giovedì 2 luglio 2015

Yemen: il logoramento saudita e la debolezza di Hadi

Yemen senza tregua
Le fazioni litigano, gli jihadisti avanzano
Eleonora Ardemagni
23/06/2015
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Nessuna tregua umanitaria. Dopo cinque giorni di negoziati separati a Ginevra, il governo yemenita (prima riparato ad Aden, poi in Arabia Saudita) e i miliziani sciiti (gli huthi del movimento Ansarullah più il General People's Congress, Gpc, dell'ex presidente Saleh), che controllano la capitale Sana'a, non hanno raggiunto alcun accordo.

Oman e Stati Uniti avevano convinto le parti a incontrarsi in Svizzera, sotto la regia del nuovo inviato dell'Onu, il mauritano Ismail Ahmed: il Sultanato aveva giocato il tradizionale, discreto ruolo di facilitatore, ospitando incontri informali tra gli attori yemeniti, cui avevano partecipato anche diplomatici di Washington.

Il presidente ad interim Abdu Rabu Mansur Hadi aveva dichiarato che l’obiettivo dei colloqui di Ginevra non sarebbe stata la “riconciliazione”, ma l’attuazione della risoluzione 2216 dell’Onu (ritiro dei miliziani sciiti dai territori occupati e consegna delle armi); Ansarullah e Gpc, invece, chiedevano, come precondizione per la tregua, lo stop dei bombardamenti della coalizione a guida saudita.

Il logoramento saudita
Prima dell'appuntamento svizzero, come prevedibile, i bombardamenti e i combattimenti fra milizie si sono intensificati. Infatti, sia l’alleanza huthi-Saleh che i filo-governativi volevano sedersi al tavolo negoziale da una posizione di maggior forza possibile, anche perché gli equilibri sul campo non sono stati alterati dall’intervento militare.

Per Riad, dopo tre mesi di raid, il bilancio è davvero preoccupante: persino l'annuncio della distruzione dell'arsenale balistico in mano agli insorti si è rivelato perlomeno inesatto, dal momento che due Patriot sauditi hanno dovuto intercettare un missile Scud partito dallo Yemen (probabilmente da militari vicini a Saleh) e diretto contro la base saudita di Khamis Mushait (Jizan).

I fronti del conflitto sono ora principalmente tre: il confine saudita - con la regione di Najran sotto crescente pressione huthi -, la capitale Sana’a e il triangolo centromeridionale Aden-Taiz-Bayda, dove prosegue la guerriglia tra le fazioni.

La debolezza di Hadi
Nessun attore partitico e/o tribale sembra disporre della forza politica necessaria per far rispettare, sul campo, qualsiasi accordo di tregua possa essere raggiunto in futuro: cresce lo scollamento fra le leadership politico-tribali e le milizie sul territorio.

E la frantumazione dell'esercito amplifica la privatizzazione della violenza. Le forze che osteggiano le milizie sciite non sostengono necessariamente il presidente Hadi, riconosciuto dalla comunità internazionale ma sempre più debole, specie agli occhi di chi combatte sul campo.

Per esempio, il partito Islah (Fratelli musulmani e parte dei salafiti), ora appoggiato anche dall'Arabia Saudita, parteggia - insieme a molti comitati popolari di uomini in armi - per il ritorno in patria del presidente e del governo, così come il partito salafita Rashad (guidato dal controverso Abd al-Wahhab al-Humayqani, presente a Ginevra nonostante compaia nella lista nera del terrorismo Usa). Il Movimento Meridionale (Al-Hirak), anch'esso in lotta contro gli huthi, ha invece come fine ultimo l'autonomia/indipendenza del sud dal resto dello Yemen.

Al-Qaeda e ‘Stato islamico’
Una cellula yemenita del sedicente Stato islamico (Is) ha rivendicato due nuovi attentati con autobombe a Sana'a (17 e 20 giugno), dopo quello che a marzo costò la vita ad almeno 140 fedeli in preghiera: il bilancio è di oltre trenta vittime, colpite fra moschee e uffici di Ansarullah.

Approfittando del vuoto di sicurezza, al-Qaeda nella Penisola arabica (Aqap) e l’affiliata Ansar al-Sharia stanno guadagnando terreno e consenso popolare nel sud del Paese combinando la lotta alle milizie sciite con la fornitura di servizi primari in zone da tempo inaccessibili per le istituzioni centrali.

Non sono però da escludere tensioni fra jihadisti e tribù sunnite locali: nella città di Mukalla, capoluogo dell’Hadramout, i qaidisti hanno vietato la produzione e il consumo della foglia euforizzante del qat, tradizionale fenomeno di costume nonché fonte primaria di sostentamento finanziario per i clan dell’area.

Dopo che un drone Usa ha ucciso il leader di Aqap Nasser al-Wahishi, sarà interessante osservare la dialettica fra la nuova guida di Aqap e il ‘califfato’ di al-Baghdadi, da cui la branca yemenita di al-Qaeda si è finora tenuta distante.

Crisi umanitaria
Tre mesi di blocco aereo e navale hanno aggravato la già seria condizione umanitaria: lo Yemen, dipendente per il 90% dalle importazioni alimentari, vive una cronica crisi idrica. E i flussi migratori stanno mutando: chi riesce a scappare dalla repubblica arabica raggiunge Gibuti (ultimo rifugio del Corno d’Africa) o addirittura la Somalia, ovvero il Paese da cui si fuggiva - fino a poco tempo fa - per raggiungere Sana’a.

L’Arabia Saudita ha dispiegato almeno 2100 soldati senegalesi in patria, con l’obiettivo di liberare nuove truppe per il confine. Il conflitto politico-territoriale dello Yemen, tra fasi di alta e bassa intensità, durerà ancora a lungo, soprattutto se Arabia Saudita e Iran, ormai coinvolti nella contesa, proseguiranno il loro “gioco a somma zero” regionale.

Eleonora Ardemagni, analista di relazioni internazionali del Medio Oriente, collaboratrice di Aspenia, Ispi, Limes. Gulf Analyst per la Nato Defense College Foundation. Autrice di “Sicurezza e tribù. Le monarchie del Consiglio di Cooperazione del Golfo nel Medio Oriente instabile”, Ispi Working Paper, 2015.
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martedì 16 giugno 2015

Turchia: verso nuovi orizzonti

Dopo il voto
Turchia: che cosa accadrà ora
Dimitar Bechev, Nathalie Tocci
10/06/2015
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Al culmine delle proteste del 2013 innescate da Gezy Park, il presidente Abdullah Gül è entrato nella storia con la dichiarazione che “la democrazia non consiste solo di urne elettorali” (demokrasisandıktanibaretdeğildir).

Non aveva tutti i torti: una democrazia degna di questo nome risulta anche nei diritti delle minoranze, nella libertà d’espressione e associazione, nello stato di diritto, nella trasparenza e nella responsabilità, tutte caratteristiche che scarseggiano in Turchia - sia storicamente, ma ancor più di recente.

La battuta d’arresto d’Erdoğan
Eppure, le elezioni generali di domenica scorsa ci hanno ricordato che le urne possono essere la più grande garanzia della governance democratica. Le sole elezioni libere ed eque possono non bastare. Ma quando un sistema politico, che ha vissuto più di metà secolo con una democrazia pluripartitica, va alle urne può contribuire a rimettere in moto un processo che era andato perso.

Il 7 giugno gli elettori turchi hanno spuntato le ambizioni del presidente R. Tayyip Erdoğan di assumere ancora più potere e trasformare la politica turca in un one-man show. Non solo il Partito per la Giustizia e lo Sviluppo (Akp) non ha raggiunto la maggioranza dei tre quinti (330 seggi) necessaria per sottoporre un emendamento della Costituzione a referendum.

L’Akp non ha neppure raggiunto, per la prima volta dal 2002, la maggioranza semplice. Con il 40% dei suffragi, il partito di Erdoğan è arrivato in testa, ma gli mancano 17 dei 276 deputati necessari a formare un governo da solo.

L’ascesa del partito pro-curdo
Il 7 giugno entrerà nella storia per l’ascesa del Partito Democratico dei Popoli (HDP) pro-curdo. La scommessa del leader Selahattin Demirtas ha fruttato, e anche molto generosamente. Il partito ha superato la soglia elettorale del 10% con sicurezza, decimando l’Akp nelle province del sudest ma anche in quelle dell’estremo oriente, guadagnando allo stesso tempo consensi nella Turchia dell’ovest. Con il 12,8% dei suffragi, manderà 80 deputati al prossimo parlamento - più del doppio del 2011 quando si presentarono alle elezioni come candidati singoli.

Demirtas è riuscito a creare una coalizione di nazionalisti curdi, conservatori, liberali di sinistra, attivisti Lgbt, minoranze cristiane e altri, che hanno visto nel suo partito un’alternativa. Così facendo, ha fatto un passo avanti e ha rotto lo stampo di un partito solo etnico che aveva costituito il limite di tutti i suoi predecessori.

Trasformato gradualmente in un partito nazionalista, l’Hdp ha ottenuto risultati che hanno annullato la logica implicita nella soglia elettorale turca del 10%: un’altra aberrazione democratica progettata precisamente per prevenire l’entrata in Parlamento di un partito curdo organizzato.

Chances e rischi dei risultati elettorali
L’esito del voto potrebbe rivelarsi una buona notizia per lo stesso Akp. Il partito, ancora dominante nella politica turca, ha la possibilità di rilanciare un processo di auto-reinvenzione, al di là della figura dominante di Erdoğan.

I liberali economici nelle sue fila hanno un'occasione d'oro per riaffermarsi contro quelli che il presidente ha messo al governo. Non si può escludere neanche un ritorno in politica della figura di un grande mediatore come l’ex presidente Abdullah Gül, in particolare se l'Akp dovesse aprire un dialogo con l’Hdp per portare a una positiva conclusione il processo di pace curdo.

Ciononostante, mentre i risultati delle elezioni turche possono solo essere apprezzati come un segnale di maturità democratica e dinamismo, il futuro prossimo potrebbe riservare un periodo di profonda instabilità.

Una prima domanda da porsi è se l’Akp riuscirà a formare un governo di coalizione. Al momento, una coalizione tra l’Akp e il Chp di centro-sinistra sembra essere esclusa. Egualmente difficile, salvo che l’Akp si reinventi (o almeno riscopra la sua vecchia natura), è una coalizione con l’Hdp.

Questo lascia i nazionalisti dell’Mhp come unici possibili partner di una coalizione, un accordo difficile, ma non impossibile. Ma se un governo Akp-Mhp fosse formato, il processo di pace curdo sarebbe probabilmente accantonato. E trascurare questo processo in un Medio Oriente in disfacimento non solo vorrebbe dire avere mancato un’opportunità storica, ma potrebbe anche aumentare il rischio di una destabilizzazione senza precedenti della Turchia stessa.

L’ipotesi di nuove elezioni
L'instabilità politica potrebbe anche realizzarsi nel caso non si arrivasse a un governo di coalizione. Un Erdoğan restio giocherebbe il ruolo di disturbatore piuttosto chedi arbitro con un Parlamento frammentato; e il paese si muoverebbe rapidamente verso nuove elezioni, anche se non è affatto detto che il risultato sarebbe diverso. Questo sembra essere un esito improbabile, ma può diventare l'opzione predefinita nel caso che i colloqui per formare una coalizione terminino in fallimento.

In tutto ciò, i mercati hanno già reagito alla potenziale instabilità introdotta da questo fase d’introspezione politica. La lira turca ha toccato un minimo storico l'8 giugno poiché gli investitori hanno risposto alle prospettive di un governo di minoranza o di coalizione, un’anticipazione di cosa accadrebbe se l'instabilità persistesse.

In un momento in cui la crescita è già moderata da una crescente interferenza politica sui mercati e il processo di riforma economica agonizza, una politica frammentata potrebbe pesare in modo significativo sull'economia turca.

Le elezioni del 7 giugno in Turchia hanno riconfermato la vitalità della democrazia turca e la maturità democratica e il dinamismo della popolazione. Ma quando un'epoca si chiude e una nuova si apre, l'incertezza insita in questa transizione potrebbe rivelarsi un percorso accidentato.
*Traduzione dall’inglese di Vanessa Di Matteo.

Dimitar Bechev è senior policy fellow, European Council on Foreign Relations; Nathalie Tocci è vicedirettore dello IAI.
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lunedì 15 giugno 2015

Siria: esiste ancora?

La Siria degli altri
Oltre Califfo e ribelli, l'avanzata iraniana
Roberto Iannuzzi
04/06/2015
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Anche se a far notizia è stata soprattutto l’avanzata del sedicente ‘Stato islamico’ sull’antica città di Palmira, non meno rilevante è la recente perdita della provincia di Idlib da parte del regime siriano. Questa è ora nelle mani di una variegata coalizione di ribelli ugualmente ostili a Damasco e all’autoproclamato Califfo.

Tale coalizione vorrebbe ora prendere Aleppo, seconda città del Paese, ma è minacciata dalle forze del Califfo e da una possibile controffensiva a guida iraniana. La situazione sul terreno in Siria resta fluida.

I molteplici fronti del conflitto
Mentre nel nord i curdi gestiscono le proprie enclave autonomamente, nella Siria centro-orientale il Califfato ha consolidato la sua presenza, controllando quasi tutto il confine iracheno.

Nel fronte ribelle gli equilibri si sono spostati a favore di gruppi salafiti e jihadisti come Ahrar al-Sham, Jaish al-Islam e Al-Nusra. Quest’ultima è una formazione affiliata ad Al-Qaeda, ma ostile, come le altre, al sedicente ‘Stato islamico’.

Sebbene esistano sacche ribelli intorno a Damasco e sul confine libanese, l’offensiva dei gruppi armati anti-regime proviene soprattutto da sud-ovest, in prossimità con il confine giordano, e da nord-ovest, vicino alla frontiera turca.

In Giordania e Turchia esistono due ‘sale operative’ che coordinano l’azione dei ribelli ‘moderati’. Nella prima l’intelligence statunitense e giordana operano di concerto con agenti delle monarchie del Golfo, nella seconda collaborano servizi americani e turchi.

Washington ha predisposto un piano per addestrare fino a 15 mila ribelli in Turchia, Giordania, Qatar e Arabia Saudita. Fra la Casa Bianca e questi Paesi vi è però disaccordo sul nemico da combattere. Gli Stati Uniti danno apparentemente la priorità alla lotta contro il Califfato, mentre Ankara, Riad e Doha intendono rovesciare il presidente siriano Bashar al-Assad.

Vi è, infine, in Siria, uno scontro sotterraneo tra Israele e l’Iran. A partire dal 2013, Tel Aviv ha più volte bombardato depositi di armi iraniane (e russe) in territorio siriano. E sulle alture del Golan vi è uno strisciante confronto fra ribelli tacitamente sostenuti da Israele e operativi di Hezbollah e della Guardia Rivoluzionaria iraniana.Questo fronte, meno conosciuto, potrebbe deflagrare nel medio periodo in un conflitto aperto fra Israele e Hezbollah.

Da Idlib ad Aleppo, il nuovo fronte anti-Assad
A gennaio l’ascesa al trono di re Salman a Riad ha segnato una svolta nel panorama politico regionale, favorendo un riavvicinamento fra Arabia Saudita, Turchia e Qatar. In Siria ciò si è tradotto in uno sforzo congiunto per unire il frammentato fronte dei ribelli anti-Assad.

Washington ha infine dato parziale assenso all’operazione, fornendo supporto logistico e di intelligence, probabilmente per convincere i propri alleati regionali che non intende abbandonarli in favore di un “grande accordo” con l’Iran.

La nuova coalizione ribelle si è così impadronita della provincia di Idlib e ambisce ora ad Aleppo. Prediligendo l’efficienza militare, Ankara, Riad e Doha appoggiano i gruppi più estremisti all’interno di questa coalizione, da Ahrar al-Sham ad Al-Nusra.

A fianco del Califfato potrebbe dunque nascere un nuovo emirato islamico nel nord-ovest della Siria, che punterebbe ad avere Aleppo come capitale. Questa città storicamente multiconfessionale rischia di essere schiacciata nella morsa di un estremismo intollerante verso le minoranze da un lato e degli indiscriminati bombardamenti dell’aviazione governativa dall’altro.

Damasco nelle mani dell’Iran
Malgrado l’importante supporto fornitogli da Hezbollah, l’esercito siriano è logorato da quattro anni di conflitto. Per sopravvivere, il regime è divenuto sempre più dipendente dall’Iran che lo ha sostenuto con un enorme sforzo finanziario e militare.

Teheran ha inviato in Siria milizie sciite provenienti da tutto il Medio Oriente. Questo fenomeno, meno noto di quello dei cosiddetti ‘combattenti stranieri’ arruolatisi nelle file del Califfato e di Al-Nusra, è ugualmente impressionante.

Migliaia di sciiti iraniani, iracheni, libanesi e perfino afghani e pakistani, sono giunti e stanno giungendo tuttora in Siria per opporsiall’offensiva sunnita wahhabita degli Stati del Golfo e del sedicente Califfo. Ma la novità essenziale è che Teheran starebbe inviando per la prima volta migliaia di soldati della propria Guardia Rivoluzionaria.

Sebbene abbia un’economia a pezzi, il regime siriano mantiene una sua coesione.Pur avendo perso più di tre quarti del proprio territorio, conserva il controllo sul 50-60% della popolazione e sui principali centri urbani. Le regioni irrinunciabili per il regime restano l’asse Damasco-Homs e la costa a maggioranza alawita, con le città di Latakia e Tartus.

Con l’aiuto dell’Iran, Assad spera perfino di contrattaccare. Il fronte ribelle potrebbe nuovamente frantumarsi in lotte fratricide. Esso è radicato nella Siria rurale e nelle periferie urbane, ma non nei centri controllati dal regime, i cui abitanti, pur non amando Assad, spesso temono di più i ribelli.

Inoltre Ankara e Riad, i principali avversari regionali di Damasco, hanno anch’essi i loro problemi. Erdoğan deve fare i conti con una forte opposizione interna all’avventura siriana, mentre la monarchia saudita è impantanata militarmente nello Yemen.

In assenza di un processo negoziale credibile, il conflitto siriano è dunque destinato a protrarsi ancora a lungo, distruggendo sempre di più il paese e intrecciandosi pericolosamente con le dinamiche del più ampio scontro regionale.

Roberto Iannuzzi è ricercatore presso l’Unimed (Unione delle Università del Mediterraneo). È autore del libro “Geopolitica del collasso. Iran, Siria e Medio Oriente nel contesto della crisi globale”.
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mercoledì 3 giugno 2015

Irak: il fallimento di una politica

Guerra al Califfato
L’esercito inesistente di un Iraq in disfacimento
Roberto Iannuzzi
26/05/2015
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Che la sconfitta del sedicente ‘stato islamico’ sia sempre più lontana appare ormai evidente. Se all’inizio di aprile la liberazione di Tikrit aveva suscitato speranze, la recente caduta di Ramadi, in Iraq, e quella di Palmira, in Siria, lasciano pochi dubbi sull’amara realtà.

Al di là delle conquiste delle milizie dell’autoproclamatosi califfo, ancora più allarmante è l’ennesima disfatta delle forze armate irachene, nuovamente ritiratesi in maniera precipitosa di fronte alle tattiche “non convenzionali” adottate dagli jihadisti che hanno distrutto interi isolati di Ramadi.

Male armate, non pagate da mesi, scarsamente coordinate con il comando centrale di Baghdad e con i raid aerei statunitensi, le truppe irachene si sono dimostrate ancora una volta inconsistenti.

Le radici di un problema antico
Le origini di tale debolezza risalgono alla fatale decisione statunitense, dopo l’invasione del 2003, di smantellare l’esercito di Saddam Hussein e ricostruire da zero le forze armate del paese.

Gli Stati Uniti hanno investito almeno 25 miliardi di dollari in quest’impresa fino alla fine del 2011, data del loro ritiro dall’Iraq. Questi soldi vennero spesi in addestramento, strutture logistiche, costruzione di nuove basi militari, fornitura di armamenti.

Tuttavia, la ridefinizione dello stato iracheno su basi settarie e l’esigenza dell’allora premier (e comandante in capo dell’esercito) Nuri al-Maliki di proteggersi da eventuali tentativi di golpe posero i germi dell’attuale fallimento.

Gli ufficiali sunniti vennero estromessi, quelli sciiti più competenti furono emarginati a vantaggio di esponenti leali a Maliki. L’esercito divenne una struttura clientelare e corrotta, percepita come un corpo estraneo dalle province sunnite del paese.

Nel giugno 2014, ben quattro divisioni si sono sciolte come neve al sole di fronte all’avanzata di poche migliaia di miliziani dello ‘stato islamico’. Anche grazie all’acquiescenza delle tribù sunnite, si sono impadroniti di Mosul - città di circa due milioni di abitanti - quasi senza colpo ferire.

Se tanti soldati sciiti nelle file dell’esercito non avevano interesse a morire per difendere terre sunnite, quelli sunniti preferirono non combattere per evitare possibili rappresaglie nei confronti delle loro famiglie.Del resto, molti di loro si erano arruolati semplicemente per percepire uno stipendio.

Mosul è sempre più lontana
Ancora oggi si stima che vi siano circa 23 mila ‘soldati fantasma’ a libro paga del governo nella sola provincia di Al-Anbar, un dato significativo dei livelli di corruzione nelle istituzioni irachene.

Il nuovo premier Haider al-Abadi ha avviato provvedimenti per smantellare questo sistema clientelare. Nel frattempo, però, la guerra contro il Califfo e l’inconsistenza dell’esercito hanno costretto il premier a fare crescente affidamento sulle milizie sciite, molte delle quali dipendono, più o meno direttamente, dall’Iran.

Secondo recenti stime di Washington, le forze armate irachene (in passato uno degli eserciti più numerosi al mondo) contano da un minimo di quattro a un massimo di sette divisioni in piena efficienza, per un totale di non più di 50 mila soldati.

Lo scorso febbraio, responsabili militari statunitensi avevano valutato che sarebbe stata necessaria una forza di 20-25 mila uomini solo per riprendere Mosul. Praticamente però non esistono divisioni a maggioranza sunnita nel paese e non è pensabile che forze sciite liberino la città.

L’offensiva su Mosul, inizialmente prevista in primavera, era già stata rinviata all’autunno. Ora la caduta di Ramadi e la necessità di dare la precedenza alla riconquista di questa città a ridosso di Baghdad rendono ancora più remota una simile offensiva.

Disimpegno statunitense
A partire dallo scorso agosto, l’amministrazione Obama ha puntato su un coinvolgimento bellico limitato, incentrato su raid aerei e sull’invio di consulenti militari non direttamente impegnati sui fronti del conflitto.

Questa scelta è in accordo con una strategia generale di progressivo disimpegno statunitense dal Medio Oriente, all’insegna del “leading from behind”. L’iniziativa militare sul terreno viene pertanto lasciata ad attori locali - i peshmerga curdi, l’esercito iracheno e le milizie sciite.

La Casa Bianca sembra aver anche rinunciato a spingere per una riconciliazione nazionale. L’assenza di progressi in questo senso, insieme allo stallo militare, non fanno altro che inasprire le diffidenze esistenti fra le tribù sunnite e il governo.

Il disegno di legge per la creazione di una Guardia Nazionale che permetterebbe ai sunniti di difendere in autonomia i propri territori è tuttora bloccato in parlamento.

La caduta di Ramadi sta poi aggravando una spaccatura all’interno della stessa comunità sunnita, fra coloro che rifiutano l’intervento delle milizie sciite sul proprio territorio e quanti invece lo invocano.

Il disimpegno americano ha anche l’effetto di rendere il premier al-Abadi sempre più ostaggio delle milizie sciite e dell’Iran. L’intervento iraniano è però destinato a esacerbare le tensioni settarie, poiché fomenta le paure dei sunniti. Tali timori determinano a loro volta un aumento del sostegno nei confronti dello “stato islamico”, visto come baluardo contro l’avanzata sciita e iraniana.

Se non sarà spezzato questo circolo vizioso, l’Iraq sprofonderà sempre più nel caos. In ballo non c’è solo il persistere della minaccia rappresentata dal Califfo, ma il rischio sempre più concreto del disfacimento dello stato iracheno.

Roberto Iannuzzi è ricercatore presso l’Unimed (Unione delle Università del Mediterraneo). È autore del libro “Geopolitica del collasso. Iran, Siria e Medio Oriente nel contesto della crisi globale”.
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giovedì 28 maggio 2015

Iran: uno sguardo al futuro

Medio Oriente
Il dilemma iraniano tra Stati Uniti e Golfo
Ugo Tramballi
17/05/2015
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Fra un anno si celebra il centenario degli accordi Sykes-Picot: quando inglesi e francesi si spartirono l’eredità territoriale dell’Impero Ottomano, disegnando a loro piacimento la mappa di un nuovo Levante.

Sarà di certo l’occasione per un grande sfoggio di retorica. Sentiremo dire e leggeremo dei danni provocati al mondo arabo da quelle decisioni, del colonialismo occidentale causa di tutte le destabilizzazioni della regione, soprattutto quelle di oggi.

È innegabile che quell’accordo del 1916 sia il peccato originale del Grande Fallimento mediorientale: rafforzato fra la prima e seconda guerra mondiale, cementato poi dalla Guerra Fredda, dagli interessi petroliferi occidentali, fino ad arrivare all’atto finale e devastante dell’invasione statunitense dell’Iraq, nel 2003.

Tuttavia colonialismo, imperialismo e interessi delle multinazionali hanno saccheggiato anche l’America Latina, l’Asia, l’Africa. Eppure laggiù, in tutto questo tempo, è cresciuto il Brasile come Paese guida di un rinnovamento regionale; la Corea del Sud è diventata prima una potenza economica poi una democrazia, insieme ad altri Paesi.

Anche l’Africa da’ segni importanti di crescita, per quanto ancora fragili e disuguali. Governi responsabili, società civili, crescita economica: c’è qualche segno di tutto questo in Medio Oriente?

Vertice di Camp David
Nel maggio del 2015, a XXI secolo iniziato da tre lustri, nell’incontro a Camp David fra Barack Obama e i regnanti del Golfo si è celebrato l’ultimo episodio di un Medio Oriente che non sa uscire dalla sua dimensione tribal-religiosa.

Da una parte il presidente degli Stati Uniti, dall’altra re, emiri e sceicchi sunniti che chiedono al primo di essere rassicurati nella loro millenaria lotta scismatica contro gli sciiti: in questo caso impersonati dalla potenza iraniana. Il vertice aveva molte altre sfumature geopolitiche e militari importanti, ma nell’essenza a Camp David si è sentito parlare per l’ennesima volta della lotta tra Islam sunnita e sciita.

Passo indietro di Obama in Medio Oriente
Il presidente Usa sta facendo finalmente il suo mestiere: quello che terzomondisti, anticolonialisti e democratici di tutto il mondo nell’ultimo mezzo secolo hanno sognato facesse la superpotenza americana.

Ha fatto un passo indietro, soprattutto militare, dalle vicende mediorientali; ha trattato con l’ultimo grande nemico ideologico della regione, l’Iran, perché non costruisca un arsenale nucleare che destabilizzerebbe il Golfo e il Levante infinitamente più di quanto non siano già instabili oggi; ha cercato di convincere principi ed emiri, con atti politici concreti, che gli Stati Uniti non stanno passando da un’alleanza col mondo sunnita a una con quello scita.

Negoziando sul nucleare non scelgono l’Iran contro l’Arabia Saudita. Perché è questa la tradizionale percezione culturale, prima che politica, dei regimi arabi: sei con me o contro di me, in sistemi di governo nei quali è prevista l’esclusività del potere, non l’inclusività.

Guardate che cosa è accaduto in questi ultimi tre anni in Egitto: prima governava Mubarak, poi i Fratelli musulmani, infine i militari, nessuno con l’intenzione di spartire gli oneri ed eventualmente gli onori del governare una crisi senza precedenti. Perfino i giovani di piazza Tahrir, quando ancora venivano ascoltati, avevano mostrato un’arroganza infantile.

Accordo sul nucleare e sicurezza collettiva
Nell’affrontare un negoziato difficile sul nucleare iraniano e nel rassicurare contemporaneamente i governanti arabi del Golfo, Obama sta tentando un’operazione mai compiuta prima nella regione: costruire un sistema di sicurezza collettiva.

Camp David per lui - ma non necessariamente per i suoi ricchi ed egoisti interlocutori arabi - è il tentativo di mettere sauditi e presto iraniani, sciti e sunniti, arabi e persiani, attorno a un tavolo in un’equivalente mediorientale di Helsinki 1975, la conferenza che sancì i parametri della stabilità e della sicurezza europee giusto in mezzo alla Guerra Fredda.

La domanda che l’Arabia Saudita e i suoi satelliti guidati in gran parte da ottuagenari devono porsi è strategicamente semplice, se la risposta non fosse gravata dallo scontro sciiti/sunniti: è meglio avere un Iran riabilitato nella comunità diplomatica ma senza un arsenale atomico o un Iran isolato e con l’arsenale?

Un accordo sul nucleare di Teheran, per il Medio Oriente sarebbe di un’importanza storica. Se Obama riuscisse a costruire quel sistema di sicurezza collettiva fra le due sponde del Golfo Arabico/Persico, gli effetti avrebbero un riverbero immediato.

L’Iraq, la tragedia siriana, la lotta allo stato islamico, l’instabilità libanese, la debolezza giordana, le ambizioni di tutte le minoranze, perfino la questione palestinese, potrebbero essere affrontati in modo più chiaro ed efficace.

Ugo Tramballi è giornalista e inviato de
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martedì 5 maggio 2015

Kuwait: la democrazia in regresso

onarchie del Golfo
Il Kuwait e la stretta autoritaria
Eleonora Ardemagni
02/05/2015
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In Kuwait e nelle altre monarchie del Consiglio di Cooperazione del Golfo (Ccg) è in atto una stretta autoritaria, che colpisce in primo luogo la libertà d’espressione.

Le rivolte arabe del 2011, la tensione geopolitica con l’Iran e l’intervento militare della coalizione sunnita in Yemen stanno provocando una nuova ondata di repressione, mirata a ridurre e/o silenziare le voci dissenzienti.

Arresti di attivisti e blogger, ritiro della nazionalità per gli oppositori politici, applicazione del Patto di Sicurezza del Ccg (il cui testo non è mai stato reso pubblico): il pendolo politico dei regni del Golfo, in perenne oscillazione fra autoritarismo e democratizzazione, sta dunque muovendosi decisamente in direzione del primo.

Come da tradizione, l’obiettivo è neutralizzare, contemporaneamente, sia le minacce interne sia quelle esterne. Perché intorno all’oasi di stabilità della sponda arabica del Golfo si moltiplicano le insidie alla sicurezza.

Tensione sociale in Kuwait
Musallam al-Barrak, figura di spicco dell’opposizione kuwaitiana, è stato condannato a cinque anni di carcere (ridotti a due in appello) con l’accusa di aver insultato l’Emiro, chiedendo di limitarne i poteri.

Fin dalla sua fondazione, il Kuwait cerca un equilibrio - che spesso si trasforma in impasse decisionale - fra il Governo d’espressione reale e il Parlamento.

Il leader tribale, ora libero su cauzione in attesa della sentenza di ultimo grado, è stato fin qui capace di mobilitare la piazza. Lo scorso marzo, centinaia di persone hanno sfilato verso l’Assemblea nazionale in solidarietà con al-Barrak; una protesta conclusasi con arresti, lanci di pietre verso la polizia e lacrimogeni e manganellate contro i manifestanti.

Solo nel 2014, più di una trentina di oppositori politici kuwaitiani, tra cui il magnate delle telecomunicazioni Ahmed Jaberal-Shammar, sono stati privati della cittadinanza.

Il ritiro della nazionalità sta divenendo una pratica anti-dissenso diffusa non solo in Kuwait, ma anche in Bahrein e Oman. A Muscat, il Sultano ha promulgato nel 2014, tramite decreto, una nuova legge sulla nazionalità che ne sancisce la revoca per coloro che “con principi o dottrine possono danneggiare l’interesse dell’Oman”.

Contro i bombardamenti in Yemen
Sette dei dieci parlamentari sciiti del Kuwait hanno criticato la partecipazione del paese alla coalizione a guida saudita che sta bombardando le milizie sciite in Yemen; secondo loro, ciò viola la costituzione kuwaitiana, che autorizza solo operazioni militari difensive.

L’avvocato ed ex parlamentare Khaled al-Shatti e lo scrittore Salah al-Fadhli, entrambi sciiti del Kuwait, sono stati arrestati (poi liberati su cauzione) per aver espresso, attraverso i social media, il loro dissenso nei confronti della missione ‘Tempesta decisiva’: i capi d’accusa vanno da “offesa all’Emiro e all’Arabia Saudita” alla “demoralizzazione delle truppe”.

In Bahrein (70% di sciiti), i manifestanti anti-intervento militare hanno mostrato dei poster con il volto di Abdel Malek al-Huthi, il leader del movimento minoritario degli sciiti yemeniti.

Fra Qatif e Awamiya, il cuore della contestazione sciita nella regione orientale dell’Arabia Saudita, vi sono state proteste contro i bombardamenti di Sana’a: arresti, case bruciate, almeno un agente e un immigrato asiatico morti.

Il controverso Patto di sicurezza
La stretta anti-oppositori su base transnazionale viene facilitata dalle norme introdotte dal Patto di Sicurezza del Ccg: un documento mai reso pubblico, fortemente voluto da Riad, presentato per inasprire la lotta alla criminalità organizzata nelle monarchie del Golfo e dunque potenziare lo sviluppo economico.

Dopo una difficile discussione parlamentare, il Kuwait è stato l’ultimo paese a ratificare il controverso Patto, già fonte della discordia nel 2013 fra Arabia Saudita e Qatar, accusato di violarne il testo sostenendo la Fratellanza Musulmana a livello regionale.

In realtà, il Patto sta primariamente servendo per perseguire, con modalità cross-nazionali, gli oppositori politici, limitando così le possibilità di azione per le organizzazioni della società civile. Dal gennaio 2015, sono almeno tre gli attivisti kuwaitiani detenuti, ma su richiesta delle autorità saudite.

Come nota l’antropologa saudita Madawi al-Rasheed, l’ondata di arresti in Kuwait tocca, al di là dell’affiliazione ideologica e confessionale, membri di confederazioni tribali beduine presenti in territorio sia kuwaitiano sia saudita; è il caso degli al-Mutairi (di cui fa parte al-Barrak), già ispiratori di Umma, il movimento transnazionale salafita attivo nella Penisola.

In Kuwait, gli sciiti (il 30% della popolazione totale) che contestano i bombardamenti in Yemen sono ben integrati nel tessuto politico-economico del regno, a differenza di Bahrein e Arabia Saudita.

Dunque, la repressione del dissenso colpisce sia gli arabi sciiti sia gli arabi sunniti dell’area Ccg e non è riconducibile a una matrice confessionale. Tuttavia, data la retorica profondamente settaria che Riad ha alimentato nel quadrante, il rischio è che in alcuni contesti (Arabia Saudita, Bahrein), specie dopo il conflitto in Yemen, repressione autoritaria e stigmatizzazione confessionale si saldino.

Eleonora Ardemagni, analista di relazioni internazionali del Medio Oriente, collaboratrice di Aspenia, Ispi, Limes.

Arabia Saudita: cambia la linea ereditaria

Arabia saudita
Le mosse del re e l’impasse nello Yemen
Roberto Iannuzzi
01/05/2015
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Nel pieno della campagna militare nello Yemen, il re saudita Salman ha compiuto una nuova mossa a sorpresa, promuovendo a principe ereditario il ministro dell’interno Mohammed bin Nayef in sostituzione del principe Muqrin e assegnando al figlio Mohammed bin Salman, attuale ministro della difesa, la carica di vice erede al trono.

L’uscita di scena di Muqrin apre la strada al passaggio dei poteri alla terza generazione di principi, i nipoti del fondatore della dinastia Abdulaziz. Ma soprattutto segna la definitiva cancellazione dell’eredità del predecessore di Salman, re Abdullah, a poco più di tre mesi dalla sua scomparsa, con l’emarginazione degli altri rami della famiglia a vantaggio del clan dei Sudairi.

Il controllo della linea di successione
La linea di successione appare ora saldamente nelle mani di tale clan, visto che bin Nayef ha 55 anni, e il giovane bin Salman ne ha poco più di 30.

La mossa di re Salman sembra anche un modo per “blindare” le sue scelte di politica estera. Bin Nayef, oltre a essere da anni il paladino della lotta al terrorismo nel regno, è un grande conoscitore dello Yemen. Mentre bin Salman, in qualità di ministro della difesa, è il volto ufficiale dell’intervento militare saudita in quel paese.

Resta il fatto che nessuno degli obiettivi politici della campagna aerea condotta sullo Yemen è stato raggiunto:il movimento sciita degli Houthi ha conservato molte delle proprie conquiste, e soprattutto il controllo della capitale Sanaa; il presidente Abd Rabboh Mansour Hadi non è stato reinsediato; e il dialogo nazionale appare ancora più difficile dopo i bombardamenti che hanno ulteriormente polarizzato il paese.

I vertici militari di Riad hanno però affermato di aver distrutto missili e aerei di cui gli Houthi si erano impossessati e che, a loro giudizio, rappresentavano una minaccia per il regno saudita.

Un tassello del conflitto irano-saudita
L’intervento militare nello Yemen si spiega nel contesto delle tensioni fra Riad e Teheran. Dall’Iraq alla Siria, i sauditi guardano con timore all’ascesa regionale iraniana, che verrebbe ulteriormente rafforzata da un definitivo accordo sul nucleare a giugno.

Gli Houthi nello Yemen sono visti da Riad come un “agente iraniano”, al pari di Hezbollah in Libano. Dopo aver conquistato Sanaa lo scorso settembre, la loro avanzata verso il porto di Aden non è stata tollerata dall’Arabia saudita.

Sebbene gli Houthi siano zaiditi (una branca sciita differente da quella duodecimana prevalente in Iran), esiste un’affinità ideologica fra il movimento yemenita e il regime di Teheran, rafforzatasi negli ultimi anni.

Diversi esponenti del movimento si sono formati in Iran, e più recentemente il sostegno iraniano è passato dall’ambito ideologico a quello logistico e militare, seppure in forma tuttora limitata.

Il potenziale bellico degli Houthi è però dovuto al fatto che essi si sono impadroniti di depositi militari dell’esercito yemenita, la cui dotazione era assicurata fino a poco tempo fa dagli Stati Uniti. Del resto, gran parte delle forze armate sono rimaste fedeli all’ex dittatore Ali Abdullah Saleh, alleatosi con gli Houthi dopo essere stato per anni un loro acerrimo nemico.

In un paese in cui gli sciiti rappresentano il 30% della popolazione e non sono tutti allineati con gli Houthi, l’influenza iraniana rimane circoscritta. La stessa avanzata della bizzarra alleanza tra Saleh e gli Houthi si spiega in base a dinamiche prettamente locali, che poco hanno a che fare con Teheran.

Diversi dirigenti iraniani sono tuttavia responsabili di aver indicato la ribellione sciita nello Yemen come parte integrante del cosiddetto “asse della resistenza” filo-iraniano comprendente anche Siria, Iraq e Hezbollah. Simili dichiarazioni avevano probabilmente mere finalità propagandistiche, ma hanno avuto l’effetto di esacerbare le paure saudite.

Secondo fonti dell’intelligence americana, l’Iran aveva sconsigliato gli Houthi dall’assumere il controllo della capitale Sanaa lo scorso settembre, sebbene tale suggerimento sia rimasto inascoltato. Ciò confermerebbe da un lato la relativa indipendenza degli Houthi, dall’altro che lo Yemen è un fronte secondario per Teheran.

Gli errori di Riad nati dai problemi interni alla famiglia reale
Per converso, lo Yemen è stato per decenni il “giardino di casa” del regno saudita. Riad vi ha lungamente esportato l’ideologia wahhabita, creando allo stesso tempo una rete clientelare fra le tribù sunnite e tessendo rapporti con il regime di Saleh prima del suo crollo.

Tuttavia, per problemi interni alla famiglia reale, negli ultimi anni il dossier yemenita è stato gestito secondo linee contraddittorie; e l’influenza saudita nel paese è diminuita.

Di conseguenza Riad attualmente considera avversari, o quantomeno soggetti inaffidabili, i principali attori politici nello Yemen: gli Houthi, il movimento Al-Islah vicino ai Fratelli Musulmani, il movimento separatista del sud (Hirak), e l’ex presidente Saleh.

L’intervento militare saudita ha poi dovuto fare i conti con lo scarso entusiasmo dei paesi della coalizione guidata da Riad - in primo luogo Pakistan ed Egitto - di fronte alla prospettiva di un’operazione di terra.

I sauditi ora collaborano con milizie e tribù sunnite sul terreno, ma alcuni gruppi hanno legami con un altro nemico dei sauditi: Al-Qaeda nella Penisola Araba (Aqap). Quest’ultima si è rafforzata proprio grazie ai bombardamenti aerei, assumendo il controllo di importanti infrastrutture nella provincia dell’Hadramaut.

La prospettiva di una catastrofe umanitaria
Annunciando la fine di “Tempesta decisiva”, i sauditi hanno inaugurato una nuova operazione - “Riportare la speranza” - che prevede misure di “nation building” accanto ad azioni militari teoricamente più circoscritte.

I propositi di ricostruzione appaiono tuttavia vaghi e velleitari, in un paese poverissimo tuttora preda del conflitto. Ben 16 milioni di abitanti (circa il 60% della popolazione) avevano urgente bisogno di assistenza umanitaria già prima dell’intervento militare saudita.

Siccome lo Yemen importa il 90% degli alimenti base, il blocco di porti e aeroporti imposto da Riad ha conseguenze devastanti. Più di metà del paese non ha accesso all’acqua potabile. Mancano i medicinali e diversi ospedali sono stati danneggiati.

Un aspetto paradossale del conflitto è che esso ha determinato un’inversione dei flussi migratori: ora dallo Yemen si fugge via mare a Gibuti e perfino in Somalia.

Questa situazione drammatica porterà a un’ulteriore radicalizzazione di ampie fasce della popolazione, favorendo l’espansione di Aqap e del sedicente Stato Islamico, come molti segnali già indicano.

Alla luce del lungo e poroso confine che l’Arabia saudita condivide con lo Yemen, e dei legami che esistono fra le popolazioni dei due paesi, la crisi yemenita potrebbe avere serie conseguenze per la stabilità interna del regno.

Roberto Iannuzzi è ricercatore presso l’Unimed (Unione delle Università del Mediterraneo). È autore del libro “Geopolitica del collasso. Iran, Siria e Medio Oriente nel contesto della crisi globale”.

giovedì 30 aprile 2015

Arabia Saudita: i primi passi del nuovo Re

Fratellanza musulmana
Se Re Salman congelasse la guerra intrasunnita
Azzurra Meringolo
25/04/2015
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Mentre in patria l’unica lotta in corso è quella per la sopravvivenza, all’estero la vera battaglia è quella per la riforma del movimento, come mostra la nascita – lunedì - di un nuovo consiglio dirigente che cerca di accontentare riformisti e conservatori.

La Fratellanza Musulmana sta attraversando la fase più difficile della sua storia, almeno di quella succcessiva al periodo di repressione vissuto nell’Egitto in epoca nasseriana.

Il Cairo resta ancora la capitale che più si accanisce contro i seguaci di Hassan Al-Banna. Diversamente da quanto accadeva in passato - quando gli islamisti banditi lungo il Nilo trovavano ospitalità nel Golfo -, ora però gli Ikhwan (Fratelli musulmani) devono fare i conti anche con l'ostilità delle petromonarchie.

E dire che la Fratellanza ha a lungo influenzato la storia dei paesi del Golfo, dove arrivò grazie a contatti personali attivati da Al-Banna proprio negli Anni '50.

Gli Ikhwan hanno avuto voce in capitolo almeno fino all’avvento, negli Anni ’80, delle forze salafite, gli islamisti su posizioni più radicali che hanno iniziato a sfidare, contrastandola, la supremazia della Confraternita. Soprattutto grazie a un saggio uso delle loro emittenti - quasi mai censurate dai regimi arabi - i salafiti hanno avuto una buona presa sui giovani.

A favorire il loro successo è stata anche l’informalità delle procedure di adesione ai movimenti - sociali più che politici - che hanno fondato. I meccanismi gerarchici necessari per entrare nei ranghi della Fratellanza, hanno poi spinto tra le braccia delle organizzazioni salafite quanti si sono sentiti rifiutati dalla Confraternita.

Il prezzo della “primavera” dei Fratelli del Golfo
Quando hanno visto come i Fratelli egiziani e tunisini avevano contribuito a rovesciare regimi decennali, anche gli Ikhwan del Golfo hanno cercato di sfruttare l'ondata di mobilitazione popolare per affrontare l'autoritarismo delle petromonarchie. A chiedere riforme politiche sono stati i Fratelli presenti negli Emirati, in Qatar, in Arabia Saudita, in Kuwait e in Bahrein.

Gli attivisti islamisti degli Emirati Arabi Uniti hanno pagato per primi il prezzo di queste azioni. Centinaia di simpatizzanti Ikwan sono finiti in carcere con l’accusa di avere formato un’organizzazione segreta pronta a complottare contro la stabilità del paese. A queste accuse ha fatto seguito, nel 2014, l’adozione di una legge contro il terrorismo che ha esplicitamente bandito la Fratellanza. Lo stesso è accaduto in Arabia Saudita.

Questi due paesi hanno poi fatto il possibile per contrastare anche gli Ikhwan qatarensi, visto che i sovrani locali non hanno mai iniziato in quest'isola la stessa caccia alla streghe organizzata da Riad e Abu Dhabi.

Per tagliare le gambe anche agli Ikhwan qatarensi, sauditi ed emiratini hanno mobilitato sia le cancellerie occidentali che il Consiglio di Cooperazione del Golfo (Ccg), l’organizzazione che riunisce Arabia Saudita, Bahrain, Emirati Arabi Uniti, Kuwait, Oman e Qatar. Il tutto mentre i salafiti - portatori di quelle istanze wahabite predicate dall’autoproclamatosi “stato islamico” - sono rimasti intoccati.

Guerra fredda intrasunnita
Tutto ciò ha scatenato una vera e propria guerra fredda intrasunnita. Da una parte i sostenitori di quell’Islam politico rappresentato dall’ormai opaco e screditato modello turco che ha gioito per le rivoluzioni del 2011 e ha criticato la deposizione del raìs islamista egiziano Mohammed Mursi.

Dall’altro i simpatizzanti dell’Islam wahabita di origine saudita che ha fatto il possibile per contenere i “pericolosi” effetti delle primavere, sostenendo anche l’uscita di scena del rappresentante della Confraternita egiziana.

Per arginare gli islamisti e quanti li hanno sostenuti, i Saud hanno tirato fuori le unghie. Prima il ritiro del loro ambasciatore dal Qatar, poi l’annuncio della chiusura degli uffici diAl- Jazeera a Riad.

Affiancati dagli Emirati Arabi Uniti e dal Bahrein, i reali sono arrivati alla resa dei conti con Doha, costringendola, lo scorso aprile, alla firma di un accordo con il quale il Qatar si è impegnato - almeno formalmente - a cambiare posizione. Basta etichettare l’intervento dei militari egiziani come golpe. Basta sostenere la Fratellanza.

Per rimanere nel Ccg, Doha si è impegnata a contribuire a preservare la sicurezza e la stabilità regionale, anche a costo di spegnere qualche canale della sua scomoda emittente, in primis quello in diretta dall’Egitto.

La diplomazia di re Salman 
Da marzo però, ai tamburi di guerra che facevano presagire il peggio si sono affiancate fievoli voci di distensione. A portarle alla ribalta, almeno apparentemente, sembra essere stato re Salman, il nuovo sovrano saudita. Temendo che il conflitto intrassunnita potesse creare un incendio dagli effetti devastanti, Salman avrebbe puntato al congelamento di questa guerra fratricida, imperniata proprio sui Fratelli Musulmani.

È per questo che una delle prime partite a scacchi che ha deciso di giocare nell’arena regionale è stata proprio quella del riavvicinamento diplomatico tra Egitto e Turchia.

Una scommessa non facile, considerando che il Cairo continua ad accusare Ankara di voler sostenere istanze destabilizzatrici, dando man forte agli islamisti egiziani ed etichettando l’ascesa alla presidenza dell’ex generale Abdel Fattah Al-Sisi un golpe militare.

La missione è per ora fallita, ma questo tentativo ha almeno sbloccato il dibattitto sul tema che si era insabbiato. Basta sfogliare gli editoriali dei principali quotidiani pan-arabi o sauditi per trovare voci che ora promuovono la fine di questa guerra. Un conflitto che Salman ritiene controproducente, visto che mette a rischio l’unità sunnita in un momento in cui si sente minacciata dall’avanzata iraniana in Siria, Iraq e Yemen.

Azzurra Meringolo è ricercatrice presso lo IAI e caporedattrice di Affarinternazionali. Coordinatrice scientifica di Arab Media Report. Potete seguirla sul suo blog e su twitter a @ragazzitahrir.

martedì 21 aprile 2015

Siria: il dissolvimento di uno stato

Califfato e rifugiati
Yarmouk, microcosmo di una tragedia
Lorenzo Kamel
16/04/2015
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Lo scorso primo aprile i guerriglieri dell’autoproclamato “Stato islamico” sono penetrati nel campo/quartiere di Yarmouk, a sette chilometri dal centro di Damasco.

Nel giro di poche ore circa il 90 percento dell’area è passato sotto il controllo del “califfato”. Solo 2500 dei 18mila residenti presenti nel campo – ciò che rimane di una comunità che fino al 2012 era composta da circa 150mila persone, in larga parte profughi palestinesi – sono riusciti ad abbandonare l’area prima dell’incursione. Coloro che sono rimasti, inclusi migliaia di bambini, restano sottoposti a condizioni di vita che il portavoce dell’agenzia Onu per i rifugiati palestinesi (Unrwa) Chris Gunness ha definito “oltre il disumano”.

Il contesto
Gli scontri registrati in questi giorni a Yarmouk hanno visto contrapposti i membri dello “Stato islamico” – sostenuti da Jabhat al-Nusra e forti di un’ampia disponibilità di risorse finanziarie, cibo e armi – a quelli di Aknaf Bayt al-Maqdis, una milizia palestinese in lotta contro il regime di Assad.

Per oltre due anni quest’ultimo ha cinto d’assedio, bombardato e ridotto alla fame il campo, indebolendo le milizie palestinesi presenti in loco. Nei giorni antecedenti all’incursione i miliziani di Aknaf Beit Al-Maqdis avevano provato a ostacolare i movimenti di alcuni rappresentanti dello “Stato islamico” che operavano all’interno del campo, scatenando un’immediata reazione.

In questo contesto è interessante fornire un breve accenno comparativo. Osama Bin-Laden, mosso dall’ambizione di creare un califfato in un futuro indefinito, era a capo di un’organizzazione (al-Qaida) composta da una rete di cellule sotterranee e autonome, guidate da una leadership nascosta. Questa opacità e flessibilità ha contribuito a garantire la sopravvivenza del gruppo.

Lo “Stato islamico”, per contro, ha nel controllo diretto (e brutale) del territorio uno dei suoi aspetti più caratterizzanti. Tale esplicito controllo, con le sue province e la sua rigida burocrazia, è considerato come una precondizione per poter “ripristinare il califfato”. Senza una presa sul territorio le basi dell’ideologia del califfato verrebbero presto a mancare.

In quest’ottica, tanto il regime di Bashar al-Assad quanto gli innumerevoli gruppi ribelli in lotta nel contesto siriano sono percipiti come ostacoli da rimuovere.

Hamas e lo “Stato islamico”
Aknaf Bayt al-Maqdis è legata a doppio filo ad Hamas, che già da alcuni mesi ha ripreso i contatti con il regime siriano e con l’Iran. Fino allo scorso primo aprile Hamas era responsabile, insieme ad altre fazioni palestinesi, della sicurezza interna al campo.

Tale fragile ‘equilibrio’ era stato raggiunto nel febbraio 2014, quando un accordo fra le parti in causa aveva portato al ritiro di tutti i gruppi attivi nel campo, escluse le milizie palestinesi anti-Assad (rimaste in larga parte neutrali all’inizio del conflitto).

È opportuno notare che agli occhi dello “Stato islamico” Hamas rappresenta un’eresia da combattere. La visione del gruppo estremista al potere nella Striscia di Gaza include il proposito di “liberare la Palestina dal fiume Giordano al Mar Mediterraneo”: un progetto che si pone in aperto contrasto con l’idea, a-storica e artificiale, di un califfato globale privo di peculiarità nazionali o confini.

Forza o debolezza?
L’incursione dello “Stato islamico” nel campo di Yarmouk permette al gruppo guidato da Abu Bakr al-Baghdadi di (ri)stabilirsi a pochi chilometri dal cuore del regime di siriano: un’area che la coalizione guidata dagli Stati Uniti avrebbe peraltro evidenti difficoltà a colpire.

Diversi elementi, tuttavia, sembrano suggerire che la decisione presa dai leader dello “Stato islamico” di investire energie e risorse a Yarmouk rappresenti una sorta di diversivo.

Il “califfato” sta perdendo terreno tanto in Iraq quanto nella Siria nordorientale e continua a piegarsi ogni qualvolta incontra una seria opposizione (Aleppo e Kobane lo dimostrano). Attaccare un campo ridotto alla fame, fatiscente e controllato da milizie disunite e disorganizzate, è per molti aspetti il sintomo di una crescente debolezza.

Il passato che non passa
Tiziano Terzani scrisse che i fatti non sono mai tutta la verità e che “al di là dei fatti c’è ancora qualcosa”. Yarmouk ne è la riprova.

Per comprendere l’essenza di questo luogo non è possibile soffermarsi esclusivamente su date, considerazioni strategiche e accadimenti: è necessario scavare nelle storie di vita degli uomini e delle donne che lo abitano, provando, ove necessario, a illuminare il rovescio delle narrazioni correnti.

In questo senso il presente della gente di Yarmouk riflette, oltre alla complessità di un immane conflitto, anche l’odissea di un popolo, quello palestinese, che ancora una volta si trova a pagare un prezzo salato.

I profughi palestinesi, compresi quelli presenti a Yarmouk, sono gli unici ad avere un’organizzazione delle Nazioni Unite (Unrwa) preposta alla loro esclusiva assistenza.

Non si tratta in alcun modo di un trattamento di favore: esiste una diffusa consapevolezza da parte della comunità internazionale riguardo il ruolo storico avuto dalla Lega delle Nazioni, dall’Onu e dalle maggiori potenze occidentali nel favorire alcune delle condizioni che hanno portato alla tragedia palestinese. Una tragedia ancora oggi strumentalizzata da molti paesi arabi e non riconosciuta, o sminuita, da una parte significativa dell’opinione pubblica israeliana

Ognuno di questi attori è chiamato, insieme alle autorità palestinesi, a fare la propria parte per alleviare il carico di sofferenza che in queste ore sta schiacciando la gente di Yarmouk.

Lorenzo Kamel è autore di "Imperial Perceptions of Palestine: British Influence and Power in Late Ottoman Times, 1854-1925" (I.B. Tauris 2015) e "Dalle profezie all’Impero: L’espansione dell’Occidente nel Mediterraneo orientale, 1798-1878" (Carocci 2015).

lunedì 13 aprile 2015

Turchia: ponte tra oriente ed occidente?

Giochi turchi in Medio Oriente
Erdoğan apripista a Teheran 
Marco Guidi
10/04/2015
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Per molti i rapporti tra Turchia e Iran non possono non continuare a prescindere da una battaglia combattuta 501 anni orsono.

Fu infatti a Cialdiran che le armate ottomane, guidate da Selim I Yavuz (il Severo o il Crudele) inflissero una sconfitta epocale a quelle dello shah Savafide Ismail, colui che avrebbe definitivamente portato l’Iran allo sciismo duodecimano di stato. Una battaglia che segnò il confine, uguale ancora oggi, tra due mondi.

Eppure nei secoli a venire tra i due imperi ci fu sempre una serie di rapporti oscillanti tra la guerra e l’accordo, tra lo scambio commerciale e lo scontro.

Per questo la visita del presidente turco Recep Tayyip Erdoğan a Teheran era attesa con un mix di interesse e sfiducia. Soprattutto dopo che la Turchia si era schierata con l’alleanza sunnita a guida saudita che sta bombardando le tribù Houthi (sciite zaydite e non duodecimane come in Iran) in Yemen. E dopo che per mesi l’autoproclamatosi “stato islamico” ha goduto di un benevolo occhio di riguardo da parte di Ankara oltre che di Riyadh.

Pragmatismo di Erdoğan
Era una visita programmata da tempo, ma il suo svolgimento è stato inatteso. Almeno per chi non conosce lo spirito pragmatico del presidente turco e la sua capacità di adattare la sua sempre più chiara e crescente ideologia islamistica alle varie e diverse situazioni.

Solo così si possono spiegare la concordia, il calore e le parole conclusive dell’incontro di Erdoğan con il suo omologo iraniano Hassan Rouhani. Uno spettacolo stupefacente per chi aveva assistito allo scontro a distanza tra Erdoğan, che accusava l’Iran di voler destabilizzare lo Yemen e di intrusione nelle vicende irachene e siriane, e la dura risposta del ministro degli esteri iraniano Mohammed Javad Zarif.

Tanap e accordi Iran-Turchia
Sorprendendo molti osservatori, Erdoğan ha concluso la sua visita affermando : “Non mi interessa di sunniti o sciiti, mi interessa la pace tra i musulmani”. Una frase preceduta dalla firma di una serie di accordi economici, tra cui quello che prevede la partecipazione iraniana al Tanap (Trans Anatolian Natural Gas Projet), il gasdotto che dovrà portare il metano iraniano e quello azero fino al Mediterraneo e favorire il rifornimento di combustibile alla sempre famelica industria turca.

È chiaro che l’Iran si prepara a rientrare nel grande gioco internazionale dopo il lungo inverno delle sanzioni e dei blocchi che dura praticamente dalla salita al potere dell’ayatollah Khomeini nel 1979.

Ed è altrettanto chiaro che i turchi preferiscono siglare accordi ora che Teheran è ancora debole piuttosto che tra qualche tempo quando le sue posizioni si saranno rafforzate.

E del resto le parole di Rouhani che auspicano il “raddoppio degli scambi commerciali trai due Paesi” lasciano intravvedere sviluppi interessanti e sostanziosi, visto che già oggi l’interscambio tra Ankara e Teheran ammonta a 14 miliardi di dollari.

Secondo alcuni osservatori c’è però un problema: la Turchia, da alleata dell’Arabia Saudita, avrebbe sconcertato, con il suo comportamento, il nuovo re Salman e tutto l’establishment reale. Ne siamo davvero così sicuri?

Non è che invece Erdoğan, che peraltro ha ricevuto un importante membro della corte saudita come il principe Muhammad Bin Nayef, viceprincipe della Corona (cioè erede al trono) poco prima di partire per l’Iran, non stia aprendo la via a un possibile avvio di trattative tra i due grandi e storici rivali che si affacciano sul Golfo Persico?

Conseguenze del riavvicinamento turco-iraniano
Una trattativa che potrebbe portare a un’intesa per la pacificazione dello Yemen e per la lotta ad Al-Qaida nella Penisola Araba che tranquillizzerebbe anche il Bahrein (dinastia regnante sunnita e maggioranza della popolazione sciita tenuta a freno da un corpo di spedizione saudita)? Un tavolo di lavoro che potrebbe portare alla ricerca di soluzioni del caos siriano e magari anche di quello iracheno?

Perché il riavvicinamento turco-iraniano potrebbe portare a una trattativa, magari per interposta nazione, tra Teheran e Riyadh.

E non è tutto, un buon rapporto con gli sciiti iraniani potrebbe sbloccare l’opposizione degli alevi di Turchia, sciiti eterodossi, ma che costituiscono una larga fetta (c’è chi dice il 30% ) della popolazione turca e che da sempre votano a sinistra in odio all’Akp di Erdoğan.

In vista d’importanti appuntamenti elettorali alle porte, conquistare una parte degli alevi o comunque spegnerne l’animosità sarebbe per Erdoğan il colpo decisivo per arrivare al cambiamento costituzionale e a un potere prolungato.

Insomma: cause economiche, di prestigio, di politica estera e interna spingono a un cambio di rotta verso Teheran. E il neottomano Erdoğan è troppo abile per non coglierle.

Marco Guidi è giornalista esperto di Medio Oriente e Islam, a lungo inviato di Il Messagero, in Turchia e nel mondo arabo. Dalla sua fondazione insegna alla Scuola di giornalismo dell’Università di Bologna.

giovedì 9 aprile 2015

Oman: il problema della transizione

Medio Oriente
Oman, il ritorno del Sultano e il test della successione
Eleonora Ardemagni
01/04/2015
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Dopo nove mesi trascorsi in Germania per cure mediche, il Sultano dell’Oman ha fatto ritorno in patria. Secondo numerose fonti, il sultano Qaboos bin Said al-Said sarebbe gravemente malato a causa di un tumore.

Nei lunghi mesi di assenza (compresa la festa nazionale del 18 novembre), il nodo della successione in Oman non è stato risolto. Fino ad ora infatti Qaboos, 74 anni, ha guidato da solo il sultanato. In veste di capo dello stato, premier, capo delle Forze armate, della Banca centrale, ministro di esteri, difesa, finanze, senza figli, fratelli o nipoti, il sultano non ha mai designato pubblicamente un suo successore.

Rebus della successione
Secondo la costituzione, qualora il Consiglio di Famiglia, chiamato a riunirsi entro tre giorni dalla morte del sultano, non si accordasse su un nome, spetta al Consiglio di Difesa - insieme ai capi delle due Camere a ai membri della Corte Suprema - confermare il primo dei due nomi che il Sultano ha indicato per la successione in una lettera sigillata (in due copie, a Muscat e a Salalah).

A guidare il paese è stato il vice premier Sayyid Fahd bin Mahmoud che non sembra però avere l’identikit appropriato. Oltre ad avere già 71 anni, ha sposato una donna francese e non potrebbe dunque lasciare il trono a uno dei suoi figli.

Fra i candidati più accreditati vi sono i tre cugini cinquantenni di Qaboos: Asad e Shihab, entrambi di formazione militare, già consiglieri del sultano, e Haitham, ministro della cultura. Il giovane in ascesa è invece Taimur (classe 1980), figlio di Asad, presidente della banca islamica Al Izz.

Problemi sociali irrisolti
Fare chiarezza sulla questione della successione è ormai urgente, nonostante il ritorno del Sultano: i problemi economico-sociali che portarono a manifestare, nel 2011, un consistente numero di omaniti non sono stati risolti. La protesta potrebbe riaffacciarsi proprio in una fase di incertezza istituzionale.

Fra i nationals, la disoccupazione è stimata al 20%, numeri che aumentano nella fascia giovanile: almeno il 45% degli omaniti ha meno di vent’anni e il 56% meno di venticinque. Le misure di contenimento dell’immigrazione, specie asiatica, non hanno fin qui contribuito alla crescita della platea degli occupati nazionali: di fronte a un pubblico impiego ormai saturo, i giovani non hanno le competenze professionali richieste dal settore privato.

Il sultano ha sedato i sit-in popolari fra Sohar, Sur e Salalah grazie a mix di redistribuzione della rendita, timidi segnali di autoriforma, repressione. Il declino delle risorse energetiche e il crollo del prezzo del barile di petrolio renderanno, però, sempre più complicato il funzionamento del rentier-state.

Politica estera Oman
La politica estera è il tradizionale asset vincente dell’Oman, capace di dialogare con tutti quegli attori regionali che invece faticano a parlarsi. Il sultano ha permesso l’avvio dei colloqui sul dossier nucleare fra Stati Uniti e Iran, lavorato al riavvicinamento fraArabia Saudita-Emirati Arabi Uniti e Qatar. Muscat è l’unico canale di comunicazione sempre aperto, anche nei momenti più tesi, fra Riyadh e Teheran.

L’attivissimo vice ministro degli esteri Yusuf bin Alawi ha portato avanti le consuete tessiture diplomatiche, ma la questione della successione ha in sé una forte rilevanza geopolitica. Il sovrano di domani - oltre che raccogliere l’eredità pesantissima del carismatico Qaboos - dovrà garantire la prosecuzione di quella politica estera che ha contribuito, nei decenni, al rafforzamento interno e alla legittimazione del sultanato stesso.

In più, le sfide di sicurezza sono destinate a moltiplicarsi. Oltre alla variabile regionale del terrorismo jihadista, il deragliamento della transizione politica nel confinante Yemencrea apprensione sul fianco occidentale omanita, già militarizzato.

L’Oman è l’unico membro del Consiglio di Cooperazione del Golfo a non aver trasferito l’Ambasciata ad Aden dove il presidente ad interim Hadi è riparato dopo il golpe di Sana’a per mano del movimento sciita zaidita degli huthi. Segno che la mediazione omanita è al lavoro.

Il tornante della successione rappresenta già da ora un delicato test di maturità per l’Oman. Tuttavia, le proteste del 2011 hanno reso visibile la silenziosa trasformazione in atto nella società, specie nella maggioritaria componente giovanile: Qaboos, “padre della Nazione” per oltre una generazione, ha perso, di fronte alla cruda realtà quotidiana, quell’aura di infallibilità che ne ha fin qui accompagnato il governo.

Il progressivo allentamento dei legami intra-tribali, soprattutto nelle città della costa settentrionale (come Sohar, dove lo sviluppo economico non ha creato benessere sociale), richiederà un’attenta rimodulazione del patto sociale fra il vertice e il popolo.

Eleonora Ardemagni, analista di relazioni internazionali del Medio Oriente, collaboratrice di Aspenia, ISPI, Limes. Sta frequentando il Master in Middle Eastern Studies, ASERI (Alta Scuola di Economia e Relazioni Internazionali).

Yemen come se non bastasse. Si apre un nuovo fronte

Yemen, la polveriera
La Nato araba scende in campo
Azzurra Meringolo
02/04/2015
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Il primo seme fu piantato 70 anni fa, quando l’Egitto invitò i capi di governo di diversi paesi arabi ad Alessandria per discutere il progetto di una federazione araba.

Guidati dal Cairo, uno sparuto gruppo di Paesi arabi unì le forze creando il primo nucleo di quella che diventerà, nel 1945, la Lega Araba, un’istituzione che sin da subito si concentrò sulla cooperazione tra i Paesi membri, immaginando anche un’integrazione militare.

L’obiettivo di un esercito comune apparve da subito molto ambizioso e continua ad esserlo fino ai giorni nostri. Pur non essendo mai stato realizzato - soprattutto a causa delle divisioni interne alla Lega Araba che è oggi condizionata dall'alleanza saudita-egiziana, da quella turco-qatariota e dalla mezzaluna sciita - è rimasto sullo sfondo, conquistando poi la ribalta in occasione dell’ultimo vertice conclusosi domenica scorsa sulla costa di Sharm el-Sheikh.

Vertice della Lega Araba
Sfruttando il pretesto dell’escalation di violenza in Yemen, il presidente egiziano Abdel Fattah al-Sisi ha infatti chiamato a raccolta i membri della Lega Araba chiedendo loro di accantonare i punti di divergenza e di unire una volta per tutte le forze contro le minacce destabilizzatrici della regione.

Anche se il pericolo presentato come più urgente è quello proveniente dallo Yemen, a spaventare l’Egitto sembra però soprattutto il confine con la Libia.

Le parole con le quali Al-Sisi ha annunciato che gli stati della Lega araba hanno accettato di formare un fronte militare comune per affrontare le minacce securitarie suonano quindi come storiche alle orecchie di quanti ricordano che fu solo nel ’73 che i Paesi membri riuscirono a unirsi per combattere contro il nemico comune, Israele.

Da allora, il progetto dell’esercito arabo è rimasto accantonato nel cassetto. Per rispolverarlo una volta per tutte, evitando veti paralizzanti, è stata ora adottata la formula dell'adesione volontaria e indiscrezioni parlano di una dotazione di 40 mila uomini con aerei, navi e mezzi blindati leggeri con quartier generale in Egitto o Arabia Saudita.

Nei prossimi quattro mesi, una commissione di alto livello si metterà al lavoro per definire la struttura e i meccanismi di cui si servirà in futuro questo esercito comune.

Yemen, l’ex Vietnam egiziano
La questione yemenita ha quindi spinto i Paesi della Lega a riaprire un dossier che sembrava ormai sotterrato da una serie di questioni ritenute più urgenti.

Il tutto grazie all’iniziativa dell’Egitto, paese che non solo sostiene il presidente sunnita ad interim Abdu Rabu Mansur Hadi, ma che ha anche avuto uno ruolo importante nella storia dello Yemen.

Non solo l’allora raìs egiziano, Gamal Abdel Nasser, ispirò il colpo di stato degli Anni ’60 che portò alla deposizione della monarchia, ma il Cairo partecipò anche a quella che gli storici ricordano come la guerra del Vietnam egiziana, ovvero il conflitto civile tra sostenitori della repubblica e della monarchia.

L’attuale intervento armato dell’Egitto in Yemen riflette però le alleanze che al momento definiscono le dinamiche della regione.

Il Cairo, tenuto in vita dai generosissimi assegni delle petro-monarchie, è uno stretto alleato dei sauditi. L’ossigeno che tiene in vita l’Egitto ha però un prezzo. Ecco perché Al-Sisi non può dispensare il suo esercito - il più forte della regione - da un conflitto che Riad ritiene di vitale importanza.

Una battaglia decisiva nella Guerra Fredda mediorientale che vede sunniti e sciiti competere per la supremazia regionale.

Preoccupazioni egiziane: Suez e Libia
Guerra per procura a parte, schierando una dozzina di navi verso Babel-Mandeb, Il Cairo vuole anche controllare le acque del Golfo di Aden. L’Egitto teme infatti che i ribelli yemeniti possano condizionare questo snodo cruciale del commercio globale dal quale dipende la navigazione verso il Mar Rosso e attraverso il Canale di Suez. Aden è infatti l’ultimo feudo di Hadi.

Anche se a Sharm el Sheikh si è parlato soprattutto di Yemen, Golfo di Suez a parte, le preoccupazioni egiziane provengono soprattutto dal confine libico. È qui che Al-Sisi vorrebbe vedere all’opera il neonato esercito comune per sconfiggere quegli islamisti imparentanti con i suoi principali avversari interni.

Il “nuovo” regime egiziano vuole infatti ampliare il raggio della sua guerra contro l’Islam politico, eliminando anche i membri e i sostenitori libici della Fratellanza Musulmana, confraternita nuovamente bandita lungo il Nilo.

Dopo una serie di bombardamenti contro quelle che sono state descritte come “roccaforti jihadiste” in Libia, l’Egitto ha infatti chiesto al Consiglio di Sicurezza dell’Onu “una risoluzione per un intervento internazionale in Libia”.

Il Palazzo di Vetro ha però preferito proseguire sul sentiero negoziale, scartando anche l’altra proposta egiziana di porre fine all’embargo delle armi sulla Libia.

Rispettando le decisioni Onu, l’Egitto sta ora aspettando i risultati dei negoziati. Tra gli strateghi egiziani c’è già chi, scommettendo sul fallimento della diplomazia, sta immaginando un’eventuale operazione di terra sotto la bandiera della Lega Araba.

La Libia non è però lo Yemen e non è detto che si trovino volontari sufficienti per fare scendere in campo questa nuova Nato araba.

Azzurra Meringolo è ricercatrice presso lo IAI e caporedattrice di Affarinternazionali. Coordinatrice scientifica di Arab Media Report. Potete seguirla sul suo blog e su twitter a @ragazzitahrir.

Iran: il termine di una lunga corsa

Iran, nucleare
Una vittoria della comunità internazionale
Carlo Trezza
07/04/2015
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A Losanna, il gruppo E3+3 e l'Iran hanno raggiunto un'intesa sui principali parametri d’una sistemazione definitiva della questione nucleare iraniana. Si tratta di un'ulteriore tappa del processo che partendo dal Piano di Azione del novembre 2013 dovrebbe sfociare, nel mese di giugno, in un ‘Joint Comprehensive Plan of Action’ (Jcpoa) definitivo.

Il risultato di Losanna è riportato in una dichiarazione congiunta dell'Alto Rappresentante dell'Ue Federica Mogherini e del ministro degli Esteri iraniano Zarif. Il Dipartimento di Stato ha pubblicato sul proprio sito e con maggiori dettagli i "key parameters" dell’intesa.

Riduzione scorte e numero centrifughe
Visto sotto il profilo della Non proliferazione, un aspetto molto significativo è la forte riduzione del numero delle centrifughe che Teheran potrà utilizzare nei prossimi 10 anni (da 19.000 a meno di 6.000).

Ancora più rilevante è la riduzione delle scorte che da 10.000 Kg passerebbero a soli 300 Kg per un periodo di 15 anni. Le centrifughe più moderne e con maggiore capacità di arricchimento verranno sottoposte a ulteriori limitazioni.

Tali riduzioni e limitazioni costituiscono il principale obiettivo di partenza dei negoziatori americani e mirano a prolungare i tempi per fabbricare il materiale fissile per un eventuale primo ordigno iraniano.

La produzione di uranio arricchito potrà essere svolta nell'unico impianto di Natanz. Quello sotterraneo di Fordow potrà svolgere solo attività di ricerca.

Saranno più rigorose le ispezioni internazionali in base all'applicazione da parte dell'Iran del Protocollo addizionale dell'Aiea, che prevede verifiche intrusive anche nei siti non espressamente dichiarati. Gli ispettori dovrebbero quindi avere anche accesso all'impianto di Parchin che si sospetta potesse avere natura armamentistica.

Ispezioni, rinunce, limitazioni
Un'altra disposizione chiave è la rinuncia iraniana al riprocessamento del combustibile spento delle sue centrali. Si tratta della materia prima necessaria per la produzione del plutonio che, ancora più dell'uranio, è suscettibile di impiego militare. Si chiude quindi per l'Iran la possibilità di perseguire un percorso alternativo a quello dell'arricchimento.

L'insieme di tali disposizioni, che prevedono una serie di prestazioni unilaterali iraniane, potrebbe apparire come una capitolazione. Esso va tuttavia rapportato, soprattutto per quanto si riferisce al numero delle centrifughe e alle scorte, alle esigenze effettive dell'Iran e ai tempi previsti per gli adempimenti.

Nei prossimi 10/15 anni, l'Iran, se non intende costruire l'arma nucleare, non dovrebbe avere bisogno di grandi quantità di combustibile. L'unica centrale nucleare a scopi energetici (Busheher) che esso possiede viene infatti rifornita per contratto con combustibile russo.

Le esigenze potrebbero cambiare solo qualora l'Iran riuscisse a realizzare il suo ambizioso programma di costruire altre centrali che tuttavia non potranno vedere la luce prima di 15 anni.

Solo allora l'Iran potrebbe avere un effettivo bisogno di quantità molto maggiori di uranio leggermente arricchito. A quel punto però la maggiore produzione consentita dovrebbe essere rapidamente consumata nelle centrali, mantenendo sempre basse le scorte accumulate e quindi le possibilità di proliferazione.

Vantaggi anche per Teheran senza simmetrie
L'intesa ha inoltre il vantaggio, per l'Iran, di riporre il suo programma di arricchimento su un binario di legalità che ne consentirà il proseguimento. Il tutto verrebbe sancito da un'apposita risoluzione del Consiglio di Sicurezza. Ma la contropartita principale è evidentemente la sospensione delle sanzioni che verrebbe concessa dopo una verifica da parte dell'Aiea.

Non vi è, né vi poteva essere, una simmetria tra le prestazioni delle due parti negoziali che partono da posizioni di partenza asimmetriche. Si può sostenere però che vi sia una sostanziale equivalenza in termini di risultati raggiunti. Il clima di reciproco rispetto stabilitosi dovrebbe permettere ai negoziatori di "vendere" all'interno e all'esterno la validità del compromesso.

Chi emerge vincente è la comunità internazionale nel suo insieme poiché i risultati ottenuti in termini di contrasto alla proliferazione non erano mai stati raggiunti in precedenza con Paesi arrivati alla soglia nucleare.

L’esito di Losanna costituisce un indubbio progresso anche sul piano degli usi pacifici dell'energia nucleare e della disciplina del ciclo del combustibile nucleare, una materia che sinora è sfuggita alla codificazione internazionale.

L'arricchimento dell'uranio e la produzione del plutonio, anche se non espressamente autorizzati, non sono proibiti dalle norme internazionali. Con l'intesa raggiunta si sono stabiliti limiti e parametri che potrebbero costituire la base di una futura "regola d'oro" per disciplinare la complessa materia dell'arricchimento e del riprocessamento.

Si accrescono infine le possibilità che si apra sotto migliori auspici il vertice quinquennale del Trattato di Non proliferazione nucleare che si terrà a New York il prossimo mese di maggio e che vede come uno dei temi dominanti dell'agenda proprio la creazione di una zona priva di armi di distruzione di massa nel Medio Oriente.

Sono dunque molteplici gli argomenti che consentono di affermare, nonostante le critiche interne ed esterne prima e dopo l'accordo, che l'intesa di Losanna si pone come "a good deal".

L'Ambasciatore Carlo Trezza, Presidente uscente del Missile Technology Control Regime, è stato Presidente dell'Advisory Board di Ban Ki moon per gli Affari del Disarmo e Presidente della Conferenza del Disarmo.