Blog di sviluppo per l'approfondimento della Geografia Politica ed Economica attraverso immagini, cartine, grafici e note.Atlante Geografico Statistico Capacità dello Stato.Parametrazione a 100 riferito al Medio Oriente. Spazio esterno del CESVAM - Istituto del Nastro Azzurro. (info:centrostudicesvam@istitutonastroazzurro.org)
giovedì 9 aprile 2015
martedì 31 marzo 2015
Arabia Saudita: massimo impegno nel cortile di casa
Yemen: i nodi vengono al pettine
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Una coalizione di dieci paesi arabi, guidata dall’Arabia Saudita e sostenuta dagli Stati Uniti (che forniscono appoggio logistico e di intelligence), ha avviato un campagna aerea (richiesta da Hadi) a difesa delle istituzioni riconosciute e contro obiettivi militari dei ribelli sciiti. La crisi yemenita è precipitata in una manciata di giorni, dopo gli attacchi terroristici alle moschee della capitale e l’occupazione sciita di Taiz, terza città del paese, a prevalenza sunnita. I raid aerei della coalizione militare Partecipano all’intervento aereo cinque monarchie del Golfo (Arabia, Qatar, Emirati, Kuwait Bahrein) - tutte tranne l’Oman -, più Egitto, Giordania, Marocco, Sudan. Il Pakistan è in forse, mentre la Turchia sostiene politicamente l’attacco. Quattro navi da guerra dell’Egitto sono entrate nel canale di Suez per proteggere il Golfo di Aden: chi controlla lo stretto del Babel-Mandeb condiziona gran parte dei flussi economici e petroliferi regionali. Riad e Il Cairo, con l’endorsment della Lega araba, discutevano da mesi della creazione di un’alleanza militare araba “multifunzione”: lo Yemen, insieme alla Libia, fonti di insicurezza comuni per sauditi ed egiziani, erano in testa alla lista dei possibili teatri operativi. La logica securitaria che sottende l’intervento aereo in Yemen delle monarchie arabe più l’Egitto combacia con gli episodici bombardamenti egiziani ed emiratini contro le milizie islamiste in Libia; la sostanziale differenza fra i due scenari è, però, che intervenire a Sana’a significa aumentare il livello dello scontro indiretto con l’Iran. Non è un caso che i governi sciiti di Iraq e Siria, più gli Hezbollah libanesi, abbiano tuonato, insieme a Teheran, contro l’iniziativa saudita. Conflitto di potere mascherato da scontro confessionale Gli attacchi kamikaze a due moschee di Sana’a, frequentate soprattutto da sciiti, hanno causato, il 20 marzo, oltre 140 morti e 350 feriti: gli attentati sono stati rivendicati da un’esordiente cellula yemenita di “Stato Islamico”. Lo Yemen ha una tradizione di convivenza pacifica fra sciiti e sunniti: qui, lo sciismo zaidita (di cui gli huthi del nord sono un gruppo minoritario), è assai diverso dal rito duodecimano dell’Iran e si avvicina, nelle pratiche della quotidianità, al sunnismo. La polarizzazione confessionale è dunque il prodotto dello scontro politico per il potere: quello fra le autorità centrali e i movimenti autonomisti del nord (Ansarullah) e del sud (il frammentato Movimento Meridionale), insieme alla lotta fra il vecchio regime di Saleh e l’élite di Hadi, compreso il partito Islah (Fratelli musulmani e salafiti). Arabia saudita e Iran partecipano indirettamente al conflitto, appoggiando il presidente di transizione e le milizie sunnite (Riad), mentre Teheran sostiene i miliziani sciiti. Rivalità intra-jihadista e battaglie aperte In un contesto così teso, gli attacchi terroristici aumentano di frequenza e gravità. Al Qaeda nella Penisola arabica (Aqap) e l’affiliata Ansar Al-Sharia colpiscono soprattutto i poliziotti e i militari, anche se recentemente numerosi esponenti tribali e religiosi sciiti sono divenuti oggetto di attentati. Invece, con gli attacchi alle moschee, la sedicente cellula dello Stato islamico lancia una competizione tutta interna al fronte terrorista (come avvenuto in Siria e Iraq) e sposta il bersaglio della violenza dai militari ai civili, uccidendo indiscriminatamente tra i fedeli in preghiera. Prima dell’intervento militare della coalizione araba, i miliziani dell’alleanza huthi-Saleh avevano occupato Taiz, città protagonista della rivolta anti-governativa nel 2011: durante una manifestazione di protesta repressa dagli huthi, almeno cinque manifestanti sono stati uccisi e oltre ottanta feriti. I miliziani sciiti, preso il controllo della regione meridionale di Lahij (dove gli Usa hanno evacuato gli ultimi militari rimasti nella base di Al-Anad), hanno fatto rotta verso Aden, innescando l’attacco della coalizione araba. Rischio pantano Quando nel 2009 gli huthi sconfinarono in territorio saudita, Riad intervenne unilateralmente con bombardamenti e poi truppe di terra: un’operazione inefficace, poiché il movimento sciita consolidò, negli anni successivi, il suo autogoverno nel nord. L’azione militare odierna ha però un altro sapore, quello del conflitto indiretto fra Arabia Saudita e Iran per l’egemonia regionale: Riad considera da sempre lo Yemen una questione di politica interna e di sicurezza nazionale. Mentre fra sauditi e iraniani (e fra sauditi e statunitensi) si allarga un nuovo fossato - con il negoziato sul nucleare di Teheran in dirittura d’arrivo -, la natura politico-territoriale del conflitto in Yemen rischia di essere distorta e travolta dagli interessi e dai rancori delle superpotenze regionali. Eleonora Ardemagni, analista di relazioni internazionali del Medio Oriente, collaboratrice di Aspenia, Ispi, Limes. | ||||||||
venerdì 27 marzo 2015
Israele: la scelta degli israeliani
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L’alleanza di centro, l’Unione sionista, composta dal partito laburista di Isaac Herzog e da Hatnuah dell’ex-ministro della giustizia Tzipi Livni, ha ottenuto 24 seggi. Terza forza politica, confermando almeno in questo i sondaggi pre-voto, è la Lista unita dell’alleanza di partiti arabi e arabo-israeliani con 13 seggi, seguita dal partito dell’ex ministro delle finanze Yair Lapid con 11, e dal partito Kulanu, nuova formazione dell’ex ministro Likud Moshe Kahlon con 10. I seggi restanti si sono ripartiti tra le correnti ultraortodosse, nazional-religiose e della sinistra-marxista israeliana, forze che insieme hanno conquistato i rimanenti 32 su 120 scranni della Knesset. Sembra certo che sarà Netanyahu a ricevere l’incarico di creare un nuovo governo dal presidente israeliano Reuven Rivlin, che avvierà le consultazioni domenica. I risultati ufficiali saranno presentati il 25 marzo, ma pochi si aspettano cambiamenti dopo che il Comitato Centrale per le Elezioni ha completato lo spoglio dei voti la mattina del 19 marzo. Vittoria della strategia della tensione Rimangono da controllare alcune incongruenze e possibili infrazioni, ma il risultato politico in quella che è stata definita un’elezione decisiva per tracciare le priorità future del paese è ormai chiaro: ha vinto la strategia della tensione; hanno vinto il cinismo e la testardaggine di alcuni politici israeliani che non paiono preoccuparsi del crescente isolamento internazionale di Israele, ma solo dei propri calcoli politici. Hanno vinto i coloni, che votando in massa (80%) hanno assicurato il persistere del dominio israeliano nei territori occupati palestinesi. S’è così confermata la tendenza che da anni vede la società israeliana spostarsi sempre più verso la destra ultra-nazionalista religiosa e che ancora una volta ha rinnovato al potere Netanyahu, un personaggio che deve proprio al sostegno dei coloni gran parte della propria ascesa politica. Il consenso per il Likud proveniente dalle colonie israeliane nei Territori occupati è aumentato di 10.000 voti rispetto alle elezioni del 2013: voti che Netanyahu sapeva di dovere sottrarre agli altri partiti di destra per fare sì che il Likud restasse il primo partito. Per questa ragione, il premier aveva deciso di uscire allo scoperto, dichiarando senza mezze misure che un voto per lui avrebbe rappresentato un voto contro la creazione di uno Stato palestinese, scenario che - a suo dire - avrebbe spalancato le porte della Cisgiordania all’estremismo islamico in salsa Isis. In particolare, il giorno delle elezioni, a urne aperte, Netanyahu aveva sollecitato i suoi simpatizzanti a precipitarsi al voto con un messaggio di dubbia legalità costituzionale, secondo cui il futuro della destra israeliana al potere era in pericolo per via dei voti della minoranza araba in Israele. Una mossa che ha irritato anche la Casa Bianca, “profondamente amareggiata” dalle parole di Netanyahu. La strategia ha però funzionato: l’affluenza è aumentata dal 67.8% nel 2013 al 72.3% e in otto delle dieci principali città israeliane, con le consuete eccezioni di Tel Aviv e Haifa, il Likud è stato il primo partito. Frammentazione altre formazioni L’incapacità delle formazioni politiche di centro di fare fronte unito contro la destra di Netanyahu, e in particolare l’orientamento di una larga fetta dell’elettorato moderato a votare per il partito di Yair Lapid, hanno limitato il consenso per l’Unione sionista, unica sigla che avrebbe potuto superare il Likud. I partiti avranno ora tempo fino al 22 aprile per accordarsi sulla composizione del nuovo governo. Il presidente Rivlin, favorevole alla creazione di un governo di unità nazionale tra il Likud e l’Unione Sionista, ha visto questo scenario andare in frantumi proprio per la controversa campagna elettorale di Netanyahu. Herzog ha ora teorizzato la necessità di rimanere all’opposizione, spianando la strada a quello che molto probabilmente sarà un governo nettamente spostato a destra, un’alleanza tra il Likud e i partiti del ministro degli esteri Avigdor Lieberman e del nazionalista religioso Naftali Bennett, con l’aggiunta del partito Kulanu cui Netanyahu potrebbe affidare il ministero delle finanze e di una formazione d’impronta ultra-ortodossa. Crisi dei rapporti fra Usa e Israele Dagli Stati Uniti, l’amministrazione Obama non ha nascosto la delusione per la vittoria di Netanyahu, avvertendo il leader israeliano che le politiche Usa sul processo di pace in Medioriente verranno “rivisitate” alla luce del suo chiaro rifiuto della formula dei due Stati. Obama stesso, nella telefonata di congratulazioni al neo-eletto Netanyahu, ha espresso un forte dissenso con i propositi del leader israeliano. La crisi dei rapporti fra Usa e Israele potrebbe portare sorprese. Se è difficile pensare che gli aiuti economici e militari possano diminuire, c’è la possibilità che l’approccio diplomatico statunitense sul processo di pace subisca modifiche: finora, Washington è sistematicamente ricorsa al veto pro Israele nel Consiglio di Sicurezza dell’Onu e ha fatto pressioni sugli alleati per evitare il riconoscimento lo Stato della Palestina. Spetterà al nuovo inviato speciale europeo per il Medioriente, l’ambasciatore Fernando Gentilini, il compito di seguire una linea comune europea nei confronti del nuovo governo israeliano. Oggi più che mai servono posizioni decise capaci di rendere chiare le conseguenze economiche, politiche e anche di sicurezza a cui va incontro Israele per il cinismo dei propri politici e le politiche coloniali da loro perseguite nella Cisgiordania occupata. Andrea Dessì è dottorando in relazioni internazionali alla LSE di Londra e Junior Researcher nel Programma Mediterraneo e Medio Oriente dello IAI. |
venerdì 20 marzo 2015
Arabia Saudita: i primi passi del nuovo Re
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Poco importa che il precedente sostegno saudita ai gruppi armati salafiti in Siria, e a un insostenibile status quo nello Yemen, sia in parte responsabile di questo esito, visto che ha provocato la reazione sciita. Un simile ragionamento non viene accettato a Riyadh, e non serve a placarne i timori. La sindrome da accerchiamento saudita è completata dal possibile accordo nuclearefra Washington e Teheran, virtualmente in grado di riammettere l’Iran nel consesso internazionale e di liberarne le enormi potenzialità economiche. Politica estera di re Salman L’ascesa regionale del nemico iraniano coincide con un momento di particolare debolezza per la monarchia saudita, dovuto all’avvicendamento al trono. Il neo-insediato re Salman ha modificato gli assetti politici interni, emarginando i principi fedeli al defunto re Abdullah. Il nuovo asse del potere, che passa per il vice erede al trono Mohammed bin Nayef e il figlio del re Mohammed bin Salman, si traduce in una nuova visione di politica estera fondata su tre punti chiave: il ricompattamento del fronte regionale sunnita contro il blocco filo-iraniano; la lotta all’autoproclamato “stato islamico”, visto soprattutto come un pericolo per la stabilità interna del regno; la“non-ostilità” nei confronti della Fratellanza Musulmana, non più considerata un nemico esistenziale. Questa visione è rafforzata da una differente rete di relazioni personali che distingue la nuova leadership saudita dalla precedente. Lo scomparso re Abdullah aveva uno stretto rapporto con il presidente egiziano Abedel Fattah al-Sisi e con l’alleato di quest’ultimo, il principe ereditario di Abu Dhabi Mohammed bin Zayed. Re Salman ha invece legami di amicizia con Tamim bin Hamad, emiro del Qatar, sostenitore della Fratellanza e avversario di Al-Sisi. Visti gli interessi strategici in ballo, re Salman ha però confermato che l’Egitto di Al-Sisi rimane un pilastro dell’architettura di sicurezza del regno saudita. Ciononostante, il Cairo, non può più contare su un “assegno in bianco” con firma saudita. Se Erdoğan e Al-Sisi facessero la pace La nuova visione politica di re Salman si è tradotta in un fervore diplomatico senza precedenti. A febbraio i leader arabi del Golfo sono giunti a Riyadh, su invito del sovrano saudita, dopo che il vice erede al trono Mohammed bin Nayef si era recato in Qatar espressamente per riallacciare i rapporti con l’emiro Tamim. Ne è emersa una posizione unitaria delle monarchie del Golfo a sostegno del deposto presidente yemenita Hadi, ma soprattutto la ripresa dei contatti fra i sauditi e il movimento Al-Islah, branca yemenita dei Fratelli Musulmani sostenuta dal Qatar e ostile agli Houthi. A cavallo tra febbraio e marzo, si sono poi avvicendati a Riyadh Al-Sisi e il presidente turco Racep Tayyip Erdoğan. Obiettivo saudita era non solo riallacciare i rapporti con Ankara, altro sostenitore regionale della Fratellanza, ma addirittura tentare una riconciliazione fra il leader turco e quello egiziano - tentativo fallito, almeno per il momento. Congelare la guerra fredda intra-sunnita Ritenendo urgente contrastare l’avanzata iraniana in Siria, Iraq e Yemen, re Salman vuole “congelare” il conflitto interno al fronte regionale sunnita,imperniato sui Fratelli Musulmani. Ciò non significa affatto fare della Fratellanza un alleato, bensì un possibile interlocutore in realtà particolari come quella yemenita. Per Riyadh questo vuol dire far fronte comune con Turchia e Qatar in Siria, rinviando a tempi successivi le divergenze sulla gestione dell’opposizione anti-Assad. E vuol dire altresì smussare i contrasti fra Ankara e Doha da un lato, e il Cairo dall’altro. Il dissidio che vede Turchia e Qatar contrapporsi all’Egitto appare però difficilmente sanabile. Oltre a riguardare lo scontro politico interno fra il regime di Al-Sisi e la Fratellanza egiziana, tale contrapposizione ruota attorno ad Hamas a Gaza e al conflitto libico. Nella Striscia, Ankara e Doha sostengono il movimento islamico palestinese avversato da il Cairo, mentre in Libia appoggiano il governo di Tripoli, vicino alla branca locale della Fratellanza. A differenza del suo predecessore, schierato apertamente a fianco de il Cairo, re Salman sembra aver adottato una posizione più defilata in Libia, per ridurre le tensioni nel fronte regionale sunnita. Egitto ed Emirati Arabi sostengono però i falchi nel governo di Tobruk, rendendo ardua una soluzione negoziale. Se è difficile pensare che la nuova politica saudita riuscirà a sanare i dissidi intra-sunniti imperniati su Libia, Egitto e Gaza, la diplomazia di re Salman rischia di esacerbare lo scontro sunnita-sciita in Siria, Iraq e Yemen. Questo potrebbe mettere ulteriormente in pericolo la già precaria stabilità regionale. Roberto Iannuzzi è ricercatore presso l’Unimed (Unione delle Università del Mediterraneo). È autore del libro “Geopolitica del collasso. Iran, Siria e Medio Oriente nel contesto della crisi globale”. | ||||||||
Israele: l'esito delle elezioni
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Coalizione di centro-destra La vittoria del Likud (30 seggi, un quarto del Parlamento israeliano) consente al premier uscente Benjamin Netanyahu di formare un governo con le due formazioni della destra annessionista, con il nuovo partito Kulanu - fuoruscito dal Likud e attento soprattutto ai temi della povertà e delle disuguaglianze economico-sociali di cui soffrono strati vasti della società israeliana - e infine con uno o due dei partiti religiosi. Sarebbe una coalizione simile a quella che governò Israele fra il 2009 e il 2013, senza più il contrappeso importante dei partiti centristi di Yair Lapid e della Tzipi Livni, soprattutto della seconda, che, come negoziatrice con l’Autorità palestinese e Ministro della Giustizia, ha cercato in questi due anni di condurre in porto - o almeno di salvare - la trattativa di pace e di bloccare la legislazione sullo “stato-nazione”, mirante a subordinare le norme della democrazia all’ebraicità dello stato e ad attribuire alla legge ebraica uno status privilegiato. Anche per questo sul finire del 2014 Netanyahu aveva estromesso i due partiti dal governo e portato il paese alle elezioni anticipate in un modo che sembrava avventuristico. Il voto è stato dominato dalla persona del premier uscente ed è quasi stato un plebiscito sul suo conto. Netanyahu ha vinto, con la sua abilità tattica, nonostante sondaggi che sembravano testimoniare un umore diffuso nel paese di rigetto d’un uomo che da troppo tempo domina l’agone politico e che nell’ultimo mese aveva inasprito in modo distruttivo i rapporti con l’Amministrazione americana e acuito il pericoloso isolamento di Israele nel mondo. Un isolamento dovuto anche a un’ostinata difesa dello status quo - l’occupazione della Cisgiordania -, sotto la pressione dei partiti di destra e del movimento dei coloni, ormai 350.000, lì insediatisi. Negli ultimi giorni della campagna elettorale, Netanyahu ha affermato di respingere la soluzione “ a due stati”, che presuppone la nascita di uno stato palestinese sovrano e in rapporti di buon vicinato con Israele, lungo confini vicini a quelli del ’67 e con modifiche territoriali concordate fra le parti e con Gerusalemme, città fisicamente unita, capitale dei due stati. Lo ha fatto contro i suoi stessi impegni pubblici di sei anni fa e la logica del negoziato con i palestinesi. Ha attaccato in modo virulento gli elettori arabi e la Lista araba unita, la nuova formazione che ha unito i quattro piccoli partiti arabi di Israele (Hadash, comunista, è in realtà un partito arabo-ebraico). Spostamento della società israeliana verso posizioni nazionaliste Lo slittamento a destra e l’uso esagitato della retorica nazionalista gli hanno permesso di sottrarre voti ai partiti della destra estrema (i nazional-religiosi guidati da Naftali Bennet e i post-russi di Avigdor Lieberman) nonché allo Shas, il partito ultra-ortodosso di origine “mizrachi”, degli ebrei cioè immigrati in Israele dai paesi arabi. Ma è importante riconoscere che è in atto uno spostamento più profondo e permanente della società israeliana verso posizioni nazionaliste via via più chiuse. Fenomeno dovuto a trasformazioni demografiche e sociali dello stesso Israele, ma anche ad una reazione difensiva rispetto alla strada nichilista imboccata dai palestinesi : la seconda intifada del 2001-05, l’inutile guerriglia armata di Hamas dalla striscia di Gaza, il rifiuto di Abu Mazen delle offerte ragionevoli di compromesso avanzate dal governo Olmert-Livni nel 2008. Non sono solo i 350.00 coloni negli insediamenti in Cisgiordania a rendere la soluzione “a due stati” sempre più difficile sul terreno. C’è anche una vasta parte della società - osserva Roger Cohen sul New York Times del 18 marzo - “che ha rinunciato ai due stati e preferisce i palestinesi invisibili dietro il muro”. Una parte imponente dell’opinione pubblica in Israele pensa che la pace non sia davvero possibile e guarda ai palestinesi come a un nemico ingrato e irriducibile, ma che si può contenere con un conflitto “a bassa intensità”. Eppure la guerra distruttrice con Hamas dell’estate scorsa, con il numero altissimo di vittime soprattutto civili e gli immani costi materiali, dimostra che il costo della non-pace è enorme e che l’illusione che i palestinesi accettino per l’eternità un’occupazione umiliante è pericolosa, con effetti nefasti per la democrazia e la convivenza di ebrei ed arabi all’interno stesso di Israele. Giorgio Gomel, economista, è membro del Comitato direttivo di Jcall, un’associazione di ebrei europei impegnata nel sostenere una soluzione “a due stati” del conflitto israelo-palestinese (www.jcall.eu). | ||||||||
lunedì 16 marzo 2015
Israele: il versante palestinese
| Elezioni israeliane 2015 Palestinesi, ipotetico cuore del potere Ugo Tramballi 13/03/2015 |
La posizione gli consente di contribuire a indicare al capo dello Stato quale debba essere il primo partito a tentare di formare un governo.
Può inoltre chiedere e ottenere posti di potere fondamentali come le presidenze delle commissioni finanze e interni: quelle che ripartiscono le risorse del bilancio dello Stato, stabilendo anche quanto e come dare alla spesa per la difesa.
Inoltre, immaginatevi che il giorno dopo le elezioni del 17 marzo Likud e laburisti scoprano di non aver vinto e di essere obbligati a condividere il potere in un esecutivo di unità nazionale.
A questo punto quello degli arabi non è solo il terzo partito, ma anche il primo dell’opposizione: il suo capo è il leader dell’opposizione e la legge israeliana obbliga il primo ministro a informarlo regolarmente su ogni attività del governo, sicurezza nazionale compresa.
Se, per esempio, viene decisa ancora una guerra nella striscia di Gaza o una nuova occupazione militare di tutta la Cisgiordania, il premier Bibi Netanyahu deve illustrare i suoi piani al partito arabo.
I palestinesi nel cuore del potere dello Stato degli ebrei, dunque.
La miopia di Lieberman
L’ipotetico scenario di un grande partito arabo è diventato una possibilità concreta grazie alla miopia tribale di uno dei maggiori sostenitori dell’imposizione della “natura ebraica” d’Israele e dell’emarginazione della minoranza palestinese: Avigdor Lieberman, il ministro degli Esteri.
Convinto di far sparire dalla Knesset i piccoli partiti arabi, qualche tempo fa Lieberman aveva proposto di alzare la soglia della percentuale di voto perché una forza politica sia rappresentata alla Knesset.
Invece ha compiuto il miracolo di coalizzare i quattro partiti palestinesi rissosi, gelosi e miopi, che per oltre mezzo secolo avevano combattuto fra loro, prima che contro i governi sionisti, in nome di ideologie immutabili, divisioni religiose e personalismi di clan.
Lista comune di Ayman Odeh
Il miracolo si chiama Lista Comune, composta dai quattro ininfluenti partiti che entravano e uscivano dalla Knesset senza lasciare un segno: Hadash, Balad, Lista araba unita e Ta’al.
In un parlamento con 120 deputati e una pletora di partiti minori, spaccature e secessioni, non è così difficile diventare una forza politica fondamentale per il funzionamento del sistema. Basta controllare un blocco non inferiore a 12 e non superiore a 15 deputati per essere determinanti.
Alle elezioni del 2013 i quattro partiti (dal 2006 Lista unita e Ta’al si presentano insieme) avevano conquistato un totale di 11 seggi, ma solo il 56% degli arabi con diritto di voto era andato alle urne.
Ayman Odeh, l’avvocato di Haifa leader di Lista Comune, è un musulmano educato in una scuola cristiana e si definisce ateo. Difficile descriverlo come un estremista religioso - soprattutto se paragonato a Naftali Bennet e ad altri esponenti della destra nazional-religiosa ebraica.
La preoccupazione “esistenziale” di Israele
La principale preoccupazione “esistenziale” degli israeliani non è sono Hamas, Hezbollah né il califfato. È la demografia: l’aumento costante della popolazione araba fra il Mediterraneo e il Giordano che rende insostenibile l’occupazione dei Territori e rischia di snaturare l’essenza democratica dello Stato d’Israele.
Per questo i governi laburisti avevano accelerato il processo di pace e un duro come Ariel Sharon ordinato il ritiro da Gaza: se un ictus non l’avesse fermato, avrebbe continuato a smantellare colonie anche in Cisgiordania.
Dimostrando una colossale miopia politica, gli unici a non aver mai approfittato dell’arma demografica sono gli arabi d’Israele, quei palestinesi che durante la guerra del 1947/48 non erano fuggiti né erano stati cacciati dalle loro case.
Oggi gli arabi israeliani sono più del 20% degli oltre otto milioni di abitanti del Paese all’interno delle frontiere del 1967. Sul piano elettorale non hanno però mai sfruttato la loro forza potenziale: il frazionismo e l’assenteismo elettorale ne hanno sempre fatto una forza marginale della vita politica.
Solo una volta, nel 1994, Yizhak Rabin ne chiese il sostegno parlamentare che fu incerto e ai limiti dell’ostilità,nonostante in gioco ci fosse il processo di pace.
Nel 2013, in una lista comune con il partito di Lieberman, il Likud riuscì appena a superare di poco il 23% dei voti, conquistando 31 seggi. Il secondo partito, il sorprendente Yesh Atid, laico e moderato, ottenne il 14% e 19 seggi.
Una forza elettorale araba coesa del 20% avrebbe la capacità di rivoluzionare dall’interno il sistema politico israeliano più di quanto, dall’esterno, abbiano mai fatto in cinquant’anni i palestinesi di Arafat, di Abu Mazen o di Hamas.
Ugo Tramballi è giornalista e inviato de "Il Sole 24 Ore".
Israele: il nodo delle elezioni
| lezioni israeliane Se la campagna demonizzatrice di Bibi non paga Claudia De Martino 15/03/2015 |
Si tratta di elezioni anticipate, convocate dopo lo scioglimento del terzo governo Nethanyau a seguito di una forte crisi di fiducia con il Ministro delle Finanze, Yair Lapid e il Ministro della Giustizia, Tzipi Livni.
Dal giorno dello scioglimento del governo - dicembre 2014 - ad oggi la situazione sul campo è evoluta a sfavore del Likud, il partito di Nethanyau.
In un primo momento il premier aveva pensato di avere un quarto mandato già in mano e di poter ottenere un parlamento maggiormente compatto grazie all’unione dell’estrema destra nazional-religiosa di Naftali Bennet con i partiti religiosi aschenaziti e sefarditi.
A distanza di tre mesi il quadro politico si è però complicato e nel centro-sinistra è emersa una nuova energica coalizione.
Herzog sposta a destra la sinistra israeliana
Dopo essersi assicurato la leadership nelle primarie tenutesi nel partito laburista lo scorso 21 novembre, Yitzhak Herzog, erede di un’importante dinastia politica israeliana già paragonata ai “Kennedy”- ha deciso di correre alle elezioni fondando un nuovo partito - l’Unione sionista - con la fusione di ha-Tnuah (Il movimento), costola del vecchio Kadima (Avanti) di Ariel Sharon.
Herzog, in altri termini, ha spostato il partito “a destra”. Seguendo il proprio elettorato, ha aperto a forze fuoriuscite dal Likud, ma che condividono la necessità di pervenire a un accordo con l’Autorità nazionale palestinese (Anp) di trovare una soluzione definitiva per Gaza e di non incentivare la costruzione di nuove colonie.
Il motto di Herzog è quello della “normalizzazione”. Il leader dell’Unione sionista e neo-candidato premier, in rotazione con la collega Tzipi Livni, afferma di voler trasformare Israele nell’arco di un solo anno in un “paese equilibrato, calmo, sano e sanato (nelle sue ferite)”.
Si oppone, così facendo, all’isteria collettiva in cui Nethanyau avrebbe gettato Israele non soltanto enfatizzando la minaccia nucleare iraniana per fini politici personali, ma anche erigendo un muro di incomprensione e diffidenza con i paesi arabi moderati e con la stessa leadership palestinese.
Anche se l’Unione sionista afferma di avere a cuore i problemi socio-economici del paese, i temi sociali sono solo ai margini della sua agenda. Questa punta piuttosto a risolvere le tensioni con l’amministrazione statunitense e a tentare l’avvio di un nuovo accordo di pace ad interim con l’Anp.
Ha, dunque, ragione Herzog quando sostiene che votare per l’Unione sionista significhi votare per il defunto premier Yitzhak Rabin, riallacciando un filo ideale con la stagione degli Accordi di Oslo.
In marcia contro Nethanyau
Il 7 marzo, inoltre, a Tel Aviv si è tenuta un’importante manifestazione contro il premier uscente: importante non tanto nei numeri (30 mila persone secondo la polizia, 50 mila secondo gli organizzatori), quanto nella composizione sociale (non una manifestazione di militanti di sinistra afferenti al Meretz o a partiti non-sionisti, ma forze eterogenee della società civile) e nell’ampia rappresentatività delle personalità coinvolte.
Protagonista indiscusso ne è stato Meir Dagan, ex capo del Mossad e voce autorevole dell’establishment della sicurezza, oggi in aperta contestazione di Nethanyau.
Alla manifestazione hanno partecipato anche alcune vedove di soldati e ufficiali morti nella recente offensiva a Gaza. Queste lamentano l’inutilità della morte dei propri cari, che non è servita a stemperare l’eventualità di nuovi attacchi o lanci di missili da parte di Hamas.
Tra le forze completamente ostili a un quarto governo Nethanyau vi è anche lo schieramento rappresentato dalla coalizione dei partiti arabi che per la prima volta si presenteranno alle elezioni con un fronte e una leadership comune.
A ragione, dunque, Nethanyau ha confessato, in uno sfogo sul quotidiano Israel Hayom, gratuitamente distribuito in tutte le città e tradizionalmente associato al Likud, che esiste una campagna contro di lui che assomma uno schieramento imponente di forze, unito soltanto dall’obiettivo di sventare un suo quarto governo: uno schieramento che raccoglie gli ex-Laburisti e i loro appoggi stranieri (soprattutto degli ebreo-statunitensi vicini ai democratici), gli incalliti di sinistra (Meretz), i kibbutznikim e i loro nuovi alleati nella classe media (Yesh Atid) e adesso perfino i partiti arabi, tradizionalmente assenti dalla competizione.
Israele verso una grande unione nazionale?
Se le previsioni dei sondaggi sono giuste, le “forze di centro-sinistra” starebbero per superare la coalizione di destra di ben 3 seggi, abbastanza per assicurarsi la formazione del nuovo governo.
Tuttavia è bene considerare questi sondaggi e l’apparente regresso del Likud con prudenza.
Innanzitutto, la campagna di demonizzazione del premier potrebbe anche rovesciarsi a suo favore, assicurandogli una parte dei voti degli indecisi e di chi ritiene che l’Unione sionista sia troppo apertamente sostenuta dall’estero (gli Stati Uniti in primis), ma anche di coloro che, come pure rivelano gli ultimi sondaggi, ritengono sempre Nethanyau il leader più autorevole per affrontare le sfide di sicurezza che attendono il paese (IDI Survey, 34,4% contro il 17,7% di Herzog).
Occorrerà attendere i risultati definitivi, ma sicuramente la sfida si giocherà su uno scarto di pochi seggi (approssimativamente 2 o 3) e non sono escluse a loro volta coalizioni post-elettorali tra i due partiti di maggioranza, ovvero una grande unione nazionale.
Claudia De Martino è ricercatrice presso UNIMED, Roma.
venerdì 13 marzo 2015
In Israele si vota il 17 marzo 2015
| Medio Oriente Se la campagna elettorale israeliana diventa internazionale Paola Caridi 05/03/2015 |
L’obiettivo l’ha centrato con il coup de theatre del discorso al Congresso Usa, ma una prima avvisaglia vi era stata pochi giorni prima nel parlamento italiano, nascosta nelle pieghe del voto sulle mozioni a favore o contro il riconoscimento dello Stato di Palestina.
Internazionalizzare la campagna elettorale era ed è importante per Netanyahu. Significa spostare il punto d’osservazione. Distogliere l’attenzione. E soprattutto concentrarsi sul (solito) sentimento che, non solo in Israele, è capace di incidere sul consenso: la paura.
Per i timori riguardanti la sicurezza di Israele, molti fondati ma non tutti, Netanyahu è stato disposto a mettere in gioco i rapporti con il più fedele, sicuro alleato, un paese - gli Stati Uniti - che ogni anno contribuisce con più di tre miliardi di dollari alla saldezza di Israele, attraverso i diversi accordi stipulati negli anni. Camp David in primis.
Netanyahu ha forzato di molto la mano, con Washington. E stavolta, diversamente dalle precedenti occasioni, l’amministrazione Obama non si è nascosta dietro ai sorrisi di circostanza.
Né il presidente Barack Obama né il suo vice Joe Biden hanno incontrato il primo ministro israeliano. E il messaggio è stato chiaro anche nel Congresso: 42 deputati e 7 senatori democratici hanno deciso di non essere presenti durante il discorso di Netanyahu che di fronte a sé ha dunque trovato solo i suoi strenui sostenitori, i repubblicani che lo avevano invitato.
Negoziato sul nucleare
Il dossier iraniano, insomma, è troppo importante perché l’amministrazione Obama possa accettare, stavolta, che il negoziato sul nucleare possa essere messo a rischio dalla visione e dalla strategia di Netanyahu.
Lo comprendono bene anche in Israele, sia i centristi che il centrosinistra, se è vero che persino l’ex ambasciatore negli Usa Michael Oren ha commentato duramente il discorso di Netanyahu con un secco: “Non ha fornito nessuna idea nuova”.
Nessuna alternativa al negoziato in corso era presente infatti nel discorso del primo ministro israeliano che paga anche lo scotto dovuto ai precedenti colpi di teatro, come quello del discorso alle Nazioni Unite in cui si era presentato con il disegno di una bomba (nucleare iraniana) pronta a esplodere.
Dopo le ultime rivelazioni, rese note da Al-Jazeera e da The Guardian, sulle diversità profonde di vedute tra Netanyahu e il Mossad, la stessa credibilità del premier sul dossier iraniano è uscita indebolita.
Alla fine, insomma, potrebbe essere John Kerry a guadagnarci dalle posizioni da falco di Netanyahu? In fondo, il segretario di Stato americano avrebbe buon gioco, con la controparte iraniana: potrebbe far comprendere - seppure ve ne fosse ancora bisogno - che è meglio portare a casa un accordo sul nucleare con questa amministrazione, con l’amministrazione Obama.
Un fatto è comunque chiaro: stavolta il disappunto della presidenza Usa è stato evidente. Perché in gioco era la sovranità del governo di Washington, le scelte americane di politica estera.
Mozioni sul riconoscimento dello Stato di Palestina
Una situazione simile - con i dovuti, evidenti distinguo - si è creata qualche giorno prima nel parlamento italiano.
L’internazionalizzazione della campagna elettorale israeliana è arrivata tra i banchi di Montecitorio, il 27 febbraio scorso. Risultato: un florilegio di mozioni, pro o contro il riconoscimento (simbolico) dello Stato di Palestina, e una discussione francamente vaga, terribilmente intrisa di luoghi comuni, slogan, stereotipi.
A emergere, è stata solamente la paura di gran parte dei deputati di rimanere invischiati in una querelle considerata periferica, di fronte alle minacce dell’autoproclamatosi “stato islamico”, al possibile intervento militare in Libia, al rovello siro-iracheno.
Perché occuparsi del conflitto israelo-palestinese, quando le emergenze e le urgenze internazionali sono altre? Questa è sembrata la domanda di fondo, tra le pieghe di un dibattito stanco, privo della necessaria conoscenza sul terreno, dei fatti, degli uomini, delle sofferenze, della storia.
Perché occuparsi del conflitto israelo-palestinese, alla vigilia delle ennesime elezioni israeliane, e rimanere invischiati nelle paure di Israele, proprio nella fase in cui impazzano i talkshow allarmisti sull’islam, il terrorismo, la guerra prossima ventura?
Discussione pilatesca
Una discussione pilatesca, è stata definita. Una descrizione calzante, soprattutto per quell’imperdonabile farsa delle mozioni di segno diverso approvate a pochi minuti di distanza l’una dall’altra. Una a favore del riconoscimento dello Stato di Palestina, pur con tutte le cautele del caso. L’altra che poneva talmente tanti paletti da voler rimandare la costituzione di uno Stato di Palestina a data da destinarsi. Cioè, mai.
Imperdonabile, la farsa. Per diversi motivi. Anzitutto perché diminuisce la statura internazionale dell’Italia. Rievocando antiche immagini di un’Italietta senza coerenza, in una fase che avrebbe richiesto coraggio, in un senso oppure in un altro.
In secondo luogo, imperdonabile perché consolida le voci sulle pressioni esercitate sui politici italiani per il rinvio della discussione, in maniera tale da non incidere sulla campagna elettorale israeliana.
Che queste voci siano false, verosimili o vere, il danno è ormai fatto. Di fronte all’Europa, prima ancora che di fronte al Medio Oriente, l’Italia non ha fatto una buona figura.
Paola Caridi è analista e scrittrice, autrice di “Gerusalemme senza Dio. Ritratto di una città crudele” (Feltrinelli 2013).
venerdì 20 febbraio 2015
Siria:La nuova offensiva dello stato islamico in Iraq
di
Guilia Dal Fiume
(giuliadalfiume@libero.it)
Dopo la riconquista di Kobane in Siria a opera delle
milizie curde, l’offensiva dello Stato Islamico si è spostata nell’Iraq
settentrionale dove i terroristi hanno attaccato i peshmerga, le forze militari curde irachene, per contendersi la
città petroliera di Kirkuk.
I jihadisti pare abbiano approfittato del tempo
avverso per lanciare gli attacchi già prima dell’alba. Col passare delle ore la
situazione si è resa così grave che le organizzazioni internazionali presenti
sul territorio hanno fatto evacuare il proprio personale verso Erbil.
I terroristi si sono serviti di svariati kamikaze
che hanno provocato delle vittime, anche se ancora è incerto il numero dei
morti sia nelle fila dei curdi che dello stato islamico.
La resistenza curda prosegue incessantemente i
combattimenti per proteggere la città di Kirkuk e i numerosi giacimenti
petroliferi. Gli attacchi di Is hanno avuto luogo anche in altre città, tra cui
Baghdad dove vi sono state delle esplosioni in due mercati che hanno provocato
alcune vittime tra i civili, si ipotizza dai 20 ai 44 morti.
Negli ultimi giorni si è affacciato sulla scena
della lotta nelle zone Iraq e Siria un nuovo gruppo, quello degli yazidi, una
minoranza di origine curda perseguitata, che si sta organizzando e ha già
effettuato degli attacchi contro villaggi sunniti.
31 gennaio 2015
(geografia2013@libero.it)
venerdì 13 febbraio 2015
Uno scacchiere con qualche novità
| Medio Oriente Nuovi equilibri in Medio Oriente? Laura Mirachian 04/02/2015 |
La doverosa inchiesta dell’Onu farà il suo corso. Hezbollah avrebbe agito per ‘ritorsione’. Fin d’ora si può però registrare che nel Golan e dintorni non sono più due i protagonisti che si confrontano, la Siria di Bashar Al Assad ed Israele. Da mesi è entrata in campo la militanza jihadista di Al-Nusra e di seguito l’Iran a fiancheggiare Hezbollah che tradizionalmente presidiano il territorio. Il raid israeliano del 18 gennaio a Quneitra aveva colpito anche un ufficiale dei pasdaran iraniani.
Israele allarmato
Si è aperto così un ennesimo punto di confronto militare che allarma Israele soprattutto perché accompagnato da uno scenario politico particolarmente inquietante per Tel Aviv: l’approssimarsi di un accordo tra Iran e la compagine 5+1 sul nucleare, destinato a favorire una graduale riabilitazione dell’Iran.
E con essa nuovi equilibri nell’area mediorientale dal cui dosaggio potrebbe (teoricamente) sortire una stabilizzazione della medesima. Certo, non aiutano i conclamati propositi di esponenti della dirigenza iraniana di annientamento di Israele.
Per anni, Israele ha mantenuto un approccio relativamente prudente rispetto al ginepraio del travaglio mediorientale. Di fronte a un avanzamento dell’Iran sotto casa, la tentazione di Benjamin Netanyahu, comprovata da notizie di intelligence, è di optare per ciò che considera il male minore: Al-Nusra. Una forza combattente jihadista legata alla costellazione Al-Qaida. Una scelta abnorme e rischiosa, anche perché il potenziale di Al-Nusra è legato alle politiche di altri protagonisti regionali, in primis l’Arabia Saudita.
Iran
La strategia dell’Iran è del resto piuttosto chiara: sostiene da sempre la Siria di Assad e gli Hezbollah in Libano, è al fianco di Al-Abadi in Iraq, e degli Houti in Yemen che il 22 gennaio hanno costretto Mansour Hadi a un arretramento difficile da recuperare, e ora dichiara di voler armare i palestinesi di Cisgiordania come di Gaza: “Iran is on the march in Middle East”, secondo Dennis Ross; “Iran’s emerging empire”, secondo Krauthammer .
Taluni settori dell’intelligence statunitense non fanno mistero della propria insofferenza per le critiche degli ambienti repubblicani alla percepita e paventata linea del presidente Barack Obama sul nucleare e soprattutto per la narrativa di Netanyahu che li alimenta.
Si interrogano se opporsi a un accordo con l’Iran, che pure sta portando a un controllo delle sue potenzialità nucleari, o se insistere su nuove sanzioni che persino il Mossad considera controproducenti, o se infine lasciare semplicemente che il Congresso si faccia strumentalizzare ai fini della campagna elettorale di Netanyahu, possano essere accettati come forme estreme di patriottismo o non siano piuttosto un colpevole boicottaggio degli interessi nazionali Usa .
Gli Stati Uniti, si sottolinea, non hanno alcun motivo valido per entrare nella disputa tutta islamica tra sunniti e sciiti, devono praticare un approccio pragmatico, sostenere il presidente iraniano Rohani moderato contro le istanze estremiste e permettergli di uscire dall’isolamento.
E del resto, si afferma, l’Iran non va contro gli interessi statunitensi, al contrario, quando sostiene forze che lottano contro il sedicente “stato islamico”, Al-Qaida e affiliati, siano esse in Yemen o in Iraq o in Siria ivi incluso nel Golan. Pare dedursi che anche Assad, secondo queste fonti, non è più l’obiettivo primario da abbattere.
Cambio di guardia in Arabia Saudita
Che l’Amministrazione Obama punti, nella travagliata vicenda mediorientale, a ridisegnare l’equilibrio delle influenze bilanciando i due grandi protagonisti, Arabia Saudita e Iran, sembra precisarsi a misura del dilagare degli scenari di conflitto.
La repentina decisione di Obama di lasciare l’India in anticipo per recarsi a Riad ad incontrare la nuova leadership saudita, ivi incluso Mohammed Nayef - secondo nella linea del trono e noto per il suo approccio ‘security-first’- sarebbe stata intesa a ricostruire la forte partnership bilaterale - sanando le falle apertesi con l’11 settembre, con la revisione dei piani di attacco ad Assad, e non ultimo con il fiancheggiamento della prima ora dei Fratelli Musulmani in Egitto. Tale iniziativa serve anche a sensibilizzare la dirigenza saudita sulla lotta al terrorismo e allinearne più decisamente la condotta alle strategie della coalizione anti-IS da ultimo confermate alla Conferenza di Londra.
Parallelamente, Teheran offre la propria collaborazione a Riad per ‘consolidare la sicurezza e la stabilità regionale’. Saprà la nuova dirigenza saudita, ora alle prese con un complesso ricambio ai vertici, raccogliere la sfida? Per il momento, il ministro degli esteri iraniano Mohammad Javad Zarif ha deciso di rinviare la sua missione a Riad, difficile concordare l’agenda dei colloqui.
Laura Mirachian è Ambasciatore, già Rappresentante Permanente presso Nazioni Unite e Organizzazioni Internazionali a Ginevra.
giovedì 12 febbraio 2015
ISIS: un fenomeno da osservare attentamente
12 febbraio 2015
Lo Jihadismo dei Foreign Fighters
Si tratta di un fenomeno senza precedenti: i cosiddetti foreign fighters (combattenti stranieri) che si sono affiliati allo stato islamico (IS) in Siria e Iraq sarebbero circa ventimila secondo il National Counter Terrorism Center (Nctc) statunitense.
Il direttore, Nicholas Rasmussen, ha osservato che tutti questi combattenti sono in massima parte indottrinati grazie a internet e provengono da oltre novanta paesi, tra cui 3400 da stati occidentali.
Si tratta di un fenomeno senza precedenti visti i numeri coinvolti, nonostante negli ultimi vent’anni i flussi jihadisti verso Afghanistan, Pakistan e Iraq siano stati pressoché costanti.
Nel frattempo il presidente Obama ha dato conferma dell’uccisione della cooperante statunitense Kayla Jean Mueller, uccisa dai suoi carcerieri e non dai bombardamenti giordani degli ultimi giorni, come affermato dallo stato islamico inizialmente.
Fa molto riflettere l’impatto mediatico che i combattenti Is vogliono suscitare nella comunità internazionale. L’ultimo in ordine di tempo: il macabro invio della fotografia del corpo della giovane cooperante uccisa alla famiglia della stessa.
Gulia Dal Fiume
lunedì 9 febbraio 2015
PETROLIO E SANGUE: IL CASO AZERBAIJANO E CECENO A CONFRONTO
di
Federico Salvati
Il Caucaso è una realtà estremamente
multiculturale e tristemente questa multiculturalità coincide con fenomeni di
multiconflittualità. Da un punto di vista accademico, però, un dato come questo
(la cui tragicità è indescrivibile) può essere convertito in un vantaggio per
comprendere meglio la realtà regionale. Il parallelismo degli accadimenti e le
loro lampanti comunanze ci permettono, infatti, di scrutare gli eventi in
maniera comparatistica.
Guardano il Caso ceceno e il caso azerbaijano in
quest'ottica la domanda che sorge spontanea è: Perché l'Azerbaijan non ha seguito le più triste
sorti toccate alla Cecenia e quali sono i fattori che hanno delineato un esito
diverso nell'articolazione del conflitto?
La risposta a questa domanda non può e non deve
essere univoca ma c'è un fattore salta subito all'occhio analizzando i due
conflitti: il diverso ruolo delle risorse petrolifere.
Entrambi i paese hanno una lunga storia di sfruttamento delle risorse
fossili. Le prime testimonianze a riguardo, risalgono all'era premoderna ma
l'estrazione industriale cominciò solo alla fine del XIX sec. È largamente
accettato tra i commentatori che in Azerbaijan le risorse petrolifere in senso
stretto non abbiamo giocato un ruolo di punta all'interno dello scenario della
guerra civile. Ci fa notare Jill Shakelman che i ricavi più sostanziali per lo
stato azerbaijano sono arrivati dopo la fine della guerra e non prima. Baku
mancava sostanzialmente delle risorse tecnologiche per lo sfruttamento
intensivo dei depositi e proprio questa necessità ha portato alla firma del
“contratto del secolo”. Il teatro del Nagoron Karabakh inoltre si è svolo
geograficamente lontano dai pozzi dell'Azerbaija rendendo meno facile l'accesso della risorsa da parte dei
combattenti. Dopo il 91, inoltre, si
sono totalmente tagliate le forniture di energetiche all'Armenia, escludendo in
senso tattico il fattore dal conflitto.
Negli anni a seguire la politica azerbaijana a
riguardo è stata molto più scaltra rispetto a quella Cecena. I proventi
provenienti dal commercio petrolifero sono stati usati per comprare consenso e
legittimità politica tra popolazione. Lo stesso Ilhan ha guadagnato il rispetto
politico solo quando sono cominciati ad arrivare le prime entrate derivanti
dalla vendita delle risorse della BTC. Al contrario la popolazione cecena non
ha mai goduto in maniera diretta delle rendite derivanti dalle vendite
petrolifere che invece hanno favorito l'ascesa di pochi eletti.
Dudayev al momento della proclamazione
d'indipendenza del paese era conscio che il petrolio avrebbe potuto fornire
larghi orizzonti economici al paese. Yaiha Sayd, però, mette in luce come il
leader Ceceno vedeva con troppa automaticità il rapporto tra indipendenza e
benessere economico. La presenza di una risorsa economica in uno scenario di
guerra quasi mai rappresenta una speranza di sviluppo futuro. Al contrario a
seconda della sua accessibilità può dare vita a complicazioni strategiche che
aumentano l'intensità e la durata del conflitto aggiungendo un fattore di
“avidità” (come viene chiamato dagli esperti del settore) dove invece non era
presente. A differenza del caso azero in Cecenia le risorse petrolifere erano
alla portata di tutti. Chiunque poteva fare in modo di appropriarsene in
maniera veloce e senza troppe ripercussioni. Ribelli e criminali comuni non si
sono limitati a succhiare il petrolio che scorreva nei tubi dalle pipeline in
territorio ceceno. In breve tempo tempo si passò da queste semplici operazioni,
a carattere rischioso e poco lucrativo, alla raffinazione su base
domestica. Contrariamente all'Azerbaijan
infatti la Cecenia era dotata di un capitale industriale nel campo energetico
più consistente e che meglio si adattava all'attività commerciale del greggio.
Il livello spaventoso della violenze e la durata prolungata del suo esercizio
all'interno dello scenario, hanno creato uno sfaldamento sociale maggiore
rispetto al Karabakh che è sfociato un una spiccata propensione da parte della
popolazione all'auito-aiuto ( o come la chiama Murab Al-Shishani alla “self-criminalization”).
La Cecenia, inoltre, non ha mai avuto problemi estrattivi. La natura delle
risorse di questo paese è sempre stata estremamente superficiale ( molte
famiglie potevano accedervi senza uscire neanche dalla propria proprietà). Una
volta impadronitisi, attraverso i saccheggi, dei macchinari necessari per la
raffinazione, singole famiglie o gruppi di famiglie hanno cominciato a pompare
petrolio facendo del suo commercio un business domestico. Tale circostanza va
inquadrata in un contesto sociale più ampio. La Cecenia infatti negli anni è
diventata un entità economica a se stante rispetto alla madrepatria. Molti
esponenti dell'esercito russo e delle fazioni ribelli hanno conseguito fortuna
e ricchezza avvantaggiandosi delle dinamiche di guerra. Questi eventi hanno
raggiunto il parossismo nella seconda guerra cecena quando pur di continuare i
propri affari elementi deviati dell'esercito, ribelli e semplici gangster hanno
instaurato delle lucrative e durature collaborazioni tra i vari fronti, tese a
conservare lo scenario di disordine e anarchia che permetteva agli interessati
di condurre i loro traffici illegali.
Vediamo come fattori geografici, economici e
sociali hanno giocato in maniera convergente nel plasmare gli accadimenti di
questi due scenari che si guardano allo specchio ritrovando nell'altro
possibilità mancate e rischi evitati.
sabato 7 febbraio 2015
LA GOGRAFIA DEL SUD DEL CAUCASO
di Federico Salvati
(federicoslv@gmail.com
Sebbene oggi la geografia sia diventata un elemento poco
popolare nelle scienze internazionalistiche questa ancora mantiene un potere
analitico potentissimo. Essa ci permette di comprendere la natura profonda
degli avvenimenti in qualità di dimensione spaziale in cui essi si svolgono.
Il sud del Caucaso è una regione prevalentemente a
carattere montuoso. Le due catene principali ( cioè il grande e il piccolo
Caucaso) partono congiunte nei monti Likhi a est vicino il mar nero per poi
tuffarsi separatamente nel mar Caspio. Nella parte centro orientale della
regione, vicino alle coste caspiche, il divergere delle catene forma una
depressione che è soggetta a fenomeni di desertificazione.
Brezinsky definiva il Sud del Caucaso una convergenza
competitiva. L'area è sottoposta ad una triplice pressione che proviene
dall'Iran, dalla Turchia e dalla Russia. Le spinte contrapposte di questi tre
attori hanno influenzato nei secoli passati la vita politica del sud del
Caucaso e ancora oggi risultano determinanti per capire questo scenario.
Nell'ottica russa, dal un punto di vista strettamente
geopolitico la regione si trova nel centro di quella che Samuel Bernard Choen
chiama la “zona di convergenza euroasiatica” e cioè una fascia territoriale che
va dai paesi baltici alla Korea del nord. Per sua natura, lo spazio russo è
quasi del tutto privo sia di significative barriere geografiche che
della sicurezza derivante dalla costa marittima. Ciò ha portato questa nazione
a cercare la propria sicurezza nella profondità territoriale espandendosi e
controllando proprio la zona di convergenza di cui sopra. Tenendo in mente
questo si capisce come il Caucaso sia uno dei punti fondamentali nello scenario
russo dal momento che le sue lunghe catene montuose sono perfette per difendere
il confine sud dalle spinte provenienti dal grande medioriente.
Negli ultimi 20 anni il dibattito geopolitico si è
concentrato su l'esportazione delle risorse energetiche lungo l'asse spaziale
est-ovest: collegamento tra la massa di terra centro-asiatica e l'Europa.
L'acquisizione delle risorse derivanti dalla fase II dei campi di Shaha Deniz è
stata presentata da molti media come il
grande risultato di Bruxelles nella partita con Mosca sulla la diversificazione
energetica. Questa visione, anche se non del tutto erronea è incompleta.
Infatti si devono prendere in considerazione 3 punti.
1 Innanzitutto la quantità di Gas che arriverà in Italia
nel 2018 è solo di 10 Bcm (ampliabili nel tempo a 28) contro i 500Bcm di
fabbisogno europeo.
2 le pipeline provenienti dall'Azerbijan che esportano
gas e petrolio in Europa passano tutte in territorio geogiano a pochi Km dal
confine sud ossezo. Visto il loro tragitto e la loro posizione l'esercito russo
ha virtualmente la possibilità di interrompere in qualsiasi momento il flusso
delle esportazioni.
3 In ultimo la TAP non risolve il problema di quei paesi
europei come la Romania e a Bulgaria che dipendono per il 100% dal gas russo.
Se si prendono in considerazione questi tre aspetti si
capisce che il vero significato di questo progetto non è così chiaro
come sembra.
Per una piena comprensione del vettore est-ovest che
attraversa questa regione, ora, dobbiamo necessariamente far riferimento alla
Turchia.
Se guardiamo a quella che è l'ecumene panturanica
( cioè l'insieme dei popoli turchi che va dall'Anatolia all'Uguri Xinjang in
Cina), notiamo come questa accerchi e isoli quasi completamente l'heartland del
popolo armeno. Lo spazio panturanico è stato visto nei primi anni dopo la
caduta dell'Uunione Sovietica come l'estero vicino Turco e anche se oggi dopo
la scomparsa del presidente Ozal l'assertività della Turchia è molto diminuita,
Ankara continua a sfruttare le affinità socio-culturali che la legano alle
popolazioni turcomanne di questa regione. Tale situazione, nel tempo ha
modellato la politica estera di Yerevan portandola a compiere delle scelte che
le permettessero di rompere l'accerchiamento. Si spiega quindi la spinta armena
verso la Russia e i suoi rapporti con Teheran che negli anni hanno creato un
vettore nord-sud che si contrapponeva a quello est-ovest. Si spiega in questa
maniera anche l'avvicinamento di Yerevan alla Grecia che è stata ben contenta
di bilanciare la Turchia proprio nella regione caucasica che è cuore
dell'interesse nazionale.
La promozione del vettore est-ovest ha portato Ankara
negli anni a proporsi come get-away (porta di fuga) tra l'Occidente e l'Asia
occidentale. La strategia turca si è basata da questo punto di vista sulla
simultanea promozione del corridoio energetico da una parte [1]
e dall'altra la promozione del progetto ferroviario Baku Tibilis Kars
congiunzione caucasica della iron silk road: il proggetto di mobilità
ferroviaria che dovrebbe collegare l'Europa direttamente con l'Asia orientale.
Concludendo, per avere un quadro completo non possiamo
sottacere il ruolo svolto dall'Iran. La spinta iraniana proveniente da sud ha
creato un triangolo tra Azerbaijan Armenia e Iran che fa letteralmente a pezzi
la teoria dello scontro di Civiltà di Huntington. L'Iran infatti, dopo la
caduta dell'Unione Sovietica, invece di appoggiare l'Azerbaijan Shiita ha
deciso di avvicinarsi a Yerevan in funzione antiturca, dal momento che dopo
l'elezione di Alcybey gli iraniani vedevano l'influenza di Ankara crescere
esponenzialmente nella regione. Un'azione questa che ha dato vita ad una
partership che si è rivelata vitale per l'autonomia armena, sia dal punto di
vista energetico che della sicurezza.
Nei primi anni del conflitto del Karabakh inoltre l'Iran
ha mantenuto il flusso di rifugiati azeri nel suo territorio nazionale al
minimo. C'era infatti il timore che questo flusso avrebbe alimentato
rivendicazioni nazionaliste tra la comunità azera del nord. Oggi la situazione
è comunque decisamente diversa. La comunità azera del nord in Iran si è
dimostrata abbastanza ben integrata all'interno del sistema statale e
personalmente io porrei più l'attenzione sulla minoranza Talish in Azerbaijan
piuttosto che su quella azera in Iran.
Negli scorsi anni Teheran è stata sempre paranoica nei
confronti di dell'Azerbaijan sostenendo come il territorio nazionale potesse
essere usato in maniera strategica per un attacco dal nord.
La prospettiva rimane oggi comunque piuttosto improbabile
da un punto di vista strategico, dal momento che lascerebbe l'Azerbaijan troppo
esposto alle ritorsioni iraniane da sud e ad un possibile intervento delle
forze speciali russe di stanza sul Caspio a nord. Il trattato militare
difensivo con la Turchia nel 2010 e il recente aumento della forza difensiva
missilistica azera hanno riacceso, però, le paranoie di Teheran a riguardo. Una
nuova intesa con l'Iran sembra essere stata ritrovata solo recentemente dopo la
firma dell'accordo sulla sicurezza caspica che vieta alle forze militari dei
paesi non litorali accedere allo spazio marittimo del Caspio.
Vediamo come la regione del sud del Caucaso è una realtà
estremamente complessa ma spero comunque di aver fornito degli spunti di
riflessione per il pubblico qui presente vi ringrazia ancora, buon giorno.
[1] la
strategia energetica turca in questo campo oggi si accentra sulla convergenza
di tre remificazioni energetiche diverse provenienti dal Bosforo e il Mar Nero,
dalla Georgia e dall'Iran collegandosi con il turkmenistan)
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