mercoledì 19 novembre 2014

Iran: tra etica e rivoluzione

 SCENARI, REGIONI, QUADRANTI,




Il carisma iraniano e la Rivoluzione Islamica.


Silvia Nicolardi[1]

















Alla luce dei rivolgimenti che hanno interessato il quadrante mediorientale, dal 2010 in poi, non si può fare a meno di volgere lo sguardo alla Repubblica Islamica dell’Iran.
Con un anticipo di circa trent’anni rispetto agli altri Stati del quadrante mediorientale, l’Iran ha messo in atto quella sua particolare Primavera dalle sfumature sciite, rendendo ancora attuale e interessante l’analisi delle dinamiche che nel 1979 hanno plasmato e caratterizzato il suo assetto istituzionale.
Il presente scritto avrà dunque il suo focus sugli anni immediatamente precedenti la Rivoluzione khomeinista e sulle modalità di transizione della monarchia iraniana verso lo Stato islamico. Modalità di transizione che ricordano, in particolare, quanto sta accadendo nell’Egitto dei Fratelli Musulmani dal novembre del 2012 fino ad oggi.
La prima rottura negli equilibri della società iraniana fu segnata dalla cosiddetta Enqelab-e Sefid, o Rivoluzione Bianca. Avviata nel 1963, l’Enqelab costituì un processo di modernizzazione ed occidentalizzazione forzata, suggerito dall’amministrazione Kennedy allo Shah Mohammed Reza Pahlavi.
Le ragioni che spinsero Washington e Teheran ad avviare il piano di riforme[2] sottostavano a due differenti logiche di potenza. Dal lato statunitense, la presenza di un forte partito comunista[3] in Iran prospettava il pericolo di un’ipotetica “contaminazione” sovietica del Paese, per cui agganciare il Paese a Washington con ingenti finanziamenti a programmi di modernizzazione, appariva come il modo migliore per allontanare la società iraniana da un’evoluzione in senso socialista.
Da parte iraniana, lo Shah vedeva nel legame con gli Stati Uniti, una risorsa da sfruttare al fine di incrementare il peso geopolitico del proprio Paese e per risanare il deficit nella bilancia dei pagamenti nazionale.
I disequilibri sociali cui portò il programma si tradussero nella rottura della Taqiyya[4] da parte del clero sciita, tradizionalmente quietista, preludio di quanto sarebbe accaduto un decennio più tardi. E precisamente nel convulso Giugno 1963, emerse la figura dell’Ayatollah Ruhollah Khomeini: risoluto avversario dello Shah e delle sue riforme anti islamiche, attaccò pubblicamente il regime, invitando il clero a rompere con il quietismo[5].
In esilio in Iraq per i dissensi manifestati verso lo Shah, l’Ayatollah sviluppò il proprio pensiero politico fino a giungere all’elaborazione del principio del Velayat-e Faqih, il governo del giurisperito. L’Ayatollah tenne a Najaf, nel 1970, una serie di lezioni raccolte nel testo Velayat-e Faqih: Hokumat-e Islami (La Tutela del Giureconsulto: il Governo Islamico). Qui, alla luce della minaccia mossa dalla monarchia all’etica islamica della società iraniana, egli sostenne l’ineludibilità di uno Stato islamico per ricreare sul piano terreno la “società dei migliori” voluta dal Profeta. Uno Stato retto dal migliore tra i dotti religiosi avrebbe ricreato un ambiente pronto ad accogliere il Mahdi, il dodicesimo Imam occultato. Uno Stato islamico sarebbe poi stata la più efficace risposta alla forzosa introduzione dei principi politici, economici e culturali occidentali.
Khomeini s’impossessò di slogan e temi delle altre forze d’opposizione attive nell’arena politica iraniana, ricreando un composito programma politico, condiviso da un ampio strato della popolazione. Egli rivestì con l’immediatezza e semplicità di un linguaggio afferente all’antica e radicata tradizione sciita, temi mutuati dal movimento democratico-liberale, dal Tudeh e dal Fronte Nazionale. La lotta contro un potere politico arbitrario e oppressivo, l’obiettivo della giustizia sociale, la difesa della sovranità iraniana costituirono i punti nodali della propaganda khomeinista.
Il carismatico Ayatollah comprese come veicolare efficacemente un messaggio politico a masse estranee dalla res publica iraniana: facendo riferimento alla tradizione nota e condivisa della Shi’a, trasmise abilmente gli stessi messaggi che i partiti politici iraniani non erano riusciti a diffondere.
Dal 1963 dunque, si verificò un’inversione di tendenza nell’approccio del clero alla politica. Questo si unì poi ad una saldatura, nell’azione dei destabilizzazione del regime monarchico, del clero con i Bazari, l’attiva classe sociale legata al Bazar, il mercato, danneggiata dalle riforme economiche dell’Enqelab.
Man mano che le proteste sociali crescevano, il prestigio dell’Ayatollah in esilio andava aumentando fino ad ottenere, da parte delle maggiori forze politiche del Paese, il riconoscimento di leader indiscusso dell’opposizione alla monarchia Pahlavi.

Con l’avvento della presidenza Nixon nel 1969 e la sua politica estera di détente[6], l’Iran, al confine meridionale dell’Unione Sovietica, affacciato sul Golfo e ricco di risorse energetiche, si presentava come il candidato ideale per svolgere il compito di sentinella dell’Occidente nello scenario mediorientale.
Con un viaggio a Teheran, nella primavera del 1972, il presidente Nixon e il segretario di Stato Kissinger conclusero con lo Shah il sodalizio.
La disponibilità del sovrano ad assecondare le richieste statunitensi era dettata non solo dall’esigenza di alleviare la compromessa situazione economica del Paese e di attenuare i disagi della popolazione, ma anche, e soprattutto, dall’opportunità di fare dell’uscita di scena britannica dal Golfo Persico, l’occasione d’oro per assurgere allo status di potenza regionale nel quadrante[7]. Divenire il maggior partner degli Stati Uniti significava, per l’Iran, detenere la posizione egemone nell’area, permettendogli di liberamente agire e sfruttare a proprio vantaggio, con il benestare e il supporto – economico e tecnico – degli amici americani, una regione ricchissima e strategicamente ubicata. L’identificazione della politica estera iraniana con quella americana aumentò ulteriormente l’impopolarità dello Shah presso un Paese in cui orgoglio nazionale e sentimento antiamericano, legato al colpo di Stato ai danni di Mossadeq[8], erano molto forti.
Nel frattempo, l’aumento degli introiti petroliferi a causa dell’impennata del prezzo del greggio nel 1973[9], non acquietò gli animi degli iraniani, nemmeno alleviarono la crisi economica in cui versava il Paese da ormai un decennio[10]. Il popolo protestò contro l’imponente spesa nazionale destinata all’acquisto di armamenti, futile in un settore già ampiamente potenziato. Gli iraniani chiesero di dar priorità alle politiche sociali di cui aveva bisogno, e di mettere in secondo piano le politiche di difesa. Inoltre gli acquisti di armamenti avevano luogo negli Stati Uniti, portando dunque ad un ritorno in mano statunitense di quei fondi sottratti a Washington stessa per mezzo delle abili manovre in sede OPEC.
A fronte della celere perdita di consensi presso la popolazione, a metà degli anni ’70 l’immagine della monarchia appariva completamente deteriorata. Sotto l’incalzare della dura repressione e dell’inesorabile marcia dello Shah verso l’Occidente, religiosi e componenti politiche secolari si unirono in un connubio antimonarchico e antiamericano.
L’evento che spinse definitivamente il clero a scendere in piazza al fianco degli iraniani, il 9 gennaio 1978, fu la pubblicazione di un articolo, su un quotidiano controllato dal governo, che accusava Khomeini di essere una spia britannica e di essere omosessuale. Muovendosi in difesa dell’Ayatollah in esilio, il popolo dette avvio ad una serie di manifestazioni e scioperi che si protrassero durante tutto l’anno.
Mohammed Reza Shah rispose introducendo la legge marziale e contemporaneamente, premendo le autorità irachene a trasferire Khomeini a Parigi, al fine di allontanare dal Medio Oriente l’Ayatollah rivoluzionario. Questa fu la mossa fatale alla dinastia: anziché isolare Khomeini, il trasferimento lo pose sotto i riflettori dell’opinione pubblica mondiale. La sua voce ebbe ancor più risonanza in tutto il Medio Oriente e il popolo iraniano, incalzato dalla guida, si spinse completamente alla rottura con il sistema monarchico.
Seguirono massicci scioperi fino all’Ottobre del 1978, mese in cui l’Iran cadde in ginocchio con l’interruzione delle produzioni industriale e petrolifera e con l’arresto degli afflussi di capitale nel Paese. L’erogazione di energia elettrica fu sospesa e il sistema dei trasporti si arrestò: l’apparato statale era paralizzato. Il 5 Novembre ebbe luogo la protesta più imponente del periodo di fermento antimonarchico: l’ambasciata britannica fu attaccata, gli uffici del governo e i negozi saccheggiati, una statua dello Shah nell’ateneo di Teheran rovesciata. Il sovrano nominò un governo militare, e, nell’estremo tentativo di salvare le simpatie della classe media e laica del Paese, nominò premier Shapour Bakhtiyar, membro del laico Fronte Nazionale.
Da Parigi, Khomeini continuava a incoraggiare gli iraniani e a demandar loro di non cessare la mobilitazione totale del Paese. Gli eventi continuarono a precipitare, fino al Dicembre 1978, quando prese avvio una dimostrazione popolare, con a capo due Ayatollah, Talaqani e Sanjabi, che coinvolse circa due milioni di iraniani. La protesta continuò fino al Gennaio del 1979, accompagnata da ricorrenti diserzioni nell’esercito. Gli iraniani chiedevano le dimissioni del premier, l’abdicazione dello Shah e soprattutto, il ritorno dell’Ayatollah Khomeini in patria.
Egli rientrò in Iran il primo Febbraio 1979.  Nei giorni seguenti, quel che restava dell’establishment precedente si avviò al disfacimento. Su impulso di Khomeini e del Comitato Rivoluzionario Islamico (Cri)[11], il clero operò per la creazione di nuove, parallele istituzioni, smantellando definitivamente gli ereditati resti dell’assetto istituzionale monarchico.
Con l’esecutivo affidato a Mehdi Bazargan e a ministri provenienti dal suo partito, il Movimento di Liberazione dell’Iran, e dalla corrente laica del Fronte Nazionale, le forze più attive della rivoluzione, quelle religiose e quelle di sinistra, furono escluse dalla compagine governativa. La loro assenza dall’arena politica invece di danneggiarle, le avvantaggiò, consentendo loro un’ampia libertà di manovra e di non assumersi la responsabilità delle difficoltà che il Paese viveva.
L’azione del Cri, i cui obiettivi erano lo svuotamento di potere delle istituzioni nazionali e la liquidazione delle forze politiche liberali e nazionalistiche dalla nuova scena politica, indebolì Bazargan che cercava, con scarsi risultati, di rafforzare la propria autorità. Egli fu dapprima posto di fronte all’esautorazione del quadro istituzionale ufficiale con la nascita dei Komiteh, i comitati rivoluzionari sorti su impulso delle sinistre[12]. In seguito, dovette fare i conti con l’impossibilità di controllare gli islamisti e il clero khomeinista[13]. Per mezzo del Cri, Khomeini divenne centro politico dell’assetto istituzionale che andava creandosi e assunse la direzione dei Komiteh[14], divenuti parallele istituzioni rappresentative a base locale.
Fondamentale nel processo di destrutturazione dell’apparato statale monarchico, fu la creazione dell’imponente Bonyad-e Mostazafin, la Fondazione degli Oppressi, che inglobò i beni confiscati alla Fondazione Pahlavi e i depositi bancari della famiglia regnante e di quelle ad essa legate. Controllata da ‘Ali Khamenei e da Rafsanjani, la Fondazione era al servizio di Khomeini e finanziava la rete organizzativa e gli ufficiosi centri di potere legati al Comitato Rivoluzionario.
L’Iran si ritrovò in breve tempo imbrigliato in una situazione di doppio Stato. Da un lato, vi erano istituzioni ufficiali esautorate, manchevoli di credibilità e guidate da una classe dirigente priva della fiducia e dell’appoggio popolari. Dall’altro lato, vi erano Khomeini, il Cri e la Bonyad-e Mostazafin, istituzioni parallele che si occupavano di economia e servizi sociali, e i Komiteh, strumenti con i quali l’Ayatollah mise in piedi l’efficiente rete dei tribunali militari e in seguito il corpo dei Sepah-e Pasdaran-e Enqelab-e Islami, Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica[15].
La situazione di dualismo istituzionale appena descritta si avviò verso una ricomposizione alla fine del Marzo 1979, quando gli iraniani decisero di abolire la monarchia e instaurare una Repubblica Islamica. Il referendum vide la partecipazione di oltre venti milioni di cittadini e il 98,2% di essi scelse la Repubblica.
Il cambio di regime si consacrò nella nuova Costituzione, espressione del principio khomeinista del Velayat-e Faqih; lo Stato islamico era nato.




[1] laureanda in Relazioni Internazionali presso l’Università degli studi di Roma “La Sapienza
[2] Il piano di riforme si sviluppava lungo i seguenti punti: riforma agraria; privatizzazione di numerose industrie statali; nazionalizzazione delle risorse idriche, delle foreste e dei pascoli; creazione dell’esercito del sapere, per sconfiggere l’analfabetismo e migliorare l’assistenza sanitaria nelle aree rurali; estensione del diritto di voto attivo e passivo alle donne e modifica del tradizionale codice di famiglia; istituzione di tribunali civili nelle aree rurali, per ridurre il potere del clero sciita e dei tradizionali tribunali religiosi.
[3] Il partito comunista iraniano, il Tudeh, era considerato uno dei maggiori partiti comunisti del Medio Oriente. Nato nel 1941 nella capitale iraniana, poco dopo la forzata abdicazione di Reza Shah, riscosse consensi presso intellettuali, studenti, operai delle industrie. Da subito pedina dell’URSS in Iran, favorì la deriva autoritaria del governo monarchico con il benestare delle varie presidenze statunitensi, interessate a contrastare il contagio comunista di quell’area così preziosa per i propri approvvigionamenti energetici. La fobia del comunismo portò sia lo Shah che la potenza statunitense a sopravvalutare l’ascendente che il Tudeh aveva sulla società iraniana: difatti, nonostante godesse di ampi consensi, la sua ideologia era saldamente ancorata a quella sovietica, dunque fortemente intrisa di ateismo, distante dalla società iraniana. Il partito propugnava la creazione di un governo popolare, legato a uno Stato collettivista, privo di classi sociali, completamente laico e slegato da qualsiasi valore religioso. L’ateismo era, secondo il Tudeh, condizione necessaria alla liberazione delle masse e la religione condizione di arretratezza della società e fattore di dominio da parte di un’esigua classe sociale sul resto della massa, già oppressa da un regime monarchico tirannico. Il Tudeh era perciò avulso dal comune sentire della maggior parte della popolazione iraniana, che prima ancora di catalogarsi come facente parte di una società che lottava contro il dispotismo di un regime indesiderato, si sentiva parte di una comunità religiosa, quella della Shi’a, elemento questo che ancora oggi contribuisce a definire identità e sistema valoriale della popolazione iranica. Il partito vide un declino dei propri consensi negli anni Settanta, vuoi per la distanza dei suoi programmi dalla forma mentis della popolazione, vuoi per la crescita di movimenti di sinistra islamisti, che coniugavano l’islam con temi mutuati dall’ambiente politico di estrema sinistra, quale quelli della giustizia sociale e della rivoluzione.
[4] La Taqiyya, dissimulazione, delinea originariamente l’atteggiamento di rinnegamento esteriore della propria religione nel caso in cui l’aperta professione di fede rischiasse di mettere in pericolo la sopravvivenza dei fedeli e della religione stessa, ad opera di un potere temporale tirannico che la soffochi e la calpesti. Nel corso dei secoli, il concetto si è evoluto e ampliato anche nel senso di copertura del dissenso verso il potere tirannico che, qualora contestato, comportasse un grave pericolo per la comunità religiosa. La Taqiyya corrisponde pertanto a quel principio quietista abbracciato dal clero sciita, secondo cui sono da evitare sia il diretto coinvolgimento nella politica e negli affari di Stato, sia il dissenso aperto con il governante di cui non si condividano scelte e azioni, per evitare la fitna, il conflitto, che potrebbe sfociare in una guerra civile.
[5] Prima della Rivoluzione del 1979 il clero intervenne nella cosa pubblica iraniana in due altre occasioni: durante la rivolta del tabacco del 1890 e durante la rivoluzione costituzionale del 1905. Le sue prese di posizione in queste due occasioni erano finalizzate a negoziare con il potere uno scambio politico che, sanando i dissensi, ristabilisse un equilibrio all’interno della compagine istituzionale. Oggetto delle richieste del clero era, in entrambi i casi, il monopolio del controllo del diritto, più che la volontà di realizzare uno Stato islamico.
[6] Una volta fallito il containment diretto con l’esperienza vietnamita, la presidenza americana, sotto impulso del segretario di Stato Henry Kissinger, abbracciò la cosiddetta détente, la distesa nei rapporti con l’altro blocco. La détente prevedeva la creazione di legami amichevoli con alleati, di volta in volta da definire, in ogni quadro regionale, in modo tale da creare un “guardiano” degli interessi occidentali, ma solo laddove questi ultimi si configuravano come vitali.
[7] Negli anni Settanta, difatti, il disimpegno della potenza inglese dallo scacchiere mediorientale determinò un vuoto di potere, che il Regno era determinato a colmare; ambizione per quella posizione egemone, per altro, condivisa dall’altra potenza petrolifera della regione, l’Arabia Saudita, con la quale la monarchia persiana si avviava ad un contrasto insanabile.
[8] Mohammad Mossadeq divenne primo ministro del Regno nel 1951; personaggio politico proveniente dal campo del nazionalismo, del costituzionalismo e del liberalismo, coordinava il Fronte Nazionale e il proprio programma politico era incentrato sulla difesa dell’integrità territoriale iraniana, minacciata tanto a livello interno, dalle istanze indipendentiste provenienti dalle minoranze presenti sul territorio, tanto a livello esterno, dalle continue interferenze delle potenze occidentali, le quali, fra le varie strategie messe in pratica, cercavano anche di dare impulso alla disgregazione etnica. Il programma di Mossadeq inoltre mirava a modernizzare i meccanismi  di potere iraniani, riducendo il potere arbitrario dello Shah a vantaggio del Majles e della Costituzione. A seguito di continue, inascoltate richieste all’establishment inglese di una più equa ripartizione dei proventi petroliferi e di una maggiore trasparenza nella loro gestione, nel 1951 egli si adoperò per la nazionalizzazione dell’industria petrolifera, segnando la fine della Anglo-Iranian Oil Company (AIOC) e creando la National Iranian Oil Company (NIOC). La reazione inglese fu quella di isolare l’Iran dal mercato petrolifero e di paralizzare gli impianti di estrazione con il ritiro del personale tecnico straniero. Successivamente, la Gran Bretagna si impegnò nel convincere il conciliante ed attendista Truman che la svolta in senso nazionalista avrebbe poi coinciso con una saldatura degli interessi dell’Iran di Mossadeq con quelli sovietici. La situazione critica andò deteriorandosi fino al 1953, quando lo Shah cercò invano di sostituire Mossadeq come primo ministro e si autocondannò all’espulsione dal Paese. Poco dopo i servizi segreti statunitensi e britannici misero in atto l’Operazione Ajax, putsch militare che portò all’arresto di Mossadeq.  Per una trattazione puntuale della vicenda e sul suo significato nel sentimento nazionale iraniano, Stefano Beltrame, Mossadeq, l’Iran, il Petrolio, gli Stati Uniti e le Radici della Rivoluzione Islamica; Rubbettino Editore; 2009.
[9] In occasione della riesplosione del conflitto arabo-israeliano, i Paesi produttori di petrolio decisero di utilizzare come arma politica la propria risorsa. Lo Shah assunse il pieno controllo della NIOC e in sede OPEC spinse tutti gli Stati membri alla fissazione di un prezzo comune, aumentandolo dai 2 dollari del 1971 ai 12 dollari per barile, del 1973. Ciò al fine di raggiungere l’obiettivo di un imponente trasferimento di fondi dai Paesi consumatori di energia, alleati del Piccolo Diavolo israeliano o benevoli nei suoi confronti, ai Paesi produttori di petrolio, la cui maggior parte era decisa invece ad appoggiare il popolo palestinese, nella lotta contro il neonato Israele, in chiave anti-americana.
[10] Le entrate dell’Iran, infatti, aumentarono ma furono tutte reinvestite in infrastrutture, progetti industriali, nella ricerca nucleare e nell’acquisto di armamenti.
[11] Il Comitato venne creato da Khomeini a Parigi nel Gennaio 1979, poco prima del suo ritorno in Iran. Alla creazione vi contribuirono chierici combattenti come Behesti e Motahari; anche laici secolari vi presero parte, ma forte era la partecipazione della corrente khomeinista del clero sciita. Il Cri ebbe un ruolo decisivo nella destrutturazione dello Stato e nella delegittimazione delle istituzioni rimaste ancora in piedi.
[12] Questi, attivi nell’epurazione delle forze armate, delle università, della pubblica amministrazione, misero in piedi un’efficace rete di tribunali rivoluzionari, preposti al giudizio e alla condanna di personaggi legati alla crollata monarchia.
[13] L’azione di quest’ultimo fu inizialmente mirata allo smantellamento del sistema giudiziario laico, creandone uno nuovo, modellato sui principi islamici.
[14] Dopo le prime fasi rivoluzionarie, in cui esacerbò e fomentò gli animi per servirsene ai fini del crollo del regime monarchico, Khomeini pose sotto controllo del Cri l’anarchia dei Komiteh rivoluzionari, al contempo, sopprimendone alcuni e raggruppandone altri.
[15] Meglio noti come Pasdaran, essi svolsero sin dalla primavera del 1979, funzioni militari e di polizia sia al fine di contrastare una possibile restaurazione dello Shah, sia per porre un freno alle ambizioni politiche della sinistra. Il corpo dei Pasdaran, composto da uomini provenienti dai ceti più bassi, si considerò, fin dalla sua creazione, devoto all’Imam e la sua sussistenza dipendeva interamente dai finanziamenti della Fondazione degli Oppressi. La Bonyad-e Mostazafin arrivò a gestire un’imponente quantità di denaro e dunque fu in grado di finanziare sia le milizie che i seguaci di Khomeini. 

martedì 18 novembre 2014

Israele: ancora conflitti da affrontare

Conflitto israelo-palestinese
L’intifada di Gerusalemme
Andrea Dessì
11/11/2014
 più piccolopiù grande
Una nuova intifada a bassa intensità sembra sconvolgere Gerusalemme, attraversata da un’escalation di violenza e tensioni che mancavano da anni.

Come in passato, il fulcro delle violenze si trova nella città vecchia e nelle zone direttamente limitrofe a questo involucro di mura - il cosiddetto ‘bacino sacro di Gerusalemme’ - dove sono concentrati gran parte dei monumenti storico-religiosi cari alle tre fedi monoteistiche.

Da parte israeliana, Naftali Bennett, Ministro dell’economia nel governo di Benjamin Netanyahu, inneggia a un’operazione militare per ripulire la città dai rivoltosi. Nel farlo s’ispira alla controversa operazione ‘scudo difensivo’ guidata all’apice della seconda intifada dall’allora primo ministro Ariel Sharon che portò a una momentanea rioccupazione di gran parte delle principali città palestinesi in Cisgiordania.

Da parte palestinese invece continuano le manifestazioni e gli scontri con le forze armate israeliane, che nel giro di poche settimane hanno portato all’arresto di almeno 200 persone a Gerusalemme.

Intanto, sono saliti a due gli attacchi contro cittadini israeliani da parte di autisti palestinesi che dirigono la loro vettura a tutta velocità cercando di investire gruppi di passanti per le strade di Gerusalemme.

Contesa come capitale da israeliani e palestinesi, Gerusalemme rappresenta il fulcro delle espressioni nazionali delle due comunità. In molti considerano la questione di Gerusalemme la più complessa delle famose final status issues (confini, sicurezza, rifugiati) e non è un caso che fu proprio a Gerusalemme che la provocazione di Ariel Sharon nel visitare la spianata delle moschee provocò la scintilla per lo scoppio della seconda intifada nel settembre 2000 (in arabo appunto viene ricordata con il nome della moschea di Gerusalemme, Al-Aqsa Intifada).

Microcosmi di occupazione 
Oggi come allora, queste esplosioni di violenza sono riconducibili all’ultimo recente fallimento dei negoziati di pace, alle azioni irresponsabili di alcuni politici israeliani che sembrano intenti a buttare benzina sul fuoco e al continuo divario nei servizi dati alle due comunità residenti nella città.

A questi fattori si aggiungono l’operazione militare contro la Striscia di Gaza e il recente incremento di occupazioni, sfratti e demolizioni da parte dell’esercito israeliano nella città di Gerusalemme e dintorni.

In questo clima di tensione s’inseriscono diverse dichiarazioni provocatorie da parte di membri del governo Netanyahu e azioni di organizzazioni di estrema destra come Elad che lavorano a sostegno del movimento dei coloni.

Proprio Elad, insieme a Ateret Cohanim, ha recentemente orchestrato, attraverso una serie di acquisizioni sospette e occupazioni di case palestinesi, un piano che ha portato al raddoppio della popolazione israeliana nel quartiere arabo di Silwan, a pochi passi dalla città vecchia. È qui che si trova anche la Città di Davide, un grande sito archeologico che il governo israeliano ha dato in gestione proprio a Elad.

Intanto nei mesi passati, Uri Ariel, ministro delle abitazioni dell’attuale governo israeliano, si è più volte espresso sulla necessità di “incrementare la sovranità israeliana” sulla spianata o di “sostituire Al-Aqsa” e di dare ai cittadini israeliani il diritto di visitare la zona, anche se la pratica è espressamente vietata dai più alti rappresentanti della fede ebraica.

Fu lo stesso Uri Ariel a mandare in frantumi i negoziati guidati dal Segretario di Stato Usa John Kerry, quando (ri)annunciò pubblicamente la costruzione di nuovi insediamenti a Gerusalemme proprio quando Kerry stava tentando di convincere i palestinesi a estendere i negoziati.

Mogherini in Israele e nei territori occupati
Mentre gli scontri a Gerusalemme continuano - coinvolgendo in particolare anche il grande campo profughi di Shuafat a Gerusalemme est - la Giordania richiama l’ambasciatore e il governo Netanyahu cerca di abbassare i toni, dichiarandosi impegnato a preservare lo ‘status quo’ sulla spianata della moschea.

In tutto ciò, la neo-eletta alta rappresentante per gli affari esteri dell’Ue Federica Mogherini ha dovuto subito destreggiarsi nelle controverse realtà del conflitto israelo-palestinese.

La scelta di designare Israele e i territori occupati palestinesi come sua prima visita ufficiale da nuovo ministro degli esteri europeo è lodevole e coraggiosa.

Recandosi anche nella Striscia di Gaza, , il messaggio da parte dell’Ue è stato chiaro. Sostegno al governo di unità nazionale palestinese capeggiato da Mahmoud Abbas; sforzo congiunto per attuare una veloce ricostruzione e riabilitazione della Striscia di Gaza che possa aiutare a cementare la popolarità di questo governo e arginare così il rischio di un nuovo conflitto; impegno urgente per una ripresa dei negoziati sulla base della formula dei due stati; e una ferma presa di posizione a favore della sicurezza di Israele, ma al contempo contro il continuo costruire di insediamenti nei territori palestinesi, incluso Gerusalemme est.

Riconoscimento della Palestina
Per Mogherini il dossier israelo-palestinese rappresenterà un tema centrale durante i primi mesi del suo mandato. Dovrà cercare una posizione comune all’interno dell’Ue sulla questione di votare a favore o meno sulla risoluzione delle Nazioni Unite che presto la leadership palestinese promette di portare al voto, sia nel Consiglio di Sicurezza che nell’Assemblea Generale.

Dopo il riconoscimento della Svezia, il voto a favore del parlamento del Regno Unito, altri paesi europei stanno considerando l’opzione di riconoscere ufficialmente la Palestina come stato.

In Italia sono state presentate tre mozioni parlamentari, due alla Camera e una al Senato, ma non sono state ancora calendarizzate. In assenza di un vero cambiamento di rotta da parte del governo israeliano sulle questioni di Gaza e degli insediamenti, il governo Renzi dovrebbe iniziare ad affrontare seriamente la questione del riconoscimento palestinese, se non altro per mandare un segnale forte e chiaro alla leadership israeliana, sempre meno impegnata nella visione dei due stati.

Andrea Dessì è dottorando in relazioni internazionali alla Lse di Londra dove lavora sui rapporti Usa-Israele e Junior Researcher allo IAI.
- See more at: http://www.affarinternazionali.it/articolo.asp?ID=2868#sthash.CLXdObim.dpuf

lunedì 10 novembre 2014

Stato Islamico: la guerra da parte dell'Occidente

Medio Oriente
Fare la guerra al Califfo, fingendo di non farla all’Islam
Mario Arpino
23/10/2014
 più piccolopiù grande
“Non intendo fare guerra all’Islam” aveva detto il presidente statunitense Barack Obama annunciando, controvoglia, la decisione di iniziare la campagna aerea contro il Califfo.

Bella frase, condivisibile e apprezzata da tutto l’Occidente. Molto meno e solo di maniera dal mondo arabo sunnita, che sta reagendo impegnandosi al minimo ed esclusivamente in termini di facciata.

Più sollecito e “responsivo” il mondo sciita che, pur escluso, ha intravisto una possibilità di rivalsa e, con concretezza, ha da tempo anticipato i tempi di risposta.

Per quanto riguarda l’Italia, il pericolo dell’autoproclamatosi stato islamico (Is) sembra che non ci sia già più, tanto che sui mezzi di informazione ha subito ceduto il posto all’Ebola.

Propositi del Califfato
Bella frase, abbiamo detto, quella di Obama. Peccato che per molti “veri credenti” sia senza senso e priva di logica. Senza la loro logica. Quindi, inapplicabile e foriera di una missione impegnativa, se non impossibile.

Infatti, ha parlato come se i propositi di questo Califfato - ovvero la costituzione nel tempo di un grande stato islamico e l’assoggettamento finale degli “infedeli”- non fossero concetti antichi, ben radicati.

Concetti che esercitano ancora un forte richiamo, quale suadente sirena cui per molti musulmani - anche europei di seconda e terza generazione - è quasi impossibile resistere.

Gli stati arabi - a parte forse l’Egitto del presidente Abdel Fattah Al-Sisi - si muovono con pigrizia, esitazione e scarsa efficacia, mentre, al contrario, il messaggio del Califfo è stato subito recepito dai nuclei puri e duri, sempre latenti all’interno di ciascuna delle comunità sunnite sparse nel mondo.

Che l’Occidente, per “motivi umanitari”, in acritica adorazione dei propri idoli, ogni giorno facilita. Ecco perché il pensiero militare dell’Is sta avendo così ampio successo: viene riconosciuto dai veri credenti come parte integrale della “strategia” del pensiero fondante dell’Islam e delle sue fonti di alimentazione.

È in questo contesto che dobbiamo calarci per cercare di capire il pensiero basico dell’Is e il suo concetto di stato: qualcosa di unico e universale, con la rigida logica di leggi provenienti da Dio e dal Profeta, e quindi sacre, assolute, immutabili ed intoccabili.

L’approccio per noi è difficile, per cui per capire cosa fa l’Is e che cosa alla fine vuole realizzare è necessario spogliarsi per un momento delle categorie occidentali e trasporsi nel contesto culturale dell’ambiente che nei giorni scorsi ci hanno fatto vedere.

Il pensiero strategico-militare
L’Islam radicale è un pacchetto unico: o lo guardiamo così, o saremo condannati a subirlo senza capire perché.

Anche nei cosiddetti “moderati” tutto ciò è latente, forse non più di moda, ma comunque esiste, pronto a emergere di fronte a scomode alternative. Secondo Valeria Piacentini, dell’Università cattolica del Sacro Cuore di Milano, “…nell’Islam la scienza della guerra e il suo pensiero assumono ruoli, ambiti e contenuti particolari, molto diversi da quelli che hanno avuto (e hanno tuttora) in ambito occidentale”.

Il trinomio forza, potere e autorità è inscindibile dal credo religioso, ed è proprio la forza militare che assume valore abilitante sia nella dottrina, sia nella prassi: senza la forza non può esistere l’autorità, e quindi lo Stato. Contribuire allo sforzo (jihad) per realizzare la umma (comunità globale) è un diritto-dovere di ogni credente. Ma, al di là di quelli che sono i nostri concetti spazio-temporali, non c’è fretta.

Jihad come azione militare
L’obiettivo tuttavia va conseguito in ogni modo: la guerra, quella che ha consentito la prima fase dell’espansione, è il metodo più rapido, sebbene lunghe tregue militari siano tatticamente accettabili.

È da qui che nasce l’interpretazione occidentale di jihad (sforzo) come “guerra santa”. Questo tipo di conflittualità è previsto dal Corano nei così detti “Versi della Spada”, dove si ordina di combattere senza condizioni coloro che non credono, sterminando gli infedeli che non vogliono sottomettersi, gli apostati e tutti i colpevoli di idolatria.

Versi che, oggi, riecheggiano lugubremente nelle parole di Abu Bakr al-Bagdadi, il fondatore dell’Is, e hanno già trovato visibile applicazione nello sterminio di massa degli Yazidi.

Certo, i “moderati” obiettano che questo non è vero Islam. Però in una qualche misura li attira, e non siamo proprio così certi che, al dunque, tutti ne prenderanno le distanze.

È come quando, qui da noi, si cercava di analizzare la lotta di classe. Solo pochi erano i veri accaniti contro i “padroni”, ma anche i più dubbiosi non riuscivano a mascherare del tutto la propria soddisfazione quando questi venivano messi in difficoltà.

Sarà dura, per Obama e per tutti noi. Fare la guerra fingendo di non farla non è mai stato facile.

Ufficiale pilota in congedo dell’aeronautica Militare, Mario Arpino collabora come pubblicista a diversi quotidiani e riviste su temi relativi a politica militare, relazioni internazionali e Medioriente. È membro del Comitato direttivo dello IAI.
- See more at: http://www.affarinternazionali.it/articolo.asp?ID=2849#sthash.jhopS6S6.dpuf

lunedì 27 ottobre 2014

Yemen: i ribelli sciiti zaiditi al potere

Medio Oriente
La crisi dello Yemen non è solo un problema di Sana’a
Eleonora Ardemagni
14/10/2014
 più piccolopiù grande
Dopo mesi di conquiste territoriali, gli huthi - i ribelli sciiti zaiditi che rivendicano l’autogoverno delle regioni del nord dello Yemen - hanno occupato la capitale Sana’a, prima accampandosi e manifestando contro il governo e il taglio ai sussidi sui carburanti, poi espugnando, con le armi, i centri del potere.

Da questa condizione di forza politica e militare, il movimento Ansarullah - braccio partitico dei seguaci del defunto Husayn Al-Huthi - ha accettato l’Accordo nazionale di pace che prevede la formazione di un governo tecnico sostenuto da tutti gli attori politici yemeniti (compresi gli autonomisti del sud) entro un mese dalla firma.

L’Accordo è già stato disatteso dalle parti, ma finora ha frenato la violenza urbana fra huthi e filogovernativi, che ha causato oltre 200 morti e 400 feriti a Sana’a.

Saleh-huthi vs Al-Ahmar
Quando i miliziani huthi, sospettati di ricevere sostegno materiale dall’Iran, hanno fatto irruzione nei palazzi della capitale, il ministero degli interni ha ordinato alle forze di sicurezza di non reagire.

Prima, l’esercito si era infatti già spaccato, non solo a Sana’a ma anche nella precedente, cruciale battaglia per Amran, vinta dagli huthi: i numerosi ranghi legati al General people’s congress (Gpc) dell’ex presidente Ali Abdullah Saleh avevano apertamente appoggiato la causa dei ribelli, o attuato forme di desistenza sul campo, contrapponendosi così alle formazioni vicine a Islah (il partito che accoglie i Fratelli e i salafiti locali) e alla tribù degli Al-Ahmar.

Questo perché le forze armate yemenite non sono costruite sul criterio della professionalizzazione, ma sull’appartenenza e la fedeltà clanico-tribale, riflettendo gli equilibri di forza tra i partiti e le tribù.

La rete di potere che fa capo alla famiglia Saleh, ancora forte, approfitterebbe ora dell’avanzata degli insorti sciiti per emarginare gli Al-Ahmar, partner ma rivali di sempre, che hanno monopolizzato i posti-chiave della macchina pubblica grazie all’esecutivo di unità, in carica dal 2012.

Esercito yemenita spaccato
I tentativi di riforma delle forze armate avviati dal presidente ad interim Abdu Rabu Mansour Hadi hanno provocato l’aumento dell’insubordinazione nell’esercito, specie nelle regioni centro-meridionali di Abyan (la stessa di Hadi) e Mareb.

Nel 2012, Hadi ha rimosso Ahmed Saleh, il figlio dell’ex presidente, dal vertice della Guardia repubblicana e ha sollevato il generale Ali Mohsin dalla guida della prima divisione armata (di cui fa parte la 310ma Brigata di Amran); in seguito, entrambi i corpi speciali sono stati sciolti.

Le diserzioni si registrano soprattutto nelle unità di élite, meglio addestrate ed equipaggiate, ma in prima linea nel gioco politico. In più, il governo fatica a pagare gli stipendi del sovrabbondante comparto militare, gravato anche dal fenomeno dei lavoratori-fantasma, false identità che percepiscono stipendi statali, a volte persino doppi.

La conflittualità interna all’esercito yemenita preoccupa la Casa Bianca: gli attacchi con i droni necessitano, a terra, dell’appoggio di Sana’a per le operazioni di counterterrorism (specie nel lungo periodo) contro Al-Qaeda nella penisola arabica e l’affiliata Ansar Al-Sharia.

Secondo il Long War Journal, gli attacchi Usa dal cielo nel 2014 sono stati finora 19, concentrati fra Hadramaout e Mareb, in diminuzione rispetto ai 26 del 2013 e ai 41 dell’anno record 2012. Già nel 2011, sette emirati islamici vennero proclamati fra le regioni meridionali di Abyan e Shabwa, prototipi dell’autoproclamatosi Stato islamico (Is), in parte smantellati grazie all’azione congiunta di droni ed esercito.

Aiuti e rotte petrolifere dai Friends of Yemen
Mentre a Sana’a infuriava la battaglia, la Conferenza ministeriale dei Friends of Yemen, i paesi donatori, si riuniva a New York, co-presieduta da Arabia Saudita e Gran Bretagna, per fare il punto su aiuti internazionali allo sviluppo e processo di transizione. Solo il 39% delle promesse di donazione sono state onorate e appena la metà del denaro pervenuto è stato investito in concreti progetti di aiuto.

Pare davvero improbabile che il 2015 sia, per lo Yemen, l’anno del referendum sulla nuova costituzione (la prima bozza è in ultimazione), nonché delle elezioni presidenziali e politiche, come previsto dall’accordo di transizione scritto dal Consiglio di Cooperazione nel novembre 2011 e adottato dall’Onu.

Di certo, l’instabilità violenta dello Yemen inquieta le vicine monarchie del Golfo, impegnate nella Coalizione del presidente statunitense Barack Obama contro Is e possibili bersagli della ritorsione jihadista.

Vi è poi una lettura di tipo geopolitico. Se gli huthi prendessero il controllo - come stanno provando a fare - dei terminal petroliferi di Hodeida, porto occidentale yemenita, la rotta petrolifera-commerciale (e del contrabbando) del Bab Al-Mandeb (fra Mar rosso e Africa orientale) entrerebbe nell’orbita sciita, come già lo stretto di Hormuz, controllato dall’Iran. Anche per questo, la crisi yemenita non è solo un problema di Sana’a.

Eleonora Ardemagni, analista di relazioni internazionali del Medio Oriente, collaboratrice di Aspenia, Ispi, Limes.
- See more at: http://www.affarinternazionali.it/articolo.asp?ID=2836#sthash.XBPeUtgi.dpuf

Turchia: il momento delle scelte verso i Curdi

Medio Oriente
La Turchia osserva il massacro dei curdi di Kobane
Marco Guidi
09/10/2014
 più piccolopiù grande
Trattare con i curdi, diffidare dei curdi, aver bisogno dei curdi. E al tempo stesso sostenere i sunniti, ma diffidare, finalmente, dei sunniti estremisti, senza però favorire il regime di Bashar al-Asad sul cui abbattimento si continua a contare.

I resti di quella che fu definita la politica neottomana della Turchia sono lì visibili a tutti, ma il presidente Recep Tayyip Erdoğan e il suo primo ministro Ahmet Davutoglu non sanno apparentemente che pesci pigliare, paiono quasi ottemperare al famoso verso dantesco “che pentere e volere insiem non puossi, per la contraddizion che nol consente”.

E di contraddizioni la politica estera turca ne annovera ormai molte, troppe forse. Dai tempi in cui Davutoglu, allora ministro degli Esteri, sosteneva con decisione il tema di “nessun problema con vicini” a quelli di oggi pare passato un secolo. Ma forse sono proprio le contraddizioni, le volontà inespresse (o espresse solo in parte) che condizionano e riducono praticamente all’immobilismo, almeno fino a ora, la Turchia.

Erdoğan ha bisogno dei curdi turchi
Da tempo Erdoğan sta conducendo trattative con i curdi del Partito dei Lavoratori del Kurdistan (Pkk), per arrivare a una qualche forma di accordo e in queste trattative è coinvolto in prima persona il leader del Pkk Abdullah Öcalan, rinchiuso nel carcere dell’isola-fortezza di Imrali nel Mar di Marmara.

Al contempo però, le visite al prigioniero da parte soprattutto degli uomini del Mit, il servizio segreto turco, ma anche di avvocati e politici ormai non si contano.

Il fatto è che Erdoğan ha bisogno dei curdi di Turchia. Ne ha bisogno per arrivare finalmente a una pacificazione, ma anche perché per il suo progetto di cambio della costituzione in senso gollista - o forse putiniano - gli servono i voti del partito dei curdi dal momento che né il vecchio partito di Ataturk né la destra dura che originò il fenomeno dei lupi grigi (do you remember Mehemet Alì Agca?) voteranno a favore della sua riforma costituzionale.

Legami con i curdi iracheni
Erdoğan ha stabilito legami anche con i curdi iracheni di Erbil, di fatto indipendenti, almeno fino a prima dello scoppiare del conflitto con l’autoproclamatosi stato islamico (Is).

A tenerli vicini è una relazione che va dal petrolio alla richiesta di controllo dei guerriglieri del Pkk rifugiati in territorio curdo-iracheno. E poi c’è l’opinione pubblica turca (quella non curda, quella non alevita, quella di destra, comunque una maggioranza anche se meno grande di quello che Erdoğan afferma spesso) da tenere tranquilla.

Insomma, la Turchia, da cui, non dimentichiamolo, sono passate migliaia di volontari che sono andati a ingrossare non solo le fila dell’Is ma anche dei qaidisti tipo Al-Nusra, deve cercare di far quadrare un cerchio, cosa notoriamente impossibile in geometria e difficilissima in politica.

Battaglia di Kobane
C’è poi il problema attuale dei curdi di Siria, i quali sono in gran parte aderenti all’Unione democratica curda (Pyd), partito legatissimo al Pkk. I soldati turchi stanno lì, con le armi al piede, a osservare la disperata battaglia di Ayn al-Arab, in curdo Kobane, assalita dai militanti fondamentalisti.

Però i militari della mezzaluna non stanno affatto fermi quando si tratta di bloccare i curdi che vogliono accorrere in aiuto dei loro fratelli a poche centinaia di metri al di là della frontiera e bloccano uomini, armi, viveri e medicinali.

Il perché è chiaro: Erdoğan teme la sola idea di una zona autonoma curda in Siria in corrispondenza della frontiera turca, di una zona autonoma federata con il Pkk, con i combattenti dell'unità di difesa del popolo (Ypg), a far causa comune con quelli del Pkk e, in futuro, chissà a unirsi anche territorialmente con i peshmerga di Erbil e ormai anche di Kirkuk.

È davvero strano che i commentatori non abbiano colto che in tutto questo caos i curdi iracheni sono riusciti a riconquistare quella che loro giudicano la loro vera capitale con buona pace di Erbil e di Suleyimayiah, capitale oltretutto ricchissima di petrolio.

Zona cuscinetto lungo la frontiera turco-siriana
In questa confusione, in queste opposte tensioni a dire il vero la Turchia un piano ce l’ha e l’ha esposto al leader del Pyd, Salih Muslim. Si tratta della richiesta che i curdi di Siria rinunciano a ogni idea di autonomia, che appoggino la coalizione (laica?) anti Asad e combattano al suo fianco contro il regime di Damasco fino alla cacciata del regime alawita.

E, infine, che accettino la creazione di una zona-cuscinetto che corra lungo tutta la frontiera turco-siriana con l’eccezione di Bab el-Awa e Yayladagi, che sono più a ovest fuori dalla zona curda. Una zona cuscinetto che ufficialmente dovrebbe estendersi solo in territorio turco, ma che in realtà dovrebbe sconfinare anche in Siria, cioè in territorio curdo.

In questo quadro si capisce benissimo perché i turchi assistano senza far nulla, anzi ostacolando chi vorrebbe fare, al massacro di Kobane e a prossimi futuri massacri di curdi, limitandosi ad accogliere le decine e decine di migliaia di profughi in fuga.

In attesa dell’arrivo della commissione Usa che dovrà definire modi e mezzi (e magari tempi) dell’azione congiunta di americani, inglesi, francesi, turchi, sauditi, giordani, iracheni, qatarioti, bahireniti, emiratini e chi più ne ha più ne metta.

Intanto però i curdi di Turchia manifestano e muoiono sotto il fuoco della polizia turca. Una situazione questa che potrebbe portare non solo alla fine delle trattative con il Pkk, ma anche con i partiti politici curdi. Il che per Erdoğan e i suoi fedeli potrebbe rappresentare un grave problema.

Anche se forse l'opera di Macchiavelli non è molto diffusa in lingua turca, qualcuno dovrebbe spiegare al presidente turco che l’incertezza sulla via da seguire è a volte peggio del seguire una via sbagliata. Il che potrebbe essere un insegnamento buono anche per un certo inquilino di una casa Bianca a Washington.

Marco Guidi è giornalista esperto di Medio Oriente e Islàm.
- See more at: http://www.affarinternazionali.it/articolo.asp?ID=2830#sthash.zqV6XvQu.dpuf

lunedì 20 ottobre 2014

Stato Islamico: tutti in ordine sparso

Medio Oriente
Coalizione anti-califfo senza strategia
Eleonora Ardemagni
26/09/2014
 più piccolopiù grande
L’autoproclamazione dello Stato islamico (Is) fra Siria nordorientale e Iraq occidentale sta costringendo Arabia Saudita e Qatar a un’imbarazzante piroetta, mentre il presidente statunitense Barack Obama non può che riportare Washington in Medio Oriente, pur non avendo una chiara strategia politico-militare.

La minaccia di Is argina i dissidi che nei mesi precedenti hanno attraversato il Consiglio di cooperazione del Golfo (Ccg), potrebbe accelerare il disgelo fra sauditi e iraniani, crea nuovi problemi alla Turchia, fa crescere la tensione in Libano e Giordania. E c’è chi, come il feldmaresciallo e ora presidente Abdel Fatth Al-Sisi fissa tra le priorità dell’Egitto la lotta ai jihadisti in Sinai e al confine con la Libia, mentre approfitta del sentimento anti-Is per schiacciare ulteriormente la Fratellanza musulmana.

Curdi, la paura turca
La riunione arabo-americana di Jedda dell’11 settembre ha concordato su un solo punto: la necessità di contrastare Is. Oltre alle promesse di rito sugli aiuti umanitari, il comunicato finale siglato dai ministri degli esteri di Ccg, Egitto, Iraq, Libano, Giordania (più il Segretario di stato Usa John Kerry) recita che l’impegno anti-Is “potrebbe condurre a una campagna militare coordinata”, conclusioni ribadite alla conferenza di Parigi.

La Turchia, è riluttante a partecipare a operazioni militari sul confine siro-iracheno; Ankara esporta direttamente il petrolio del Kurdistan tramite l’oleodotto di Ceyhan. La paura turca, insieme al possibile armamento dei curdi del Pkk, è che, qualora l’Is venisse respinto, il governo regionale curdo iracheno cercherebbe l’indipendenza. Potrebbe farlo attraverso un referendum, oppure imbracciando le armi fornite proprio in chiave anti-Is. Le questione curda non è l’unica incognita.

Se la "Coalizione Obama" decidesse, come annunciato, di bombardare anche il suolo siriano senza il nulla osta del regime di Damasco, metterebbe in ulteriore difficoltà il Libano: gli Hezbollah combattono sia in Siria che in Iraq e il salafismo si fa strada in frange della comunità sunnita.

L’esercito libanese è già impegnato a respingere Is e Jabhat Al-Nusra nella valle della Bekaa, verso la Siria. Al di là del confine orientale giordano, proliferano le milizie jihadiste: Amman teme che il jihad seduca i molti profughi ospitati, nonché i giovani disoccupati delle aree più emarginate, come Maan.

Frankenstein prodotti in casa
Fino a pochi mesi fa le monarchie del Golfo, Arabia Saudita e Qatar in primis, speravano di indebolire il regime siriano e il governo iracheno, filo-iraniani, sostenendo le formazioni jihadiste presenti nell’opposizione a Bashar al-Asad e dentro l’insorgenza sunnita in Iraq (sprigionatasi dalla regione frontaliera di Al-Anbar), sia in maniera diretta che attraverso finanziatori privati.

La trasformazione di Isis in Stato islamico, dunque in un’entità che si dichiara statuale, spaventa però le monarchie del Golfo. Alcuni cittadini arabi andati a combattere all’estero potrebbero tornare in patria. In più, Arabia Saudita e Qatar guardano con apprensione alla crescente autonomia guadagnata da Is, che ora si autofinanzia con il racket dei rapimenti e la vendita del petrolio.

Paradossalmente, il contrasto dello Stato islamico è oggi l’obiettivo su cui convergono Arabia Saudita e Iran. L’incalzare della minaccia terroristica sembra aver velocizzato la détente fra le due rive del Golfo. Il ministro degli esteri iraniano e il collega saudita si sono incontrati a New York, dichiarando di voler “aprire una nuova pagina” in tema di cooperazione per la sicurezza regionale; però, la decisione di Riyadh di addestrare sul suo territorio i ribelli siriani mette nuovi ostacoli su questo sentiero.

Guerra fredda intra-sunnita
La Libia (come già l’Egitto) sta divenendo il nuovo campo di battaglia intra-sunnita. Qui gli Emirati Arabi Unitit e il Cairo sono in prima linea, insieme ai sauditi e contro il Qatar, accusato dal premier libico Al-Thinni di aver inviato armi alle milizie islamiste di Tripoli. Secondo quanto riportato da Al-Jazeera, Egitto e Libia avrebbero siglato un patto militare quinquennale, in cui si impegnano a sostenersi in caso di “minaccia e aggressione armata diretta o indiretta”.

In visita al Cairo, Kerry ha nuovamente promesso all’aviazione egiziana elicotteri da combattimento, utili nella lotta alle cellule terroristiche che si muovono (con armi) tra il deserto libico-egiziano e la penisola del Sinai.

Questa è la nuova rotta del jihad, oltre che dell’immigrazione clandestina, uno spazio fortemente interdipendente, a sud, con l’Africa subsahariana e con il Levante arabo a est.

La campagna di repressione della Fratellanza musulmana condotta da Al-Sisi in Egitto, che si espande nella Cirenaica libica stringendo alleanze locali (Khalifa Haftar) e regionali (Emirati arabi uniti, autori di raid confermati da Washington) sovrappone pericolosamente, nella retorica e nei fatti, la lotta a Is e ai jihadisti con la battaglia politica anti-Fratelli.

Non sappiamo se la clandestinità politica spingerà la Fratellanza alla radicalizzazione violenta. Di certo, la nascita di Stato islamico segna la seconda fase delle “primavere arabe”, dove le forze militari della restaurazione possono chiudere l’arena politica, talvolta strumentalmente, facilitando così l’involuzione autoritaria delle transizioni.

Per elaborare un’efficace strategia anti-Is serve innanzitutto un progetto - per ora assente - per il dopo. Evocare, come ha fatto Obama, le precedenti operazioni Usa in Yemen e Somalia non pare, però, un viatico per il successo.

Eleonora Ardemagni, analista in relazioni internazionali, collaboratrice di Aspenia, ISPI. Autrice di “Le monarchie del Golfo non cantano in coro”, in “Le maschere del Califfo”, Limes 9/2014.
- See more at: http://www.affarinternazionali.it/articolo.asp?ID=2817#sthash.utjUiqVc.dpuf

mercoledì 15 ottobre 2014

Stato Islamico: una guerra lungo e dolorosa

La guerra contro l’IS
Purché non sia una vittoria evanescente
Stefano Silvestri
23/09/2014
 più piccolopiù grande
Barack Obama ha affermato che l’obiettivo è quello di indebolire ed infine distruggere l’IS (lo pseudo-califfato creatosi su territori siriani ed iracheni).

Si tratta a questo punto di capire se, per ottenere una tale vittoria, saremo obbligati ad uccidere tutti i militanti jihadisti dell’IS (stimati ad oltre 30mila unità) oppure se esistano altre strade più facili, economiche e legalmente accettabili. Non è evidente.

Chi fa parte dell’IS
L’IS non è uno stato vero e proprio, ma raccoglie sotto lo stesso tetto una congerie diversa di combattenti, ognuno con le sue motivazioni e i suoi obiettivi, che condividono forse solo l’odio nei nostri confronti: ricchi sceicchi del Golfo, forze tribali sunnite in lotta contro la repressione di Baghdad o di Damasco, giovani musulmani occidentali in preda ai loro demoni personali, miliziani jihadisti di ogni nazionalità, spesso veterani di altre guerre, ed ex “baathisti” e militari iracheni alla riconquista del potere perduto.

Hanno una loro capitale di fatto, a Raqqah, in Siria, strappata alla minoranza curda che vi risiedeva, ma i territori e le infrastrutture, compresi i pozzi di petrolio, che attualmente controllano, restano legalmente parte degli stati preesistenti, la Siria e l’Iraq, che ne rivendicano la sovranità: il che rende più problematico attaccarli.

È alto il rischio che la sconfitta di alcuni non sia percepita come una sconfitta di tutti, replicando su scala mediorientale gli psicodrammi che segnarono la fine della I Guerra mondiale in Europa, preparando il terreno per il suo drammatico seguito.

L’esercito tedesco accolto dalla Repubblica di Weimar come “non sconfitto”, e quindi legittimato a rifiutare le “umiliazioni” di Versailles. La “vittoria tradita” degli italiani.

Il grottesco balletto tardo-coloniale sulle spoglie dell’Impero Ottomano, che ci ha lasciato in eredità le crisi balcaniche e buona parte di quelle mediorientali di questi anni. Non sarebbe saggio lasciare simili aperture ai terroristi jihadisti.

Come muoversi contro l’IS
Attaccare i combattenti, in particolare con le nuove armi di precisione, è facile, quando essi sono visibili, come formazioni di blindati o altri automezzi, concentrazioni di truppe, strutture logistiche, eccetera, ma diventa più problematico quando ad essere visibili sono solo le infrastrutture civili “rubate” ai due stati nominalmente sovrani.

E soprattutto quando, secondo i principi della guerra “ibrida” che essi stanno conducendo, i combattenti ripiegano e si nascondono tra la popolazione: fino a che punto possiamo o ci vogliamo spingere?

Né sarebbe saggio affidare il “lavoro sporco”, quello sul terreno e tra la popolazione , ai possibili “alleati” locali, anch’essi in possesso di loro obiettivi, niente affatto coerenti con i nostri. Vogliamo forse appoggiare l’offensiva di truppe regolari e irregolari sciite contro i combattenti, ma anche le popolazioni sunnite?

Affidarsi all’Iran, alle truppe sciite irachene, ai curdi e magari anche all’esercito rimasto fedele a Bashar el-Assad significherebbe che, con il nostro appoggio e consenso implicito, essi condurrebbero selvagge operazioni di pulizia etnico-religiosa e costringerebbero intere popolazioni a massicci esodi, non dissimili da quelli voluti dall’IS.

Per tale strada il Medio Oriente potrebbe realmente divenire l’inizio di una guerra estesa a tutto il mondo islamico ed oltre, senza più confini regionali o continentali.

In passato, quando doveva risolvere una crisi analoga (e nel solo Medio Oriente ce ne sono state molte, nel corso dei secoli), l’autorità imperiale e religiosa, sconfitti i ribelli militarmente, li spingeva fuori dalle grandi città e dalle aree più produttive, verso montagne più o meno isolate, oasi lontane o altri luoghi di difficile accessibilità, dove potevano continuare le loro pratiche eretiche senza più essere una minaccia politica, anzi, diventando persino, nel tempo, una possibile risorsa, una minoranza isolata su cui si poteva contare per combatterne altre.

Ma l’era di Internet e delle comunicazioni globali non consente più questa comoda e relativamente umana soluzione. La distruzione, se inevitabile, deve essere completa.

Esistono alternative? Forse, ma richiedono importanti aggiustamenti politici, oltre che militari. David Cameron ha dato voce all’indignazione diffusa nel mondo occidentale dopo la diffusione dei filmati sull’assassinio degli ostaggi, affermando che quei “combattenti” debbono essere trattati come criminali, in particolare gli espatriati, da gettare in prigione, buttando via la chiave.

Ma (a parte lo spettro di nuove Guantanamo) non è la politica de seguire. Lo ha notato subito l’ex capo dell’anti-terrorismo britannico, Richard Barrett, ricordando come eventuali pentiti o anche solo dissociati siano una fonte importantissima di informazioni, tanto più utili in quanto scarse.

Ci sono “pentiti” nell’IS?
Ma c’è molto di più. Il messaggio di morte e di terrore lanciato dall’IS non è diretto solo contro i suoi avversari, ma al suo interno, per impedire ogni defezione o ripensamento.

Analisi condotte sulla base delle poche informazioni disponibili suggeriscono che circa un quarto dei combattenti espatriati vorrebbe trovare il modo di tornare, e abbandonare una lotta rivelatasi molto diversa dai sogni iniziali, ma non trova modo di farlo, anche a causa nostra. E invece il crescere del numero dei pentiti e dei dissociati potrebbe infliggere una ferita mortale al fascino militante dell’IS.

La battaglia va condotta a livelli molteplici. Quello militare deve puntare a distruggere le capacità delle forze di manovra e ridurre o paralizzare le capacità estrattive e di trasporto e contrabbando degli idrocarburi, da cui l’IS trae il grosso dei suoi finanziamenti.

Quello politico deve scardinare l’alleanza dei terroristi con le tribù e le popolazioni locali, offrendo ai sunniti strade più sicure e remunerative di riscatto e ripresa e modificando il quadro politico-istituzionale in Iraq e Siria.

Quello religioso, rivolto essenzialmente alle reclute arabe dei jiahdisti, sulla base di esperienze già in atto in molti paesi, tra cui l’Arabia Saudita e il Pakistan, deve proporre una lettura alternativa e più corretta delle sacre scritture e dei loro comandamenti.

Ma infine quello identitario, che interessa particolarmente i nostri paesi e i nostri terroristi, deve reindirizzare questa particolare “fan-culture” che ha spinto tanti giovanissimi ad identificarsi con questa realtà vista come aperta, egualitaria, fraterna, eccitante, persino gloriosa e “cool”!

Un’immagine che, con i meccanismi propri del “digital fandom” è stata creata almeno in parti eguali dal messaggio iniziale e da come esso è stato riscritto, interpretato e modificato dai suoi utenti, secondo i loro sogni e i loro bisogni. Il pentito e il dissociato riportano brutalmente la realtà all’interno del gioco e, se ben utilizzati, possono rompere il giocattolo.

E come nella parabola del figliuol prodigo, non sarà per festeggiare il figlio ritrovato che verrà ucciso il vitello grasso, anche se questo sarà il messaggio pubblico, ma per rendere evidente e indiscutibile il trionfo del padre.

Stefano Silvestri è direttore di AffarInternazionali e consigliere scientifico dello IAI.
- See more at: http://www.affarinternazionali.it/articolo.asp?ID=2812#sthash.sfg9tRur.dpuf

Terrorismo islamista: la confusione statuinitense e la lungimiranza di Mosca

Terrorismo islamista: la confusione statunitense e la lungimiranza di Mosca
In un articolo apparso di recente sulWashington Post, il giornalista statunitense Ishaan Tharoor ha sollevato un problema importante, già dichiarato nel titolo: Sulla Siria aveva ragione Putin? (Was Putin right about Syria)? La risposta è decisamente affermativa: pur criticando la politica estera del Cremlino per altri motivi (ad esempio, nella gestione della crisi ucraina), l’analista nordamericano riconosce che l’evoluzione degli eventi nel quadrante vicino-orientale ha dimostrato la giustezza della posizione russa nei confronti della guerra civile siriana. Nel 2013, gli USA hanno per poco mancato l’organizzazione di un intervento militare contro Damasco, sostenendo l’opposizione a Bashar Al-Assad con il pretesto dell’uso di armi chimiche da parte del governo contro la popolazione civile che non è mai stata dimostrato con certezza. Soltanto il Presidente russo si opponeva con fermezza all’eventualità dell’attacco, rivolgendosi direttamente al popolo americano con una lettera pubblicata a metà settembre sul New York Times mentre gli Stati europei, Francia in testa, sembravano ben disposti a seguire Washington. Nella sua lettera, Putin criticava non solo l’unilateralismo dell’operazione, ma affrontava anche la dimensione geopolitica della crisi. Il Presidente russo affermava infatti che una guerra contro lo Stato laico di Assad avrebbe comportato il rischio d’una espansione regionale del conflitto (cosa che si è puntualmente verificata, con l’emergere del Califfato tra la Siria e l’Iraq), nonché il possibile rientro di terroristi islamici di provenienza occidentale nei rispettivi Paesi d’origine. Ora tutti possono constatare che questa analisi si è dimostrata molto lungimirante: quale che sia il giudizio sul regime di Bashar al-Assad, è chiaro che la lotta contro il suo governo non è condotta in nome della democrazia, bensì in nome del jihād.
Si può osservare quasi la medesima situazione in Libia: dopo il rovesciamento di Gheddafi (nei confronti del quale la Russia si era parimenti opposta), il Paese sta precipitando nel caos e l’estremismo religioso avanza in maniera sempre più inquietante. Forse, se l’Europa avesse elaborato una strategia coordinata anche in base all’orientamento di Mosca, l’ascesa islamista avrebbe potuto essere evitata o quantomeno fortemente limitata. Eppure è oggettivamente stupefacente il fatto che la maggioranza dei mass media non sottolineino il cambiamento dei propositi statunitensi riguardo la crisi in Siria. Anche se la Casa Bianca afferma di non voler collaborare direttamente con il governo di Damasco, gli USA intendono adesso combattere quegli stessi ribelli che l’anno scorso erano considerati dalla parte giusta del conflitto. La riflessione di Ishaan Tharoor è quindi particolarmente importante perché rappresenta un’eccezione in grado di rendere chiaro anche come la politica estera russa sia spesso molto più orientata alla stabilizzazione di quanto gli Occidentali siano disposti ad ammettere.
Il caso dell’estremismo islamico è un esempio assai eloquente di come la stabilità interna della Federazione Russa condizioni anche la sua politica verso l’esterno. Ospitando una consistente comunità islamica nel Caucaso del Nord che non è peraltro estranea all’estremismo religioso, Mosca è sempre costretta ad essere equilibrata nella sua politica estera nei confronti di Paesi musulmani. Proprio per questo un rapporto politicamente più solido con l’UE sarebbe d’interesse comune per far fronte a quel radicalismo islamico che non risparmia gli stessi Europei in virtù della prossimità geografica con il Vicino Oriente e il Nord Africa, nonché per la crescente presenza della popolazione musulmana in Europa. Per fare un esempio, nel mese di agosto 2013 la stampa russa riportava la notizia di un presunto incontro fra Vladimir Putin e il Direttore dei servizi segreti sauditi, durante il quale Riyad avrebbe rivolto a Mosca un vero e proprio ricatto: o accettare il rovesciamento di Assad in Siria, oppure rischiare di essere colpiti da attacchi islamisti sul proprio territorio prima delle Olimpiadi di Soči. La Russia non ha ceduto, seguitando nella sua opposizione all’ipotesi di un attacco occidentale contro Damasco. Ed ecco che a fine dicembre, nella città di Volgograd, due automobombe causano più di 30 morti e 100 feriti. Dopo tale carneficina, Vladimir Putin ha accusato direttamente l’Arabia Saudita di essere responsabile di questi atti terroristici. Cosa si è potuto leggere neimedia occidentali riguardo questa tremenda coincidenza tra la minaccia e l’esecuzione degli attacchi? Praticamente nulla: per la stampa euro-americana gli eventi di Volgograd sono piuttosto rientrati nella propaganda anti-russa che stava cominciando proprio allora con l’approssimarsi delle Olimpiadi di Soči.
Se si sfogliano gli articoli giornalistici di quel periodo, ci si accorge facilmente che gli attentati vennero descritti quasi esclusivamente come un simbolo dell’incapacità dei Russi di garantire la sicurezza prima delle Olimpiadi. Non occorre avere molta immaginazione per intuire che la reazione sarebbe stata ben diversa nel caso in cui la violenza avesse colpito una città europea o statunitense, favorendo magari il ritorno in grande stile della teoria dello “scontro di civiltà” tra Islam e Occidente, tanto pericolosa e semplicistica quanto la scelta di rovesciare i governi laici di Gheddafi e Assad e l’ingenuo sostegno alle cosiddette “primavere arabe”. Oggi, allorché il legame tra l’erronea politica verso il Vicino Oriente e il rischio di attacchi terroristici diventa sempre più evidente, i leader europei potrebbero rimpiangere di non aver operato in sinergia con Mosca negli ultimi due anni.
Si può dunque concludere che l’assenza di una seria e argomentata critica riguardo le oscillazioni dell’Occidente verso l’islamismo radicale rappresenta anche un’occasione mancata per migliorare le relazioni tra la Federazione russa e l’Europa. La sfida del terrorismo islamico potrebbe essere infatti un elemento di coesione al fine di migliorare le relazioni bilaterali, nonché per facilitare il dialogo sulla crisi ucraina. Perché dunque i Paesi europei fanno fatica a comprendere che la Russia costituisce un partner fondamentale non solo sul piano economico, ma anche nel campo della politica estera? Da un lato, perché l’eredità ideologica della guerra fredda impedisce ancora l’emergere di una coscienza geopolitica europea: condividendo aree vicine, anzi contigue, Europa e Russia hanno interessi comuni infinitamente superiori a qualsiasi partenariato transatlantico. D’altra parte, la crisi dei valori, la mancanza di un senso di appartenenza patriottico e il malessere sociale che scuotono i Paesi europei sono d’ostacolo ad una corretta comprensione dei cambiamenti storici: l’egemonia occidentale sul pianeta tende a declinare e il mondo si muove verso una prospettiva multipolare. Per prendervi parte, gli Europei dovrebbero prima di tutto essere consapevoli della propria specifica civiltà, cominciando dalla decostruzione quell’identità “occidentale” o “euro-americana” nata dopo la Seconda guerra mondiale e che si dimostra totalmente incapace di offrire una fisionomia culturale adeguata ad affrontare le sfide del XXI secolo.
(Traduzione dal francese di Indriada Ceka)

Dario Citati è Direttore del Programma di ricerca "Eurasia" dell'IsAG

lunedì 29 settembre 2014

Israele: in piena guerra

A dieci giorni dall’inizio dell’operazione delle Forze di Difesa Israeliane (IDF) a Gaza, denominata “Protective Edge”, mezzi blindati e corazzati di Tel Aviv sono penetrati all’interno della Striscia con lo scopo di neutralizzare le infrastrutture e miliziani di Hamas, responsabili del ripetuto lancio di razzi sul territorio israeliano. Ad oggi, il bilancio della crisi è di circa 250 vittime e più di 1.500 feriti tra la popolazione palestinese, e una vittima israeliana, un volontario rimasto ucciso da un colpo di mortaio mentre si adoperava per la distribuzione dei generi alimentari alle IDF Aviv disposte lungo il confine. 
Lo scontro militare tra Israele e Hamas, deflagrato al termine di un mese di tensioni e manifestatosi veementemente con l’invasione delle truppe di Tel Aviv non sembra al momento affievolirsi, nonostante il tentativo egiziano di mediare una possibile cessazione del fuoco, fallito a causa della ferma opposizione da parte di Hamas. Nella g! iornata di mercoledì 17 luglio, in seguito all’uccisione di 4 bambini palestinesi colpiti da un razzo israeliano sulla spiaggia di Gaza, è stato raggiunto, invece, un accordo tra le parti limitatamente all’osservazione di una tregua “umanitaria” della durata di 5 ore, sponsorizzata dall’inviato speciale delle Nazioni Unite, Robert Serry. Alla conclusione della tregua, peraltro spezzata già in mattinata da alcuni colpi di mortaio partiti dalla Striscia, le Forze israeliane hanno ripreso i raid aerei e le incursioni terrestri. A differenza delle precedenti operazioni militari, questa volta gli obbiettivi delle IDF è, nello specifico, la rete di tunnel che collega i territori palestinesi con quelli israeliani e che permette il by-passaggio dei check-point e delle misure di sicurezza e interdizione di Tel Aviv da parte dei miliziani della Striscia di Gaza.
 
L’ostinata resistenza di Hamas lascia immaginare che si sia ancora lontani da un’intesa per un “cess! ate il fuoco” duraturo. Questa circostanza appare riconducibile alla volontà dell’organizzazione di ottenere maggiori concessioni: in particolar modo, l’apertura stabile del valico di Rafah verso l’Egitto, fondamentale sbocco per l’afflusso dei rifornimenti a Gaza, e il rilascio degli esponenti di Hamas arrestati durante le operazioni dell’Esercito israeliano nei territori, il mese scorso.
 
Se da un lato è possibile ipotizzare che l’attuale crisi di Gaza favorisca un rafforzamento della leadership di Hamas all’interno di una Striscia posta sotto assedio, dall’altro il gruppo islamista rischia di pagare il prezzo delle tensioni prodotte dall’elevato numero di vittime e dal rifiuto della tregua proposta dagli egiziani.



Fonte CESI. Newsletters 153

Israele: all'inizi della recrudescenza della tensione

Il 30 giugno scorso, in seguito alle operazioni di ricerca dell’Esercito israeliano, sono stati rinvenuti nei pressi di Hebron i corpi senza vita dei tre studenti israeliani rapiti il 12 giugno a Gush Etzion, in Cisgiordania. Il ritrovamento degli adolescenti ha prodotto un’escalation delle tensioni tra Hamas e il governo israeliano, che aveva da subito accusato il movimento palestinese di essere dietro al rapimento. Nonostante i vertici di Hamas abbiano dichiarato la loro estraneità all’accaduto, Israele ha lanciato una serie di attacchi aerei diretti a colpire duramente l’organizzazione, dopo che nelle scorse settimane aveva arrestato centinaia di suoi militanti. Inoltre, l’uccisione dei tre studenti ha prodotto la reazione violenta anche nella comunità dei coloni israeliani, come testimoniato dal rapimento e dall’uccisione, il 2 giugno, di un 16enne palestinese nel distretto di Shuafat, ad est di Gerusalemme.
Il comportamento assertivo di Tel Aviv, reso ancora più duro dall’ostracismo verso il governo di unità nazionale dell’Autorità Nazionale Palestinese (ANP) rappresentato dal patto tra Hamas e Fatah. Infatti, non è da escludere che dietro le accuse di responsabilità israeliane, respinte da Hamas, e alla base degli attacchi ci sia la volontà di Tel Aviv di destabilizzare e delegittimare il patto di governo palestinese. Le difficoltà di convivenza tra le due anime politiche dell’ANP sono emerse proprio in occasione del rapimento degli adolescenti, quando Fatah si è dichiarata pronta a collaborare con Tel Aviv mentre Hamas ha drasticamente respinto qualsiasi proposta in tal senso.
La crescita delle tensioni tra miliziani palestinesi e autorità di Tel Aviv si è manifestata anche all’interno della Striscia di Gaza, quando. nella scorsa settimana, il territorio israeliano è stato oggetto di un fitto lancio di razzi. In risposta, il Governo di Netanyahu ha schierato le proprie truppe alle porte di Gaza, facendo aumentare il rischio di un’operazione militare su larga scala. Qualora Hamas non riuscisse a impedire ai gruppi militanti attivi nella Striscia di proseguire nel lancio di razzi, è possibile immaginare il definitivo collasso della tregua stabilita tra l’organizzazione islamista e le autorità israeliane nel novembre del 2012.

Fonte CESI. News letteres 151