, forse nella prospettiva di capitalizzare sulla loro riconoscenza.

Scelte che hanno finito per coinvolgere pesantemente il Paese nella guerra civile siriana e per riaprire il contrasto con i curdi entro e fuori confine. Questa politica non è apparentemente cambiata con l’irruzione sulla scena dell’Is nell’estate 2014 e la sua rapida espansione in Siria, Iraq ed oltre.

Ne ha risentito inevitabilmente il rapporto con la componente curda. Sul duplice fronte dell’ascesa del Partito curdo Hdp per la prima volta in Parlamento con ben 80 seggi, sull’onda dei successi conseguiti dai curdi oltre confine nel contrasto all’Is (l’eroica resistenza di Kobane), con il sostegno della coalizione a guida Stati Uniti, e della ripresa del terrorismo Pkk dopo l’attacco kamikaze al Centro culturale curdo di Suruc, attribuito all’Is ma sospettato di matrice turca da parte dei curdi.

E ne hanno risentito anche le libertà democratiche, sacrificate in nome del controllo interno nel contesto delle gravi turbolenze dei dintorni.

Né l’accordo di agosto con gli Stati Uniti per la concessione dell’uso della base aerea di Incirlik e la partecipazione turca alla coalizione anti-terrorismo ha contribuito, nell’ambiguità dei testi e altresì della successiva pronuncia della Nato, a un chiaro allineamento di Ankara alle priorità occidentali.

Nel frattempo, si scaricano sull’Europa masse di rifugiati siriani provenienti o in transito dalla Turchia, che evidentemente vi scorge ora più un fattore di disturbo e un rischio di infiltrazioni terroristiche che un vantaggio in termini di influenza nel futuro della Nuova Siria.

Un più stretto raccordo con l’Europa
A questo punto, dobbiamo interrogarci sull’approccio che l’Europa ha praticato nei confronti del Paese, se essa abbia esperito tutti i modi per tenerlo agganciato, in queste straordinarie circostanze, e soprattutto se sia possibile aggiornarlo alla luce degli sviluppi intervenuti.

Come sappiamo, le relazioni di associazione risalgono al lontano 1963, l’unione doganale al 1995, lo status di Paese candidato al 1999, l’avvio dei negoziati di adesione al 2005.

Da allora, le trattative sono andate molto a rilento. Per una serie di con-cause, tra cui le sopravvenute perplessità di taluni europei al tragitto di adesione di un paese vasto e non culturalmente omologabile (la proposta tedesca di sostituirlo con una “special partnership”) e, da ultimo, la stagnazione economica e i problemi dell’euro-zona che hanno mutato l’ordine delle priorità.

Ma, per oltre un decennio, l’obiettivo dell’adesione ha rappresentato per la Turchia un catalizzatore per le riforme economiche e gli standard politici (ivi inclusa l’abolizione della pena di morte nel 2004), oltre che un volano per il successo economico.

Oggi, il consenso nell’opinione pubblica turca, ancorché in forte calo, è pur sempre del 42%. Non sarebbe impossibile ricostruire con il Paese un rapporto di fiducia. E sostenerlo in un percorso di allineamento con le posizioni europee in Medio Oriente, che ponga fine alle deviazioni islamiste e che al contempo ne prefiguri il posizionamento di co-protagonista nella regione che gli spetta.

Non basta recarsi ad Ankara per chiederle di frenare il flusso dei profughi ed elargire qualche finanziamento supplementare perché continui ad ospitarli.

Il 5 ottobre Erdogan sarà a colloquio con Juncker a Bruxelles. Erdogan non è il tipo che chiede favori né che lascia trapelare vulnerabilità.

Ma per l’Europa è un’occasione per riassicurare la Turchia sul suo ruolo nella regione, ottenendone in cambio comportamenti conformi, e per riprendere le fila, se non del negoziato in senso stretto, di quell’approccio “integrato”, fatto di dialogo politico, culturale, economico, che a suo tempo, a partire dalla stabilizzazione dei Balcani, ha fruttato un proficuo coordinamento con la comunità occidentale, oltre che un graduale adeguamento agli standard internazionali sul piano dei diritti civili.

Laura Mirachian, Ambasciatore, già Rappresentante Permanente presso l’Onu, Ginevra.
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Siria: la Russia entra in gioco


Il gioco di Putin
Siria: stivali russi per Assad
Giovanna De Maio
26/09/2015
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Uno dei classici colpi di scena à la Vladimir Putin. Questa volta in Siria, dove Mosca è impegnata da anni, ma con le sue operazioni a Latakia e al porto di Tartus sta diventano un attore sempre più importante.

L’acquisizione della base navale di Tartus risale al 1971. Fino a pochi anni fa era piuttosto malridotta. In seguito agli eventi della Primavera araba (o Rivolta araba, come la definisce Mosca), l’importanza di quest’unico porto russo sui mari caldi si è rivelata particolarmente strategica per la proiezione russa in Medio Oriente.

Proprio mentre dalla comunità internazionale piovevano sanzioni contro il regime di Bashar al-Assad, in questo porto arrivavano le portaerei russe cariche di YAK-30 e armi sofisticate.

Interessi russi in Siria
Del resto la Siria è uno dei primi cinque acquirenti stranieri di armamenti russi. La sinergia tra Mosca e Damasco riguarda anche il settore estrattivo, dove le compagnie russe hanno investito circa 20 miliardi di dollari. Dettaglio che spiega non solo il veto russo alla risoluzione Onu che imponeva ad Assad di farsi da parte, ma anche l’aiuto delle banche russe nell’aggirare le restrizioni finanziarie imposte a Damasco.

Dietro l’ultimo sforzo militare di Mosca in Siria si nascondono anche altri tipi di considerazioni. Putin teme l’uscita di scena di Assad perché questa significherebbe perdere l’ultimo alleato russo nel mondo arabo e la maggiore fonte di influenza nella regione.

Per quanto possa sembrare riduttivo, in Siria come in Ucraina le ragioni russe sono da ricercare nella malcelata insoddisfazione nei confronti dell’ordine mondiale del post Guerra Fredda. Mosca non vuole essere un junior partner degli Stati Uniti e pretende di recitare il suo ruolo in uno scenario il più possibile multipolare. Per farlo, si inserisce in queste zone grigie, dove non c’è né guerra né pace, destreggiandosi abilmente negli spazi lasciati liberi dal diritto e dalla comunità internazionali.

Mosca vuole guida fronte anti-Califfo
Escludendo la troppo rischiosa ipotesi di un intervento unilaterale, attraverso la mossa siriana la Russia sembra volersi proporre come leader credibile e in grado di guidare una coalizione internazionale contro il sedicente “Stato islamico” (Is), insieme all’Iran e ovviamente ad Assad.

Su quest’ultimo punto Mosca appare irremovibile, ma non mancano spiragli di compromesso come traspare dalle pagine del Valdaj Club: un cambio di regime in Siria è possibile solo se la Russia potrà giocare un ruolo attivo nella definizione dei nuovi equilibri mediorientali e sarà inserita nel sistema di sicurezza della regione. Fino a questo momento, però, la presenza di Assad rappresenta un imprescindibile strumento contro il dilagare della minaccia dello “Stato islamico”.

Anche se non ci sono dati certi circa il coinvolgimento di combattenti del Caucaso tra le fila dell’Is, il Cremlino tiene alta la guardia perché teme il riaccendersi del fuoco del separatismo in Cecenia e Inguscezia.

Per questo motivo, stando a quanto riporta il giornale Argumenty i Fakty, Mosca avrebbe affidato l’addestramento di alcune unità cecene alla guida di ex gruppi delle forze speciali russe con l’obiettivo di impegnarle a sostegno di Assad e a copertura delle truppe russe. Sembrerebbe una triste ripetizione del copione ucraino, in cui i ceceni si sono ritrovati a combattere al fianco sia degli ucraini che dei separatisti filo-russi.

Dal Donbass a Tartus
Dietro l’aiuto garantito a Damasco c’è anche un altro obiettivo: virare l’attenzione internazionale e interna sul fronte siriano per allontanarla da quello ucraino. In questo modo Mosca cerca non solo di uscire dall’isolamento internazionale e riallacciare i rapporti con l’Occidente, ma anche di alleggerirsi dal peso dei partiti nazionalisti che premono per un intervento più deciso in Ucraina.

Sui giornali nazionalisti come Zavtra, gli appelli all’indipendenza del Donbass hanno temporaneamente lasciato il posto a quelli per la lotta al terrorismo islamico e alla protezione dei Circassi in Siria.

Su questo punto, però, il governo non si sbilancia anche perché conosce bene gli effetti collaterali di invocare una responsabilità di proteggere, come accaduto in Ucraina, in cui i promotori della Novorossya sembrano sfuggire al controllo di Mosca.

La posta in gioco è molto alta e Putin ha fatto la sua mossa. Che la logica alla base sia condivisibile o meno, sta all’Occidente vedere ed eventualmente rilanciare tenendo ben presente che, stante la vulnerabilità alle minacce magmatiche dello “Stato islamico”, scegliere di avere Mosca dalla propria parte potrebbe rivelarsi vincente.

Giovanna De Maio è dottoranda di ricerca presso l'Università degli Studi di Napoli L'Orientale; è stata stagista per la comunicazione presso lo IAI.
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mercoledì 23 settembre 2015

Iraq: i lenti progressi di un esercito ricostruito

Provincia di Anbar contesa
Iraq: incerta la battaglia di Ramadi
Elvio Rotondo
12/09/2015
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Mentre i militanti del sedicente Stato islamico cercano di consolidare le conquiste nella vasta provincia del deserto di Anbar, dove ormai solo alcune sacche di territorio rimangono sotto il controllo del governo, le forze di sicurezza irachene, sostenute dagli Stati Uniti, continuano, senza molti progressi, nella battaglia per riprendere la città occidentale di Ramadi, evidenziando le carenze nella strategia di Washington nel contrastare i militanti dello Stato islamico.

L’obiettivo iniziale della controffensiva era di circondare la città, ma tre mesi dopo la sua caduta nelle mani dello Stato islamico, le forze irachene non sono ancora riuscite nel loro intento.

Ramadi, città che sorge sulle sponde dell’Eufrate, si trova a circa 110 km ad ovest di Baghdad ed è capoluogo della provincia a maggioranza sunnita di Anbar. La conquista di Ramadi e Falluja permette ai militanti dello Stato islamico di estendere il controllo su quasi tutta la provincia di Anbar, la più vasta dell’Iraq.

Rimpallo di responsabilità
Il primo ministro iracheno Haider al-Abadi aveva detto, a maggio, in un'intervista alla Bbc, che la città sarebbe stata riconquistata "in pochi giorni". Secondo il Washington Post, il ritmo incerto dell'operazione rischia di intaccare l'immagine degli Stati Uniti in Iraq, nonostante si spendano 1,6 miliardi di dollari per l’addestramento e l’equipaggiamento delle forze irachene.

Il limitato progresso dell’esercito iracheno viene giustificato da alcuni con la mancanza di un adeguato supporto aereo della coalizione a guida Usa, mentre altri addetti ai lavori fanno sapere che lo sforzo di espellere i combattenti dello Stato Islamico da Ramadi è stato rallentato da una serie di fattori, compreso il caldo eccezionale delle ultime settimane, le ampie fortificazioni e gli Ied (Improvised Explosive Device) che i militanti hanno disseminato intorno alla città.

Dall’operazione per riprendere Ramadi le milizie sciite irachene, in supporto all’esercito, sono in gran parte escluse proprio per non alimentare tensioni settarie, già messe a dura prova.

Più ottimista appare il generale dei Marines Kevin Killea, capo di Stato Maggiore della Combined Joint Task Force-Operation Inherent Resolve (Cjtf-Oir) che ha dichiarato che gli Usa stanno fornendo all’Iraq tutto ciò di cui necessita: solo sull’area di Ramadi, in una settimana, ci sono stati numerosi bombardamenti.

Una storia che si ripete
In un recente briefing, il generale Killea ha detto che il contrattacco continua con la fase d’isolamento delle aree sotto il controllo dei militanti dello Stato islamico, con le Isf (Iraqi Security Forces) che fanno progressi giornalmente. Le forze irachene stanno conducendo operazioni in più settori e stanno portando avanti il loro schema di manovra previsto. “È uno scontro difficile, per non dire altro”.

Nel complesso, sono stati fatti progressi in tutti i settori a Ramadi. Le forze di sicurezza irachene rimangono deliberatamente misurate nei loro progressi, prendendosi il tempo necessario per sgombrare il terreno disseminato di ostacoli e Ied. “Come potete immaginare i team per la bonifica di esplosivi e gli equipaggiamenti sono risorse estremamente importanti per le forze di sicurezza irachene in questo momento”.

Gli Stati Uniti spendono 9,9 milioni di dollari al giorno per la campagna aerea in Iraq e Siria e gli aerei della coalizione hanno effettuato circa 4.000 attacchi aerei in Iraq lo scorso anno, ma, evidentemente, per alcuni funzionari iracheni, ciò non è sufficiente per fare la differenza sul terreno.

Secondo alcuni comandanti iracheni, le forze di sicurezza sono ferme nelle stesse posizioni di un mese e mezzo fa. Anche se è d’obbligo ricordare che gli americani, dopo l’invasione del 2003, lasciarono sul campo numerosi marines nei diversi combattimenti per la conquista di città chiave della regione.

Gli jihadisti ‘vedono’ Baghdad
Intanto, i militanti dello Stato islamico, dopo aver cacciato le forze di sicurezza irachene da Ramadi, si sono trincerati in città, gestendo il governo locale, provvedendo a riparare le infrastrutture essenziali e a costruire le difese per contrastare eventuali attacchi.

I loro sforzi sono tali da ostacolare i tentativi del governo di riprendere la città. Le forze irachene e le milizie alleate non sono ancora riuscite nell'offensiva promessa, permettendo ai jihadisti sunniti di cementare la loro leadership.

Secondo un altro ufficiale iracheno i militanti sarebbero in grado di spostarsi da Ramadi a Falluja, a 55 chilometri, anch’essa in mano all’Is, in quanto le forze irachene attorno a Ramadi non li starebbero contrastando in maniera efficace.

In generale, i militanti dello Stato islamico hanno il sopravvento sui campi di battaglia, lanciando attacchi regolari a Khalidiyah e Habbaniyah, città a circa 24 chilometri a est di Ramadi vicino alla base area di Taqqadum, dove i soldati americani sono di stanza.

La situazione in Iraq è senza dubbio preoccupante poiché la mancata riconquista da parte dell’esercito iracheno di Ramadi potrebbe aprire ad un’offensiva jihadista e puntare verso la capitale Baghdad, distante solo un centinaio di chilometri.

Probabilmente, per un effettivo cambio di rotta dal punto di vista militare, si dovrebbe ricorrere ai cosiddetti boots on the ground da parte delle forze della coalizione perché i soli bombardamenti, al momento, non sembrano bastare per sconfiggere i militanti dell’Is.

Elvio Rotondo è Country Analyst de “Il Nodo di Gordio”.
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Siria: l'aiuto dell'alleato storico

Assad, Putin e gli altri
Siria: un’impresa non impossibile
Laura Mirachian
11/09/2015
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L’approdo dei militari russi a Latakia ricorda il repentino arrivo di un contingente russo all’aeroporto di Pristina nel 1999, allorché si rischiò uno scontro Nato-Russia, sventato solo grazie alla decisione del comandante in campo d’accordare a Mosca un quadrante dello spazio ove la Nato s’accingeva a dispiegarsi.

Solo che, questa volta, non è la Russia di Cernomirdyn, ma la Russia inquietante di Putin che ha già una partita aperta con l’Occidente in Ucraina, che rafforza gli apparati militari in Crimea, che ammassa truppe a ridosso dei Baltici, che si manifesta nell’Artico, che secondo il Pentagono si accinge a rafforzare gli arsenali nucleari anche con una nuova tipologia di droni sottomarini, e che è più che determinata a mantenere la sua presenza nel Mediterraneo e per questo a puntellare la Siria degli Assad.

Mosca-Damasco, la lunga alleanza
Non deve sorprenderci: l’alleanza Mosca-Damasco ha una lunga tradizione, risale ai tempi dell’Unione Sovietica, è stata coltivata con successo nei decenni, e rafforzata da ultimo.

Ma evidentemente, in questo frangente, c’è di più. La Russia intende essere protagonista a pieno titolo della “nuova mappa” che si sta delineando in Medio Oriente.

A Latakia come a Pristina il messaggio è: noi siamo qui, venite a patti. Un messaggio che fa seguito alle profferte esplicite dei giorni e settimane addietro, rimaste senza riscontro. E con le dichiarazioni che giungono dall’Iran, altro alleato degli Assad, che segnalano una disponibilità di collaborazione verso “chiunque” si adoperi per la soluzione del conflitto. Un’apertura, verosimilmente, al principale antagonista in area, l’Arabia Saudita.

Ma davvero noi Occidente pensiamo che si possa stabilizzare questa o altra Siria, e più oltre il quadrante mediorientale, senza la Russia? E immaginiamo di aprire un nuovo scacchiere di confronto con Mosca, innestandolo nella tragedia immane della guerra civile siriana? Valgano le raccomandazioni della Germania.

La soluzione di questo, come di altri grandi conflitti, non verrà raggiunta finché protagonisti locali, regionali, internazionali - i tre circuiti che determinano i destini di ogni grande crisi - non avranno reperito i termini di un compromesso che rifletta a sufficienza gli interessi di ognuno.

Le tensioni e le incertezze dell’Occidente
In Occidente, molte incertezze, tensioni disomogenee. La priorità è abbattere Assad oppure ci serve il suo esercito per contrastare gli estremisti islamici sul terreno ove non vogliamo scendere? Una stabilizzazione con la Russia o senza Russia? Puntare sull’Iran o limitarne le ambizioni?

E che fare del futuro dei curdi, per anni combattenti sul terreno? Va riconosciuto alla Turchia il “rischio” di uno Stato curdo alle frontiere tollerandone le scorribande oltre confine o ne va perseguita l’uscita dall’ambiguità? E, quanto ad ambiguità, meglio soprassedere a quelle degli arabi del Golfo o convincerli a una maggiore trasparenza? E infine, meglio spezzettare la Siria (e l’Iraq) per linee etniche, o preservarne l’integrità territoriale organizzando una sorta di condominio?

Non si è ancora arrivati alla quadratura del cerchio. Nel mentre, il Regno Unito avvia raid aerei sostenendo di farlo per auto-difesa, e la Francia, nel muovere, è tentata di combattere l’Is e al contempo Assad come a lungo proclamato: forse qualcuno ha in mente il proprio passato, e la futura divisione in zone di influenza.

Nel frattempo, l’irruente espansione del sedicente Stato islamico nella regione, e ben oltre, ha gravemente deteriorato il quadro. Ma potrebbe essere proprio l’Is, tragicamente, ad offrire una nuova opportunità alla diplomazia. L’Is è un nemico comune. E comune è l’interesse ad abbatterne l’iniziativa, anzitutto. Minaccia l’Occidente, così come la Russia, e l’Iran, ed ha oltrepassato le porte dei Paesi arabi e della Turchia.

Lo schema elaborato da Kofi Annan
Esiste già uno schema di lavoro: quello compilato da Kofi Annan, a Ginevra nel giugno 2012. Lo schema non propone una soluzione, ma un metodo. Può essere ancora praticato, anche parallelamente ad iniziative militari di contrasto all’Is.

Prefigura una fase di transizione, con un governo dotato di “full executive powers” che provveda ad avviare un dialogo, a redigere una nuova Costituzione e a predisporre elezioni generali multi-partitiche. All’insegna della continuità delle istituzioni statali e del perseguimento dei criminali (accountability).

Il destino di Assad verrà segnato dagli stessi siriani. Questo dialogo servirà in primo luogo ad emarginare l’Is, sottraendogli adepti volontari e involontari, e a recuperare i ceti medi che nella disperazione stanno massicciamente lasciando il Paese e che dovrebbero invece essere il perno della futura Siria.

Certo, siamo in grave ritardo. Si impone con assoluta urgenza un tavolo attorno al quale reperire i termini di una nuova Siria. Occorre recuperare gli arabi del Golfo, rassicurare la Turchia, sfruttare la disponibilità dell’Iran, e non ultimo dell’Egitto e del Maghreb, e raccogliere la sfida che ci sta lanciando la Russia.

Laura Mirachian, Ambasciatore, già Rappresentante Permanente presso l’Onu, Ginevra.
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giovedì 17 settembre 2015

Libano: Il presidente Salam: tra incapacità e lealismo


Il 1° settembre decine di dimostranti afferenti al movimento “You Stink” hanno occupato per diverse ore alcuni corridoi della sede del Ministero dell’Ambiente a Beirut, invocando le dimissioni del Ministro Mohammed Machnouk. Questi viene visto come il principale responsabile della crisi sanitaria e ambientale che interessa da più di un mese la capitale libanese e le zone limitrofe, a causa dell’interruzione del servizio di raccolta e smaltimento dei rifiuti. La crisi ha avuto origine a metà luglio quando, in seguito alla chiusura della discarica di Naameh, non è stato individuato un sito alternativo dove convogliare la spazzatura che conseguentemente si è accumulata lungo le strade di Beirut. 
Al di là della questione dei rifiuti, le proteste rappresentano una critica sia nei confronti del governo del Premier Salam, accusato di essere incapace di fornire i servizi essenziali alla popolazione, sia dell’intero sistema istituzionale su base settaria, visto ormai come obsoleto e dominato da logiche corruttive e clientelari a discapito di una corretta ed efficiente gestione dello Stato. 
Inoltre, ad influire su queste criticità è intervenuta la crisi siriana, a causa della quale i due schieramenti politici che compongono l’attuale Governo di coalizione libanese si sono allineati su fronti diametralmente opposti, favorevoli rispettivamente ai ribelli e ai lealisti. La difficoltà di trovare un accordo per la designazione del nuovo presidente della Repubblica, la cui carica risulta vacante da più di un anno e mezzo, nonché la decisione di rinviare le elezioni al 2017 sono il chiaro sintomo di una vera e propria stasi a livello istituzionale che costituisce il terreno fertile della protesta. Sebbene, al momento, il perpetrarsi della guerra civile siriana renda poco probabile il raggiungimento di un compromesso tra le diverse fazioni politiche, resta da vedere se e in quale misura You Stink riuscirà ad influire sugli sviluppi futuri della politica interna libanese.

Libano

Fonte C.E.S.I Vk 184

sabato 5 settembre 2015

Stato Islamico: l'avanzata verso l'Africa settentrionale

Libia, Egitto, Algeria
Stato islamico in Nord Africa: rivalità e alleanze
Umberto Profazio
31/08/2015
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Complice la situazione di estrema instabilità in Libia, l’avanzata del terrorismo di matrice jihadista in Nord Africa non sembra conoscere soste.

Nella prima metà di agosto il gruppo terrorista dello Stato Islamico si è gradualmente impadronito della città libica di Sirte, provocando nuovi timori sia da parte delle principali potenze regionali, sia da parte delle diplomazie occidentali.

Il 20 agosto un attacco nella periferia di Sousse, in Tunisia, ha provocato la morte di un poliziotto. Il giorno stesso un’autobomba è esplosa di fronte a un edificio di proprietà delle forze di sicurezza egiziane nel distretto di Shubra el-Kheima, nella periferia del Cairo, toccando anche il tribunale adiacente e provocando 29 feriti. Gli episodi si susseguono ravvicinati.

Lo Stato Islamico e al-Mourabitun
Nonostante la maggior parte degli attentati sia stata attribuita agli uomini di Abu Bakr al-Baghdadi, la realtà sembra essere molto più complessa. Il fronte del terrore in Nord Africa non è compatto e monolitico come a prima vista potrebbe sembrare, ma nasconde una ricca diversità di posizioni.

Questo è quanto si può desumere dall’annuncio con cui il 24 agosto i miliziani dello Stato Islamico hanno chiesto la testa di Mokhtar Belmokhtar, a capo del gruppo terroristico al-Mourabitoun.

Conosciuto per il tragico attacco del gennaio 2013 presso l’impianto di gas algerino di In-Amenas, al-Mourabitoun è nato dalla fusione tra le Brigate al-Mulathameen e il Movimento per l’unità del Jihad in Africa occidentale.

Le origini qaediste della formazione si desumono dal fatto che le Brigate al-Mulathameen furono create da Belmokthar come una fazione dissidente di al-Qaeda nel Maghreb islamico. Tuttavia la scissione non è stata così profonda da fare rinnegare a Belmokhtar la sua appartenenza a al-Qaeda.

Nonostante il 15 maggio Adnan Abud Walid Sahraoui, capo della branca saheliana dell’organizzazione, abbia prestato giuramento di fedeltà allo Stato islamico, sono arrivate subito le smentite.

Il 17 luglio al-Mourabitoun ha rinnovato la sua bay’ah (sottomissione) a Ayman al-Zawahiri, dichiarando di rappresentare al-Qaeda in Africa occidentale e di continuare la sua battaglia contro la Francia e i suoi alleati.

L’organizzazione ha anche ribadito la leadership di Belmokhtar, smentendo così le notizie relative alla sua uccisione in un raid condotto dall’aviazione statunitense a Ajdabya a giugno.

La natura saheliana di al-Mourabitoune la scelta dell’Algeria quale teatro principale delle sue azioni, sembra rappresentareun ostacolo all’espansione dello Stato islamico in questo Paese.

Soprattutto a seguito della repressione degli uomini di al-Baghdadi da parte delle forze di sicurezza algerine: nel dicembre 2014, infatti, i militari di Algeri sono riusciti a annientare il gruppo Jund al-Khilafa, affiliato allo Stato islamico, eliminando anche il suo presunto capo Abdelmalek Gouri.

I dissidenti di Ansar Beit al-Maqdis
In questo quadro estremamente dinamico, risulta naturalmente importante il teatro egiziano, dove la minaccia principale deriva da Ansar Beit al-Maqdis, formazione originariamente di stanza nel Sinai che negli ultimi mesi ha allargato il suo raggio di azione.

Nonostante la sua bay’ah allo Stato Islamico e la ridenominazione in Wilyat Sinai, il processo di affiliazione è stato dibattuto, con alcuni membri che hanno preferito abbandonare il gruppo e prendere altre strade.

Tra questi un’importanza fondamentale sembra avere Hisham Ali Ashmawy, che s’è meritato anch’egli l’inserimento nella lista dei ricercati da parte dello Stato islamico.

Ritenuto dalle autorità del Cairo responsabile dell’uccisione il 29 giugno del procuratore generale Hisham Barakat, Ashmawy infatti avrebbe partecipato alle operazioni contro lo Stato islamico nella città libica di Derna, allineandosi alle posizioni del Mujhaideen Shura Council.

Le indagini sugli attentati in Tunisia
Ancora più complesso sembra essere il panorama tunisino. Lo Stato islamico ha infatti rivendicato i principali attentati nei Paese, compresi quelli del museo del Bardo del 18 marzo e dell’Imperial Marhaba Beach Hotel di Sousse del 26 giugno.

In un primo momento le autorità tunisine sono sembrate riluttanti a attribuire la responsabilità di entrambi gli attacchi allo Stato islamico. Le indagini per l’attentato del Bardo si erano indirizzate sulla pista delle Brigate Okba Ibn Naafa, gruppo qaedista attivo soprattutto nella regione montuosa del Chembi, al confine con l’Algeria.

Solo a seguito dell’inchiesta della polizia britannica, è emerso un collegamento diretto tra l’attacco del Bardo e quello di Sousse: si ritiene infatti che i responsabili di entrambi gli attacchi siano passati dal medesimo campo di addestramento di Sabratha in Libia. Presumibilmente nello stesso periodo.

Un’ulteriore complicazione deriva dal fatto che il campo di Sabratha è notoriamente gestito da Ansar al-Sharia in Libia, il cui rapporto con lo Stato islamico risulta ambivalente. Nonostante tale formazione non abbia mai fatto voto di sottomissione a al-Baghdadi, pare che molti dei suoi ex membri siano successivamente entrati nelle file dello Stato islamico, rafforzando l’organizzazione.

Una libertà di movimento assoluta
In un contesto caratterizzato da scarsa trasparenza, inaffidabilità delle fonti e strumentalizzazioni politiche, l’unica certezza è che il fattore complessità sembra avvantaggiare lo Stato islamico.

Facendo del Nord Africa un’immensa Siria dove l’assenza di una componente settaria in grado di infervorare gli animi viene compensata da un’incredibile pluralità di attori, tutti con differenti agende e caratterizzati da un’irriducibile rivalità. E i cui movimenti vengono agevolati dall’assoluta mancanza di controlli alle frontiere.

A metà agosto il valico di Musaid tra Libia e Egitto è rimasto sguarnito, per un immotivato ritiro delle guardie di frontiera libiche. E a Sirte si stanno moltiplicando le notizie relative alla presenza di numerosi combattenti nigeriani tra le fila dello Stato islamico.

Questo presunto afflusso, tramite le porose frontiere tra Nigeria e Niger e tra quest’ultimo e la Libia, dà un contenuto concreto alla bay’aha al-Baghdadi annunciata dall’organizzazione nigeriana nei mesi scorsi.

Nella non più remota eventualità di un intervento in Libia (sia da parte occidentale che della Lega Araba), il controllo delle frontiere assume un’importanza sempre più cruciale e decisiva.

Umberto Profazio è dottorando in Storia delle Relazioni Internazionali presso l’Università di Roma “Sapienza” e analista per la Nato Defence College Foundation. Il suo primo e-book “Lo Stato Islamico: origini e sviluppi” è edito da e-muse.
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sabato 15 agosto 2015

Israele: il caso del villaggio da distruggere

MO: la pace difficile
Israele/Palestina, il caso di Susiya 
Lorenzo Kamel
03/08/2015
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Il direttore della Ong israeliana Regavim, Ari Briggs, ha pubblicato, il 22 luglio, un editoriale sul Jerusalem Post intitolato “L’invenzione del villaggio di Susiya”, in riferimento al piccolo villaggio palestinese che nelle ultime settimane ha attirato l’attenzione della diplomazia e dell’opinione pubblica internazionale per via della sua ventilata distruzione e del trasferimento forzato dei suoi abitanti.

Facendo eco a un punto di vista piuttosto diffuso in Israele, l’autore ha argomentato che “le fotografie aeree, le dettagliate mappe e i diari di viaggio del XVIII e XIX secolo” sono concordi nel mostrare che “tale villaggio non sia mai esistito”; e ha ricordato che Susiya si trova nell'Area C della Cisgiordania, dunque “sotto la piena autorità israeliana, in conformità con gli accordi di Oslo”.

Briggs, infine, ha chiarito che “l’area occupata dagli abusivi [squatters] è stata storicamente utilizzata esclusivamente per i pascoli” e ha sollecitato le autorità israeliane affinché demoliscano il villaggio per “far rispettare lo stato di diritto e un’equa applicazione della legge”.

Il contesto storico
L’esistenza di Susiya, che sorge su un suolo che è di proprietà privata dei suoi attuali abitanti, è attestata almeno sin dal 1830. È menzionato anche nella mappa (n. XXV) prodotta dal Palestine Exploration Fund nel 1880. Era principalmente abitato da un esiguo numero di pastori e contadini: alcuni di essi risidievano in pianta stabile nelle grotte circostanti, altri vi trascorrevano solo alcuni mesi dell’anno (in funzione dei pascoli).

È degno di nota che larga parte dell’area rientrava nella categoria Musha, ovvero terra considerata dagli abitanti locali come una comproprietà a disposizione di clan familiari locali.

L’odierna Susiya è distante alcune centinaia di metri dal precedente villaggio. Fu costruita nel 1986 da un gruppo di famiglie espulse dalla “vecchia Susiya” - dove a partire dal 1948 avevano trovato rifugio alcuni clan provenienti da al-Qaryatayn e altri villaggi rasi al suolo nel corso e a seguito del conflitto - per far posto a un’area archeologica e a un sito turistico.

Un’equa applicazione della legge
Ancor prima del passato di Susiya, è il riferimento agli accordi di Oslo e l’appello per “un’equa applicazione della legge” a sollevare alcuni importanti interrogativi. Secondo l’organizzazione israeliana per i diritti sull’edilizia, Bimkom, più del 98% delle richieste di edificazione avanzate tra il 2010 e il 2014 da palestinesi nell’Area C della Cisgiordania sono state rigettate.

È un dato ancora più significativo se si considera che nei territori palestinesi esistono circa 100 insediamenti israeliani “non ufficiali” - meglio conosciuti come “avamposti”, o “outposts”. Sebbene siano considerati illegali anche dalle autorità israeliane e siano stati costruiti in violazione delle leggi israeliane che regolano le progettazioni e le costruzioni nell’area, essi ricevono ingenti sussidi, agevolazioni e protezione militare da parte dello Stato.

Dieci di questi avamposti sono stati legalizzati dal premier israeliano Benjamin Netanyahu nel 2012. Si stima che numerosi altri - in particolare quelli costruiti su suolo considerato come “state land” (un concetto controverso che non ha precedenti nella storia della regione) - beneficeranno del medesimo trattamento.

Secondo Peace Now, circa il 77% dei coloni che si trasferiscono a vivere negli avamposti e negli insediamenti presenti in Cisgiordania lo fanno per ragioni legate alla qualità della vita: solo una minoranza di essi è mosso da considerazioni di natura religiosa.

La grande maggioranza degli insediamenti (compreso il più invasivo, Ariel) e degli avamposti sono relativamente nuovi e non sono stati edificati su siti di rilevanza religiosa o storica: le loro origini, in particolare quelle dei cosidetti “settlements blocks”, sono in larga parte legati a fattori economici, nonché a questioni legate alla prossimità con le città israeliane. Ciò conferma che il tentativo di giustificare il trasferimento degli abitanti di Susiya è basato su una valutazione selettiva della realtà locale.

Oslo versus Susiya
L’articolo 31 degli accordi di Oslo stipulò che “nessuna delle due parti deve iniziare o adottare qualsiasi disposizione volta a cambiare lo status della Cisgiordania e della Striscia di Gaza”. Sebbene ciò si presti a differenti interpretazioni, è altresì vero che ad ogni tornata di negoziati le autorità israeliane esigono che le parti in causa tengano conto della mutata realtà demografica, fortemente influenzata dalle cospicue sovvenzioni e dagli sgravi statali garantiti tanto agli avamposti quanto agli insediamenti.

Difficilmente essi possono essere considerati come un’involontaria conseguenza delle politiche adottate nella regione. Essi mirano a condizionare lo status presente e futuro dell’area.

Invocare in modo selettivo gli accordi di Oslo - che tra l’altro prevedevano un periodo di interim di massimo cinque anni - è un’arma a doppio taglio che mal si concilia con le argomentazioni sostenute da quanti considerano legittima la demolizione di villaggi come quello di Susiya.

Una prospettiva più ampia
Susiya e decine di altri villaggi nella valle del Giordano e nelle colline a sud di Hebron sono parte di un quadro e di una strategia più ampia. In assenza di un credibile intervento esterno multilaterale, le autorità israeliane si annetteranno l’Area C della Cisgiordania (ovvero il 60% del totale), offrendo ai palestinesi ciò che il ministro della Pubblica Istruzione Naftali Bennett ha definito una “autonomy on steroids”.

Un tale scenario non richiede alcuna guerra, né la rimozione di tutta la popolazione residente nell’area: ai pochi palestinesi che nei decenni a seguire riusciranno a rimanere nell’Area C della Cisgiordania verrà offerta la possibilità di ottenere la cittadinanza israeliana.

Qualsiasi tentativo di raggiungere una soluzione diplomatica al conflitto israelo-palestinese deve trovare strumenti efficaci per opporsi a questo obiettivo destinato a compromettere ulteriormente il presente e il futuro della regione.

Lorenzo Kamel è autore di "Imperial Perceptions of Palestine: British Influence and Power in Late Ottoman Times, 1854-1925" (I.B. Tauris 2015) e "Dalle profezie all’Impero: L’espansione dell’Occidente nel Mediterraneo orientale, 1798-1878" (Carocci 2015).
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giovedì 30 luglio 2015

Divergenze, incertezze opportunità tra UE ed Israele

Ue-Israele
Riavvicinamento, ‘missione possibile’
Eran Etzion, Andrea Frontini
17/07/2015
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Pur rappresentando un notevole successo nel quadro piuttosto deludente della politica europea verso il suo vicinato meridionale, le relazioni Ue-Israele rimangono, in larga misura, una storia di promesse mancate e di reciproci sospetti.

Le posizioni delle parti rispetto al processo di pace in Medio Oriente restano difficilmente compatibili, così come i rispettivi approcci verso i molteplici sviluppi politico-strategici nella regione, inclusi, tra gli altri, il dossier nucleare iraniano, le relazioni con l’Egitto di al-Sisi ed il ruolo di Hezbollah nello scenario libanese.

Tali divergenze trascendono il contesto medio-orientale, includendo ad esempio le relazioni con la Russia dopo lo scoppio della crisi ucraina.

Divergenze, incertezze, opportunità
Le considerevoli incertezze che pesano sulla dialettica interna e la posizione internazionale del nuovo governo del primo ministro Benjamin Netanyahu, le deboli prospettive di un rapido riavvio dei negoziati di pace israelo-palestinesi, l’alquanto volatile scenario di sicurezza medio-orientale, così come il mutevole posizionamento regionale degli Stati Uniti, rappresentano tutti fattori altamente critici per le relazioni euro-israeliane.

È quindi necessario prevenire i rischi di una profonda e durevole frattura tra Ue ed Israele mediante una sapiente combinazione di realismo e visione.

Alcune opportunità dovrebbero essere colte in tal senso. L’attuale processo di revisione della politica europea di vicinato, ma anche il recente avvio dell’elaborazione di una ‘strategia globale’ per la politica estera e di sicurezza dell’Ue, costituiscono un’occasione per discutere sfide comuni ed identificare aree di potenziale cooperazione, secondo un processo autonomo ma, in qualche misura, parallelo.

Per il governo Netanyahu, l’attuale riesame della propria politica regionale e globale si accompagna a rinnovate pressioni interne alla nuova Knesset, così come a quelle esterne dei suoi partner occidentali, in favore di una credibile politica verso il campo palestinese, cominciando da una rapida soluzione della tragica situazione nella Striscia di Gaza.

Del pari, il capo della diplomazia europea, Federica Mogherini, ha inviato importanti segnali di disponibilità al dialogo che il premier Netanyahu farebbe bene a raccogliere, dalla nomina di un nuovo rappresentante speciale per il processo di pace, nella persona del diplomatico italiano Fernando Gentilini, fino alla sua seconda visita ufficiale nella regione in meno di un anno.

Una strategia del ‘doppio binario’
In tale delicato ma dinamico contesto, l’Ue e Israele dovrebbero far sì che il loro perdurante disaccordo sul processo di pace non diventi l’unico fattore trainante delle loro relazioni.

Una strategia del ‘doppio binario’, che consolidi una cooperazione settoriale più matura senza per questo rinunciare ad un dialogo franco ma rispettoso sul conflitto israelo-palestinese, potrebbe forse offrire un utile percorso diplomatico per l’immediato futuro.

Tale rinnovato dialogo dovrebbe ispirarsi a valori comuni, per quanto talvolta diversamente interpretati, quali democrazia, stato di diritto ed economia di mercato, e poggiare altresì su interessi condivisi nel campo della cooperazione economica, tecnologica, scientifica e della società civile.

A ciò si potrebbe progressivamente affiancare un processo costruttivo e regolare di consultazione ed analisi su temi quali il futuro dello scenario medio-orientale dopo il recentissimo accordo di Vienna sul nucleare iraniano, il contrasto al cosiddetto ‘Stato Islamico’ ed al terrorismo di matrice religiosa in generale, specialmente dopo le violenze degli ultimi mesi in Europa, Nord Africa e Medio Oriente, la formulazione di un’efficace diplomazia preventiva verso Hamas ed Hezbollah, ma anche la messa a punto di approcci comuni su temi di sicurezza emergenti quali il nesso tra sicurezza, sviluppo e risorse naturali (in particolare l’acqua), la sicurezza cibernetica, o ancora dossier trasversali quali il ruolo regionale e globale della Russia.

Armonizzare gli approcci
Un graduale riavvicinamento tra Ue ed Israele potrebbe inoltre passare, oltre che per un rinnovato impegno per la soluzione del conflitto israelo-palestinese in un quadro negoziale allargato quale quello offerto dalla Arab Peace Initiative, anche per una maggiore armonizzazione dei rispettivi approcci verso il quadro politico e di sicurezza medio-orientale.

Mentre l’Ue dovrebbe sviluppare una politica estera regionale maggiormente incisiva ed influente, combinando al meglio le diverse componenti della sua proiezione esterna (diplomazia, sicurezza, commercio e sviluppo), Israele farebbe bene ad impegnarsi in una strategia diplomatica più flessibile e creativa, tanto al fine di contrastare le minacce poste dall’estremismo politico e religioso quanto nell’ottica di promuovere un sistema di sicurezza sostenibile e resiliente nell’intera regione.

Nonostante periodici momenti di stallo, le relazionieuro-israeliane possono ancora rappresentare un’importante fonte di cooperazione multiforme nel campo politico-diplomatico, economico, sociale e culturale.

Per l’Italia, che ha sempre accompagnato la tradizionale amicizia con Israele a una visione equilibrata del processo di pace, un riavvicinamento tra Ue ed Israele potrebbe costituire un incoraggiante sviluppo nel quadro di una politica estera europea più efficace e coesa ai suoi turbolenti confini meridionali.

Andrea Frontini è Policy Analyst presso lo European Policy Centre (EPC) di Bruxelles. Eran Etzion è Direttore Esecutivo presso il Forum of Strategic Dialogue (FSD) di Tel Aviv.
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